Quella sera di febbraio la pioggia faceva il suo mestiere con diligenza, scendeva lenta, insistente, con quella precisione svogliata che solo le giornate invernali sanno avere. Non pioveva per lavare via qualcosa, pioveva per ricordarti che il corpo è fatto di ossa, nervi, muscoli e memoria. E infatti la cervicale faceva male, un dolore sordo, piazzato lì dietro la nuca come un promemoria: sei qui, sei fermo, sei stanco. Così mi sono infilato le cuffie, non per ascoltare musica, ma per distrarre la mente, che è l’unico vero antidolorifico che funzioni senza bugiardino.

La musica è partita quasi da sola, vecchi brani di Vasco, quelli che non ascolti più tutti i giorni ma che non se ne sono mai andati davvero. Sono canzoni che non chiedono permesso, entrano e basta, ti prendono per mano e ti portano dove vogliono loro. Ed è lì che è successo. Un attimo prima ero disteso a letto, con il soffitto a pochi centimetri dagli occhi e la pioggia che batteva contro i vetri. Un attimo dopo ero sedicenne, in tenda, in campeggio sull’Adriatico, con gli amici, la pelle salata, i capelli umidi, le risate trattenute perché fuori il temporale estivo ticchettava sulla tela della tenda come una batteria jazz improvvisata.

Il tempo, in quei momenti, smette di essere lineare. Non è più una linea retta che va dal passato al futuro, ma una specie di elastico. Ti tira indietro e poi ti rilancia in avanti. Così, senza soluzione di continuità, mi sono ritrovato a risalire un colle in moto, di ritorno dalla Spagna. Sentivo le vibrazioni del motore sotto di me, il rumore pieno, rotondo, che ti entra nelle ossa e ti fa sentire parte della macchina. Ero disteso a letto, eppure il corpo ricordava tutto. Le mani stringevano il manubrio che non c’era, le gambe sentivano il peso della moto, il vento immaginario passava sotto la visiera inesistente.

È un dormiveglia strano quello musicale. Non dormi, non sogni davvero, ma non sei neppure completamente sveglio. Sei in una terra di mezzo dove la fantasia non chiede scusa e non si giustifica. Fa quello che vuole. E lì, in quel limbo, mi sono reso conto di una cosa semplice e enorme allo stesso tempo: è da tutta la vita che la mia mente fa questo. Mi porta via. Mi sposta. Mi apre finestre quando le porte sembrano chiuse. Da sempre, quando la realtà diventa troppo stretta, la fantasia prende il volante.

Non è evasione. O meglio, non solo. È un modo di stare al mondo. È la ricerca costante di un altrove che non è necessariamente lontano, ma diverso. È l’avventura prima ancora di essere un viaggio. È la capacità di immaginare prima di fare. E in quel momento ho capito quanto sia fondamentale essere un sognatore. Non uno di quelli che sognano per fuggire, ma uno di quelli che sognano per prepararsi.

Perché i sogni, anche quelli ad occhi aperti, non sono aria fritta. Non sono tempo perso. Sono mappe. Disegnano strade che ancora non esistono, ma che un giorno potrebbero esserci. Ogni avventura reale, ogni viaggio fatto, ogni scelta un po’ fuori norma, nasce sempre prima nella testa. Prima c’è l’immagine, poi c’è il passo. Prima c’è il desiderio, poi il coraggio.

Questa inquietudine che ti porti dentro, questa sensazione di non essere mai completamente a posto, non è un difetto. È uno specchio di libertà. È il segnale che qualcosa dentro di te è ancora vivo, curioso, affamato. Ti rende diverso, sì. A volte scomodo. A volte incomprensibile agli altri. Ma ti rende anche più vero. Più genuino. Più onesto con te stesso.

Essere fuori norma non è un problema, è una posizione. È decidere di non parcheggiare la propria vita in uno schema preconfezionato. È accettare che il futuro non sia una copia sbiadita del presente, ma una pagina ancora da scrivere. È vivere con la consapevolezza che il domani è un altro giorno e che, in qualche modo, si può fare. Anche quando non sai esattamente come.

Viviamo in un mondo che ha un rapporto complicato con i sogni. Da bambini ce li incoraggiano, quasi li pretendono. “Cosa vuoi fare da grande?” ti chiedono, come se fosse obbligatorio avere una risposta. Poi cresci, e improvvisamente i sogni diventano un fastidio. Devi essere concreto, pragmatico, realistico. Devi stare con i piedi per terra, come se avere la testa tra le nuvole fosse una colpa.

E così succede che molti smettono di sognare. O peggio, smettono di dare importanza ai propri sogni. Li archiviano come cose inutili, infantili, pericolose. Diventano nastro registrato. Ripetono frasi sentite mille volte, concetti digeriti da altri, opinioni preconfezionate. Funzionano, sì. Ma non vibrano più.

È qui che entra in scena quel caro professore immaginario, simbolo di un certo modo di vedere il mondo. Quello che scambia la fantasia per distrazione, l’immaginazione per assenza. “Non eri presente”, dice. “Eri distratto”. E invece no. Ero molto presente. Ero solo avanti. Avanti con la mente, avanti con la visione, avanti con il desiderio.

La fantasia non è il contrario della presenza. È una forma diversa di attenzione. È guardare oltre l’immediato. È collegare punti che ancora non sembrano collegabili. È quello che, da sempre, ha portato conoscenza e progresso. Ogni scoperta, ogni invenzione, ogni cambiamento radicale nasce da qualcuno che ha immaginato qualcosa che non c’era. Se ci fossimo limitati a essere “presenti” nel senso più sterile del termine, saremmo ancora nelle caverne a discutere dell’importanza di stare vicino al fuoco.

La fantasia è un atto rivoluzionario. Lo è sempre stata. Perché mette in discussione lo stato delle cose. Perché osa pensare che il mondo possa essere diverso da com’è. Ed è per questo che spesso viene vista con sospetto. È più comodo avere persone che non sognano, che non immaginano alternative, che accettano la realtà così com’è senza fare domande.

Ma chi sogna non si accontenta. Non perché disprezzi ciò che ha, ma perché sente che può esserci di più. Più senso, più profondità, più vita. E questo vale per i viaggi, per il lavoro, per le relazioni, per il modo di stare al mondo. Un sognatore non è uno che vive con la testa tra le nuvole, è uno che sa che le nuvole fanno parte del cielo tanto quanto la terra.

I sogni ad occhi aperti sono una palestra. Allenano la mente a muoversi, a esplorare, a non irrigidirsi. Ti insegnano a navigare l’incertezza, a convivere con il dubbio, a non avere paura dell’ignoto. Ti preparano a quando davvero dovrai affrontare qualcosa di nuovo, perché in qualche modo l’hai già vissuto dentro.

E poi c’è un aspetto ancora più intimo, quasi terapeutico. Nei momenti di dolore, fisico o emotivo, la fantasia diventa rifugio. Non per nascondersi, ma per respirare. Quando il corpo fa male, quando la testa è stanca, quando il mondo sembra troppo pesante, immaginare è un atto di cura. È dire a se stessi: non sei solo qui, non sei solo adesso.

In questa sera di febbraio, con la pioggia, la cervicale, la musica nelle cuffie, ho capito che quei viaggi mentali non erano una debolezza, ma una risorsa. Che quell’inquietudine che mi accompagna da sempre non è qualcosa da sedare, ma da ascoltare. Che essere un sognatore significa accettare di vivere con una bussola interiore che punta sempre un po’ più in là.

Forse è per questo che certi luoghi, certe canzoni, certi odori hanno un potere così forte su di noi. Non perché ci riportano indietro, ma perché ci ricordano chi siamo stati e chi potremmo ancora essere. Ci dicono che dentro di noi c’è una continuità, una linea invisibile che collega il ragazzo in tenda sotto la pioggia, il motociclista su un colle spagnolo e l’uomo disteso a letto in una sera d’inverno.

Essere fedeli a quella linea è una forma di onestà. È non tradire il sognatore che siamo stati. È non smettere di dare importanza a quelle immagini, a quelle fantasie, a quelle visioni che ci hanno spinto, e continuano a spingerci, fuori dalla zona di comfort.

Alla fine, l’importanza dei sogni sta tutta qui. Non nel fatto che si realizzino tutti. Non nel successo, non nel risultato. Ma nel movimento che generano. Nel desiderio che accendono. Nella direzione che indicano. I sogni sono il motore invisibile che ci fa andare avanti anche quando il corpo è fermo, anche quando piove, anche quando fa male.

E allora sì, caro professore, io non ero distratto. Ero presente a modo mio. Ero immerso in quella parte dell’essere umano che ha sempre fatto la differenza: la capacità di immaginare. Se tu hai smesso di dare importanza ai tuoi sogni, mi dispiace. Davvero. Perché senza sogni si può sopravvivere, certo. Ma vivere, vivere davvero, è tutta un’altra storia.

E forse è proprio per questo che, anche se ormai è notte fonda, anche se il giorno è già cambiato perché la mezzanotte è passata da un pezzo, ho sentito il bisogno di alzarmi. Di uscire da quel letto, di accendere il computer, di sedermi davanti alla tastiera e fissare questi pensieri prima che svanissero. Perché i sogni vanno rispettati. E a volte, il modo migliore per farlo, è scriverli. Prima che arrivi il mattino a dirti che era solo un’altra sera qualunque.

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Il Venerabile Ordine del Biscotto Spezzato è un blog ironico e contemplativo, dove spiritualità e dolcezza si incontrano tra briciole e riflessioni. Qui si parla di religione nel mondo, ma anche di quanto tutte le religioni siano, in fondo, invenzioni umane. Il vero divino? Lo troviamo nella natura, nel silenzio, nei piccoli gesti, e sì… anche nei biscotti che si rompono prima d’essere inzuppati. Il tono è rilassato, a volte filosofico, spesso scanzonato. C’è spazio per miti, leggende, cammini spirituali e passeggiate nei boschi. Niente fanatismi, solo morbide illuminazioni. Un luogo per chi cerca domande più che risposte, conforto più che verità. Prenditi una pausa, spezza un biscotto e leggi in pace.

~ Sergio De Amicis

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