C’era un tempo in cui l’uomo non aveva ancora inventato la scrittura, ma già scriveva nella sabbia i suoi timori e nel cielo le sue speranze. Prima ancora che nascessero le città, prima ancora che il primo sacerdote alzasse lo sguardo verso il sole per trarne presagi, l’essere umano aveva cominciato a dialogare con l’invisibile. Il che, a ben pensarci, è esattamente quello che fanno i bambini piccoli quando parlano ai muri e alle sedie, con la differenza che i bambini, dopo un po’, smettono. L’umanità, invece, ha continuato. Ha continuato per undicimila anni documentati, e probabilmente per molto di più, con una tenacia che farebbe invidia a qualunque venditore porta a porta. L’invisibile non ha mai risposto in modo direttamente verificabile, ma questo non ha scoraggiato nessuno. Anzi. Più il silenzio era assordante, più le risposte si facevano elaborate, più i templi diventavano grandi, più i sacerdoti si moltiplicavano, e più le tasse aumentavano. Ma andiamo con ordine.
Il Medio Oriente, questo lembo di mondo a cavallo tra Asia, Africa ed Europa, non fu solo la culla della civiltà ma fu il teatro originario del sacro. Non per caso, e nemmeno per uno di quei misteriosi piani divini che si invocano a sostegno di tutto ciò che non si riesce a spiegare altrimenti. Fu per necessità brutale, concreta, geologica. Qui, tra il Tigri e l’Eufrate, il Nilo e il Giordano, la vita fioriva solo dove l’acqua si lasciava domare, e ogni piena o siccità poteva segnare la salvezza o la rovina di intere comunità. In un contesto del genere, l’idea di affidarsi all’imprevedibilità della natura senza cercare di dialogarci in qualche modo equivaleva a giocare a dadi col destino senza nemmeno conoscere le regole del gioco. Così l’uomo imparò presto che la natura non era solo madre benevola: era anche giudice severo, capriccioso e sostanzialmente sordo alle suppliche, almeno sul breve periodo. E iniziò a parlarle come si fa con un sovrano instabile: con molta diplomazia, molti doni, e il timore costante di sbagliare il tono.
A Göbekli Tepe, nella Turchia meridionale di oggi, gli archeologi hanno portato alla luce un complesso monumentale di pilastri di pietra intagliati con animali totemici, figure enigmatiche e simboli che ancora sfidano ogni interpretazione definitiva. Questi monoliti furono eretti oltre undicimila anni fa, in un’epoca in cui non esisteva ancora l’agricoltura, né la scrittura, né la ceramica. Klaus Schmidt, l’archeologo tedesco che guidò gli scavi per decenni fino alla sua morte nel 2014, documentò come il sito di Göbekli Tepe rovesci completamente la sequenza che si dava per scontata: non fu la sedentarietà a produrre la religione, ma fu forse la religione, o almeno la ritualità collettiva, a produrre la sedentarietà. Qualcuno, armato solo di strumenti di selce e di un’idea che nessuno sa ancora come definire con precisione, decise che era giusto radunare centinaia di persone, organizzare lavori monumentali, scolpire quei pilastri e disporli in cerchi. Per onorare chi, o cosa? Non lo sapremo mai con certezza. Ma una cosa è certa: la religione non nacque con l’abbondanza, ma con la paura. E questa è una notizia che ogni teologo dovrebbe leggere lentamente, possibilmente a stomaco vuoto.
Più tardi, quando i campi furono seminati e le prime città cominciarono a sollevare le loro torri sopra le pianure alluvionali della Mesopotamia, le religioni smisero di essere conversazioni intorno al fuoco e iniziarono a farsi sistema, burocrazia, potere. A Ur, a Lagash, a Uruk, le ziggurat salivano verso il cielo come scale architettate per dèi che nessuno aveva ancora visto di persona ma che tutti davano per scontato abitassero da qualche parte in alto, perché evidentemente il basso era già abbastanza affollato. Ogni città aveva il suo pantheon: Enki, dio dell’acqua dolce e della sapienza; Inanna, signora dell’amore e della guerra, combinazione che chiunque abbia avuto una storia complicata troverà perfettamente sensata; Marduk, che conquistò il primato tra gli dèi non per grazia o santità ma per forza bruta, come narrato nell’Enuma Elish, il poema babilonese della creazione risalente al secondo millennio avanti Cristo. I miti babilonesi narrano di mondi nati dal caos primordiale, di dèi che si sbranano tra loro con un entusiasmo degno di una riunione di condominio, di uomini creati come servi per alleggerire il peso del lavoro divino. Il che solleva una questione teologica interessante: se gli dèi avevano bisogno di operai, chi costruì il primo tempio agli dèi prima che esistessero gli operai? Ma non è il tipo di domanda che si poneva allora, e francamente non è il tipo di domanda che si pone neanche adesso, nei luoghi in cui sarebbe più urgente.
Le divinità antiche erano tutto fuorché eteree, distanti, spirituali nel senso contemporaneo del termine. Litigavano, bevevano, si vendicavano con la meticolosità di chi tiene i conti in un registro, imponevano tasse e carestie con una discrezionalità che farebbe invidia a qualunque ministero delle finanze moderno. Ma la cosa davvero notevole, quella che i manuali di storia delle religioni spesso sorvolano con l’eleganza di chi preferisce non imbarazzare nessuno, è che il tempio non era un luogo di contemplazione. Era il cuore economico e politico della città. Qui si conservavano i granai, si gestivano i contratti commerciali, si calcolavano le tasse, si registravano i matrimoni, si emettevano sentenze. Il sacerdote era l’intermediario tra cielo e terra, certamente, ma era anche l’amministratore dei beni comuni, il notaio, il giudice, il banchiere. Lo studioso Thorkild Jacobsen, nel suo lavoro fondamentale sulle istituzioni mesopotamiche, ha mostrato come il tempio sumero fosse sostanzialmente una holding finanziaria con annesso culto religioso, e non si capisce ancora bene quale delle due funzioni fosse quella principale. Forse nemmeno allora lo sapevano con certezza.
In Egitto, lungo il Nilo che ogni anno straripava con la puntualità di un funzionario pubblico particolarmente zelante, le cose seguivano una logica propria ma non troppo distante. Le divinità egiziane avevano teste di animali e corpi umani, combinazione che nella storia dell’arte produce risultati visivamente straordinari e nella storia della teologia produce domande che è meglio non fare ad alta voce in certi contesti. Erano custodi del Maat, il principio cosmico di ordine, giustizia ed equilibrio su cui si reggeva tutto, dal moto degli astri alla coltivazione del grano fino alla successione al trono, come ha analizzato con grande lucidità lo studioso Jan Assmann nei suoi lavori sul pensiero religioso dell’antico Egitto. Il faraone era dio incarnato, figlio di Ra, e il suo compito non era solo regnare nel senso amministrativo del termine: era mantenere l’equilibrio tra forze cosmiche che avrebbero altrimenti precipitato il mondo nel caos. Ogni mattina il sole sorgeva perché il faraone aveva eseguito i rituali corretti. Ogni anno il Nilo straripava perché i sacrifici erano stati compiuti nel modo giusto. Quando il faraone moriva, il suo cuore veniva pesato su una bilancia accanto a una piuma di Maat. Se il cuore era leggero, l’anima entrava nell’eternità. Se era pesante, veniva divorato da Ammit, una creatura con testa di coccodrillo, corpo di leone e posteriore di ippopotamo, che è probabilmente il giudice più terrificante che la storia dell’immaginario umano abbia mai prodotto e che meriterebbe di essere reintrodotta nel dibattito pubblico contemporaneo come misura preventiva.
E poi venne l’idea più radicale, quella che avrebbe cambiato tutto senza che quasi nessuno se ne accorgesse nell’immediato: che un solo dio potesse essere sufficiente. Nel XIV secolo avanti Cristo, un faraone visionario e probabilmente piuttosto scomodo come ospite a cena, Akhenaton, impose il culto esclusivo del dio solare Aton, vietando gli altri culti, chiudendo i templi tradizionali e facendo cancellare fisicamente i nomi delle antiche divinità dalle iscrizioni. L’egittologo Erik Hornung, nei suoi studi sui monoteismi antichi, ha mostrato come fu un esperimento breve, radicale e profondamente odiato dal clero tradizionale, che vedeva in quella riforma teologica principalmente una catastrofe economica. Alla morte di Akhenaton, tutto tornò come prima con la velocità e l’entusiasmo di chi ha aspettato a lungo di poterlo fare. Ma il seme era stato piantato. L’idea che la complessità del reale potesse essere ricondotta a una sola fonte, a un unico principio, a un solo volere era nell’aria, e da quell’aria non sarebbe più uscita.
Nel frattempo, più a nord est, in quella zona accidentata e geograficamente ingrata che è l’altopiano cananeo, un piccolo popolo di pastori e guerrieri stava compiendo un percorso teologico di straordinaria originalità. Gli Ebrei iniziarono a raccontarsi una storia diversa da tutte le altre: la storia di un unico Dio che li aveva scelti, che aveva stretto con loro un patto, e che li avrebbe guidati nella storia con una combinazione di provvidenza amorevole e aspettativa altissima che chiunque abbia genitori esigenti riconoscerà immediatamente. Questo Dio non aveva immagine, non aveva statua, non aveva un corpo da rappresentare. Non abitava un tempio fatto di pietra, non aveva un indirizzo verificabile. Parlava nella folgore, nel vento, nel silenzio del deserto, e a volte in sogno, e a volte tramite un arbusto in fiamme che non si consumava, modalità comunicative che rendono la newsletter settimanale di qualunque istituzione moderna uno strumento di trasparenza ammirevole al confronto.
Ma anche questa fede, e qui la storia si fa davvero interessante per chiunque ami la complessità, non nacque pura e cristallina come la si racconta nei catechismi. I testi più antichi della Bibbia ebraica mostrano un Dio che combatte con altri esseri divini, che ha un trono e una corte celeste, che si arrabbia con una veemenza che farebbe arrossire qualunque diplomatico, che cambia idea sotto la pressione delle preghiere e delle contrattazioni dei suoi interlocutori umani. Il biblista Mark S. Smith, nel suo lavoro sull’origine del monoteismo israelitico, ha documentato come il passaggio da una fede politeista o al massimo enoteista a un monoteismo rigoroso e consapevole sia stato un processo lento, conflittuale, pieno di ricadute e di resistenze popolari. Solo dopo la catastrofe dell’esilio a Babilonia nel VI secolo avanti Cristo, quando il tempio di Gerusalemme fu distrutto e il popolo deportato, gli intellettuali e i teologi ebrei elaborarono una risposta teologica che avrebbe cambiato la storia del mondo: il Dio di Israele non era sconfitto insieme al suo tempio, ma era il Dio unico di tutto il creato, e la distruzione del tempio era essa stessa parte del suo piano. L’assenza divenne presenza. La mancanza di immagini divenne la potenza dell’invisibile. Il trauma divenne teologia. Non è male come trasformazione, e bisogna riconoscere che è uno dei più geniali movimenti intellettuali mai compiuti da una comunità in crisi.
Fu da questa fede, da questo specifico terreno di attesa messianica e di tensione escatologica, che nacque il Cristianesimo. Non come progetto pianificato in anticipo, non come operazione culturale consapevole, ma come frattura interna, come risposta a una domanda che il tempo rendeva sempre più urgente. Gesù di Nazareth, profeta itinerante della Galilea del primo secolo, predicava l’arrivo imminente del regno di Dio con un’urgenza che mal si conciliava con la gestione ordinaria di qualunque istituzione religiosa. I suoi seguaci lessero nella sua morte per crocifissione e nella sua resurrezione proclamata un evento cosmico di portata unica. Lo identificarono con il Messia atteso dalle scritture, ma lo fusero progressivamente con categorie filosofiche greche, in particolare con il concetto di Logos, il Verbo eterno, il principio razionale del cosmo che la filosofia ellenistica aveva elaborato con grande cura per decenni. Lo studioso Bart Ehrman, nel suo lavoro sull’origine della cristologia nel primo secolo, ha mostrato come questa fusione tra escatologia ebraica e metafisica greca abbia prodotto qualcosa di completamente nuovo, che però si presentava sempre come compimento di qualcosa di antico. La religione dei discepoli si aprì ai pagani del Mediterraneo, adottò concetti ellenistici, costruì dogmi nei grandi concili dell’antichità tarda, e in pochi secoli si trasformò da fede perseguitata nelle arene romane in religione di Stato dell’Impero, con tutto ciò che questo comportava in termini di potere, compromessi, e revisioni teologiche convenientemente tempestive.
Nel VII secolo, in una penisola arabica percorsa da carovane e da tensioni tribali mai sopite, un nuovo profeta raccolse il filo di quella rivelazione che considerava interrotta e tradita. Muhammad, figlio di mercanti della tribù dei Quraysh di Mecca, ricevette nel deserto, secondo la tradizione islamica, parole che disse provenire da Dio stesso per mezzo dell’angelo Gabriele, in esperienze di rivelazione che iniziarono attorno al 610 dell’era cristiana e continuarono per ventitré anni. Quel Dio era lo stesso di Abramo, di Mosè, di Gesù, ma senza figli, senza incarnazione, senza la complessità trinitaria che aveva generato secoli di dispute teologiche nel Cristianesimo. Senza ambiguità, almeno sul piano dottrinale, anche se la storia successiva dell’Islam ha dimostrato che le ambiguità nell’interpretazione del sacro tendono a ripresentarsi con una puntualità irritante indipendentemente dalla chiarezza del testo originario. Il Corano, che significa letteralmente lettura o recitazione, fu la sintesi di tutto: dottrina, legislazione, morale, poesia di straordinaria potenza. Lo storico Fred Donner, nei suoi studi sull’origine dell’Islam, ha mostrato come la diffusione fulminea della nuova fede fosse favorita da fattori politici, militari ed economici oltre che dalla forza intrinseca del messaggio, ma il risultato fu comunque uno dei fenomeni di espansione culturale e religiosa più rapidi e profondi della storia umana: dalla Spagna all’India nel giro di un secolo, portando con sé scuole, ospedali, biblioteche, matematica, astronomia, medicina, ma anche conquiste militari, strutture di potere e, inevitabilmente, la prima grande scissione interna tra Sunniti e Sciiti, che dimostrò che nessuna rivelazione, per quanto limpida, riesce a sopravvivere alla successione del potere senza produrre divisioni sanguinose.
E così, dalle sabbie e dai venti del Medio Oriente, nacquero i tre grandi monoteismi che oggi contano complessivamente quasi quattro miliardi di fedeli: il Giudaismo con i suoi quattordici milioni circa, il Cristianesimo con i suoi due miliardi e quattrocento milioni, e l’Islam con i suoi quasi due miliardi, secondo le rilevazioni demografiche del Pew Research Center sulla popolazione religiosa mondiale. Tre religioni sorelle, tutte convinte di essere figlie uniche. Tutte che invocano lo stesso padre. Tutte con il proprio notaio che certifica di essere le uniche beneficiarie del testamento. La storia del Medio Oriente degli ultimi duemila anni è, tra le altre cose, la storia di questa lite familiare condotta con mezzi che includono l’esegesi biblica, la giurisprudenza religiosa, le crociate, l’inquisizione, le guerre di religione, la colonizzazione, il conflitto israelo-palestinese e, negli ultimi decenni, forme di fondamentalismo che avrebbero reso perplessi anche i profeti più battaglieri. È una famiglia complicata. Ma poi, quale famiglia non lo è?
La cosa che i manuali non dicono mai con sufficiente onestà è che ogni religione, prima di diventare dogma istituzionalizzato, fu sogno. Ogni tempio fu prima tenda. Ogni libro fu prima racconto orale, voce nel buio, memoria tramandata attorno a un fuoco che si spegneva ogni sera e si riaccendeva ogni mattina come un atto di fede in sé stesso. Le grandi tradizioni religiose non sono discesa del cielo sulla terra nel senso letterale del termine, per quanto i loro fedeli siano liberi di crederlo e molti lo credano sinceramente. Sono salita dell’uomo verso il senso, tentativo ostinato di dare forma a ciò che non ne ha, di trovare un linguaggio per ciò che sfugge a qualunque linguaggio. Sono mappe, come diceva il filosofo Alfred Korzybski, e come tutte le mappe nascondono più di quanto mostrano, semplificano per rendere navigabile ciò che è troppo complesso per essere vissuto nella sua interezza.
Nel deserto, la spiritualità fiorisce come un cactus: resistente, spigolosa, radicata nella sopravvivenza, capace di immagazzinare acqua per lunghi periodi di aridità. Ma una volta che questa spiritualità si istituzionalizza, una volta che trova edifici, codici, gerarchie, eserciti di interpreti autorizzati, tende a trasformarsi in qualcosa di diverso. Le parole dei profeti, nate per liberare, vengono codificate in regole per controllare. Il nome di Dio, che i mistici invocavano nel silenzio interiore, viene inciso sugli scudi, sugli stendardi, sulle bandiere, e nella modernità sulle bombe. Numerosi studiosi di dialogo interreligioso hanno documentato come questa traiettoria dalla rivelazione alla strumentalizzazione politica si ripeta con inquietante regolarità in tutte e tre le tradizioni abramitiche, e la cosa più preoccupante non è che accada, ma che ci si continui a stupire ogni volta come se fosse un’anomalia invece di riconoscerla come una tendenza strutturale.
Eppure, e questo è il punto che si rischia di perdere nell’ironia e nel sarcasmo che la storia sembra richiedere, sotto le macerie dei dogmi, sotto gli strati di istituzione e di potere, si sente ancora il sussurro originario. Quello del vento tra le dune di Göbekli Tepe, del silenzio tra le stelle su cui i pastori nomadi proiettavano le loro domande, della meraviglia di esistere in un universo che non era tenuto a produrre esseri capaci di meravigliarsi. Le tradizioni mistiche di tutte e tre le grandi religioni monoteiste, dalla Kabbalah ebraica al Sufismo islamico alla mistica cristiana di Meister Eckhart, convergono in modo sorprendente su un’esperienza interiore che sfugge alle categorie dogmatiche e che suggerisce qualcosa di più vecchio e più profondo dei libri sacri stessi. Il filosofo della religione William James, nel suo classico Le varie forme dell’esperienza religiosa, osservò come l’esperienza mistica diretta presenti caratteristiche transculturali e transreligiose che pongono domande scomode tanto ai teologi quanto agli atei militanti, e quella osservazione non ha perso un grammo della sua fastidiosa pertinenza.
Le religioni nate in Medio Oriente hanno dato al mondo un patrimonio di parole potenti, sistemi morali che hanno plasmato civiltà intere, capolavori di architettura, di letteratura, di musica, di arte visiva che continuano a commuovere anche chi non condivide alcuna delle premesse teologiche da cui sono nati. La Bibbia è il testo più tradotto della storia umana. Il Corano è considerato da centinaia di milioni di persone la più alta espressione poetica possibile in lingua araba. La tradizione ebraica ha prodotto una cultura del commento, della domanda, del dubbio fecondo che ha influenzato il pensiero occidentale in modi che spesso non vengono adeguatamente riconosciuti. Queste non sono cose da liquidare con una battuta, e non è questo lo spirito con cui si affronta la storia del sacro se si vuole capirla davvero.
Ma queste stesse tradizioni hanno anche lasciato eredità di fuoco. Le crociate uccisero centinaia di migliaia di persone in nome della liberazione di luoghi santi che, curiosamente, Dio sembrava rivendicare per tutte le parti in causa contemporaneamente. L’Inquisizione processò e in alcuni casi mandò al rogo persone per aver pensato in modo leggermente diverso da quanto stabilito in concili dove si era deciso come doveva funzionare la mente di tutti. Le guerre di religione del XVI e XVII secolo in Europa causarono milioni di morti tra popolazioni che adoravano lo stesso Dio e litigavano sulla natura precisa della presenza di quel Dio in un pezzo di pane consacrato. E nel Medio Oriente contemporaneo, il conflitto israelo-palestinese, le guerre settarie in Iraq, in Siria, in Yemen, il terrore del fondamentalismo di ogni matrice continuano a dimostrare che il sacro, quando viene impugnato come arma politica, produce ferite che nessuna teologia sa poi rimarginare con la stessa efficienza con cui le ha inferte.
Oggi, più che mai, il mondo avrebbe bisogno di ricordare che il sacro non sta nei testi, ma nei contesti. Che nessuna parola, per quanto antica e per quanto autorevole, vale più della vita concreta, quotidiana, vulnerabile, irripetibile della persona che essa pretende di spiegare, guidare o, nei casi peggiori, giudicare. Che la religione come istituzione di potere e la religione come esperienza interiore di senso sono due cose così diverse da sembrare quasi opposte, e che confonderle è l’errore più comune e più costoso della storia umana. Che i profeti, tutti i profeti, quando erano vivi erano scomodi, marginali, spesso perseguitati proprio dalle istituzioni religiose del loro tempo, e che istituzionalizzarli dopo la morte è un modo elegante per fare esattamente ciò che essi avevano combattuto.
La storia delle religioni mediorientali è, in fondo, la storia di un’umanità che non si rassegna. Non si rassegna alla morte, non si rassegna all’ingiustizia, non si rassegna al silenzio del cosmo, non si rassegna all’idea che l’esistenza non abbia senso. È una storia di risposta creativa all’angoscia, di costruzione collettiva di significato, di tentativi ripetuti e parzialmente falliti di vivere all’altezza delle domande che l’esistenza pone. Vista da questa prospettiva, anche l’errore, anche la violenza, anche la degenerazione istituzionale sono parte della storia, non eccezioni scandalose da rimuovere. E comprenderla davvero, questa storia, senza la santificazione che la rende inerte e senza il cinismo che la svuota di ogni significato, è forse uno dei compiti più urgenti di chi vive in un’epoca in cui le religioni continuano a muovere miliardi di persone e a determinare, spesso in modo sotterraneo ma decisivo, le scelte politiche di governi che si dichiarano laici.
Forse è davvero tempo di tornare al deserto, non come fuga dal mondo ma come esercizio di sobrietà, di riduzione al necessario, di ascolto di ciò che si sente quando finalmente si smette di fare rumore. Il deserto, nella spiritualità di tutte e tre le tradizioni abramitiche, non è il luogo della morte ma il luogo della rivelazione. È dove Mosè incontrò il roveto ardente. È dove Gesù trascorse quaranta giorni prima di iniziare la sua predicazione. È dove Muhammad ricevette le prime parole del Corano. Non è un caso. Il deserto toglie tutto il superfluo e lascia solo l’essenziale. E forse l’essenziale, quella cosa minima e indistruttibile che le religioni hanno cercato di nominare in mille modi diversi senza mai riuscirci del tutto, non ha bisogno di templi né di libri, né di fedeli né di martiri, né di eserciti né di scomuniche. Vive in ogni gesto di ascolto genuino, in ogni atto di cura non strumentale, in ogni sguardo rivolto alla terra come a qualcosa di cui prendersi cura e non come a una risorsa da estrarre fino all’osso.
Tre fratelli litigano ancora per l’eredità. Il padre, ammesso che esista, guarda da qualche parte e probabilmente scuote la testa con quella stanchezza affettuosa che solo chi ha figli difficili conosce davvero. I notai continuano a certificare testamenti incompatibili. I profeti continuano a nascere ai margini e a venire istituzionalizzati post mortem. E il deserto continua a offrire il suo silenzio a chiunque abbia il coraggio di sedersi ad ascoltarlo, senza pretendere che il silenzio risponda nella lingua che ci aspettiamo, senza trasformare il mistero in proprietà privata, senza intestarselo come un immobile al catasto del cielo.
La religione più antica di tutte non ha un nome, non ha un clero, non ha un edificio. Ha solo quella domanda che l’essere umano si porta dietro da undicimila anni documentati e probabilmente da molto prima: perché esiste qualcosa invece di niente? Le risposte cambiano. La domanda rimane. E forse è proprio la domanda, non la risposta, il luogo in cui il sacro davvero abita, sempre in affitto, mai di proprietà.

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Il Venerabile Ordine del Biscotto Spezzato è un blog ironico e contemplativo, dove spiritualità e dolcezza si incontrano tra briciole e riflessioni. Qui si parla di religione nel mondo, ma anche di quanto tutte le religioni siano, in fondo, invenzioni umane. Il vero divino? Lo troviamo nella natura, nel silenzio, nei piccoli gesti, e sì… anche nei biscotti che si rompono prima d’essere inzuppati. Il tono è rilassato, a volte filosofico, spesso scanzonato. C’è spazio per miti, leggende, cammini spirituali e passeggiate nei boschi. Niente fanatismi, solo morbide illuminazioni. Un luogo per chi cerca domande più che risposte, conforto più che verità. Prenditi una pausa, spezza un biscotto e leggi in pace.

~ Sergio De Amicis

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