Oggi parlare di religione e jihad in Medio Oriente è un po’ come tentare di spiegare il traffico di Napoli a uno svedese: puoi anche provarci con tutto l’impegno, ma se non hai vissuto certe dinamiche sulla pelle, rischi di semplificare troppo. Quindi, approcciamo il tema con rigore, fonti precise e una vena di ironia necessaria per non soccombere alla complessità.
Il Medio Oriente è spesso considerato la culla delle religioni monoteiste: Ebraismo, Cristianesimo e Islam sono nate tutte qui, tra deserti bruciati dal sole e città cariche di storia millenaria come Gerusalemme, La Mecca e Baghdad. La religione in questi luoghi non è mai stata “solo” una questione spirituale: è cultura, identità, legge, politica e a volte, purtroppo, anche uno strumento di potere. Secondo il Pew Research Center, circa il 93% della popolazione del Medio Oriente e Nord Africa si identifica come musulmana (Pew Research Center). Il cristianesimo sopravvive in piccole comunità spesso minacciate — basti pensare alla tragedia dei cristiani in Iraq dopo il 2003 — mentre l’ebraismo è principalmente concentrato nello Stato di Israele.
La parola “jihad” significa “sforzo” o “lotta” in arabo. Nella teologia islamica classica il jihad è prima di tutto uno sforzo personale per essere un buon musulmano, come specificato nel Corano (sura 22:78) e negli hadith. Solo in determinate circostanze il jihad può diventare “combattimento armato” difensivo. Ma — e questo è un “ma” grande come il Burj Khalifa — a partire dal tardo XX secolo, il termine jihad è stato usato e abusato da movimenti estremisti per giustificare guerre e terrorismo. Gruppi come Al-Qaeda, Daesh (ISIS) e vari movimenti salafiti-jihadisti ne hanno fatto un mantra per il loro progetto di violenza globale, come documentato nel celebre studio di Gilles Kepel, Jihad: The Trail of Political Islam (Harvard University Press, 2002).
Nell’era moderna, la religione continua a essere una potente leva geopolitica. L’Arabia Saudita, per esempio, custode dei luoghi santi dell’Islam, è anche promotrice del wahhabismo, una forma ultra-conservatrice di Islam sunnita che ha avuto pesanti influenze su gruppi jihadisti nel mondo (The Looming Tower). L’Iran, dopo la rivoluzione del 1979, si è trasformato in una teocrazia sciita fondata sull’ideologia del “velayat-e faqih” (The Shia Revival). Israele, da parte sua, intreccia continuamente identità religiosa e statale: il conflitto israelo-palestinese, con Gerusalemme al centro, resta una questione di narrazione sacra e rivendicazione storica oltre che di terra.
Se pensavate che il Medio Oriente, entrando nel 2020, avesse messo da parte il jihadismo armato come un vecchio Nokia 3310, sbagliavate. Al contrario, le guerre in Siria, in Yemen, in Iraq e in Libia hanno creato il brodo di coltura ideale per la proliferazione di nuovi gruppi jihadisti. Secondo il Consiglio di Sicurezza ONU (rapporto 2023, UNSC), l’ISIS non è morto: si è decentralizzato, evolvendosi in cellule sparse. Non parliamo solo di kalashnikov e cinture esplosive: il jihadismo moderno usa social media, criptovalute e propaganda digitale, come analizzato dalla RAND Corporation (RAND Report).
Ci sono anche tentativi di dialogo interreligioso. L’incontro storico del 2019 ad Abu Dhabi tra Papa Francesco e il Grande Imam di Al-Azhar Ahmad al-Tayyeb ha prodotto il “Documento sulla Fratellanza Umana” (Vaticano), un appello contro l’estremismo e la violenza. Tuttavia, i risultati pratici restano limitati: mentre i leader sorridono per le foto, le popolazioni continuano a vivere tra bombe e rovine.
Per chi si fosse perso qualche pezzo per strada, ecco una cronologia essenziale che mostra come religione e jihad si siano intrecciati negli ultimi 30 anni:
1996 – Fondazione ufficiale di Al-Qaeda, con Osama Bin Laden che dichiara guerra agli americani (Declaration of Jihad).
2001 – Gli attentati dell’11 Settembre scuotono il mondo e portano alla “guerra al terrore” (9/11 Commission Report).
2003 – Gli USA invadono l’Iraq senza trovare armi di distruzione di massa, aprendo la porta all’instabilità totale (Chilcot Inquiry).
2004 – Nasce Al-Qaeda in Iraq, progenitrice dell’ISIS.
2011 – Primavera Araba: speranze democratiche che in molti casi degenerano in guerra civile.
2014 – L’ISIS proclama il Califfato a Mosul (BBC).
2015 – Attacchi di Parigi (Bataclan), il jihadismo sbarca nell’Europa dei bistrot (Europol TE-SAT 2016).
2017 – Caduta di Raqqa, ex capitale dell’ISIS in Siria (Reuters).
2019 – Morte di al-Baghdadi durante un blitz americano (NYT).
2020–oggi – Jihadismo decentralizzato: cellule sparse in Africa, Medio Oriente, Asia (UN Report).
2023-2025 – In Afghanistan, i Talebani tornano al potere, mentre ISKP rafforza la sua presenza terroristica (UN Monitoring Report).
In breve, oggi il Medio Oriente assomiglia a un gigantesco gioco di Jenga religioso-politico: se togli un pezzo senza pensarci, crolla tutto; se lasci i pezzi marci al loro posto, il traballamento è garantito; se provi a mettere ordine senza capire come sono stati messi quei pezzi, ti ritrovi travolto. Mentre la religione continua a essere usata per costruire identità collettive, giustificare guerre o — meno spesso — sognare una pace che, almeno nei testi sacri, è promessa a tutti.



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