Ogni tanto torna fuori lui. Non Mussolini, che per fortuna è rimasto dove la storia lo ha lasciato, appeso alla propria fune e inchiodato alle proprie responsabilità, ma il suo devoto moderno, il nostalgico da tinello, quello del “quando c’era lui”. Lo riconosci subito. Non arriva mai con un libro in mano, figurarsi. Arriva con la frase pronta, il mento da statista del bar, due nozioni masticate male e quella sicurezza marmorea che solo l’ignoranza riesce a dare. “Quando c’era lui i treni arrivavano in orario”. “Quando c’era lui c’era ordine”. “Quando c’era lui l’Italia contava”. Certo. Contava i morti. A migliaia, a decine di migliaia, a centinaia di migliaia. Ma vuoi mettere la puntualità ferroviaria, questa grande ossessione nazionale da anime semplici, come se un Paese potesse essere giudicato dalla tabella oraria e non dai cadaveri che lascia dietro di sé.
Facciamo allora un esercizio poco poetico, molto scomodo e decisamente necessario. Mettiamo da parte, come premessa, il terrorismo nero del dopoguerra, perché qui già basta e avanza il fascismo storico, quello di Mussolini al potere, quello che dal 1922 al 1945 trasformò l’Italia in una macchina di propaganda, repressione, guerra, colonialismo e morte. Non parliamo quindi delle bombe successive, delle trame, delle stragi della Repubblica. Restiamo al periodo classico, diciamo così, quello che il nostalgico ama lucidare come l’argenteria della nonna, dimenticandosi che sotto la patina c’è sangue.
La domanda è semplice solo in apparenza: quanti morti ha fatto il fascismo? La risposta seria non può essere un numero buttato lì come un insulto, anche se la tentazione sarebbe comprensibile, perché davanti a certi revival da ferramenta ideologica uno vorrebbe rispondere con una badilata di cifre. Ma la storia non funziona così. Ci sono morti diretti e morti indiretti. Ci sono vittime politiche, civili, militari. Ci sono italiani mandati a morire in guerre criminali e inutili. Ci sono etiopi bombardati con armi chimiche. Ci sono libici deportati nei campi del deserto. Ci sono sloveni e croati internati nei campi fascisti. Ci sono spagnoli bombardati dagli aerei italiani per conto di Franco. Ci sono antifascisti pestati, incarcerati, confinati, fucilati. Ci sono ebrei perseguitati dalle leggi razziali e poi deportati. Ci sono paesi italiani massacrati nella guerra nazifascista dopo l’8 settembre. E poi ci sono i grandi smemorati del presente, quelli che davanti a tutto questo riescono ancora a dire: “Però”. Quel “però” andrebbe studiato in laboratorio. Forse è un batterio.
Partiamo dal cuore del disastro: la Seconda guerra mondiale. Mussolini portò l’Italia in guerra il 10 giugno 1940, quando la Francia era già in ginocchio e lui pensava di sedersi al tavolo dei vincitori con qualche migliaio di morti da spendere come gettone d’ingresso. Una visione strategica finissima, da giocatore d’azzardo che entra al casinò con i soldi degli altri e poi brucia anche la casa. Il risultato lo conosciamo: disfatta militare, occupazione, guerra civile, bombardamenti, fame, deportazioni, città distrutte, famiglie spezzate. L’ISTAT, nel volume del 1957 “Morti e dispersi per cause belliche negli anni 1940-45”, calcolò per il periodo dal 10 giugno 1940 al 31 dicembre 1945 un totale di 444.523 morti e dispersi italiani per cause belliche: 291.376 militari e 153.147 civili. Ecco il primo monumento al “quando c’era lui”: quasi mezzo milione di italiani morti o dispersi. Non per una fatalità meteorologica, non perché il destino aveva la luna storta, ma perché il regime fascista decise di legare l’Italia alla Germania nazista e di entrare in una guerra per la quale non era pronta, non era attrezzata e soprattutto non aveva nessuna necessità morale di combattere.
Il nostalgico, a questo punto, farà la prima capriola. Dirà che la guerra mondiale fu colpa di Hitler. E certo, Hitler fu Hitler, non il bidello della scuola materna. Ma Mussolini non fu un passante urtato per caso dalla storia. Fu alleato, complice, imitatore, aggressore. Fu lui a firmare il Patto d’Acciaio. Fu lui a proclamare la guerra dal balcone. Fu lui a inseguire l’impero. Fu lui a voler sedere tra i predatori. Fu lui a mandare soldati italiani in Grecia, in Africa, nei Balcani, in Russia, spesso con mezzi inadeguati, comandi arroganti e retorica sufficiente a riempire i giornali, non certo gli stomaci dei soldati. Quindi no, caro amico del “quando c’era lui”, non puoi scaricare tutto sul tedesco cattivo come un bambino che ha rotto il vaso e indica il cane. Il fascismo italiano fu protagonista della catastrofe. Non comparsa. Non comparsa muta. Protagonista con fanfara.
Dentro quel numero dell’ISTAT ci sono anche le vittime civili italiane della guerra: bombardamenti, rappresaglie, combattimenti sul territorio nazionale, deportazioni, violenze dopo l’8 settembre. E qui si apre un altro capitolo, che però non chiamiamo capitolo perché il nostalgico si stanca se vede troppi paragrafi e rischia di cercare conforto in una foto in bianco e nero. Tra il 1943 e il 1945, l’Italia fu attraversata da una violenza nazifascista capillare. L’Atlante delle stragi naziste e fasciste in Italia, promosso dall’Istituto nazionale Ferruccio Parri e dall’ANPI, censisce migliaia di episodi di violenza con esito mortale contro civili e partigiani. La sintesi dei dati indica oltre 23.000 persone uccise in più di 5.600 episodi. Molte di queste vittime rientrano già nel totale ISTAT dei morti civili per cause belliche, quindi non vanno sommate meccanicamente come fa chi confonde la storia con il carrello della spesa. Ma servono a ricordare un fatto: la Repubblica Sociale Italiana non fu una parentesi folcloristica di uniformi ridicole e saluti romani fuori stagione. Fu collaborazione attiva con l’occupante nazista. Fu caccia ai partigiani. Fu repressione. Fu delazione. Fu sangue italiano versato anche da mani italiane.
E poi ci sono i morti politici, quelli che il nostalgico riduce sempre a “qualche esagerazione”. Il fascismo non si limitò a vincere le elezioni e poi amministrare male, come un condominio autoritario. Il fascismo distrusse la democrazia, abolì le libertà, mise fuori legge i partiti, imbavagliò la stampa, represse gli oppositori, costruì un sistema di sorveglianza, carcere, confino e intimidazione. L’ANPPIA ricorda i numeri del Tribunale speciale per la difesa dello Stato: 5.619 imputati, 4.596 condannati, oltre 27.752 anni di carcere inflitti, 42 condanne a morte, 31 eseguite. L’ANPI riporta dati analoghi: 5.633 processati, 4.610 condannati, 31 esecuzioni. Non sono semplici statistiche giudiziarie. Sono la traduzione burocratica della violenza politica. Il fascismo non aveva bisogno solo del manganello. Aveva anche timbri, aule, toghe addomesticate, sentenze e carta intestata. Perché il totalitarismo, quando vuole sembrare rispettabile, si mette la cravatta e chiama “legge” la persecuzione.
Ma prima ancora del Tribunale speciale ci furono le squadre, le spedizioni punitive, le aggressioni, gli omicidi. Il fascismo salì al potere dopo anni di violenza contro socialisti, sindacalisti, cattolici popolari, repubblicani, anarchici, comunisti, cooperative, camere del lavoro, amministrazioni locali. La marcia su Roma non fu una romantica scampagnata in camicia nera, anche se certi nostalgici la immaginano come una gita aziendale con più manganelli. Fu l’esito politico di una stagione di violenza. Qui i numeri sono più difficili, ma le stime sugli uccisi dallo squadrismo prima e durante la conquista del potere arrivano a migliaia. Se restringiamo il conto al regime dopo il 1922, possiamo parlare almeno di centinaia di morti politici diretti tra esecuzioni, violenze, carcere, confino e repressione. Se allarghiamo al movimento fascista che prepara la dittatura, il conto cresce. Ma anche fermandosi ai numeri certi del Tribunale speciale, il quadro è chiaro: quando c’era lui, dissentire poteva costarti la libertà, la salute o la vita. Però vuoi mettere, forse il capostazione aveva il cappello ben stirato.
Ora usciamo dall’Italia, perché il fascismo non fece danni solo in patria. Il colonialismo italiano è una delle grandi zone d’ombra della memoria nazionale, quel luogo mentale in cui ci piace raccontarci che eravamo “brava gente”, gentili, sorridenti, magari un po’ casinisti, ma in fondo buoni. Una favola comoda, come tutte le favole raccontate dai carnefici ai nipoti per non farli svegliare di notte. In Libia, durante la riconquista fascista della Cirenaica tra la fine degli anni Venti e i primi anni Trenta, il regime mise in atto deportazioni di massa, campi di concentramento, distruzione del tessuto sociale e repressione brutale della resistenza. Un capitolo della Cambridge World History of Genocide parla di una perdita di 83.000 libici, con la popolazione della Cirenaica scesa da 225.000 a 142.000 persone, e di circa 110.000 civili costretti a marciare verso campi di concentramento nel deserto. Ottantatremila. Ripetiamolo con calma, perché magari tra un “ha bonificato le paludi” e un “però l’ordine” qualcuno si distrae: ottantatremila esseri umani. Non comparse coloniali. Non sagome lontane. Persone.
La Libia fascista da sola dovrebbe bastare a far sprofondare nel silenzio qualsiasi nostalgico minimamente alfabetizzato alla vergogna. Ma l’alfabetizzazione alla vergogna, ahimè, non è mai stata materia obbligatoria. La repressione della resistenza senussita, la deportazione delle popolazioni nomadi, i campi come Soluch, El Agheila, Sidi Ahmed el-Magrun, la morte per fame, stenti, malattie e violenza, furono parte di un progetto coloniale feroce. E tutto questo avveniva sotto lo stesso regime che in patria si presentava come restauratore dell’ordine, educatore della gioventù, custode della romanità. La solita scenografia imperiale sopra la solita miseria morale. Il fascismo amava Roma antica, ma praticava benissimo anche il moderno sterminio amministrato.
Poi c’è l’Etiopia. Nel 1935 Mussolini aggredì uno Stato sovrano membro della Società delle Nazioni. Lo fece per avere il suo impero, per vendicare Adua, per dare al popolo italiano una grande illusione coloniale e al regime una nuova dose di consenso. La guerra d’Etiopia fu combattuta anche con armi chimiche. Il SIPRI, nello studio “The Use of Chemical Weapons in the 1935-36 Italo-Ethiopian War”, ricorda una stima sovietica secondo cui 15.000 delle 50.000 vittime etiopi della guerra furono causate da armi chimiche. Le cifre complessive della guerra e dell’occupazione sono discusse dagli storici e variano molto, ma il punto non cambia: il regime fascista usò gas, bombardamenti e rappresaglie per piegare un Paese africano. Non era civilizzazione. Era aggressione. Non era “portare strade”. Era portare morte, poi magari costruire qualche strada per farci passare meglio i camion dell’occupante. Del resto anche un ladro può lucidarti il pavimento mentre ti svuota casa, ma resta un ladro, non un arredatore.
Nel febbraio 1937, dopo l’attentato contro il viceré Rodolfo Graziani, Addis Abeba fu teatro di una rappresaglia spaventosa. Il Museo delle Civiltà, nella scheda dedicata a Yekatit 12, ricorda che gli storici stimano circa 19.000 vittime etiopi uccise dagli italiani. Diciannovemila morti in pochi giorni di rappresaglia. Anche qui, il nostalgico cercherà la fuga laterale: “Bisogna contestualizzare”. Certo che bisogna contestualizzare. Contestualizziamo: un esercito coloniale occupa un Paese, subisce un attentato contro il proprio viceré e risponde massacrando migliaia di persone. Ecco il contesto. Non migliora, vero?
Le stime complessive sulle vittime etiopi della guerra e dell’occupazione oscillano. Alcune cifre etiopiche del dopoguerra arrivano a centinaia di migliaia di morti includendo guerra, esecuzioni, rappresaglie, carestie, distruzione di villaggi e conseguenze dell’occupazione. Altre stime sono più prudenti. Per non regalare al nostalgico il piacere infantile di gridare “numero gonfiato”, possiamo usare una forchetta cauta: almeno decine di migliaia di morti nella guerra vera e propria, con un totale molto più alto se si includono rappresaglie e occupazione. Anche restando bassi, l’Etiopia è una macchia enorme nella storia italiana. Non una nota a margine. Non un incidente. Una guerra coloniale fascista, pianificata, voluta, celebrata, propagandata. Con tanto di canzoncine, discorsi, adunate e sorrisi. Perché la propaganda serve proprio a questo: mettere musica sopra il rumore delle ossa.
E la Spagna? Anche lì Mussolini non rimase a guardare dalla finestra. L’Italia fascista sostenne Francisco Franco nella guerra civile spagnola con uomini, mezzi, aerei e armi. L’Aviazione Legionaria italiana bombardò città spagnole, compresa Barcellona. Secondo la ricostruzione del Virtual Spanish Civil War, nei raid del marzo 1938 su Barcellona furono sganciate circa cinquanta tonnellate di bombe, con 979 morti, 1.500 feriti e centinaia di edifici distrutti o danneggiati; altre fonti parlano di 1.000-1.300 vittime civili. Quei bombardamenti furono ordinati personalmente da Mussolini. Non da un equivoco, non da un temporale, non da un pilota distratto che aveva sbagliato uscita. Da Mussolini. Bombe italiane su civili spagnoli, per aiutare un golpe militare reazionario. E poi qualcuno ancora oggi si commuove davanti al “quando c’era lui”, come se la memoria fosse un soprammobile e non una responsabilità.
Nei Balcani occupati, l’Italia fascista mostrò ancora una volta la sua faccia vera. In Slovenia, Croazia, Montenegro, Grecia e Albania, le truppe italiane furono coinvolte in rastrellamenti, internamenti, fucilazioni, incendi di villaggi e repressione antipartigiana. Il campo di concentramento di Rab, Arbe per gli italiani, fu uno dei simboli di questa violenza. L’European Observatory on Memories ricorda che il campo, istituito nel luglio 1942 e sciolto nel settembre 1943, internò tra 10.000 e 15.000 persone, con condizioni sanitarie e di vita terribili. Le stime sui morti variano, ma diverse ricostruzioni parlano di migliaia di vittime. Anche qui, non siamo nel terreno del mito. Siamo nel terreno dei campi. Quelli veri. Quelli costruiti e gestiti dagli italiani fascisti. Perché sì, l’Italia fascista ebbe campi di concentramento. Questa cosa rovina un po’ il quadretto della “brava gente”, me ne rendo conto. Ma la storia ha questo difetto: non chiede il permesso alle narrazioni consolatorie.
A questo punto possiamo provare a mettere insieme una stima, con prudenza. Prudenza, non indulgenza. La prudenza serve a non dire sciocchezze. L’indulgenza serve a coprire i colpevoli. Sono cose diverse, anche se nel dibattito pubblico italiano spesso vengono confuse con l’abilità di un cameriere ubriaco. Il dato più solido è quello ISTAT sulla Seconda guerra mondiale: 444.523 morti e dispersi italiani per cause belliche. A questo vanno aggiunte le vittime coloniali in Libia, dove una stima forte e documentata parla di 83.000 morti. Vanno considerate le vittime etiopi, almeno decine di migliaia nella guerra del 1935-36 e molte di più includendo occupazione, rappresaglie e massacri come Addis Abeba. Vanno aggiunte le vittime dirette delle azioni italiane in Spagna, almeno centinaia e probabilmente migliaia, considerando bombardamenti e intervento militare. Vanno considerate le vittime dei campi e delle repressioni nei Balcani, anche qui nell’ordine di migliaia. Vanno considerate le vittime politiche interne, più difficili da calcolare, ma comunque reali: esecuzioni, morti in carcere, morti al confino, pestaggi, omicidi politici, repressione.
Una stima prudente e difendibile porta ad almeno 600.000 morti attribuibili direttamente o fortemente al fascismo mussoliniano, e più realisticamente a una forchetta tra 700.000 e 1.000.000 se si includono con criterio ampio le vittime coloniali, le occupazioni e le conseguenze delle guerre fasciste. Non è un numero da usare come clava propagandistica. È un ordine di grandezza. E l’ordine di grandezza dice già tutto: il fascismo non fu una parentesi autoritaria con qualche difetto. Fu una fabbrica di morte politica, militare e coloniale. Una macchina che prese un Paese e lo portò dalla retorica dell’impero alle macerie, dai balconi alle fosse comuni, dalle parate alle ritirate nella neve, dalle leggi razziali ai vagoni della deportazione, dai discorsi sulla grandezza nazionale alla fame.
Il nostalgico, ovviamente, non ama questi conti. Preferisce la storia in formato santino: il Duce che bonifica, il Duce che costruisce, il Duce che dà dignità all’Italia, il Duce che fa rispettare la patria. Una specie di amministratore di condominio con il fez, molto energico, un po’ severo, ma in fondo efficiente. Peccato che questa figurina non regga davanti ai documenti. Mussolini non rese grande l’Italia. La rese serva della propria propaganda e poi della Germania nazista. Non rese forte l’esercito. Lo mandò allo sbaraglio. Non rese rispettata la nazione. La trascinò in aggressioni coloniali e guerre perse. Non difese gli italiani. Li mandò a morire. Non portò ordine. Portò paura. Non portò moralità. Portò leggi razziali, censura, delazione, manganello, tribunali speciali, campi, guerra e rovina.
E qui bisogna dirlo chiaramente: il “quando c’era lui” non è una semplice opinione politica. È una forma di analfabetismo morale. È la nostalgia per un passato immaginario costruito cancellando le vittime. È come rimpiangere un incendio perché dopo, per terra, la cenere era tutta uniforme. Il fascismo piace ancora a qualcuno perché promette una cosa semplice: non pensare. Non discutere. Non dubitare. Obbedire. Trovare un nemico. Alzare il braccio. Gridare insieme. Sentirsi parte di qualcosa senza dover diventare persone migliori. È la scorciatoia emotiva dei deboli travestiti da duri. Quelli che parlano di disciplina ma non sanno disciplinare nemmeno i propri pregiudizi. Quelli che adorano l’uomo forte perché dentro hanno il terrore della complessità. Quelli che scambiano la brutalità per carattere e la violenza per ordine.
Il fascismo fu anche questo: una grande pedagogia della vigliaccheria. Insegnò a obbedire verso l’alto e a colpire verso il basso. A inchinarsi davanti al capo e a prendersela con il più debole. A gridare contro il diverso. A denunciare il vicino. A confondere la patria con il governo, la nazione con il partito, l’onore con l’uniforme, la fede con la sottomissione. E quando tutto crollò, come sempre crollano le costruzioni fondate sulla menzogna, molti fecero quello che fanno ancora oggi i nostalgici: cambiarono racconto. Nessuno era stato fascista. Nessuno sapeva. Nessuno aveva capito. Nessuno aveva visto. Una nazione intera improvvisamente colpita da amnesia selettiva, malattia molto diffusa nei Paesi che preferiscono commemorare i caduti senza nominare abbastanza i responsabili.
“Ha fatto anche cose buone”, dice l’amico del balcone. Questa frase meriterebbe di essere conservata in un museo dell’imbarazzo umano. Anche un rapinatore può aiutare una vecchietta ad attraversare la strada dopo aver svaligiato una banca, ma non per questo gli intitoliamo il codice etico della parrocchia. Anche un dittatore può costruire strade, scuole, edifici, opere pubbliche. Il problema è che un regime non si giudica dalla muratura, ma dal prezzo umano e morale del suo potere. Le infrastrutture non cancellano le galere. Le bonifiche non cancellano i gas in Etiopia. Le pensioni non cancellano le leggi razziali. Le colonie estive non cancellano i campi in Libia. I cinegiornali non cancellano i bombardamenti su Barcellona. La retorica della patria non cancella i soldati italiani morti in Russia, in Africa, in Grecia, nei Balcani, spesso male equipaggiati e peggio comandati. La storia non è un bilancio da supermercato dove metti nel carrello “qualche opera pubblica” e alla cassa spariscono i morti.
E poi anche sulle cosiddette “cose buone” bisognerebbe aprire gli occhi. Molte opere attribuite al genio fascista erano iniziate prima, o furono parte di processi amministrativi già esistenti, o furono pagate con costi sociali enormi, propaganda e sfruttamento. Il regime aveva una capacità straordinaria: mettere il proprio marchio su tutto. Se pioveva, era merito del Duce. Se non pioveva, il Duce aveva asciugato il cielo. Se si costruiva una strada, era il fascismo. Se crollava l’economia, era colpa dei nemici. Se si vinceva una partita, gloria al regime. Se si perdeva una guerra, tradimento. La propaganda fascista era un gigantesco ufficio marketing della menzogna, e a quanto pare alcuni volantini sono arrivati intatti fino a oggi, infilati nel cervello di gente che nel 2026 ancora parla come un comunicato dell’Istituto Luce dopo aver bevuto male.
Il punto centrale, però, resta umano. Dietro ogni numero c’è una vita. Questa frase rischia di sembrare retorica, ma è solo vera. I 444.523 morti e dispersi italiani della guerra non sono una cifra da manuale. Sono figli, padri, madri, fratelli, sorelle, soldati congelati, civili sotto le bombe, deportati, dispersi mai tornati, famiglie rimaste ad aspettare. Gli 83.000 libici stimati nella tragedia coloniale non sono una nota esotica. Sono comunità distrutte, persone strappate alla terra, deportate, affamate, cancellate. Le vittime etiopi dei gas e delle rappresaglie non sono danni collaterali dell’impero. Sono esseri umani uccisi da un’aggressione coloniale. I morti di Barcellona non sono un dettaglio della guerra civile spagnola. Sono civili colpiti da bombe italiane. I prigionieri di Rab non sono una parentesi dimenticabile. Sono internati in un campo fascista. Gli antifascisti condannati, fucilati, confinati, pestati non sono “sovversivi” da archiviare con il linguaggio del regime. Sono persone che pagarono per aver detto no.
E allora sì, facciamolo questo conto. Non per alimentare odio, ma per impedire la truffa della nostalgia. Perché la nostalgia fascista funziona solo se si tagliano via i morti dall’inquadratura. Come una vecchia foto ritoccata: togli le macerie, togli i deportati, togli i fucilati, togli gli etiopi gasati, togli i libici nei campi, togli gli ebrei perseguitati, togli gli oppositori, togli i soldati congelati in Russia, togli i civili sotto le bombe, togli i paesi bruciati, togli le madri che aspettano figli mai tornati, e alla fine resta Mussolini sul balcone. Bell’immagine, certo. Basta rimuovere la realtà. Operazione molto amata dagli imbecilli e dai propagandisti, categorie che nella storia spesso si tengono per mano.
Se proprio vogliamo sintetizzare per l’amico nostalgico, possiamo farlo così: quando c’era lui, l’Italia perse la libertà, perse la decenza, perse guerre, perse vite, perse credibilità, perse umanità. Quando c’era lui, gli oppositori finivano in galera o al confino. Quando c’era lui, gli italiani venivano educati a obbedire e denunciarsi. Quando c’era lui, l’Africa orientale veniva bombardata anche con armi chimiche. Quando c’era lui, in Libia si deportavano civili nei campi del deserto. Quando c’era lui, in Spagna gli aerei italiani bombardavano Barcellona. Quando c’era lui, nei Balcani si internavano civili. Quando c’era lui, furono promulgate le leggi razziali. Quando c’era lui, l’Italia entrò in guerra accanto a Hitler. Quando c’era lui, quasi mezzo milione di italiani morirono o sparirono per cause belliche nella Seconda guerra mondiale. Quando c’era lui, alla fine, non c’era più nemmeno l’Italia intera, ma un Paese spezzato, occupato, bombardato, affamato, diviso, umiliato.
Il fascismo non va ricordato perché potrebbe tornare identico, con gli stessi stivali e le stesse adunate. La storia raramente ha così poca fantasia. Va ricordato perché torna a pezzi, travestito da ordine, da sicurezza, da identità, da “prima gli italiani”, da insofferenza per il dissenso, da disprezzo per la stampa libera, da fastidio per i diritti, da culto del capo, da voglia di punire qualcuno purché sia più debole. Torna ogni volta che qualcuno dice che la libertà è un lusso e l’autorità una soluzione. Torna ogni volta che il dibattito viene sostituito dall’insulto, la politica dal manganello verbale, la complessità dal capro espiatorio. Torna ogni volta che qualcuno sogna un uomo forte perché non sopporta cittadini liberi.
Per questo i numeri servono. Non bastano, ma servono. Servono a bucare la nebbia della nostalgia. Servono a ricordare che il fascismo non fu una commedia in costume, ma un regime reale con vittime reali. Servono a rispondere al “quando c’era lui” con una domanda semplice: quando c’era lui, chi moriva? E quanti? E dove? E perché? Perché se per sostenere la tua nostalgia devi evitare i morti, forse non hai una memoria storica. Hai un altarino. E gli altarini, si sa, raccolgono polvere. La storia invece, quando la guardi bene, raccoglie responsabilità.
Quindi no, caro nostalgico, non basta dire che “i tempi erano diversi”. I tempi sono sempre diversi, è il loro mestiere. Ma i crimini restano crimini. Le guerre restano guerre. I gas restano gas. I campi restano campi. Le leggi razziali restano leggi razziali. I morti restano morti. E il fascismo resta quello che è stato: una dittatura violenta, razzista, militarista, coloniale, repressiva, alleata del nazismo e responsabile di una quantità enorme di sofferenza. Non una fase un po’ ruvida della modernizzazione italiana. Non un esperimento severo ma efficace. Non un nonno autoritario che però voleva bene alla famiglia. Piuttosto un piromane che dopo aver incendiato la casa pretendeva applausi perché aveva acceso la luce.
Il conto finale, con tutta la prudenza possibile, dice questo: almeno 600.000 morti attribuibili direttamente o fortemente al fascismo mussoliniano; probabilmente tra 700.000 e 1.000.000 se includiamo con criteri storicamente difendibili le vittime coloniali, le occupazioni, le repressioni e le conseguenze delle guerre volute dal regime. Anche prendendo il numero più basso, resta un’enormità. Un’enormità sufficiente a sotterrare per sempre la frase “quando c’era lui” sotto il peso della realtà. E se qualcuno, davanti a questi numeri, sente ancora il bisogno di sospirare con nostalgia, allora il problema non è la storia. È il suo rapporto con la decenza.
Perché la memoria non serve a odiare il passato. Serve a impedire che il passato si rifaccia il trucco, si metta una camicia stirata e torni a vendersi come soluzione. Il fascismo ha già avuto il suo tempo. Lo ha usato per imprigionare, censurare, invadere, gasare, deportare, bombardare, perseguitare e mandare a morire. Direi che può bastare. Anche per gli standard generosi della stupidità umana.



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