Ci sono storie d’amore, storie d’odio, storie di rivalità e poi c’è quella cosa indefinibile, viscerale, quasi cosmica che lega Donald John Trump a Barack Hussein Obama. Una relazione che nessun terapeuta di coppia potrebbe risolvere, nessun mediatore potrebbe gestire, nessun esorcista potrebbe sciogliere. Perché quella di Trump per Obama non è semplice antipatia politica, non è divergenza ideologica, non è nemmeno competizione tra leader di schieramenti opposti. È qualcosa di molto più profondo, più radicato, più patologicamente affascinante. È un’ossessione nel senso più clinico del termine, il tipo di fissazione che farebbe la gioia di qualsiasi psicoanalista con un divano abbastanza lungo e un blocco note abbastanza grande. Se Sigmund Freud fosse ancora tra noi, probabilmente abbandonerebbe tutti i suoi pazienti per dedicarsi esclusivamente a questo caso, perché qui c’è materiale sufficiente per riscrivere da capo l’intera disciplina della psicologia del profondo.

Partiamo dall’inizio, perché ogni buona analisi clinica richiede un’anamnesi dettagliata. La prima apparizione pubblica significativa di questa ossessione ha una data precisa e un luogo preciso: la White House Correspondents’ Dinner del 30 aprile 2011. Quella sera Barack Obama, con il suo celebre tempismo comico e quella calma olimpica che evidentemente genera orticaria in certi soggetti, dedicò una serie di battute devastanti a Donald Trump, presente in sala, che aveva passato settimane a promuovere la teoria cospirazionista del birtherism, ovvero l’idea che Obama non fosse nato negli Stati Uniti e quindi fosse un presidente illegittimo. Obama proiettò il suo certificato di nascita in versione estesa sullo schermo, poi aggiunse con quel sorriso che vale più di mille insulti che adesso Trump poteva finalmente concentrarsi sulle questioni davvero importanti, come stabilire se l’allunaggio fosse stato una messinscena e cosa fosse successo veramente a Roswell. La sala esplose in una risata collettiva. Le telecamere inquadrarono Trump, seduto al suo tavolo, con un’espressione che mescolava rabbia, umiliazione e quella particolare sfumatura di rosso che il suo fondotinta non riusciva a coprire. Secondo numerose ricostruzioni giornalistiche, tra cui quella pubblicata dal New Yorker e quella del Washington Post, molti osservatori ritengono che quella sera nacque la determinazione di Trump a candidarsi alla presidenza. Non per un progetto politico, non per una visione dell’America, ma per una vendetta personale. Se questo non è materiale da lettino dell’analista, francamente non sappiamo cosa lo sia.

Il birtherism merita un approfondimento perché rappresenta il primo capitolo clinicamente significativo di questa ossessione. Trump non inventò la teoria, che circolava in ambienti marginali già durante la campagna del 2008, ma la trasformò nella sua prima grande piattaforma mediatica. A partire dal 2011 iniziò ad apparire in ogni talk show disponibile sostenendo di aver mandato investigatori alle Hawaii per indagare sulla nascita di Obama e che quello che stavano trovando era incredibile. Queste dichiarazioni furono rilasciate tra gli altri a NBC, alla Fox News e praticamente a chiunque avesse un microfono e una telecamera. Naturalmente nessun investigatore trovò mai nulla di incredibile, perché Obama era nato a Honolulu il 4 agosto 1961, come certificato dalle autorità dello stato delle Hawaii, dal Dipartimento della Salute locale e da chiunque avesse un minimo di interesse per la realtà fattuale. Ma la realtà fattuale non è mai stata il punto. Il punto era Obama. Il punto era sempre Obama.

Ora, se dovessimo indossare il camice bianco dello psicologo clinico e sederci sulla poltrona di pelle con il blocco note sulle ginocchia, cosa vedremmo in questo comportamento? Vedremmo innanzitutto quello che la psicologia chiama disturbo narcisistico di personalità, una condizione ampiamente discussa in relazione a Trump da numerosi professionisti della salute mentale, nonostante la cosiddetta Goldwater Rule dell’American Psychiatric Association che sconsiglia di diagnosticare pubblicamente persone non esaminate direttamente. Questa regola, introdotta dopo che nel 1964 oltre mille psichiatri avevano dichiarato Barry Goldwater psicologicamente inadatto alla presidenza in un sondaggio della rivista Fact, è stata messa a dura prova dall’era Trump. Nel 2017, la psichiatra di Yale Bandy X. Lee curò un volume intitolato “The Dangerous Case of Donald Trump” (editore: Thomas Dunne Books), al quale contribuirono 27 professionisti della salute mentale che espressero gravi preoccupazioni sullo stato psicologico del presidente. Il libro divenne un bestseller e un caso nazionale, dimostrando che evidentemente non ero l’unico a pensare che qui ci fosse qualcosa di clinicamente rilevante.

Il narcisismo patologico, per chi non avesse dimestichezza con il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-5), si caratterizza tra le altre cose per un senso grandioso di importanza personale, la preoccupazione per fantasie di successo illimitato, potere, bellezza o amore ideale, la convinzione di essere speciale e unico, il bisogno di eccessiva ammirazione, il senso di diritto acquisito, il comportamento manipolativo interpersonale, la mancanza di empatia, l’invidia verso gli altri o la convinzione che gli altri siano invidiosi di sé, e atteggiamenti arroganti. Se leggete questa lista e non pensate immediatamente a qualcuno con i capelli color fieno bagnato e una cravatta troppo lunga, probabilmente avete vissuto in una grotta negli ultimi dieci anni, e in tal caso vi invidio sinceramente.

Ma il narcisismo da solo non spiega l’ossessione per Obama. Per quello dobbiamo scavare più a fondo, come farebbe un buon analista freudiano che non si accontenta mai della superficie. Quello che vediamo nella relazione unidirezionale di Trump verso Obama è un fenomeno che potremmo chiamare invidia narcisistica proiettata, ovvero la tortura interiore di chi si percepisce superiore ma deve confrontarsi con qualcuno che il mondo intero considera superiore a lui in tutti gli ambiti che contano. Obama è tutto ciò che Trump vorrebbe essere ma non riesce ad essere, e questa è la ferita che non guarisce mai. Obama è eloquente, Trump è incoerente. Obama è cool, Trump è kitsch. Obama è un intellettuale, Trump si vanta di non leggere libri. Obama ha vinto il Premio Nobel per la Pace nel 2009, e per quanto si possa discutere sulla tempistica di quel premio, Trump non lo vincerà mai nemmeno se vivesse duecento anni. Obama ha riempito arene con discorsi che facevano piangere persone adulte di commozione, Trump riempie arene con discorsi che fanno piangere persone adulte per altri motivi. Obama è uscito dalla Casa Bianca con indici di gradimento intorno al 59% secondo Gallup, Trump dal primo mandato è uscito con il 34%, il più basso dalla presidenza di Richard Nixon.

E poi c’è la questione razziale, l’elefante nella stanza che nessuno vuole guardare in faccia ma che è impossibile ignorare. Il birtherism non era solo una teoria cospirazionista qualunque. Era una teoria cospirazionista specificamente razziale, progettata per delegittimare il primo presidente afroamericano della storia degli Stati Uniti suggerendo che non fosse veramente americano. L’implicazione era chiara per chiunque avesse orecchie per intendere: un uomo nero non poteva essere presidente degli Stati Uniti in modo legittimo, quindi ci doveva essere per forza qualcosa di irregolare. Ta-Nehisi Coates, nel suo celebre articolo per The Atlantic intitolato “The First White President”, argomentò in modo convincente che l’intera presidenza Trump andava compresa come una reazione alla presidenza Obama, come un tentativo di restaurazione dell’ordine razziale percepito come minacciato dall’elezione di un uomo nero alla carica più potente del mondo. Coates scrisse che Trump non era semplicemente un presidente bianco ma era il primo presidente la cui intera identità politica era costruita sulla bianchezza come opposizione alla nerezza di Obama. Duro, ma difficile da confutare se si guarda ai fatti.

Ma torniamo sul lettino dell’analista, perché il nostro paziente immaginario avrebbe ancora molto da raccontarci. Una delle caratteristiche più affascinanti dell’ossessione di Trump per Obama è la sua natura ossessivo compulsiva. Non si tratta di critiche occasionali a un predecessore, cosa che ogni presidente ha fatto nella storia. Si tratta di una compulsione ripetitiva, irrefrenabile, quasi autonoma. Il sito Trump Twitter Archive ha documentato che tra il 2011 e il 2021 Trump ha menzionato Obama in migliaia di tweet. Migliaia. Non centinaia, migliaia. In confronto, Obama ha menzionato Trump in un numero di tweet che si possono contare sulle dita di due mani. Questa asimmetria è rivelatrice: per Obama, Trump è un fastidio politico da gestire; per Trump, Obama è una presenza costante, un fantasma che abita la sua mente, un metro di paragone dal quale non riesce a liberarsi.

Nel 2017, appena insediato, Trump firmò una raffica di ordini esecutivi il cui unico filo conduttore era demolire tutto ciò che Obama aveva costruito. L’Affordable Care Act, noto come Obamacare? Da smantellare. L’accordo sul clima di Parigi? Da abbandonare. L’accordo sul nucleare iraniano (JCPOA)? Da stracciare. Il DACA per i giovani immigrati arrivati da bambini? Da cancellare. Le regolamentazioni ambientali dell’EPA? Da eliminare. Ogni singola politica non veniva valutata nel merito, non veniva discussa nei suoi effetti pratici, veniva semplicemente identificata come “roba di Obama” e quindi da distruggere. È il comportamento di un bambino che distrugge il castello di sabbia del fratello maggiore non perché voglia costruire qualcosa di meglio, ma perché non sopporta che il castello del fratello sia più bello del suo. Uno psicologo infantile riconoscerebbe immediatamente il pattern.

C’è un episodio particolarmente rivelatore accaduto nel maggio 2017 e riportato da Politico e da altri media. Quando Trump visitò l’Arabia Saudita nel suo primo viaggio all’estero da presidente, fu ossessionato dal confronto con l’accoglienza che i sauditi avevano riservato a Obama. Voleva sapere se il tappeto rosso era più lungo, se la cerimonia era più sontuosa, se i sauditi lo trattavano meglio di quanto avessero trattato Obama. Non gli interessava il contenuto dei negoziati, non gli interessavano le implicazioni geopolitiche della visita, gli interessava solo se il suo tappeto rosso era più lungo di quello di Obama. Questo è quello che in psicologia clinica si chiama confronto narcisistico patologico, e se non vi fa un po’ ridere e un po’ piangere simultaneamente, controllate il vostro polso perché potreste essere clinicamente morti.

Il tema delle dimensioni, intese ovviamente in senso metaforico e non solo, attraversa tutta l’ossessione di Trump per Obama. La dimensione della folla all’inaugurazione è forse il caso più emblematico. Il 20 gennaio 2017, il giorno stesso dell’insediamento, quando qualsiasi persona normale sarebbe stata concentrata sull’enormità del compito che la attendeva, Trump era concentrato sul confronto fotografico tra la sua folla e quella dell’inaugurazione di Obama nel 2009. Le fotografie aeree mostravano inequivocabilmente che la folla di Obama era enormemente più grande, come documentato dalle immagini del National Park Service e da ogni singolo organo di stampa presente. Ma Trump mandò il suo portavoce Sean Spicer a dichiarare che quella era la folla più grande nella storia delle inaugurazioni presidenziali, punto, e che i media stavano mentendo. Fu la nascita dei “fatti alternativi” coniati dalla consigliera Kellyanne Conway in un’intervista ormai storica su NBC Meet the Press, e fu anche il momento in cui il mondo capì che l’ossessione per Obama non era un capriccio della campagna elettorale ma sarebbe stata una caratteristica permanente della presidenza.

Uno psicologo cognitivo comportamentale noterebbe qui un pattern classico di distorsione cognitiva nota come pensiero dicotomico o pensiero tutto o nulla. Nel mondo interiore di Trump, o sei il migliore in assoluto o sei un fallimento totale. Non esiste via di mezzo, non esiste sfumatura, non esiste la possibilità di essere semplicemente buoni. E il metro di misura per “il migliore in assoluto” è sempre Obama. Sempre. Qualunque sia l’argomento. Se Obama ha ottenuto buoni indici di gradimento, Trump deve avere i migliori indici di gradimento di sempre. Se Obama ha gestito bene una crisi, Trump deve aver gestito la crisi meglio di chiunque nella storia dell’umanità. Se Obama ha giocato a golf un certo numero di volte durante la presidenza, Trump deve giocare di più ma contemporaneamente criticare Obama per aver giocato troppo a golf, e sì, questo è effettivamente successo e la documentazione è disponibile su FactCheck.org con un conteggio preciso delle partite di golf di entrambi i presidenti che mostrano come Trump abbia giocato significativamente più di Obama nonostante le critiche ripetute.

La pandemia di COVID-19 ha fornito un altro capitolo straordinario di questa ossessione. Mentre il virus si diffondeva negli Stati Uniti nella primavera del 2020, uccidendo centinaia di migliaia di americani, Trump trovò il modo di incolpare Obama. Sì, avete letto bene. Obama, che aveva lasciato l’incarico tre anni prima. Trump sosteneva che Obama gli avesse lasciato scaffali vuoti, test difettosi e un sistema sanitario impreparato, accusando specificamente l’amministrazione precedente di aver esaurito le scorte di mascherine e ventilatori senza reintegrarle. Quando i giornalisti gli facevano notare che aveva avuto tre anni per rimediare a eventuali carenze, Trump cambiava discorso o attaccava i giornalisti stessi. Questo meccanismo si chiama proiezione e spostamento della colpa, ed è uno dei meccanismi di difesa più primitivi identificati dalla psicoanalisi, tipico di personalità che non possono tollerare l’idea di essere responsabili dei propri fallimenti.

Nel maggio 2020, Trump lanciò quella che definì la più grande truffa politica della storia americana, il cosiddetto “Obamagate”, accusando Obama di aver orchestrato un complotto per sabotare la sua presidenza attraverso il controllo dell’FBI e delle agenzie di intelligence. Quando un giornalista di The Washington Post gli chiese di specificare quale crimine Obama avesse commesso esattamente, Trump rispose “Sai qual è il crimine. Il crimine è molto ovvio per tutti.” Il che, tradotto dal trumpese all’italiano, significa “non ho la più pallida idea di cosa sto parlando ma suona bene e fa arrabbiare le persone giuste”. Nessuna indagine ha mai prodotto prove di alcun Obamagate, ma questo non ha impedito al termine di diventare un hashtag di tendenza per giorni, dimostrando che nell’era dei social media la realtà è opzionale ma l’ossessione è eterna.

Un aspetto dell’ossessione particolarmente interessante dal punto di vista psicologico è quello che potremmo chiamare la mimesi competitiva, ovvero il bisogno di Trump di replicare ogni aspetto della vita di Obama ma in versione più grande, più lussuosa, più “tremendamente” come direbbe lui. Obama ha scritto un memoir bestseller? Trump ne deve scrivere uno che vende di più. Obama ha vinto un Emmy? Trump accusa l’Academy di essere corrotta. Obama ha una fondazione? Trump ne ha una che poi viene chiusa per usi impropri dei fondi, come documentato dal New York Times nel dicembre 2019 quando un giudice di New York ordinò a Trump di pagare 2 milioni di dollari per aver usato fondi della sua fondazione per scopi personali e politici. Obama ha ricevuto un accordo con Netflix per produrre contenuti? Trump deve trovare il modo di avere una piattaforma mediatica ancora più grande, il che ha portato alla creazione di Truth Social, un social network che al momento in cui scrivo ha una base utenti paragonabile a quella di un gruppo WhatsApp di una parrocchia di periferia, se la parrocchia fosse particolarmente depressa.

C’è poi il capitolo delle telefonate e delle intercettazioni. Nel marzo 2017, Trump scrisse su Twitter che Obama aveva fatto mettere sotto controllo le linee telefoniche della Trump Tower durante la campagna elettorale, paragonando la cosa al Watergate. Questa accusa, lanciata apparentemente alle sei del mattino di un sabato senza alcuna prova, senza alcuna consulenza legale e senza alcun briefing di intelligence, costrinse l’intero apparato governativo americano a indagare su se stesso per settimane. Il direttore dell’FBI James Comey, il direttore della NSA Mike Rogers e i comitati di intelligence di Camera e Senato conclusero tutti che non esisteva alcuna prova di intercettazioni ordinate da Obama. Il Dipartimento di Giustizia stesso confermò l’assenza di qualsiasi mandato in tal senso. Ma Trump non ritirò mai l’accusa, perché nel suo universo psichico Obama è sempre lì, sempre in agguato, sempre impegnato a complottare contro di lui. È la versione presidenziale del mostro sotto il letto, con la differenza che i bambini normali a un certo punto crescono e smettono di avere paura.

Dal punto di vista della psicologia junghiana, che qui ci viene in soccorso con eleganza, potremmo dire che Obama rappresenta l’Ombra di Trump, nel senso tecnico del termine. Carl Gustav Jung definiva l’Ombra come quella parte della personalità che l’individuo rifiuta di riconoscere in sé stesso e che proietta sugli altri. Obama incarna tutto ciò che Trump non è e non può essere: la compostezza, l’eloquenza, la competenza intellettuale, il rispetto universale, la capacità di ridere di sé stesso, la grazia sotto pressione. Queste qualità, che Trump desidera disperatamente ma non possiede, vengono trasformate attraverso il meccanismo della proiezione in difetti: la compostezza diventa debolezza, l’eloquenza diventa arroganza, la competenza intellettuale diventa elitismo, il rispetto universale diventa popolarità immeritata. È un classico così perfetto che potrebbe essere inserito nei manuali di psicologia come caso di studio esemplare.

Ma non dimentichiamo la componente di rivalità generazionale e culturale. Trump è nato nel 1946, cresciuto nell’America bianca e ricca del Queens e poi di Manhattan, figlio di un magnate immobiliare che secondo le ricostruzioni del New York Times gli trasferì almeno 413 milioni di dollari nel corso della vita attraverso vari schemi fiscali, alcuni dei quali definiti come frode fiscale vera e propria. Obama è nato nel 1961, cresciuto da una madre single, passato attraverso l’Indonesia e le Hawaii, arrivato alla presidenza degli Stati Uniti attraverso il merito, le borse di studio, la Columbia University, la Harvard Law School dove fu il primo afroamericano a diventare presidente della Harvard Law Review. Per un uomo come Trump, che ha costruito la sua intera identità sull’idea di essere un self-made man nonostante i 413 milioni di dollari ricevuti dal papà, il fatto che Obama sia effettivamente un self-made man rappresenta una contraddizione insopportabile, una confutazione vivente della sua narrativa personale.

Nel 2019, durante un rally in North Carolina, Trump disse ai suoi sostenitori che Obama era “il peggior presidente nella storia degli Stati Uniti”. Questa affermazione, ripetuta in innumerevoli variazioni nel corso degli anni, è interessante perché contraddice il consenso praticamente unanime degli storici. Il sondaggio C-SPAN degli storici presidenziali del 2021 collocava Obama al decimo posto tra i presidenti americani, mentre Trump si posizionava al 41° su 44. Il divario tra percezione personale e realtà oggettiva è così vasto che potrebbe ospitare comodamente un campo da golf con diciotto buche, il che è appropriato considerando quanto tempo il nostro soggetto passa sui campi da golf.

L’ossessione ha avuto anche manifestazioni fisiche e spaziali. Trump ha letteralmente rimosso dalla Casa Bianca o modificato elementi che associava a Obama. Ha rimosso ritratti, ha cambiato la disposizione di alcune stanze, ha eliminato programmi e iniziative che portavano l’impronta del suo predecessore. Persino il giardino della Casa Bianca curato da Michelle Obama, quel famoso orto che era diventato un simbolo dell’alimentazione sana e dell’educazione nutrizionale per i bambini americani, è stato oggetto di discussioni sulla sua possibile rimozione, anche se alla fine è sopravvissuto. Ma il fatto stesso che qualcuno nella cerchia di Trump abbia pensato di eliminare un orto perché associato agli Obama la dice lunga sulla profondità dell’ossessione. Siamo oltre il disturbo narcisistico di personalità, siamo nel territorio del disturbo ossessivo compulsivo con sfumature di personalità paranoide, il tipo di diagnosi multipla che fa luccicare gli occhi dei psichiatri come alberi di Natale.

Nel 2020, durante la campagna per la rielezione, l’ossessione raggiunse nuove vette quando Obama scese in campo per sostenere Joe Biden. I discorsi di Obama durante la campagna furono chirurgicamente mirati a smontare Trump, e la reazione di quest’ultimo fu rivelatrice. Invece di concentrarsi sull’avversario effettivo, cioè Biden, Trump iniziò a rispondere a Obama, a litigare con Obama, a sfidare Obama. Era come guardare un pugile che invece di combattere l’avversario sul ring inizia a prendere a pugni l’arbitro perché gli sta antipatico. I consiglieri di Trump, secondo le ricostruzioni di Axios, tentavano disperatamente di riportare la sua attenzione su Biden, ma era come cercare di distrarre un gatto da un puntatore laser. L’oggetto luminoso era Obama, era sempre stato Obama, sarebbe sempre stato Obama.

Il ritorno di Trump alla presidenza nel 2025 non ha attenuato l’ossessione. Anzi. Nei primi mesi del secondo mandato, Trump ha continuato a menzionare Obama con una frequenza che farebbe invidia a un amante respinto che scrive messaggi a mezzanotte. Ha accusato Obama di aver orchestrato la candidatura di Biden, poi di aver orchestrato il ritiro di Biden, poi di aver orchestrato la candidatura di Kamala Harris, poi di aver orchestrato praticamente tutto ciò che accade nell’universo democratico. Secondo Trump, Obama è contemporaneamente un presidente inefficace e debole e anche il burattinaio onnipotente che tira i fili di tutta la politica americana. Questa doppia attribuzione contradittoria, il nemico è sia debole sia onnipotente, è una caratteristica classica del pensiero paranoide identificata già nel 1964 dallo storico Richard Hofstadter nel suo saggio “The Paranoid Style in American Politics” pubblicato su Harper’s Magazine, e il fatto che un saggio di sessant’anni fa descriva perfettamente il comportamento dell’attuale presidente degli Stati Uniti dovrebbe farci riflettere su quanta strada abbiamo fatto come civiltà, ovvero praticamente nessuna.

C’è anche la questione dello stile personale, che per un narcisista è fondamentale quanto la sostanza, anzi molto di più. Obama è universalmente riconosciuto come uno degli uomini più eleganti ad aver occupato la Casa Bianca. I suoi abiti erano impeccabili, il suo portamento era regale, la sua calma era leggendaria. Trump, al contrario, è noto per le cravatte troppo lunghe, gli abiti che sembrano leggermente troppo grandi, l’abbronzatura artificiale di un colore che non esiste in natura e i capelli che sono stati oggetto di più analisi ingegneristiche della torre di Pisa. Quando nel 2014 Obama indossò un abito color tan durante una conferenza stampa e i media conservatori lo criticarono come se avesse commesso un crimine di guerra, Trump si unì al coro delle critiche con entusiasmo. Un uomo che indossa quotidianamente una cravatta rossa lunga fino alle ginocchia criticava la scelta del colore dell’abito altrui. La mancanza di autoconsapevolezza qui raggiunge livelli che trascendono la psicologia e entrano nel territorio della fisica quantistica, dove le particelle possono trovarsi in due stati contraddittori simultaneamente.

La relazione di Trump con la verità in relazione a Obama merita un paragrafo a sé. Il Washington Post Fact Checker ha documentato che durante il primo mandato presidenziale Trump ha fatto 30.573 affermazioni false o fuorvianti, e una percentuale significativa di queste riguardava Obama o politiche ereditate dall’amministrazione Obama. Ha mentito sulle dimensioni dell’economia di Obama, ha mentito sui numeri dell’occupazione sotto Obama, ha mentito sugli indici di criminalità sotto Obama, ha mentito sul trattamento che Obama riservava ai veterani, ha mentito sulle politiche migratorie di Obama, ha mentito sul numero di ordini esecutivi firmati da Obama. Ha mentito così tanto e così frequentemente su Obama che distinguere le bugie dalle verità è diventato un lavoro a tempo pieno per intere redazioni giornalistiche, creando posti di lavoro che ironicamente miglioravano le statistiche sull’occupazione.

Uno psicologo specializzato in psicologia politica potrebbe anche notare il fenomeno dell’identificazione con l’aggressore rovesciata. In condizioni normali, questo meccanismo di difesa descritto da Anna Freud prevede che la vittima si identifichi con chi la minaccia per ridurre l’ansia. Nel caso di Trump, vediamo qualcosa di diverso: il soggetto si percepisce come vittima di Obama (che lo ha umiliato, che gli ha reso la vita impossibile, che ha complottato contro di lui) e risponde diventando l’aggressore ossessivo, in un loop infinito di vittimismo e aggressione che si autoalimenta come una macchina del moto perpetuo alimentata a rancore.

C’è anche l’aspetto delle donne nelle vite dei due uomini, che dal punto di vista psicologico è illuminante. Michelle Obama è costantemente classificata come una delle donne più ammirate d’America, spesso la prima nella classifica annuale di Gallup. I suoi libri hanno venduto decine di milioni di copie. La sua fondazione è attiva e rispettata. La sua influenza culturale è enorme. Melania Trump, al contrario, ha mantenuto un profilo così basso durante e dopo la presidenza che ci sono stati momenti in cui l’America si chiedeva se esistesse ancora. Il confronto tra le due coppie è così impietoso che probabilmente alimenta ulteriormente l’ossessione: non solo Obama era un presidente più rispettato, ma aveva anche una moglie più popolare, una famiglia più ammirata, una vita post-presidenziale più significativa. Per un narcisista, questa combinazione di fattori è come un pugno allo stomaco quotidiano, ogni mattina, per sempre.

Le memorie di Obama, “A Promised Land”, pubblicate nel 2020, vendettero 890.000 copie nelle prime 24 ore secondo i dati di Penguin Random House, stabilendo un record per la casa editrice. Quando Trump pubblicò il suo libro post-presidenziale, le vendite furono… diciamo meno stratosferiche. Anche qui, il confronto è inevitabile e doloroso per chi ha costruito la propria identità sull’essere il numero uno in tutto.

Nel 2023, durante la campagna per la nomination repubblicana, Trump disse in un rally che era molto più popolare di Obama, ma che i media non lo dicevano. Aggiunse che le sue folle erano più grandi, il suo entusiasmo era più grande, il suo impatto era più grande. “Tutto più grande” potrebbe essere il motto non ufficiale dell’ossessione: un bisogno compulsivo di superare Obama in ogni metrica possibile, reale o immaginaria, significativa o irrilevante. Quanti retweet? Quanti like? Quanti punti di share televisivo? Quanti applausi? Quanti secondi di standing ovation? Il narcisista tiene il conto di tutto, e il risultato è sempre insufficiente perché la voragine interiore non può essere riempita da nessuna quantità di approvazione esterna.

Se volessimo sintetizzare l’analisi psicologica in una formulazione clinica, come farebbe un bravo terapeuta alla fine di una lunga sessione, potremmo dire qualcosa del genere. Il paziente presenta un disturbo narcisistico di personalità con tratti paranoidi significativi, caratterizzato da grandiosità patologica, bisogno insaziabile di ammirazione, incapacità di tollerare le critiche, tendenza alla proiezione dei propri fallimenti sugli altri, pensiero dicotomico rigido e un’ossessione fissa su una figura specifica, identificata come Barack Obama, che rappresenta simultaneamente l’ideale irraggiungibile del Sé e la minaccia esistenziale alla propria autostima. L’ossessione si manifesta attraverso menzionamenti compulsivi, accuse paranoidi di cospirazione, tentativi sistematici di demolire l’eredità della figura oggetto dell’ossessione e un confronto competitivo costante che il paziente non può vincere ma dal quale non riesce a disimpegnarsi. La prognosi è sfavorevole in assenza di un trattamento che il paziente rifiuterebbe categoricamente poiché l’ammissione di un problema è incompatibile con la struttura narcisistica della personalità. In parole povere: non guarirà mai perché per guarire dovrebbe ammettere di essere malato, e ammettere di essere malato è la cosa che un narcisista non può fare per definizione. È il circolo vizioso perfetto, elegante nella sua tragicità, come una scala di Escher che sale sempre e non arriva mai da nessuna parte.

Ma c’è un ultimo aspetto che merita considerazione, e riguarda noi, gli osservatori, il pubblico, la platea globale che assiste a questo psicodramma. Perché l’ossessione di Trump per Obama non sarebbe così culturalmente significativa se non riflettesse qualcosa di più ampio, qualcosa che riguarda l’America stessa. L’America è un paese che ha eletto il suo primo presidente nero e poi ha eletto come suo successore un uomo la cui carriera politica è nata letteralmente dalla negazione della legittimità del primo presidente nero. Questo non è solo un dato psicologico individuale, è un dato psicologico collettivo. Trump non è ossessionato da Obama in un vuoto: è ossessionato da Obama perché milioni di americani condividono almeno in parte quella stessa ossessione, quel stesso disagio, quella stessa incapacità di accettare che il mondo è cambiato e che il cambiamento include il fatto che un uomo nero possa essere il miglior presidente dei tuoi tempi. Il sociologo Robin DiAngelo chiamerebbe questo “fragilità bianca”, altri lo chiamerebbero razzismo strutturale, io lo chiamo il materiale che tiene impegnati gli psicoanalisti americani per i prossimi cento anni.

E così, mentre scriviamo queste righe nel 2025, l’ossessione continua. Trump è di nuovo presidente, ha il potere, ha la carica, ha il bottone nucleare, ma non ha la cosa che vuole veramente: essere amato, rispettato e ammirato come Barack Obama. E non la avrà mai. E questa consapevolezza, per quanto sepolta sotto strati di narcisismo, negazione e fondotinta arancione, è la ferita che sanguina ogni giorno, ogni tweet, ogni comizio, ogni volta che qualcuno in una stanza pronuncia il nome Obama e gli occhi di Trump si restringono impercettibilmente. È la tragedia greca dell’era digitale, con un protagonista che non ha la dignità di Edipo né l’eloquenza di Antigone ma ha i codici nucleari, il che rende la cosa considerevolmente meno divertente di quanto vorremmo.

In conclusione, se fossi veramente lo psicologo di Donald Trump, la prima cosa che gli chiederei non sarebbe di parlarmi della sua infanzia, del suo rapporto con il padre Fred, dei suoi matrimoni o delle sue bancarotte. Gli chiederei una cosa sola: “Mi parli di Barack Obama.” E poi mi metterei comodo, perché so che non finirebbe mai di parlare. Non finirebbe mai perché Obama è il buco nero al centro della sua galassia psichica, la singolarità dalla quale nulla può sfuggire, nemmeno la luce, nemmeno la ragione, nemmeno la verità. E io, come bravo analista, annuirei, prenderei appunti, e alla fine della seduta direi “Ne parliamo la prossima volta”, sapendo perfettamente che la prossima volta sarebbe identica a questa, e quella dopo ancora, e quella dopo ancora, per sempre, o almeno fino a quando il paziente o il terapeuta non saranno entrambi troppo vecchi per ricordare di cosa stavano parlando. Ma conoscendo Trump, probabilmente ricorderebbe Obama anche dall’aldilà, e passerebbe l’eternità a sostenere che il suo paradiso è più grande, più bello e con folle più numerose all’ingresso.

Rispondi

Il Venerabile Ordine del Biscotto Spezzato è un blog ironico e contemplativo, dove spiritualità e dolcezza si incontrano tra briciole e riflessioni. Qui si parla di religione nel mondo, ma anche di quanto tutte le religioni siano, in fondo, invenzioni umane. Il vero divino? Lo troviamo nella natura, nel silenzio, nei piccoli gesti, e sì… anche nei biscotti che si rompono prima d’essere inzuppati. Il tono è rilassato, a volte filosofico, spesso scanzonato. C’è spazio per miti, leggende, cammini spirituali e passeggiate nei boschi. Niente fanatismi, solo morbide illuminazioni. Un luogo per chi cerca domande più che risposte, conforto più che verità. Prenditi una pausa, spezza un biscotto e leggi in pace.

~ Sergio De Amicis

Designed with WordPress

Non puoi copiare il contenuto di questa pagina

Scopri di più da Il Venerabile Ordine del Biscotto Spezzato

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere