Quel magone non è debolezza: è la parte migliore di noi che ancora respira

Ieri, durante uno di quei lunghi spostamenti di lavoro in cui l’abitacolo diventa una specie di confessionale su quattro ruote, ho fatto una cosa apparentemente banale. Ho chiesto a Siri di farmi ascoltare vecchie canzoni. Non musica qualsiasi, non il sottofondo usa e getta prodotto per riempire il silenzio mentre qualcuno vende tappetini online, ma quelle canzoni che non stanno semplicemente nella memoria. Ci sono entrate senza chiedere permesso, si sono sedute da qualche parte tra il petto e la gola, e da lì ogni tanto tornano fuori come vecchi amici, o vecchi debiti, dipende dalla giornata.

All’inizio è stato quasi divertente. Cantavo a voce alta, da solo, nella solitudine dell’abitacolo. Una scena dignitosa, più o meno: un uomo quasi sessantenne che guida, lavora, pensa di essere ancora abbastanza composto, e poi si ritrova a cantare come se il parabrezza fosse il pubblico di Sanremo e il volante un microfono da poveri. Il tutto con Siri nel ruolo di impresaria musicale, che già questo basterebbe a dimostrare che la civiltà occidentale ha preso una piega curiosa.

Poi però qualcosa è cambiato.

Le canzoni hanno cominciato a fare il loro mestiere vero. Non intrattenere. Scavare. Perché la musica, quando è legata alla memoria, non chiede il permesso alla parte razionale del cervello. Entra dalla porta laterale, evita la reception, supera il controllo documenti e arriva direttamente dove conserviamo le cose che fingiamo di aver sistemato. E così, una dopo l’altra, quelle vecchie canzoni hanno iniziato a riportarmi indietro. Non in un passato ordinato, non in una nostalgia da cartolina con i bordi ingialliti e la scritta “si stava meglio quando si stava peggio”, quella bugia comoda che gli esseri umani raccontano quando il presente li disturba. Mi hanno riportato indietro in modo più sporco, più sincero, più vero.

Mi sono rivisto bambino. Poi ragazzo. Poi uomo. Ho rivisto volti, case, strade, estati, domeniche, silenzi. Ho sentito addosso il tempo, non come concetto filosofico da salotto, ma come peso reale, come chilometri sulle ossa, come rughe che non sono difetti ma righe di un diario che nessuno ha avuto la gentilezza di scrivere con calligrafia ordinata. E mentre guidavo, mentre fuori scorreva il mondo, mi sono trovato a guardarlo con uno sguardo diverso.

C’era bellezza, sì. Ancora tanta. La luce sulle strade, gli alberi, i campi, le case, le colline lontane, il cielo che cambia colore senza bisogno di un consulente marketing. La natura continua a fare miracoli con una discrezione che dovrebbe umiliare qualsiasi consiglio di amministrazione. Lei non presenta bilanci trimestrali, non fa comunicati stampa, non mette il logo sulle nuvole. Esiste. Resiste. Fiorisce dove può. E noi, esseri superiori autoproclamati, spesso non troviamo di meglio che asfaltarla, venderla, recintarla, consumarla e poi lamentarci perché fa caldo, perché piove troppo, perché non piove, perché il mondo non funziona più come prima. Il genio umano: rompere l’orologio e poi insultare l’ora.

Guardandomi intorno ho pensato a quanto tutto sia cambiato dalla mia infanzia ai miei quasi sessant’anni. È cambiato il modo di parlare, di lavorare, di conoscersi, di litigare, di informarsi, di perdersi e perfino di ricordare. Una volta i ricordi stavano nelle fotografie stampate, nelle voci, negli oggetti, nelle stanze. Oggi stanno nei telefoni, nelle nuvole digitali, nei server di aziende che conoscono meglio di noi il giorno in cui abbiamo sorriso davanti a un piatto di pasta. Straordinario progresso: abbiamo inventato macchine capaci di archiviare tutto, mentre noi dimentichiamo sempre più spesso l’essenziale.

E in mezzo a quel flusso di musica e strada mi è venuto in mente mio padre.

Non che se ne sia mai andato davvero, almeno non nel modo in cui se ne vanno le cose inutili. Mio padre lo porto dentro di me e accanto a me, come credo sia normale per chi è figlio. Non serve costruirci sopra un monumento, non serve trasformare il dolore in una statua di marmo. È una presenza più semplice e più profonda. È in certi gesti. In certe frasi che tornano fuori dalla bocca senza che tu le abbia invitate. È nel modo in cui guardi il mondo, nel modo in cui ti arrabbi davanti a un’ingiustizia, nel modo in cui ti commuovi per qualcosa che altri liquiderebbero con una scrollata di spalle, perché evidentemente hanno scambiato il cuore per un soprammobile.

L’ho ricordato in tanti momenti della sua vecchiaia. Momenti in cui la commozione lo attraversava con una forza mite. Non debole. Mai debole. C’è una grande stupidità nel considerare debole chi si commuove. È una delle tante invenzioni tossiche di una cultura che ha confuso la durezza con la forza, la freddezza con il controllo, il cinismo con l’intelligenza. Come se diventare adulti volesse dire trasformarsi in mobili laccati: belli rigidi, lucidi fuori, vuoti dentro.

No. La commozione non è debolezza.

Non sto parlando di partire in un pianto teatrale strappandosi i capelli a ogni semaforo rosso, anche perché i capelli, a una certa età, vanno trattati con rispetto sindacale. Sto parlando di quel magone che sale dal petto e arriva agli occhi quando qualcosa ti tocca nel punto giusto. Quel dolore sottile che non ti distrugge, ma ti sveglia. Quella vibrazione interiore che ti dice: “Attento, questa cosa conta”. E se conta, allora sei ancora vivo. Non biologicamente vivo, che è già qualcosa, certo. Vivo davvero.

Ci sono persone che sentono forte il senso della giustizia. Non perché vogliano sentirsi migliori, non perché abbiano bisogno di appiccicarsi addosso una medaglietta morale, ma perché non riescono a far finta di niente. Sentono la giustizia sociale, quella morale, quella umana, quella verso gli animali, verso la natura, verso tutto ciò che non può difendersi dalla macchina allegra del profitto. E soffrono quando la giustizia viene piegata, quando la natura viene venduta a metri quadri, quando i bambini vengono violati e uccisi, quando la guerra diventa normalità, quando l’odio si diffonde come muffa sui muri dell’intelligenza, quando l’ignoranza prende piede e viene pure invitata in televisione a spiegare il mondo.

Non è fragilità. È percezione. È sensibilità morale. È una forma di lucidità che fa male, certo, perché vedere costa. Chi non vede soffre meno, almeno in apparenza. Chi si abitua a tutto vive più leggero, come un sacchetto di plastica portato dal vento. Ma la leggerezza dell’indifferente non è libertà. È galleggiamento. È sopravvivenza senz’anima. E a forza di sopravvivere senza anima, poi ci si stupisce se il mondo assomiglia a un parcheggio pieno di gente arrabbiata.

La compassione, nel suo senso più alto, non è compatimento. Non è guardare dall’alto qualcuno che soffre e dire “poverino”, magari prima di tornare al proprio aperitivo. La compassione è sentire che il dolore dell’altro riguarda anche te. È una facoltà antica, profondamente umana, legata alla cooperazione, alla cura, alla protezione di chi è vulnerabile. Non è una decorazione emotiva, è uno dei pilastri che hanno permesso agli esseri umani di non estinguersi subito dopo aver scoperto il fuoco e il brutto carattere.

Eppure oggi sembra quasi necessario difendere la commozione. Bisogna giustificarla, come se fosse una perdita di controllo. Siamo arrivati al punto in cui una persona che si emoziona deve spiegarsi, mentre chi parla con odio, chi ride della sofferenza, chi semina disprezzo, chi riduce tutto a denaro, performance e possesso, spesso viene considerato “forte”, “realista”, “uno che ha capito come va il mondo”. Magnifico. Abbiamo preso il deserto interiore e gli abbiamo dato una promozione.

Ma il mondo non ha bisogno di persone più dure. Ne ha già abbastanza. Ha bisogno di persone più sveglie. Più presenti. Più capaci di dire no. Persone che non si rifugino nel “così fan tutti”, questa grande fogna morale travestita da proverbio. Perché il fatto che lo facciano tutti non rende una cosa giusta. Rende solo più affollata la sala d’attesa della vigliaccheria.

Quel magone che senti, caro lettore, quel senso di dolore che parte dal petto e sale verso gli occhi mentre cerchi di reprimerlo per non mostrare debolezza, non è il tuo cedimento. È la tua forza. È l’amore che sale. È la parte più viva di te che si rifiuta di diventare pietra. È ciò che ti dice che non tutto è uguale, che non tutto può essere accettato, che non tutto può essere messo sullo stesso scaffale del supermercato morale dove ormai vendono guerra, sfruttamento, menzogna e intrattenimento nello stesso corridoio, magari con lo sconto famiglia.

Quel magone ti dice che sei ancora capace di distinguere. E distinguere è già resistere.

Ci hanno insegnato, soprattutto a noi uomini, che bisogna trattenere. Non piangere. Non mostrare. Non cedere. Essere forti, duri, compatti, possibilmente con la mascella serrata e l’espressività emotiva di una piastrella. Poi però ci si ammala dentro. Ci si indurisce. Si diventa incapaci di dire “ti voglio bene”, incapaci di chiedere scusa, incapaci di guardare un figlio, un padre, una madre, un amico, un cane, un albero, una città ferita, un vecchio in difficoltà, senza dover subito scappare dentro una battuta o una distrazione.

E invece io credo che ci sia una forma altissima di coraggio nel lasciarsi attraversare dalla commozione senza vergognarsene. Non farne spettacolo, no. Non trasformarla in esibizione, perché anche il dolore oggi rischia di diventare contenuto, e il contenuto è quella cosa moderna che riesce a rendere pubblicitaria perfino l’anima. Ma riconoscerla. Accoglierla. Capire che quel nodo alla gola non è un guasto tecnico. È un segnale.

Mio padre, nella sua vecchiaia, mi ha lasciato anche questo. Forse non me lo ha spiegato con grandi discorsi. I padri spesso insegnano così, senza manuale, senza conferenza, senza slide motivazionali, grazie al cielo. Insegnano con quello che sono, con quello che sopportano, con quello che tacciono, con quello che mostrano quando non sanno di essere guardati. E io oggi mi accorgo che sto iniziando a provare una sensazione simile alla sua, forse con un’intensità ancora maggiore man mano che invecchio.

E non la sento affatto come una debolezza.

Non me ne vergogno. Anzi, ho capito che è una delle cose migliori che posso sentire crescere dentro di me. Perché se invecchiando diventassi soltanto più cinico, più chiuso, più rancoroso, più convinto di avere sempre ragione, allora sì che ci sarebbe da preoccuparsi. Quella sarebbe vecchiaia dell’anima. E la vecchiaia dell’anima può colpire anche a vent’anni, basta guardarsi intorno con un minimo di attenzione e una discreta dose di coraggio digestivo.

Il corpo, certo, inizia a presentare il conto. Fa rumori che non aveva mai fatto. Si lamenta per movimenti che un tempo considerava normali. Ti ricorda che la garanzia è scaduta e che il libretto di manutenzione è stato scritto da un sadico. Ma la mente può ancora fare la differenza. Il cuore può ancora fare la differenza. L’esperienza può ancora fare la differenza. Non sei vecchio solo perché hai più anni alle spalle che illusioni davanti. Sei più esperto. E se quella esperienza non diventa chiusura, se non diventa rancore, se non diventa disprezzo per chi viene dopo, allora è una ricchezza vera.

Non la ricchezza dei conti pieni e delle vite vuote. Non quella che si misura in case, macchine, proprietà, titoli, recinzioni, eredità contese e funerali con parenti che già calcolano il valore dei mobili. Parlo della ricchezza che ti permette di guardare il mondo e sentirlo ancora. Di riconoscere la bellezza senza possederla. Di vedere il dolore senza voltarti sempre dall’altra parte. Di capire che la vita non ti chiede solo di consumare ossigeno e pagare bollette, anche se molti sembrano aver ridotto l’esistenza a questo grandioso programma spirituale: respirare, produrre, comprare, lamentarsi, ripetere.

La vera ricchezza è portare dentro amore e non vergognarsene. È avere ricevuto da qualcuno, magari da un padre, magari da una madre, magari da una persona incontrata lungo la strada, il dono di una sensibilità che non si lascia spegnere. È sapere che puoi ancora commuoverti davanti a una canzone, a un ricordo, a una carezza mancata, a una fotografia, a un paesaggio, a un’ingiustizia, a un animale ferito, a un bambino che dovrebbe giocare e invece vive dentro l’incubo degli adulti.

Perché questa è una delle grandi oscenità del nostro tempo: i bambini continuano a pagare i conti delle guerre decise dagli adulti. Guerre vendute con parole solenni, sicurezza, difesa, identità, destino, civiltà, necessità strategica. Tutte parole lucidate bene, messe in fila, stirate come camicie da cerimonia. Poi sotto ci trovi i corpi, la paura, la fame, le scuole distrutte, gli ospedali colpiti, le famiglie spezzate. E lì il linguaggio ufficiale si rivela per quello che spesso è: un modo elegante per non guardare il sangue.

Chi si commuove davanti a questo non è debole. È umano. E oggi essere umani è diventato quasi un atto politico, cosa che dice molto sul livello della festa.

Lo stesso vale per la natura. Non serve essere profeti, monaci, sciamani o influencer con cappello di paglia per capire che qualcosa si è rotto nel rapporto tra l’uomo e il mondo vivente. Abbiamo trasformato la Terra in un magazzino da svuotare, un catalogo da sfruttare, una miniera da divorare. Foreste, oceani, animali, fiumi, montagne: tutto viene valutato in funzione dell’utile. Se produce denaro, vale. Se non produce denaro, deve almeno diventare attrazione turistica, sfondo fotografico, brand territoriale, esperienza premium con parcheggio incluso. La sacralità della natura è stata sostituita dal listino prezzi. Complimenti vivissimi alla specie intelligente.

Eppure, quando guardi un albero, un campo, un cane che dorme, un cielo al tramonto, una strada che attraversa una valle, senti che c’è qualcosa che precede il mercato e sopravviverà al mercato, se non saremo abbastanza stupidi da distruggerlo prima. Quel sentimento non è sentimentalismo. È coscienza. È appartenenza. È ricordarsi che non siamo padroni del mondo, siamo ospiti. Ospiti rumorosi, spesso maleducati, con una tendenza preoccupante a rompere i soprammobili, ma pur sempre ospiti.

E allora sì, nel piccolo si può fare qualcosa. Non sempre grandi gesti, non sempre imprese eroiche. A volte basta dire no. Non accettare tutto. Non ridere alle battute crudeli. Non condividere odio. Non giustificare l’ingiustizia perché conviene. Non trattare la natura come un fondale. Non confondere il successo con il valore. Non diventare complici per quieto vivere. Non rifugiarsi nel branco solo perché il branco fa rumore e il rumore, si sa, rassicura chi ha paura del silenzio.

Essere se stessi fino alla fine non significa restare uguali. Significa restare fedeli a ciò che conta, anche mentre si cambia. Significa attraversare gli anni senza consegnare il cuore al primo banco dei pegni. Significa imparare, correggersi, chiedere scusa, resistere alla tentazione di diventare amari. L’amarezza è facile. È una poltrona comoda. Ci si siede sopra e si inizia a spiegare che il mondo fa schifo, che i giovani non capiscono, che una volta sì, che oggi no, che tutto è perduto. È una pensione anticipata dello spirito.

La resilienza vera non è sorridere sempre come idioti davanti al disastro. Non è quella robaccia motivazionale da palestra dell’anima, con frasi stampate sulle tazze e tramonti rubati a internet. La resilienza vera è continuare a sentire senza farsi distruggere. È restare teneri senza diventare ingenui. È restare giusti senza diventare fanatici. È restare aperti senza farsi saccheggiare. È sapere che il dolore esiste, che la perdita esiste, che la vecchiaia arriva, che la morte fa parte del contratto, anche se nessuno ricorda di averlo firmato, e tuttavia continuare ad amare.

Questo, forse, è il punto.

Il magone è amore che sale.

Amore per chi non c’è più e continua a camminarti accanto. Amore per chi c’è ancora e magari non sa quanto sia importante. Amore per il mondo, nonostante tutto quello che il mondo fa per rendersi insopportabile. Amore per la giustizia, anche quando sembra sconfitta. Amore per la natura, anche quando viene ferita. Amore per la vita, anche quando il corpo scricchiola e la mente torna indietro, lungo strade che non si possono più percorrere se non con la memoria.

E se un giorno, guidando da solo, una vecchia canzone ti prende alla sprovvista e ti ritrovi con gli occhi lucidi, non vergognarti. Non abbassare subito il volume. Non fare finta di niente. Non dire “sarà la stanchezza”. Forse sì, sarà anche la stanchezza. Ma forse è qualcosa di più. Forse è la tua parte migliore che bussa. Forse è tuo padre, tua madre, un amico, un amore, un tempo passato, un bambino che eri, un uomo che stai diventando, tutti seduti per un momento nello stesso abitacolo.

Lasciali salire.

Non devi piangere per forza. Non devi spiegarti. Non devi dimostrare niente a nessuno. Devi solo riconoscere quella forza silenziosa che ti attraversa. Perché non sei meno uomo, meno adulto, meno saldo, meno capace se ti commuovi. Sei più intero. E in un mondo che cerca continuamente di dividerci, indurirci, venderci pezzi di identità preconfezionata, essere interi è già una forma di ribellione.

Io, oggi, so di non provenire da una famiglia ricca nel senso in cui il mondo misura la ricchezza. Ma ho capito, ancora una volta grazie a mio padre, dove sta la vera ricchezza. Sta in ciò che ti resta dentro quando tutto il resto perde importanza. Sta nella capacità di sentire. Di amare. Di provare pietà senza vergogna. Di non diventare indifferente. Di guardare il dolore degli altri e non dire “non mi riguarda”. Di guardare la bellezza e non volerla possedere. Di attraversare la vecchiaia non come una resa, ma come una forma più profonda di presenza.

E allora sì, sono contento. Amorevolmente contento. Felice e fiero di sentire crescere dentro di me questa commozione che un tempo forse non avrei saputo nominare. Fiero di questo magone che non mi toglie forza, ma me la restituisce più pulita. Fiero di non essere diventato pietra. Fiero di portare mio padre dentro e accanto, come si porta una luce che non abbaglia ma orienta.

Grazie papà.

Perché alla fine, in questa grande confusione chiamata vita, tra canzoni vecchie, strade lunghe, guerre nuove, natura ferita, ignoranza rumorosa e amore che resiste come erba tra le crepe del cemento, forse la verità è semplice. Non siamo vivi quando non sentiamo dolore. Siamo vivi quando quel dolore non ci impedisce di amare.

E se quel magone sale, lascialo salire.

Non è debolezza.

È il cuore che si ricorda ancora da che parte stare.

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Il Venerabile Ordine del Biscotto Spezzato è un blog ironico e contemplativo, dove spiritualità e dolcezza si incontrano tra briciole e riflessioni. Qui si parla di religione nel mondo, ma anche di quanto tutte le religioni siano, in fondo, invenzioni umane. Il vero divino? Lo troviamo nella natura, nel silenzio, nei piccoli gesti, e sì… anche nei biscotti che si rompono prima d’essere inzuppati. Il tono è rilassato, a volte filosofico, spesso scanzonato. C’è spazio per miti, leggende, cammini spirituali e passeggiate nei boschi. Niente fanatismi, solo morbide illuminazioni. Un luogo per chi cerca domande più che risposte, conforto più che verità. Prenditi una pausa, spezza un biscotto e leggi in pace.

~ Sergio De Amicis

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