Ci sono momenti nella vita in cui un uomo adulto, un professionista con quasi quarant’anni di carriera alle spalle, più di settemila interventi chirurgici eseguiti con mani che non tremano mai, si siede davanti a una telecamera e piange. Non piange perché ha perso un paziente sul tavolo operatorio, non piange per stanchezza, non piange per un dolore personale. Piange perché ha visto qualcosa che le parole della scienza medica non sono in grado di descrivere, qualcosa che la lingua italiana, con tutta la sua ricchezza lessicale e la sua tradizione poetica, fatica a contenere in una frase che abbia senso. Piange perché ha visto bambini colpiti alla testa da proiettili, bambini dilaniati dalle bombe, bambini affamati che si avvicinano ai medici stranieri non per chiedere cure ma per chiedere un pasto. E piange perché sa, con la lucidità brutale di chi ha dedicato la vita a riparare corpi umani, che quello a cui ha assistito non è umano. “Non è umano” sono le parole esatte che ha pronunciato Gian Franco Veraldi, direttore dell’Unità Operativa Complessa di Chirurgia Vascolare dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Integrata di Verona, durante una diretta televisiva su RaiNews 24 il 12 febbraio 2026, il giorno stesso del suo rientro in Italia dopo un mese trascorso nell’ospedale Al Shifa di Gaza. Un mese che gli ha cambiato la vita e che dovrebbe cambiare anche la nostra, se solo avessimo il coraggio di ascoltare davvero cosa ha raccontato.
Ma partiamo dall’inizio, perché questa storia merita di essere compresa nella sua interezza, dalla formazione accademica di un chirurgo d’eccellenza fino al momento in cui quel chirurgo si è trovato a operare con strumenti che lui stesso ha definito “assolutamente inadeguati”, senza ecografi, senza TAC, senza le tecnologie diagnostiche che nel 2026 consideriamo indispensabili persino per un’appendicite, figuriamoci per una ricostruzione vascolare microchirurgica. Gian Franco Veraldi non è un volontario qualsiasi. Non è un giovane idealista al primo viaggio umanitario, non è un attivista che si è improvvisato medico, non è un personaggio in cerca di visibilità mediatica. È uno dei chirurghi vascolari più esperti e riconosciuti d’Europa, un professionista il cui curriculum vitae si legge come un romanzo di successi scientifici e clinici che farebbero impallidire la maggior parte dei colleghi del continente. Oltre tredicento ricostruzioni aortiche, quasi duemila rivascolarizzazioni periferiche, più di millecento rivascolarizzazioni cerebrali: numeri che parlano da soli, numeri che raccontano una vita intera dedicata a salvare vite attraverso la precisione millimetrica delle mani e la profondità enciclopedica della conoscenza anatomica. Il suo indice h, quel parametro bibliometrico che misura l’impatto della produzione scientifica di un ricercatore, era salito a diciotto nel 2026, con un indice i10 di venti pubblicazioni che avevano superato le dieci citazioni ciascuna, segno che il suo contributo alla letteratura medica internazionale non era stato marginale o decorativo ma sostanziale e influente. Quest’uomo, questo scienziato, questo clinico raffinato abituato alle sale operatorie più attrezzate d’Italia, ha deciso a sessantuno anni di partire per Gaza.
La domanda che dobbiamo porci, prima di addentrarci nel racconto di quello che ha trovato laggiù, è una domanda scomoda ma necessaria: perché un professionista al vertice della carriera, con una posizione istituzionale sicura e prestigiosa, sceglie volontariamente di andare in un luogo dove oltre mille operatori sanitari sono stati uccisi nel biennio 2023 e 2024, dove la ricerca pubblicata sull’European Journal of Public Health ha documentato che il rischio di mortalità per il personale medico era fino a sei volte superiore a quello della popolazione generale, un dato che supera di gran lunga qualsiasi statistica registrata nei conflitti contemporanei? Perché un uomo che potrebbe legittimamente trascorrere gli ultimi anni della carriera raccogliendo i frutti di decenni di lavoro sceglie invece di mettere a rischio la propria vita in una zona di conflitto attivo? La risposta, per quanto possa sembrare retorica, è in realtà molto semplice e profondamente disturbante nella sua semplicità: perché è un medico. E un medico, quando sa che da qualche parte nel mondo le persone muoiono perché non c’è nessuno che sappia tenerle in vita, sente un richiamo che va oltre il contratto di lavoro, oltre la prudenza personale, oltre il calcolo razionale dei rischi e dei benefici. È un richiamo che affonda le radici nel giuramento di Ippocrate, certo, ma anche in qualcosa di più antico e più profondo, in quell’impulso fondamentalmente umano che ci spinge a correre verso chi soffre invece di voltarci dall’altra parte.
L’11 gennaio 2026 Veraldi è partito da Verona sotto l’egida di Palmed Europe, un’organizzazione non governativa affiliata all’Organizzazione Mondiale della Sanità, fondata nel 2009 con sede a Brescia, che si definisce indipendente, senza fini di lucro e senza affiliazione politica o religiosa, dedicata alla mobilitazione di personale medico qualificato a supporto dei sistemi sanitari palestinesi e dei campi profughi. Palmed Europe era stata particolarmente attiva dall’inizio del conflitto in corso a Gaza, organizzando multiple delegazioni mediche per fornire servizi chirurgici e medici d’emergenza in un sistema sanitario progressivamente devastato dalla violenza in corso. Ma nessuna briefing preparatorio, nessun rapporto letto a tavolino, nessuna statistica consultata sul computer dell’ufficio veronese poteva preparare Veraldi a quello che avrebbe trovato.
L’ospedale Al Shifa, ci racconta Veraldi con la voce ancora incrinata dall’emozione, era stato “l’orgoglio e il gioiello della sanità palestinese”. Questa frase, apparentemente semplice, contiene un’informazione cruciale che spesso sfugge nella narrazione mediatica corrente: Gaza aveva un sistema sanitario. Non era un deserto medico prima del conflitto, non era una terra di barbarie priva di competenze e strutture. L’ospedale Al Shifa era un centro medico funzionante, con reparti specializzati, apparecchiature diagnostiche, personale formato, protocolli operativi. Era un ospedale vero, di quelli dove si faceva medicina vera, dove i pazienti venivano curati con gli standard della medicina contemporanea. Quello che Veraldi ha trovato al suo arrivo nel gennaio 2026 era qualcosa di radicalmente diverso: un’istituzione sanitaria ridotta a condizioni che rendevano quasi irriconoscibile la pratica della medicina moderna. La sua testimonianza è stata esplicita e inequivocabile: era impossibile eseguire qualsiasi indagine diagnostica per immagini nell’ospedale. Niente ecografie, niente tomografia computerizzata. Per un chirurgo vascolare, questa affermazione equivale a dire che gli hanno chiesto di guidare un aereo bendato. La chirurgia vascolare moderna si fonda sulla capacità di visualizzare l’anatomia dei vasi sanguigni prima, durante e dopo l’intervento. Senza imaging, un chirurgo vascolare è costretto a operare con un’incertezza anatomica che riporta la pratica chirurgica a prima della metà del ventesimo secolo, quando i medici dovevano affidarsi esclusivamente alla palpazione e all’ispezione diretta per capire cosa stava succedendo all’interno del corpo del paziente. Veraldi ha dichiarato esplicitamente di aver eseguito interventi di microchirurgia utilizzando strumenti “assolutamente inadeguati” per il tipo di procedura richiesta. Provate a immaginare cosa significa: un chirurgo di fama internazionale, abituato a lavorare con la tecnologia più avanzata disponibile, si trova a tentare ricostruzioni vascolari microscopiche con ferri che non sono progettati per quel tipo di lavoro, in un ambiente privo di qualsiasi supporto diagnostico, su pazienti che presentano ferite da esplosione e da arma da fuoco la cui complessità richiederebbe in circostanze normali un’équipe multidisciplinare e ore di pianificazione preoperatoria basata su imaging ad alta risoluzione.
E qui arriviamo al cuore pulsante e sanguinante di questa storia, al punto in cui il racconto clinico diventa racconto morale, dove la descrizione tecnica si trasforma in denuncia etica, dove il linguaggio preciso della scienza medica cede il passo al grido dell’anima umana. Perché Veraldi, durante quella diretta su RaiNews 24 attraverso il programma “Mattina 24”, non ha parlato solo di strumenti inadeguati e apparecchiature mancanti. Ha parlato di bambini. Bambini colpiti alla testa. Bambini dilaniati dalle bombe. Bambini la cui unica colpa, ha detto con una voce che si spezzava sotto il peso delle parole, era stata quella di avvicinarsi troppo alla “linea gialla”, la demarcazione stabilita nell’ambito dell’accordo di cessate il fuoco. Bambini uccisi per aver camminato qualche metro di troppo nella direzione sbagliata. Bambini il cui corpo piccolo e fragile era diventato il campo di battaglia su cui si misurava la distanza tra la civiltà e la barbarie, tra l’umanità e la sua negazione. E poi c’erano gli altri bambini, quelli ancora vivi ma affamati, che si avvicinavano ai medici stranieri in uscita dall’ospedale non per chiedere medicine ma per chiedere qualcosa da mangiare. Veraldi ha descritto questa scena come “ugualmente drammatica” rispetto alla carenza di risorse mediche, dimostrando una comprensione che va ben oltre la competenza chirurgica: la consapevolezza che la cura medica non può avere successo in un contesto di sofferenza generalizzata dell’intera popolazione. Puoi operare il bambino, puoi suturare la ferita, puoi fermare l’emorragia con le tue mani esperte e i tuoi strumenti inadeguati, ma se quel bambino, una volta uscito dall’ospedale, non ha nulla da mangiare, la tua chirurgia diventa un esercizio di futilità tragica, un tentativo di svuotare l’oceano con un cucchiaino.
Il momento in cui Veraldi ha pianto in diretta televisiva non è stato un incidente, non è stato un cedimento professionale, non è stato un momento di debolezza. È stato il momento più potente e più necessario di tutta la sua carriera. Perché le lacrime di un chirurgo che ha visto settemila corpi aperti sul tavolo operatorio senza mai perdere il controllo, le lacrime di un uomo che ha tenuto nelle mani aorte squarciate e arterie occluse con la calma olimpica di chi sa che il tremore di un dito può significare la morte del paziente, quelle lacrime raccontano qualcosa che nessun rapporto dell’OMS, nessuna statistica delle Nazioni Unite, nessun editoriale del Lancet può comunicare con la stessa forza. Raccontano che quello che sta succedendo ai bambini di Gaza è talmente oltre i confini dell’accettabile che persino un uomo formato per affrontare la morte con distacco professionale non riesce più a contenere la propria umanità. “Non è umano” ha ripetuto più volte durante la trasmissione, e la ripetizione ossessiva di questa frase non era un difetto retorico ma l’unica risposta possibile dell’intelletto e del cuore di fronte all’inimmaginabile. Quando un medico dice “non è umano”, non sta usando una metafora. Sta formulando una diagnosi. Sta dicendo che quello che ha visto si colloca al di fuori dei parametri di ciò che una società civile può tollerare e ancora definirsi tale.
Per comprendere la portata di ciò che Veraldi ha testimoniato, è necessario allargare lo sguardo e guardare il quadro complessivo della catastrofe sanitaria di Gaza, un quadro che farebbe vergognare qualsiasi epoca storica di cui abbiamo memoria documentata. Nel novembre 2023, circa il settanta per cento degli ospedali di Gaza era diventato inutilizzabile come risultato diretto dei bombardamenti israeliani. Non stiamo parlando di danni parziali, di finestre rotte e muri crepati. Stiamo parlando della distruzione quasi totale dell’infrastruttura ospedaliera sulla quale si reggeva il sistema sanitario di un territorio abitato da circa due milioni di persone. Due milioni di esseri umani, tra cui centinaia di migliaia di bambini, privati di colpo dell’accesso alle cure mediche in un contesto di violenza attiva che produceva ogni giorno nuove vittime bisognose di assistenza chirurgica d’emergenza. Le strutture ospedaliere rimaste parzialmente funzionanti si trovavano a gestire una concentrazione di domanda sanitaria che nessun sistema al mondo sarebbe in grado di assorbire: pronto soccorso invasi da pazienti con ferite da bomba e da arma da fuoco, mentre contemporaneamente quegli stessi ospedali dovevano garantire l’assistenza per le malattie croniche, la salute materna e infantile, le necessità mediche quotidiane di un’intera popolazione civile. Medici Senza Frontiere ha documentato che la clinica di Gaza City, ormai ridotta a una struttura di tende, riceveva centinaia di pazienti alla settimana. Pazienti con arti amputati, ustioni gravi, traumi complessi, accanto a malati cronici le cui patologie erano diventate ingestibili per la totale assenza di farmaci. Nel gennaio 2026, i funzionari ospedalieri hanno riferito ai media internazionali che i vaccini antinfluenzali e i farmaci antivirali erano completamente esauriti mentre l’incidenza delle malattie respiratorie era in aumento: una situazione nella quale la medicina preventiva e il trattamento di base per le comuni malattie infettive erano divenuti totalmente indisponibili, aprendo la strada a crisi epidemiologiche secondarie che si sovrapponevano alla crisi umanitaria primaria del conflitto.
Ora, facciamo un esercizio mentale che potrebbe risultare sgradevole ma che è necessario per comprendere la dimensione morale di questa catastrofe. Immaginate di essere un genitore. Immaginate che vostro figlio si ammali. Non di una malattia rara, non di un tumore maligno, non di una patologia per cui serve uno specialista che si trova solo in tre ospedali al mondo. Si ammala di influenza. Di una banalissima influenza che nel vostro paese si cura con il paracetamolo, il riposo e magari un brodo caldo. Ma immaginate che non ci sia paracetamolo. Che non ci sia un medico a cui portarlo. Che l’ospedale più vicino sia stato bombardato la settimana scorsa. Che quello ancora in piedi sia pieno di bambini con ferite da schegge di bomba e non abbia tempo, spazio o medicine per occuparsi di un’influenza. Immaginate di guardare vostro figlio peggiorare giorno dopo giorno sapendo che in qualsiasi altro posto del mondo, a qualsiasi altra latitudine, quella malattia sarebbe stata curata in tre giorni con farmaci che costano meno di un caffè. Ecco, adesso moltiplicate questa immagine per due milioni di persone e avrete un’idea approssimativa, ancora gravemente insufficiente ma almeno vagamente orientativa, di quello che sta accadendo a Gaza. E adesso pensate ai bambini che Veraldi ha visto avvicinarsi ai medici per chiedere cibo. Pensate a cosa significa avere fame, vera fame, quella che non è il languorino delle undici del mattino quando avete saltato la colazione, ma la fame che ti svuota il corpo e la mente, la fame che nei bambini piccoli compromette lo sviluppo cerebrale in modo irreversibile, la fame che uccide lentamente e silenziosamente senza bisogno di bombe o proiettili.
Il teologo e filosofo Hans Jonas scrisse che il principio fondamentale dell’etica moderna dovrebbe essere la responsabilità verso le generazioni future, verso coloro che non hanno ancora voce e che dipendono interamente dalle scelte degli adulti. Ebbene, i bambini di Gaza sono esattamente questo: esseri umani che dipendono interamente dalle scelte degli adulti. Adulti che decidono di bombardare, adulti che decidono di non intervenire, adulti che decidono di cambiare canale quando il telegiornale mostra immagini troppo disturbanti, adulti che decidono che la geopolitica è complicata e che non si può prendere posizione, adulti che decidono che in fondo non è un problema loro. L’etica cristiana, con la parabola del Buon Samaritano raccontata nel Vangelo di Luca (10, 25 a 37), pone una domanda che attraversa i millenni senza perdere un grammo della sua forza provocatoria: chi è il mio prossimo? E la risposta, scandalosa allora come adesso, è che il prossimo non è chi ti somiglia, chi parla la tua lingua, chi prega il tuo dio, chi vive nel tuo quartiere. Il prossimo è chiunque soffra e che tu hai il potere di aiutare. Il sacerdote e il levita che passano dall’altra parte della strada vedendo l’uomo ferito non sono malvagi in senso attivo: non lo colpiscono, non lo derubano, non gli augurano la morte. Semplicemente decidono che non li riguarda. E in questa decisione, in questo voltarsi dall’altra parte, risiede una colpa che la tradizione cristiana considera non meno grave dell’azione direttamente lesiva. Nella tradizione islamica, il concetto di zakat, il dovere di condividere la propria ricchezza con chi è nel bisogno, e il principio più ampio di giustizia sociale che permea l’intero Corano, stabiliscono obblighi analoghi di solidarietà verso chi soffre, indipendentemente dalla sua appartenenza tribale, etnica o nazionale. Nella tradizione ebraica, il concetto di tikkun olam, la riparazione del mondo, impone un dovere attivo di contribuire alla giustizia e alla compassione come fondamenti dell’ordine cosmico. Ogni grande tradizione religiosa e ogni grande sistema etico laico convergono su un punto che dovrebbe essere ovvio ma che evidentemente non lo è, visto che dobbiamo continuare a ripeterlo mentre i bambini continuano a morire: la vita umana ha un valore assoluto e inviolabile, e la vita di un bambino, di qualsiasi bambino, ovunque nel mondo, vale esattamente quanto la vita del nostro bambino.
Ma torniamo a Veraldi, perché la sua storia non è solo una storia di testimonianza. È anche una storia di coraggio istituzionale e di scelta personale che merita di essere analizzata nella sua complessità. Veraldi non è un freelance della solidarietà. È un dipendente pubblico del Sistema Sanitario Nazionale italiano, un direttore di unità operativa complessa che ha responsabilità gestionali e cliniche quotidiane. La sua assenza per un mese dall’ospedale di Verona ha comportato riorganizzazioni, coperture, spostamenti di attività chirurgiche programmate. Non è partito a cuor leggero e non è partito senza conseguenze per la propria struttura. Ha fatto una scelta che ha avuto un costo professionale e personale, una scelta che molti suoi colleghi in posizioni analoghe non fanno e non faranno mai, non per cattiveria ma per quella prudenza calcolata che caratterizza chi ha molto da perdere e preferisce non rischiare. Ed è proprio per questo che la sua testimonianza ha un peso specifico che la distingue da mille altre denunce ugualmente legittime ma meno incisive: perché proviene da un uomo che ha messo in gioco qualcosa di concreto, che ha rinunciato a qualcosa di reale, che ha accettato un rischio autentico per il solo motivo che sentiva di doverlo fare.
La risposta della comunità medica italiana al conflitto di Gaza, per quanto frammentaria e insufficiente rispetto alla scala della catastrofe, ha mostrato segni di mobilitazione che meritano di essere registrati. Tra duecento e duecentocinquantacinque ospedali italiani hanno partecipato ad azioni di solidarietà e coordinamento con le organizzazioni umanitarie. La regione Emilia Romagna, in un gesto di concreta apertura che va oltre le dichiarazioni di principio, ha accolto dal febbraio 2026 pazienti pediatrici oncologici da Gaza, tra cui una donna di trentadue anni con una neoplasia oculare ammessa all’Arcispedale Santa Maria Nuova di Reggio Emilia e un bambino di undici anni con patologia oncologica ematologica trasferito all’Ospedale dei Bambini di Parma. Dall’inizio del conflitto nell’agosto 2024, la regione aveva accolto tredici pazienti in totale, prevalentemente minori, insieme a quarantadue familiari. Numeri piccoli, microscopici rispetto ai circa diciottomila palestinesi in attesa di evacuazione medica, ma ciascuno di quei numeri corrisponde a un nome, un volto, una vita salvata o prolungata. E ciascuna di quelle accoglienze rappresenta una decisione istituzionale che qualcuno, da qualche parte, ha avuto il coraggio e la volontà di prendere.
Eppure, e qui il tono si fa inevitabilmente più amaro, la sproporzione tra la scala della catastrofe e la scala della risposta internazionale rimane abissale. Parliamo di un territorio in cui il settanta per cento delle strutture ospedaliere è stato distrutto. Parliamo di un luogo in cui i medici operano senza ecografi e senza TAC. Parliamo di bambini che muoiono di fame accanto a ospedali che non hanno più medicine. E parliamo di una comunità internazionale che continua a produrre comunicati, risoluzioni, espressioni di preoccupazione e appelli alla moderazione con la stessa efficacia con cui si tenta di spegnere un incendio lanciandoci sopra dei foglietti di carta velina. L’articolo 147 della Quarta Convenzione di Ginevra stabilisce con chiarezza cristallina che la distruzione deliberata di ospedali e strutture sanitarie costituisce una grave violazione del diritto internazionale umanitario. Eppure gli ospedali di Gaza continuano a essere colpiti, e il mondo continua a guardare, commentare, twittare e passare oltre. Il principio di proporzionalità nel diritto internazionale umanitario, codificato nel Protocollo Addizionale I alle Convenzioni di Ginevra del 1977, proibisce attacchi che causino danni civili eccessivi rispetto al vantaggio militare concreto e diretto previsto. Eppure i bambini di Gaza continuano a essere colpiti alla testa per essersi avvicinati troppo a una linea gialla tracciata sulla sabbia, e qualcuno, da qualche parte, continua a considerare questo un “danno collaterale accettabile”.
C’è un concetto nella filosofia morale che si chiama “distanza psicologica” e che spiega, almeno in parte, come sia possibile che milioni di persone benestanti e istruite possano vivere le proprie vite quotidiane con sostanziale serenità mentre a poche ore di volo bambini della stessa età dei loro figli muoiono di fame e di ferite. La distanza psicologica funziona come un anestetico: più l’oggetto della sofferenza è lontano, geograficamente, culturalmente, etnicamente, linguisticamente, meno la sofferenza ci tocca, meno ci sentiamo coinvolti, meno sentiamo il dovere morale di agire. È un meccanismo di difesa comprensibile e in una certa misura inevitabile: se sentissimo fisicamente il dolore di ogni essere umano sofferente sulla faccia della Terra, impazziremmo nel giro di poche ore. Ma la distanza psicologica diventa complice della barbarie quando viene utilizzata consapevolmente per giustificare l’inazione, quando diventa una scusa per non guardare, quando si trasforma in un alibi per continuare a vivere come se nulla stesse accadendo. E qui entra in gioco il ruolo cruciale di testimoni come Veraldi: la loro funzione non è solo medica, non è solo chirurgica, non è solo umanitaria. La loro funzione è di accorciare quella distanza psicologica, di costringerci a guardare attraverso i loro occhi, di portare nelle nostre case confortevoli e nei nostri salotti riscaldati la realtà cruda e non filtrata di quello che le nostre società, con il nostro silenzio e la nostra inazione, stanno permettendo che accada.
Papa Francesco, con la sua consueta capacità di colpire al cuore delle questioni morali con parole semplici e dirette, ha più volte definito il conflitto in corso una “pazzia” e ha invocato la protezione dei civili e in particolare dei bambini come imperativo assoluto. Il Pontefice ha ripetutamente chiesto corridoi umanitari, cessate il fuoco duraturo, accesso alle cure mediche per la popolazione civile. Le sue parole, pronunciate dalla finestra di Piazza San Pietro o nel corso delle udienze generali, risuonano con la stessa urgenza e la stessa frustrazione che si leggeva negli occhi di Veraldi durante quella diretta televisiva. Ma le parole, per quanto autorevoli e per quanto sincere, non fermano le bombe. Le parole non nutrono i bambini affamati. Le parole non restituiscono agli ospedali le apparecchiature diagnostiche distrutte. Le parole, da sole, non bastano. E questa è forse la lezione più dolorosa che la storia contemporanea ci sta impartendo: che viviamo in un’epoca in cui la comunicazione globale ci permette di sapere tutto in tempo reale, di vedere tutto, di documentare tutto, ma in cui questa conoscenza totale non si traduce in azione proporzionata. Sappiamo e non agiamo. Vediamo e non interveniamo. Piangiamo davanti alla televisione e poi cambiamo canale.
Dietrich Bonhoeffer, il teologo luterano che pagò con la vita la sua opposizione al nazismo, scrisse che il silenzio di fronte al male è esso stesso un male, e che non agire equivale ad agire, che non parlare equivale a parlare. Queste parole, scritte in un’Europa devastata da un’altra guerra e da un altro massacro di innocenti, hanno una risonanza agghiacciante nel contesto attuale. Chi tace acconsente non è solo un proverbio popolare: è un principio etico fondamentale che ogni tradizione morale degna di questo nome ha riconosciuto e codificato. E allora dobbiamo chiederci, con onestà brutale, dalla parte di chi stiamo quando scegliamo il silenzio. Dalla parte del sacerdote e del levita che passano dall’altra parte della strada? O dalla parte del samaritano che si ferma, che si sporca le mani, che mette a rischio la propria comodità per soccorrere lo sconosciuto ferito?
Veraldi ha scelto. Ha scelto di essere il samaritano. Ha scelto di fermarsi, di sporcarsi le mani, letteralmente, con il sangue dei bambini di Gaza. Ha scelto di operare con strumenti inadeguati in condizioni impossibili. Ha scelto di tornare e di raccontare. Ha scelto di piangere davanti alle telecamere, sapendo perfettamente che le lacrime di un uomo in diretta televisiva lo espongono a giudizi, commenti, analisi, critiche. Ha scelto la vulnerabilità, quella vulnerabilità che nella nostra cultura ossessionata dalla performance e dall’apparenza viene spesso confusa con la debolezza, ma che è in realtà la forma più pura e più potente di forza morale. Perché ci vuole infinitamente più coraggio a piangere davanti a milioni di spettatori per i bambini uccisi che a mantenere il contegno professionale e fornire un resoconto asettico e distaccato dei “dati sul campo”. I dati non piangono. Le statistiche non tremano. I rapporti delle organizzazioni internazionali non hanno la voce che si spezza. Ma gli esseri umani sì. E Veraldi, in quel momento, non era più il direttore dell’UOC di Chirurgia Vascolare dell’AOUI di Verona. Era un essere umano che aveva guardato negli occhi l’abisso e che l’abisso gli aveva guardato dentro.
Non possiamo concludere questa riflessione senza affrontare l’elefante nella stanza, quella creatura enorme e scomoda che tutti vedono e che molti preferiscono ignorare: la questione dei bambini. Perché in ogni conflitto della storia umana, i bambini sono le vittime più numerose, più vulnerabili e più ingiustificabili. Non esiste ragione strategica, non esiste imperativo di sicurezza, non esiste logica militare che possa rendere accettabile la morte di un bambino. Nessuna. Zero. Mai. In nessuna circostanza concepibile dall’intelletto umano o giustificabile davanti a qualsiasi tribunale, terreno o divino. Eppure i bambini di Gaza continuano a morire, colpiti alla testa da proiettili per essersi avvicinati a una linea gialla, dilaniati dalle bombe nelle loro case, nei loro letti, nelle braccia delle loro madri. E muoiono anche di fame, di malattie curabili, di infezioni che in qualsiasi altro contesto richiederebbero tre giorni di antibiotici e una settimana di riposo. Muoiono di assenza: assenza di cibo, assenza di medicine, assenza di protezione, assenza di dignità, assenza di futuro. Muoiono nella più assoluta e totale indifferenza di un mondo che ha gli strumenti tecnologici, le risorse economiche, le strutture istituzionali e le conoscenze mediche per impedire ogni singola di queste morti e che sceglie, consapevolmente e deliberatamente, di non farlo.
Janusz Korczak, il medico e pedagogo polacco che accompagnò volontariamente i bambini del suo orfanotrofio del ghetto di Varsavia nella camera a gas di Treblinka nel 1942, rifiutando le offerte di salvezza personale perché non volle abbandonare i suoi bambini, scrisse: “Non esistono bambini, esistono persone.” Questa frase, nella sua disarmante semplicità, contiene una verità rivoluzionaria: i bambini non sono una sottocategoria di esseri umani, non sono adulti in miniatura, non sono danni collaterali accettabili, non sono numeri in un bollettino di guerra. Sono persone. Persone con diritti, con sogni, con paure, con il diritto inalienabile a vivere, crescere, giocare, imparare, diventare adulti. Ogni bambino ucciso a Gaza è una persona assassinata. Ogni bambino affamato a Gaza è una persona a cui viene negato il diritto fondamentale al nutrimento. Ogni bambino che si avvicina a un medico straniero per chiedere un pasto è una persona che il mondo ha tradito.
In questo contesto, la figura di Veraldi assume una dimensione che trascende la biografia individuale e diventa simbolo di una scelta che ciascuno di noi è chiamato a compiere, non necessariamente partendo per una zona di guerra, non necessariamente rischiando la vita, ma certamente non restando indifferenti. La tradizione della dottrina sociale della Chiesa, da Leone XIII con la Rerum Novarum fino a Francesco con la Fratelli Tutti, ha costantemente affermato che la giustizia sociale non è un optional della vita cristiana ma il suo cuore pulsante, il banco di prova della fede autentica, il terreno su cui si misura la distanza tra il dire e il fare, tra il professare l’amore per il prossimo la domenica mattina in chiesa e il praticare quell’amore il lunedì mattina nelle scelte concrete della vita. Ma questa non è una questione esclusivamente cristiana. È una questione umana, universale, trasversale a ogni cultura, religione, ideologia, nazionalità. La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948, nata dalle ceneri della Seconda Guerra Mondiale e dall’orrore della Shoah, stabilisce all’articolo 3 che ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà e alla sicurezza della propria persona. All’articolo 25 stabilisce che ogni individuo ha diritto a un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della propria famiglia, con particolare riguardo all’alimentazione, al vestiario, all’abitazione, alle cure mediche. Questi non sono principi astratti. Sono impegni concreti che la comunità internazionale ha assunto e che sta violando quotidianamente, sistematicamente e impunemente a Gaza.
Dopo il rientro in Italia, Veraldi ha rilasciato ulteriori interviste e testimonianze attraverso vari media italiani, compresi video pubblicati su Instagram e circolati sulle piattaforme social. Queste testimonianze supplementari hanno fornito ulteriori dettagli sulle sue esperienze cliniche specifiche e hanno ribadito i temi della deprivazione di risorse e della crisi umanitaria che caratterizzavano la sua testimonianza principale. L’effetto cumulativo di molteplici testimonianze su diverse piattaforme mediatiche è stato quello di creare un arco narrativo sostenuto in cui un medico italiano senior e affermato forniva un resoconto dettagliato in prima persona del fallimento straordinario del sistema sanitario di Gaza. Ma quanto durerà l’attenzione? Quanto tempo passerà prima che il nome di Veraldi scompaia dai motori di ricerca, prima che la sua testimonianza venga sommersa dal rumore di fondo dell’informazione continua, prima che i bambini affamati e feriti di Gaza tornino a essere una notizia tra le altre, qualcosa che scorre nel feed dello smartphone tra un meme e una ricetta di cucina?
Questo è il paradosso crudele della testimonianza nell’era dell’informazione: tutto è documentato, tutto è accessibile, tutto è condiviso, e tutto viene dimenticato alla velocità con cui si scrolla una pagina. La saturazione informativa produce assuefazione emotiva. Vediamo talmente tante immagini di sofferenza che il nostro cervello, per autoconservazione, smette di reagire. E così il pianto di un chirurgo in diretta tv diventa un “contenuto virale” che viene condiviso, commentato, dimenticato nel giro di un ciclo di notizie. Ma i bambini di Gaza non vengono dimenticati. Continuano a essere lì, feriti, affamati, terrorizzati. Continuano a esistere anche quando smettiamo di guardarli.
E allora cosa possiamo fare, noi che leggiamo queste parole dal comfort delle nostre case, noi che abbiamo il privilegio di vivere in un paese in cui gli ospedali funzionano, in cui il cibo è disponibile, in cui i nostri figli possono andare a scuola senza il timore di essere colpiti alla testa per aver attraversato una linea tracciata sulla sabbia? Possiamo fare quello che Veraldi ha fatto, ciascuno nella misura delle proprie possibilità: possiamo non voltarci dall’altra parte. Possiamo informarci da fonti verificabili e non da slogan preconfezionati. Possiamo sostenere le organizzazioni umanitarie che lavorano sul campo. Possiamo chiedere ai nostri rappresentanti politici di agire con la determinazione che la situazione richiede. Possiamo rifiutare la narrazione che riduce esseri umani a statistiche e bambini a “danni collaterali”. Possiamo scegliere di essere samaritani e non leviti, testimoni e non spettatori, parte della soluzione e non del silenzio.
Gian Franco Veraldi tornerà nella sua sala operatoria di Verona. Tornerà a eseguire ricostruzioni aortiche con gli strumenti adeguati e le apparecchiature diagnostiche all’avanguardia. Tornerà alla routine di un chirurgo vascolare europeo di primo livello, con le sue liste d’attesa, le sue riunioni di reparto, i suoi studenti da formare, i suoi articoli da pubblicare. Ma non sarà più lo stesso uomo che era prima dell’11 gennaio 2026. Perché quello che ha visto a Gaza si è inciso nella sua memoria con la stessa permanenza di una cicatrice chirurgica, e come ogni buon chirurgo sa, le cicatrici non scompaiono. Si attenuano, si ammorbidiscono, si integrano nel tessuto circostante, ma restano. E restano per ricordare che lì, in quel punto, c’è stata una ferita. E la ferita di Gaza, la ferita dei bambini di Gaza, è una ferita che non riguarda solo Veraldi, non riguarda solo i medici, non riguarda solo i palestinesi. È una ferita dell’umanità intera. Ed è una ferita che non guarirà finché non smetteremo di infliggerla.
Perché alla fine, spogliata di tutta la complessità geopolitica, delle analisi strategiche, dei calcoli diplomatici, delle alleanze internazionali, delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza, dei veti incrociati, delle conferenze stampa e dei comunicati ufficiali, la questione si riduce a una domanda di una semplicità disarmante: è accettabile che nel 2026 un bambino muoia di fame davanti a un ospedale distrutto? Se la risposta è no, e la risposta non può che essere no, allora tutto il resto è conseguenza. E la conseguenza è che dobbiamo agire. Non domani. Non quando la situazione sarà più chiara. Non quando le elezioni saranno passate. Non quando il mercato azionario si sarà stabilizzato. Adesso. Come ha fatto Veraldi. Con le mani che abbiamo, con gli strumenti che abbiamo, anche quando sono inadeguati. Perché “inadeguato” è infinitamente meglio di “assente”. E “presente” è infinitamente meglio di “indifferente”.
Le lacrime di Veraldi sono un atto di accusa. Non contro un popolo, non contro una nazione, non contro un esercito. Sono un atto di accusa contro l’indifferenza. Contro quella forma raffinata e socialmente accettabile di crudeltà che consiste nel sapere e nel non agire, nel vedere e nel voltarsi, nel commuoversi per trenta secondi e nel dimenticare per trent’anni. Sono lacrime che ci chiedono di essere migliori di quello che siamo. Di essere all’altezza di quei principi di umanità, giustizia e compassione che scriviamo nelle nostre costituzioni, insegniamo nelle nostre scuole, predichiamo nei nostri luoghi di culto e tradiamo quotidianamente nelle nostre scelte collettive. Sono lacrime che ci ricordano, con la forza silenziosa dell’acqua che scava la roccia, che l’umanità non è un dato di fatto ma una conquista quotidiana, fragile e reversibile. E che quando un chirurgo con settemila interventi alle spalle piange in diretta televisiva dicendo “non è umano”, forse, solo forse, dovremmo smettere di cambiare canale e iniziare ad ascoltare.

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Il Venerabile Ordine del Biscotto Spezzato è un blog ironico e contemplativo, dove spiritualità e dolcezza si incontrano tra briciole e riflessioni. Qui si parla di religione nel mondo, ma anche di quanto tutte le religioni siano, in fondo, invenzioni umane. Il vero divino? Lo troviamo nella natura, nel silenzio, nei piccoli gesti, e sì… anche nei biscotti che si rompono prima d’essere inzuppati. Il tono è rilassato, a volte filosofico, spesso scanzonato. C’è spazio per miti, leggende, cammini spirituali e passeggiate nei boschi. Niente fanatismi, solo morbide illuminazioni. Un luogo per chi cerca domande più che risposte, conforto più che verità. Prenditi una pausa, spezza un biscotto e leggi in pace.

~ Sergio De Amicis

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