Il Collegio Teutonico di Santa Maria dell’Anima a Roma è uno di quei luoghi che, se ti fermi davanti alla facciata, ti sembrano solo un’altra gemma barocca infilata nel dedalo della capitale. E invece no: lì dentro si consumò una delle operazioni più vergognose del dopoguerra. Non si tratta di un mistero da romanzo né di complotti massonici in stile Dan Brown: è storia documentata, sporca e imbarazzante. Nel cuore della cristianità, a pochi passi da piazza Navona, monsignori e segretari distribuivano identità nuove ai peggiori criminali del secolo, consentendo loro di salire su una nave a Genova e reinventarsi cittadini rispettabili a Buenos Aires. Lì dove il tango copriva il suono delle urla dei lager e un passaporto della Croce Rossa bastava a cancellare Treblinka come se fosse una multa non pagata.
L’Anima nacque nel Medioevo, come ospizio per pellegrini tedeschi, poi divenne collegio per il clero germanico. Una vocazione nobile, trasformata secoli dopo in una stazione ferroviaria della fuga nazista. Il regista fu Alois Hudal, austriaco, monsignore colto e raffinato, rettore del Collegio Teutonico, teologo che all’inizio aveva fatto parlare di sé in termini di stima, salvo poi deragliare nel 1937 pubblicando Die Grundlagen des Nationalsozialismus, in cui cercava punti di contatto tra cattolicesimo e nazismo. Non proprio l’idea migliore per garantirsi un futuro da cardinale. Dopo il 1945 Hudal capì che non sarebbe mai salito più in alto nella Curia, e allora trasformò il suo collegio in un centro di smistamento. Le sue giustificazioni successive furono candide come un Angelo custode ubriaco: “Ho aiutato solo poveri rifugiati anticomunisti.” Certo, peccato che tra quei rifugiati ci fossero i macellai di Treblinka, i carnefici delle Fosse Ardeatine e il medico di Auschwitz.
Il meccanismo era semplice e geniale, proprio perché banale. Migliaia di profughi veri riempivano Roma. La Croce Rossa Internazionale distribuiva documenti di viaggio a sfollati apolidi, pensati per chi non aveva più casa né Stato. Bastava infilare nella pila qualche SS e il gioco era fatto. Hudal e il suo segretario Josef Prader preparavano lettere di raccomandazione con tanto di timbro ecclesiastico, e all’occorrenza scortavano di persona i clienti ai consolati argentini. Poi il fuggitivo raggiungeva Genova o Napoli, saliva su una nave e spariva all’altro capo del mondo. Il caos del dopoguerra era la copertura perfetta.
E qui arriviamo al punto cruciale: davvero qualcuno pensa che in Vaticano non si sapesse? Hudal non era un prete di campagna, era un rettore con posizione di rilievo. L’andirivieni di “profughi tedeschi” all’Anima non era invisibile. I consolati argentini lavoravano a pieno ritmo con raccomandazioni timbrate. Gli americani del Counter Intelligence Corps segnalarono più volte l’attività sospetta. Eppure il Vaticano non intervenne mai in maniera decisa. Quando la faccenda divenne troppo evidente, la Curia si limitò a scaricare Hudal, emarginandolo e confinandolo a Grottaferrata. Ma l’idea che nessuno sapesse è una favola. In Vaticano non cade una foglia senza che qualcuno annoti il rumore: non potevano non sapere. E infatti non dissero nulla. Meglio il silenzio, che è da sempre la più comoda delle strategie ecclesiastiche.
Intanto, i clienti illustri del tour operator “Ratline Hudal Travel” se la svignavano: Franz Stangl, comandante di Sobibor e Treblinka, arrivato fino in Brasile; Gustav Wagner, ufficiale SS noto per la sua ferocia, anche lui approdato oltreoceano; Erich Priebke, coinvolto nell’eccidio delle Fosse Ardeatine, finito in Argentina come rispettabile direttore scolastico fino alla sua scoperta da parte di un giornalista negli anni ’90. E poi i grandi nomi che fecero della ratline italiana un’autostrada del crimine: Josef Mengele, il dottor morte di Auschwitz, passato da Genova verso l’Argentina; Adolf Eichmann, architetto della “soluzione finale”, imbarcato anch’egli da Genova e scoperto anni dopo a Buenos Aires; Klaus Barbie, il “boia di Lione”, finito in Bolivia; Walter Rauff, inventore dei camion a gas mobili, approdato in Cile; Ante Pavelić, dittatore ustascia croato, accolto a braccia aperte in Argentina. La lista è lunga e oscura, e a leggerla oggi si prova più nausea che stupore.
A completare il quadro ci furono anche fascisti italiani riciclati: Licio Gelli, futuro burattinaio della P2, che negli anni giovanili trovò nell’Argentina dei reduci un terreno fertile di contatti; Valerio Borghese, il “Principe Nero” della Xª MAS, che pur restando in Italia ebbe contatti con le reti; Carlo Scorza, ultimo segretario del Partito Fascista Repubblicano, transitato in Spagna e Argentina. Le ratline non furono mai un percorso esclusivamente nazista: erano una rete internazionale per fascisti di ogni nazione, un’agenzia viaggi della reazione che sapeva sempre dove spedire i propri camerati.
Gli americani sapevano, e spesso lasciarono correre. La guerra fredda iniziava, e i nazisti anticomunisti erano considerati meno pericolosi se arruolati contro Mosca piuttosto che processati. La CIA erediterà molti dossier del CIC e deciderà che certi uomini “vale la pena tenerli utili”. Non solo i boia finirono in Sud America: altri furono arruolati nei servizi segreti occidentali, nei programmi di intelligence e persino nella nuova Bundeswehr tedesca. La giustizia di Norimberga restò più un’eccezione che la regola.
Resta però lo scandalo morale: Roma, città eterna, divenne punto di transito del crimine eterno. Le mura che dovevano proteggere i pellegrini accolsero invece i persecutori. E mentre Hudal si crogiolava nella sua retorica del “difensore dei rifugiati anticomunisti”, i veri rifugiati, gli ebrei sopravvissuti e gli sfollati, dovevano dividere gli stessi corridoi con coloro che avevano contribuito al loro sterminio. È un paradosso insopportabile, che rivela fino a che punto la Chiesa, la Curia, e le istituzioni internazionali preferirono la logica del pragmatismo al dovere della giustizia.
Chi oggi visita Santa Maria dell’Anima difficilmente sospetta che sotto le volte rinascimentali si stampavano certificati di identità fasulli. I turisti alzano lo sguardo verso gli affreschi, e pochi sanno che lì si firmavano lettere che avrebbero permesso a Mengele di sperimentare in pace in Paraguay o a Priebke di insegnare matematica in Patagonia. È la doppiezza della storia: i luoghi santi possono diventare anticamere dell’inferno.
Ed eccoci allora a fissare la lista, secca e crudele, dei nomi di chi rese possibile tutto ciò e di chi ne beneficiò.
Figure ecclesiastiche e organizzatori: Alois Hudal, Josef Prader, Krunoslav Draganović, Luigi Pasa, Anton Weber, Vilim Cecelja, Dominik Mandić.
Nazisti e criminali di guerra transitati per la ratline italiana: Franz Stangl, Gustav Wagner, Erich Priebke, Josef Mengele, Adolf Eichmann, Klaus Barbie, Walter Rauff, Ante Pavelić, Andrija Artuković, Charles Lescat, Léon Degrelle, Otto Wächter.
Fascisti italiani e collaborazionisti vari: Licio Gelli, Valerio Borghese, Carlo Scorza, Rodolfo Graziani (seppur rimasto in Italia, orbitò nelle stesse reti).
Un elenco che sembra la rubrica telefonica dell’orrore, dove ogni nome porta con sé migliaia di morti. Gente che avrebbe dovuto scontare pene esemplari e che invece brindava a vino argentino.
La conclusione non può che essere amara: il dopoguerra, che avrebbe dovuto segnare il trionfo della giustizia, fu in realtà una fiera del compromesso. I tribunali furono pochi, le ratline furono tante. E se oggi possiamo scrivere tutto questo è solo perché archivi declassificati e testimoni ostinati hanno scavato oltre il silenzio. Ma la verità resta: dal Collegio Teutonico di Santa Maria dell’Anima, dalla Curia che non poteva non sapere, dal Vaticano che scelse il mutismo strategico, si snodava una linea sotterranea che portava i boia in salvo. Una linea vergognosa, che ancora oggi pesa come una pietra sulla memoria collettiva.
Perché la storia può perdonare le tragedie inevitabili, ma non perdona mai l’ipocrisia consapevole.



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