Ci hanno raccontato per anni che il mondo gira grazie al denaro, al petrolio, alla tecnologia, alle borse valori, ai mercati finanziari e alle decisioni di uomini in giacca e cravatta. Poi però, appena uno si ferma un secondo, spegne la televisione e guarda la realtà senza filtri, si accorge di una cosa molto più semplice, molto più concreta e decisamente meno quotata in borsa: il mondo gira perché esistono le donne. E non è una frase da cioccolatino, è una constatazione che, se fosse presa sul serio, farebbe saltare più di qualche equilibrio economico e culturale.

No woman, no cry cantava Bob Marley nel 1974, in una canzone che è diventata un inno universale, spesso interpretato come un invito alla resilienza, alla resistenza, alla capacità di sopportare. Ma se ci pensi bene, quella frase suona anche come una constatazione brutale: senza le donne, il mondo semplicemente non funziona. Non è una poesia, è logistica di base.

Secondo i dati di Organizzazione Internazionale del Lavoro, le donne nel mondo guadagnano mediamente circa il 20% in meno rispetto agli uomini. Non è una leggenda metropolitana, è una media globale. In Italia, i dati di ISTAT mostrano che il gap retributivo esiste ancora, e si amplifica quando entrano in gioco maternità e carichi familiari. Tradotto in linguaggio semplice: più fai funzionare la società, meno vieni pagata.

E qui entra in scena il grande trucco, quello che nessuno mette nei bilanci aziendali. Il lavoro invisibile. Quel lavoro che non produce PIL ma produce esseri umani, equilibrio sociale, famiglie, cura, educazione, sopravvivenza quotidiana. Secondo un rapporto di OECD, le donne svolgono circa il 75% del lavoro non retribuito nel mondo. Settantacinque per cento. Se fosse fatturato, probabilmente salterebbero i parametri di Maastricht.

Parliamo di ore passate a crescere figli, gestire case, assistere anziani, organizzare vite che non sono solo la propria. Parliamo di una doppia giornata lavorativa che non compare nei contratti. Parliamo di un sistema che si regge su un equilibrio tanto fragile quanto ipocrita: dare per scontato ciò che è essenziale.

E mentre questo accade, si continua a parlare di “aiutare in casa”. Aiutare. Come se la casa fosse una specie di ONG domestica e l’uomo fosse il volontario del sabato pomeriggio. La verità è che il linguaggio tradisce la cultura, e la cultura tradisce il sistema.

La storia non aiuta. Per secoli il lavoro femminile è stato considerato naturale, quindi gratuito. Dalla rivoluzione industriale in poi, le donne sono entrate nelle fabbriche, nei campi, negli uffici, spesso con salari più bassi e condizioni peggiori. Non perché meno capaci, ma perché più convenienti. Il capitalismo, quando può, non fa sconti a nessuno, ma sulle donne ha trovato un affare particolarmente redditizio.

Durante la Seconda guerra mondiale le donne hanno sostituito gli uomini nelle fabbriche, nei trasporti, nell’economia. Finita la guerra, grazie tante, tornate pure a casa. Una specie di contratto a termine globale senza rinnovo. Solo che molte non sono tornate indietro, e da lì è iniziato un processo lento, faticoso e ancora incompleto.

Negli anni Settanta, i movimenti femministi hanno iniziato a mettere in discussione tutto questo. Non solo il diritto al lavoro, ma il valore del lavoro. Non solo la parità formale, ma quella sostanziale. Eppure, a distanza di decenni, siamo ancora qui a discutere di stipendi, carriere bloccate, maternità viste come problema e non come funzione sociale.

Perché diciamolo chiaramente: il sistema economico moderno ha un problema con la maternità. Non sa dove metterla. Non sa come valutarla. Non sa come pagarla. E quindi la ignora, o peggio, la penalizza. Una donna che diventa madre è spesso vista come meno produttiva, meno disponibile, meno “flessibile”. Come se crescere un essere umano fosse un hobby, tipo il giardinaggio.

E allora succede che molte donne si trovano a scegliere tra lavoro e famiglia, tra carriera e maternità, tra indipendenza economica e vita personale. Una scelta che, nella teoria, non dovrebbe esistere. Ma nella pratica esiste eccome.

E mentre si parla di empowerment, leadership femminile, quote rosa, diversity, inclusion, nelle retrovie continua a esistere un esercito silenzioso di donne che fanno funzionare tutto senza riconoscimento. Cassiere, infermiere, insegnanti, badanti, operaie, impiegate, libere professioniste, madri, compagne. Spesso tutto insieme, nello stesso giorno, nella stessa vita.

Secondo dati Eurostat, il tasso di occupazione femminile in Italia è tra i più bassi in Europa. Non perché le donne non vogliano lavorare, ma perché il sistema rende difficile farlo. Mancanza di servizi, carichi familiari squilibrati, precarietà, salari bassi. Un puzzle in cui i pezzi non combaciano mai.

E poi c’è il tema del riconoscimento. Non quello simbolico, fatto di mimose una volta all’anno, ma quello concreto. Economico. Sociale. Politico. Perché finché il lavoro delle donne continuerà a essere considerato “naturale”, non sarà mai considerato “valore”.

E qui il Venerabile Ordine del Biscotto Spezzato si permette una piccola eresia, neanche troppo originale: forse il problema non è solo economico, ma culturale e quasi teologico. Abbiamo costruito società in cui il sacrificio femminile è stato elevato a virtù. La madre che si annulla è santa. La donna che resiste è forte. La compagna che sopporta è ammirevole. Tutto molto poetico, finché non ti accorgi che dietro quella poesia c’è uno squilibrio strutturale.

Persino nelle religioni, la figura femminile è spesso associata alla cura, al sacrificio, alla dedizione. Ruoli fondamentali, certo, ma raramente accompagnati da potere reale. E quando il potere arriva, spesso viene guardato con sospetto. Come se fosse una deviazione dal copione.

Nel frattempo, nel mondo reale, le donne continuano a fare quello che hanno sempre fatto: tenere insieme i pezzi. Famiglie, relazioni, lavori, crisi, pandemie. Durante la pandemia da COVID-19, i dati di Nazioni Unite hanno mostrato che le donne hanno subito un impatto economico maggiore, proprio a causa dei settori in cui lavorano e del carico di lavoro domestico aumentato. Ancora una volta, quelle che tengono in piedi il sistema sono le prime a pagarne il prezzo.

E allora forse la frase giusta non è solo “No woman, no cry”. Forse è “No woman, no system”. Senza le donne, il sistema semplicemente collassa. Solo che il sistema sembra non essersene ancora accorto, o fa finta di non accorgersene, perché riconoscerlo significherebbe cambiare le regole del gioco.

E cambiare le regole del gioco, si sa, dà fastidio a chi sta vincendo.

Questo non è un articolo contro qualcuno, è un articolo contro qualcosa. Contro un modello che continua a funzionare perché qualcuno lavora gratis, qualcun altro viene pagato meno e qualcun altro ancora decide le regole. Un modello che ha bisogno di essere aggiornato, come quei software vecchi che continuano a girare finché non crashano.

E nel frattempo, ogni giorno, milioni di donne si svegliano, lavorano, accudiscono, organizzano, resistono. Senza retorica, senza medaglie, senza bonus. Con una normalità che, se la guardi bene, è straordinaria.

No woman, no cry, diceva la canzone. Ma forse oggi dovremmo aggiungere: no woman, no future.

E non è una minaccia. È una constatazione.

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Il Venerabile Ordine del Biscotto Spezzato è un blog ironico e contemplativo, dove spiritualità e dolcezza si incontrano tra briciole e riflessioni. Qui si parla di religione nel mondo, ma anche di quanto tutte le religioni siano, in fondo, invenzioni umane. Il vero divino? Lo troviamo nella natura, nel silenzio, nei piccoli gesti, e sì… anche nei biscotti che si rompono prima d’essere inzuppati. Il tono è rilassato, a volte filosofico, spesso scanzonato. C’è spazio per miti, leggende, cammini spirituali e passeggiate nei boschi. Niente fanatismi, solo morbide illuminazioni. Un luogo per chi cerca domande più che risposte, conforto più che verità. Prenditi una pausa, spezza un biscotto e leggi in pace.

~ Sergio De Amicis

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