A Te, Ragazza del 2026
dal Venerabile Ordine del Biscotto Spezzato, che non salva il mondo ma almeno prova a non raccontarsi balle mentre affonda

Cara ragazza del 2026,
ti scriviamo da quel limbo dove le verità stanno scomode come sassolini nella scarpa e nessuno ha voglia di fermarsi a toglierli, perché fermarsi significherebbe ammettere che qualcosa non va. E invece no, tutti avanti, zoppicando con dignità, che tanto basta chiamarla normalità e il dolore diventa statistica.

Partiamo subito male, così non ci accusano di girarci intorno: quello che vivi non è normale. Non lo era ieri, non lo è oggi, e non lo diventerà domani solo perché qualcuno ci ha costruito sopra una narrativa comoda. È diffuso, sì. È strutturale, certo. È ovunque, indubbiamente. Ma anche la muffa lo è, e nessuno la chiama decorazione.

Ti hanno raccontato la Storia, quella con la S maiuscola, quella fatta di uomini con barbe importanti e firme in calce. Poi c’è quell’altra storia, quella senza foto ufficiali, senza monumenti, senza anniversari. Quella delle mani screpolate che hanno cucinato mentre altri facevano discorsi, che hanno pulito mentre altri firmavano trattati, che hanno cresciuto figli mentre altri decidevano il destino del mondo. Un lavoro così invisibile che a un certo punto qualcuno ha pensato fosse gratuito per natura. Come l’aria. Solo che senza aria si muore, senza quel lavoro si sopravvive… male, ma la fattura non arriva mai a chi dovrebbe pagarla.

Ti facciamo una domanda semplice: hai mai visto il PIL contare quante ore una donna passa a fare quello che tiene in piedi tutto il resto? No. Perché se lo facesse, qualcuno dovrebbe anche spiegare perché quella roba non è mai stata pagata come si deve. E spiegare le cose è sempre pericoloso, rischi che qualcuno capisca.

Poi c’è il famoso gender pay gap. Nome elegante per una cosa molto semplice: tu lavori, ma vali meno. Non perché sei meno brava. Non perché ti impegni meno. Ma perché qualcuno, da qualche parte nella lunga storia delle decisioni prese da altri, ha stabilito che il tuo contributo è accessorio. Una specie di bonus. Un optional. Come il sedile riscaldato in macchina. Comodo, certo, ma se manca non si ferma il mondo. Spoiler: il mondo si ferma eccome, solo che si ferma sulle spalle di chi non viene pagato abbastanza per reggerlo.

Le donne prima di te hanno fatto un piccolo capolavoro di resistenza. Hanno lavorato fuori casa, poi dentro casa, poi dentro la testa degli altri cercando di convincerli che esistevano anche loro. Hanno fatto turni doppi, tripli, spesso senza neanche il lusso di chiamarla fatica, perché la fatica delle donne ha sempre avuto un nome più elegante: dovere.

E se osavano lamentarsi, apriti cielo. Diventavano subito esagerate, isteriche, oppure quella parola che per anni è stata usata come insulto: femminista. Come se chiedere di non essere trattate come una seconda scelta fosse una malattia contagiosa.

Poi arriviamo alla parte che nessuno vorrebbe leggere, quella che tutti conoscono ma fanno finta di scoprire ogni volta: la violenza.

In Italia, tanto per non andare troppo lontano, ogni anno decine e decine di donne vengono uccise. Non da sconosciuti nascosti nei vicoli bui. Ma da uomini che conoscevano bene. Uomini che spesso dicevano di amarle. L’amore, evidentemente, quando passa da certe teste, diventa una forma di proprietà privata. Tipo appartamento, ma con meno diritti per l’inquilina.

Il femminicidio non è un incidente. Non è un errore di sistema. È il sistema che arriva alla sua forma più onesta. È il punto finale di una catena che inizia molto prima, con cose piccole, quasi invisibili. Una parola fuori posto. Una gelosia travestita da attenzione. Un controllo giustificato con la cura. Un “lo faccio per te” che in realtà significa “lo faccio per me”.

Gli studiosi lo chiamano controllo coercitivo. Noi lo chiamiamo per quello che è: una gabbia costruita giorno dopo giorno, fino a quando la porta si chiude e qualcuno butta via la chiave.

E qui arriva la parte scomoda, quella che rovina le cene e spegne le conversazioni: non è un problema delle donne. Non lo è mai stato. È un problema degli uomini. Non di tutti, certo. Ma abbastanza da rendere il fenomeno sistemico. Perché non serve essere violenti per mantenere in piedi una cultura violenta. Basta non dire niente. Basta ridere alla battuta sbagliata. Basta guardare dall’altra parte.

È un sistema che funziona benissimo proprio perché è fatto di persone normali. Gente per bene. Gente che non farebbe mai del male direttamente, ma che indirettamente contribuisce a creare l’ambiente perfetto perché quel male accada.

Nel frattempo, i centri antiviolenza arrancano. Pochi fondi, pochi spazi, troppo lavoro. Salvare vite, evidentemente, non è una priorità di bilancio. Costruire rotonde sì. Mettere in sicurezza una donna no. Questione di scelte. Sempre e solo questione di scelte.

E quindi arriviamo a te.

Non ti chiediamo di cambiare il mondo. Non subito. Non da sola. Non con una frase motivazionale stampata su una tazza.

Ti chiediamo una cosa molto più difficile: non abituarti.

Non abituarti alla notizia che scorre sul telefono. Non abituarti alla differenza di stipendio. Non abituarti al fatto che devi fare di più per essere considerata uguale. Non abituarti al fatto che qualcuno, ancora oggi, pensi di avere voce in capitolo sul tuo corpo.

Perché l’abitudine è il miglior alleato dell’ingiustizia. Non ha bisogno di convincerti, basta che ti stanchi.

Ricordati che il tuo lavoro vale. Tutto. Quello pagato e quello invisibile. Quello riconosciuto e quello dato per scontato. Non lasciare che te lo raccontino come un favore che ti fanno.

E soprattutto non restare sola nella rabbia. La rabbia individuale è come un cerino: fa luce per un attimo e poi si spegne. Quella collettiva è un incendio. E gli incendi, nella storia, qualcosa hanno sempre cambiato.

Non idealizzare chi è venuta prima di te. Non erano sante. Erano stanche, arrabbiate, contraddittorie. Ma hanno fatto quello che potevano con quello che avevano. E spesso non era abbastanza. Non perché fossero incapaci, ma perché il sistema era costruito per renderlo impossibile.

Se avrai una figlia, insegnale che il suo corpo è suo. Non come slogan da manifestazione, ma come regola pratica. Quotidiana. Se avrai un figlio, insegnagli che l’amore non è possesso. Che il rispetto non è un’opzione. Che restare accanto a qualcuno libero è l’unica forma adulta di relazione.

Il mondo che ti ha preceduta ha fatto passi enormi. Ma ha lasciato anche un bel po’ di macerie. Il divario salariale è ancora lì. Il lavoro domestico è ancora invisibile. Le pensioni sono ancora più basse. La violenza è ancora cronaca.

Non sono dettagli. Sono la misura reale di una società. Tutto il resto sono comunicati stampa.

Qualcuno cantava “no woman no cry”. Noi, con meno poesia e più cinismo, ti diciamo una cosa diversa: senza le donne non c’è niente. Non per retorica, non per idealizzazione. Per matematica. Metà del mondo. E trattare metà del mondo come una nota a margine è un modo molto elegante per costruire un fallimento.

Tu non devi rincorrere niente. Non devi dimostrare di meritare il via. Hai già il diritto di correre. E se qualcuno prova a dirti il contrario, probabilmente ha paura che tu lo faccia davvero.

Non piangere, se puoi. Ma se succede, non vergognarti. Il pianto non è debolezza. È una reazione. E le reazioni, a volte, sono l’inizio di qualcosa.

Con rispetto, quello vero, quello che non chiede permesso,

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Il Venerabile Ordine del Biscotto Spezzato è un blog ironico e contemplativo, dove spiritualità e dolcezza si incontrano tra briciole e riflessioni. Qui si parla di religione nel mondo, ma anche di quanto tutte le religioni siano, in fondo, invenzioni umane. Il vero divino? Lo troviamo nella natura, nel silenzio, nei piccoli gesti, e sì… anche nei biscotti che si rompono prima d’essere inzuppati. Il tono è rilassato, a volte filosofico, spesso scanzonato. C’è spazio per miti, leggende, cammini spirituali e passeggiate nei boschi. Niente fanatismi, solo morbide illuminazioni. Un luogo per chi cerca domande più che risposte, conforto più che verità. Prenditi una pausa, spezza un biscotto e leggi in pace.

~ Sergio De Amicis

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