Il successo dà fastidio. Soprattutto a chi ti abbraccia mentre ti pugnala

Ah, il successo. Quella creatura mitologica che tutti giurano di voler incontrare, ma che quando finalmente si materializza alla tua porta, ti accorgi che molti dei tuoi conoscenti stanno già scavando la fossa dietro casa tua, rigorosamente con il sorriso. Lo invocano, lo desiderano, lo usano come hashtag motivazionale sotto foto in palestra o davanti al laptop con il caffè, ma poi… quando lo raggiungi tu, ecco il miracolo della transustanziazione: da amici a frenatori seriali, da sostenitori a meteorologi del tuo fallimento imminente. Non è che ti odiano, eh. Semplicemente non riescono a sopportare che ce l’hai fatta tu, e non loro.

Certo, all’inizio pensi sia solo una tua impressione. Ti dici che forse sei diventato un po’ suscettibile, che magari ti stai montando la testa e vedi ostilità dove c’è solo indifferenza. Poi però succede quella cosa curiosa. Incontri la cugina che ti guardava sempre con tenerezza e ti dice “complimenti eh, però attento che la ruota gira”, e capisci che non era affetto ma pietà, e che ora che sei tu quello sulla cresta dell’onda, lei si augura una bella tsunami. In quel momento ti è tutto chiaro: il successo non è un traguardo, è una cartina tornasole. Ti rivela chi ti circonda. E lo fa senza pietà.

Il problema non è solo l’invidia, che pure è antica come l’invenzione del vicino di casa. È il fatto che il tuo successo costringe gli altri a fare i conti con la propria immobilità. Se tu ti muovi, loro si sentono fermi. Se tu hai trovato una via, loro devono ammettere che quella via non l’hanno nemmeno cercata. Il tuo movimento, insomma, li destabilizza. E quindi cosa fanno? Cercano di farti fermare. Per il tuo bene, ovviamente. “Non lavorare troppo”, “Non ti stressare”, “Goditi la vita”. Sottotesti: “Non ci far sentire in colpa per non aver fatto niente”.

E qui subentra una dinamica ancora più sottile, più bastarda: l’affetto tossico. Quello che ti accarezza mentre ti dice “stai esagerando”. Ti vuole bene, certo. Ma ti vuole fermo. Altrimenti perde il controllo. Perché tu che cambi, tu che evolvi, diventi un problema di confronto. Non sei più parte del gruppo di lamentosi del lunedì, non ti lamenti più del capo, non ti va più di stare ore a parlare male di tizio o caio. Hai da fare. Hai da vivere. E allora diventano sospettosi. Perché la mediocrità ama compagnia, e tu stai rovinando il clima.

Il paradosso, infatti, è che il successo è considerato universalmente positivo, ma socialmente destabilizzante. Nessuno ti dirà mai “non mi piace che tu abbia avuto successo”, ma lo penseranno in tanti. E non perché sei antipatico o arrogante, ma perché hai rotto l’equilibrio di relazioni basate sull’omologazione. La frase “è cambiato” diventa un’accusa. Come se crescere fosse un tradimento, e non l’unica cosa sana da fare.

In Italia poi, abbiamo questa cultura del “chi si loda s’imbroda” e del “non montarti la testa” che trasforma ogni slancio in colpa. Non devi brillare troppo. Devi brillare il giusto. Giusto per non dare fastidio. Giusto per non far venire crisi esistenziali agli altri. E se proprio vuoi avere successo, fallo con modestia, cioè senza farlo notare. Altrimenti ti accusano di aver cambiato compagnia, di essere diventato irraggiungibile. Non è che sei irraggiungibile: è che stai facendo altro. Tipo vivere. E questo, a chi è fermo, fa paura.

Poi ci sono quelli che la sfortuna la portano come una seconda pelle. Non te la augurano, ma te la trasmettono. Ti dicono “bravissimo” e subito dopo si rompe qualcosa. Ogni volta che li incontri ti succede qualcosa di storto: un cliente che sparisce, un progetto che slitta, un giramento di palle senza motivo apparente. E tu non ci credi, ma cominci a pensare che forse è davvero energia. Loro sono centrali elettriche di negatività, e tu stai tentando di ricaricarti lì dove si spengono i sogni.

E guai a parlarne. Se provi a dire che ti sembra che molti ti stiano remando contro, vieni accusato di vittimismo, di arroganza, o di egocentrismo. Perché “non tutto ruota intorno a te”. Ma quando sei tu a metterci tutto te stesso, e ti accorgi che le energie esterne sono più zavorra che vento in poppa, qualche domanda è lecita.

La verità è che quando hai successo, si rimescolano le carte. Chi ti era vicino perché aveva bisogno di te comincia a sentirsi inutile. Chi ti amava per come eri, adesso ti vede come una minaccia. E chi ti stimava, ora ti teme. Ma non perché sei diventato cattivo, ma perché stai andando avanti. E chi resta, rosica.

Il successo è una radiografia delle relazioni. Ti mostra chi sono davvero le persone. Alcuni ti seguono, altri ti ostacolano, altri ancora scompaiono. Ma va bene così. Perché il successo vero, quello sano, è quello che ti fa dire: “Sto facendo ciò che amo, con chi amo, e come voglio”. Tutto il resto sono applausi finti.

E allora? Che si fa? Si rinuncia? Si torna piccoli, invisibili, umiliati per accontentare tutti? No. Si accetta che il successo ha un costo. E che il costo spesso non è la fatica, ma la solitudine. Una solitudine che però è pulita, lucida, libera. Perché finalmente puoi distinguere. Puoi scegliere. E puoi lasciare indietro chi ti vuole solo per tenerti giù.

E se ti dicono: “Hai cambiato”, tu rispondi: “Meno male”. Perché cambiare è crescere. È svegliarsi. È staccarsi da quella melma affettiva che ti vuole sempre uguale, sempre disponibile, sempre lì, anche quando lì non vuoi più starci.

Il successo è uno specchio, sì. Ma anche una finestra. Da cui guardare il mondo con occhi nuovi. E da cui, se serve, buttare giù chi ancora ti dice che devi ridimensionarti. Ridimensionarsi è un verbo che lasciamo volentieri ai quadri storti. Noi, invece, andiamo dritti. Anche se ci tirano i sassi.

Amen. E se qualcuno ti rema contro, fissa la vela. E goditi il vento.

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Il Venerabile Ordine del Biscotto Spezzato è un blog ironico e contemplativo, dove spiritualità e dolcezza si incontrano tra briciole e riflessioni. Qui si parla di religione nel mondo, ma anche di quanto tutte le religioni siano, in fondo, invenzioni umane. Il vero divino? Lo troviamo nella natura, nel silenzio, nei piccoli gesti, e sì… anche nei biscotti che si rompono prima d’essere inzuppati. Il tono è rilassato, a volte filosofico, spesso scanzonato. C’è spazio per miti, leggende, cammini spirituali e passeggiate nei boschi. Niente fanatismi, solo morbide illuminazioni. Un luogo per chi cerca domande più che risposte, conforto più che verità. Prenditi una pausa, spezza un biscotto e leggi in pace.

~ Sergio De Amicis

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