Comunione e comunismo: due parole che si assomigliano come fratelli separati alla nascita, e che oggi si guardano da lontano come se non si conoscessero più. Eppure, il loro cuore è lo stesso.
La comunione è un gesto, ma è anche un simbolo. Nel cristianesimo è il pane spezzato, è il corpo condiviso, è il rito che ci ricorda che non siamo soli. Un morso di pane e un sorso di vino che diventano legame con il divino, ma anche con il prossimo. La comunione è quando il sacro si fa quotidiano, quando l’individuo scompare e lascia spazio alla comunità. È il pasto che non si consuma in silenzio, ma che ci mette in relazione con gli altri. È come una lunga tavolata di contadini che, al termine della mietitura, si siedono all’ombra e si passano il pane, il vino, il sudore e le storie. È il contrario della fame isolata, del frigorifero chiuso a chiave, del fast food mangiato davanti al telefono.
Il comunismo, da parte sua, è una teoria politica, una prassi, una ferita storica e, per alcuni, una speranza mai spenta. Anche il comunismo parla di pane, ma non più consacrato: distribuito. Non più spiritualizzato: prodotto insieme. È il tentativo di costruire una società dove non ci sia più l’uno che mangia e l’altro che guarda. Dove la terra, le fabbriche, le risorse, non siano feudi ma beni comuni. Non è un’idea astratta: è la miniera condivisa, la cooperativa di braccianti, il kolchoz idealizzato. È anche, purtroppo, la burocrazia opprimente, la censura, il culto del capo – quando l’ideale si corrompe e dimentica il suo cuore.
Ma torniamo alla parola che le unisce: communis, che significa “in comune”. Comunione e comunismo parlano, sotto le loro forme diverse, dello stesso sogno: sciogliere l’io in un noi. Riconoscere che ciò che è mio non può più essere solo mio. E in un mondo dove tutto è proprietà, privatizzazione e cancello chiuso, questa è forse la più rivoluzionaria delle idee.
Quando una madre taglia a metà una mela per darne una parte al figlio, sta praticando una forma di comunione. Quando un giovane mette il suo tempo al servizio di una mensa popolare, compie un gesto comunista, nel senso più puro del termine. E quando un pastore e un rivoluzionario si siedono sotto lo stesso ulivo e si scambiano storie, entrambi cercano la stessa cosa: una vita degna per tutti.
Pensiamo all’assemblea di fabbrica: le mani alzate, le voci che si sovrappongono, la rabbia che si trasforma in decisione. È un momento sacro, anche se non lo si direbbe mai in una chiesa. È una liturgia laica, dove il corpo del lavoratore è ancora una volta protagonista, non più solo oggetto del sacrificio economico, ma soggetto di una liberazione collettiva. E cos’è la liturgia, se non il momento in cui ci si ricorda che esistiamo gli uni per gli altri?
Dall’altra parte, pensiamo alla messa: l’altare, le parole ripetute, il silenzio denso, il gesto millenario del pane che si spezza. Anche lì, come in assemblea, si celebra il potere della comunità. Lì è Dio che unisce, qui è la lotta. Ma il gesto è lo stesso: spezzare ciò che è intero, per renderlo condivisibile.
Il contadino che condivide la sua semente con il vicino non sta facendo né economia né teologia, ma sta incarnando entrambe. Sta dicendo: “Il frutto della terra è anche il tuo frutto”. Così come il Cristo che dice: “Questo è il mio corpo, prendete e mangiatene tutti”, non sta parlando solo agli apostoli. Sta parlando al genere umano. E non dice “pagate”, ma “prendete”.
Il pane, dunque, è il simbolo che collega tutto. Non solo nella liturgia o nella mensa, ma nella fame stessa. Chi ha fame non desidera una teoria: desidera comunione. Chi è sfruttato non sogna un dogma: sogna comunismo. Per questo le due parole si inseguono da secoli. Perché una parla al cuore, l’altra al corpo. Ma entrambe al bisogno profondo di essere parte, di non essere espulsi, esclusi, dimenticati.
Ci sono esempi concreti che ce lo ricordano. Quando i contadini del Chiapas si sono sollevati nel nome della terra, lo hanno fatto portando con sé non solo le armi e i proclami, ma anche simboli religiosi. Lo zapatismo è comunione e comunismo insieme: un Vangelo riscritto a colpi di machete e poesia. Così come don Milani, che nella scuola di Barbiana faceva lezione ai figli degli operai e dei contadini, e nel contempo scriveva lettere che sembravano manifesti politici, parlava con lo stesso linguaggio dell’uguaglianza.
Comunione e comunismo si trovano, oggi, in luoghi inaspettati. In un orto urbano curato da ragazzi di quartiere. In una cena solidale organizzata da volontari e migranti. Nella pratica della “spesa sospesa” nei negozi di vicinato. Nell’occupazione di una scuola abbandonata per trasformarla in biblioteca. In tutto ciò che rifiuta la logica del possesso come unico modo di esistere.
E allora, la domanda non è se comunione e comunismo siano compatibili. La domanda è: possiamo oggi vivere senza l’uno e senza l’altro? Possiamo davvero credere che si possa costruire una società fondata sull’individuo isolato, sulla proprietà assoluta, sulla concorrenza senza pietà?
Forse la risposta sta nel gesto più semplice: offrire un bicchiere d’acqua a uno sconosciuto. Lì c’è già tutto. C’è la comunione del bisogno. E il comunismo della soluzione.
Forse il futuro non sarà rosso né dorato, ma umile, vegetale, condiviso. Come un orto coltivato a turni. Come un pane fatto in casa e spezzato tra amici. Come una canzone cantata insieme intorno al fuoco. Come una parola detta per includere, non per dividere.
In un mondo che ci vuole competitivi, armati, soli e affamati, la scelta di sedersi alla stessa tavola – senza chiedere il conto – è l’unica vera rivoluzione.



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