C’erano una volta un uomo, un cane e una dottrina. L’uomo morì e, stanco, salì al cielo. Il cane lo seguì. Ma davanti alla porta dorata, San Pietro scosse la testa e indicò un cartello: “Vietato l’ingresso agli animali”. L’uomo ci pensò un attimo, si voltò, e tornò indietro con il cane. Più avanti trovarono una capanna e una voce gentile li accolse entrambi: era il Paradiso, quello vero. Quello in cui l’amore non si misura con il catechismo, ma con la coda che scodinzola anche quando non te lo meriti.
La storiella gira da anni su internet, tra lacrime facili e tenerezza a buon mercato. Ma cela una domanda teologica niente affatto banale, che possiamo riassumere così: perché mai, secondo la maggior parte delle religioni monoteiste, i cani non vanno in Paradiso? E attenzione: non perché siano cattivi. Ma perché non hanno un’anima. O almeno così ci dicono da secoli.
Cominciamo dal principio. Letteralmente: Genesi, Antico Testamento, creazione del mondo. Dio crea gli animali e poi, come ciliegina sulla torta, l’uomo. Solo l’uomo riceve il soffio vitale, il ruach (ר֫וּחַ in ebraico), spirito divino. Gli animali? Fatti dalla terra, punto. Vivono, mangiano, muoiono. E buonanotte ai suonatori (e agli abbaiai). Il concetto è stato portato avanti con rigore da tutta la scolastica cristiana, con Tommaso d’Aquino a fare da notaio spirituale. Nella Summa Theologiae (I, q. 75), Tommaso scrive chiaramente: gli animali hanno un’anima sì, ma solo sensitiva, non razionale, e dunque non immortale. Tradotto: il tuo cane ti ama, ti capisce, ti consola… ma quando muore, puf, si dissolve come un peto nella brezza primaverile.
Eppure, questo stesso Dio, che non assegna al cane alcuna eternità, ci chiede di essere misericordiosi. In Proverbi 12,10 si legge: “Il giusto si prende cura del suo bestiame, ma le viscere dei malvagi sono crudeli”. E allora? Un Dio che ti impone di amare il tuo cane, ma poi lo lascia fuori dai cancelli dorati? Roba da far saltare il dogma. O almeno da graffiare la teologia con le unghie (anzi, con le unghie del gatto, che qui non se la passa meglio).
Nel corso dei secoli, l’idea che gli animali non abbiano una vita ultraterrena è diventata pietra angolare del pensiero teologico cristiano. Anche i Concili hanno glissato: i cani non sono argomento da sinodo, figurarsi se si meritano una sessione plenaria. Ma attenzione: non tutte le interpretazioni concordano.
Nel 2014, durante un’udienza generale, Papa Francesco — sì, proprio lui, il Papa delle sorprese — avrebbe detto a un bambino in lacrime per la morte del cane: “Un giorno rivedrai il tuo animale in Paradiso”. Apriti cielo, letteralmente. La notizia fece il giro del mondo, ma il Vaticano corse ai ripari: “Mai detto nulla del genere”. Eppure, in un’altra occasione, lo stesso Papa parlò del “destino finale del cosmo”, lasciando intendere che tutta la creazione, non solo l’uomo, avrebbe una parte nella redenzione. (Laudato Si’, 243).
Il problema è che, teologicamente, ammettere un Paradiso per gli animali significa riscrivere metà della Dottrina. Se i cani hanno un’anima immortale, allora bisogna rivedere il ruolo dell’uomo, della redenzione, del peccato originale e persino del battesimo. E questo al clero non va giù: troppe crocchette da digerire.
Ma non è solo il cristianesimo a mettere il guinzaglio all’eternità dei quadrupedi. Anche l’Islam, pur mostrando una certa simpatia per gli animali (il Profeta Maometto aveva un gatto di nome Muezza), non prevede un Paradiso per loro. Gli animali verranno radunati nel Giorno del Giudizio, dice la Sura 81,5, ma per testimoniare la grandezza di Allah, non per ricevere una ciotola di premio eterno.
E nell’ebraismo? Stesso copione: gli animali non hanno una neshamah, un’anima immortale, e quindi non sono destinatari della vita eterna. Ma almeno, nel Talmud, ci si sforza di rispettarli, riconoscendo che la compassione verso gli animali è indice di rettitudine umana (Talmud Bavli, Shabbat 128b).
Eppure qualcosa scricchiola. I nostri amici pelosi — chiamiamoli pure “creature non razionali” — sanno dimostrare amore incondizionato, fedeltà, dolore, attesa. Reazioni emotive che, se non sono “anima”, ci assomigliano parecchio. Lo dice anche la scienza: gli studi del neuroscienziato Gregory Berns (Emory University) mostrano come i cani provino emozioni simili a quelle umane, con strutture cerebrali paragonabili. Dunque: se sentono, soffrono, amano… chi siamo noi per dire che non meritano un aldilà?
La verità è che il Paradiso dei cani è diventato un luogo teologico imbarazzante. Se lo neghi, sembri crudele. Se lo ammetti, sembri un eretico. Ma esiste una terza via: quella della poesia.
Dante, nella sua Commedia, non nomina cani tra i beati (anche se Virgilio lo chiama “dolce padre”, non “dolce beagle”). Ma altri poeti non si sono tirati indietro. Charles Bukowski, che con Dio aveva rapporti burrascosi, scriveva: “Il cane è l’unico essere che ti ama più di quanto ami se stesso”. E se questo non è un segno di santità, cos’è?
In compenso, l’Inferno animale lo abbiamo già creato qui, sulla Terra. I canili lager, gli allevamenti intensivi, gli abbandoni estivi. Tutto ciò grida vendetta più dei peccati di Sodoma. E forse proprio qui sta la chiave: se esiste un Paradiso per i giusti, magari esiste anche un Paradiso per i giusti a quattro zampe. Non perché lo dica un catechismo, ma perché lo dice il cuore.
Alcuni teologi moderni, come Andrew Linzey, fondatore dell’Oxford Centre for Animal Ethics, sostengono apertamente che l’amore di Dio per la creazione non può escludere gli animali. E che il concetto di redenzione totale (cosmica) implicato in Romani 8,22 — “Sappiamo infatti che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi” — dovrebbe includere anche loro. Tutta la creazione, mica solo chi va a messa.
Insomma: forse i cani non vanno in Paradiso secondo i dogmi, ma ci vanno secondo l’amore. E in un mondo in cui il Paradiso è diventato spesso un condominio a numero chiuso per teologi e confessori, un po’ di coda scodinzolante servirebbe. Perché se il Paradiso esiste, e tu arrivi lì, e il tuo cane non c’è… allora forse sei nel posto sbagliato.
Nel dubbio, noi del Venerabile Ordine del Biscotto Spezzato lasciamo sempre una ciotola d’acqua all’ingresso del nostro Eden. Sai mai che il custode divino abbia finalmente deciso di fare una passeggiata con un amico a quattro zampe. Senza anima, forse. Ma con un cuore che batte a tempo con il nostro.
E il Drugo cosa ne pensa?
Ora, dopo teologi, papi, dottori della Chiesa, imam e persino il Talmud, verrebbe da chiedersi: e il Drugo cosa ne pensa?
Sì, proprio lui. Jeffrey Lebowski, detto il Drugo, sommo profeta del Dudeismo, sacra e scalcinata religione del tappeto che dà tono alla stanza e dell’equilibrio che sta tutto in un White Russian ben miscelato. Cosa ne direbbe lui del fatto che ai cani venga negata l’eternità?
Beh, facile: il Drugo direbbe che il Paradiso, se non ci sono i cani, è solo un centro commerciale con l’aria condizionata troppo forte e niente bowling.
Nel Dudeismo, nato per gioco e sopravvissuto per bisogno, non esistono dogmi da catechismo, ma una sola, chiara regola: “Prenditela comoda, fratello”. E chi meglio di un cane incarna questo comandamento esistenziale? Il cane non si affanna per il futuro, non serba rancore, non corre dietro ai soldi (solo alle palline), e soprattutto: vive nel presente. E il presente è tutto ciò che abbiamo.
Il Dudeismo, sebbene sia una parodia religiosa ispirata al film Il Grande Lebowski, contiene intuizioni che i teologi con la tonaca non si concedono da secoli. Per esempio: che la spiritualità non è nella dogmatica ma nella relazione, non nel “chi sei” ma nel “con chi stai”. E che se esiste una vita oltre la morte, dev’essere un posto dove ci si rilassa, si ascolta buona musica, e si cammina scalzi con chi ci ha accompagnati nei momenti peggiori della vita — e chi, più del nostro cane, è stato davvero lì quando tutto andava a rotoli?
E poi, diciamolo: un essere che ti ama anche se puzzi, se sei fallito, se sei stanco, se hai perso il lavoro e la dignità, è già qualcosa di sacro. Un po’ come il Drugo, che nonostante tutto, viene ricordato come “uno che ha mantenuto la calma in un mondo che è andato fuori di testa”.
Nel film, il Drugo non parla mai di cani. Ma lo immaginiamo seduto sul divano, accarezzando un bastardino randagio raccolto in spiaggia. Entrambi spettinati, entrambi beati, entrambi fuori dal tempo. E se qualcuno osasse dirgli che il cane non andrà in Paradiso, probabilmente risponderebbe con un’alzata di spalle e un sorso del suo drink: “Beh, quella è solo, tipo, la tua opinione, amico.”
E forse ha ragione. Forse il vero Paradiso è dove i cani entrano senza dover bussare. Dove non servono tesi teologiche, ma un tappeto morbido, una ciotola piena e qualcuno con cui condividere il silenzio. Perché, come direbbe il Drugo, la vita è già abbastanza complicata, amico. Se non possiamo portarci il cane, allora non è il posto giusto.



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