Figli miei,

vi scrivo questa lettera con la serenità di chi ha già capito che non la leggerete, o che la leggerete di fretta tra una storia su Instagram e un video di qualcuno che cucina qualcosa di improbabile, o che la leggerete anni dopo quando io sarò già abbastanza vecchio da non ricordare di averla scritta, e voi abbastanza maturi da non ammettere che aveva senso. Va bene così. Ho imparato ad abbassare le aspettative, che è esattamente il tipo di saggezza che Cat Stevens aveva in mente quando scrisse quella canzone, e che voi continuate a interpretare come una sconfitta invece che come un’evoluzione spirituale.

Parliamo di Cat Stevens, già che ci siamo, perché è lui il responsabile indiretto di questa lettera e mi sembra giusto coinvolgerlo. Father and Son è una canzone bellissima, non lo nego, e capisco perfettamente perché vi piaccia. Ha una melodia che fa venire voglia di fare le valigie e sparire verso qualcosa di indefinito ma sicuramente migliore di quello che si ha adesso. Il problema è che la canzone racconta la storia dal punto di vista del figlio che vuole andare, e lo fa con una tale grazia poetica che nessuno si è mai fermato a chiedersi cosa succederebbe se il padre avesse ragione. Non dico che ce l’abbia sempre. Dico che statisticamente, almeno una volta ogni tanto, potrebbe avercela, e che forse varrebbe la pena considerare questa eventualità invece di scartarla come ipotesi di lavoro.

Il padre della canzone dice: siediti, rilassati, sei ancora giovane. E tutti lo trattano come se stesse dicendo: siediti, rilassati, smetti di esistere come individuo dotato di volontà propria. Ma c’è un’altra lettura possibile, una lettura che richiede una certa generosità intellettuale che capisco non sia il bene più abbondante nell’economia emotiva della giovinezza, e cioè che il padre stia dicendo una cosa molto più banale e molto più vera: il tempo che hai davanti è più lungo di quanto credi, e le decisioni irreversibili prese con urgenza artificiale hanno una percentuale di successo statisticamente deludente.

Non sto dicendo che i sogni siano sbagliati. Sto dicendo che i sogni alle tre di notte dopo quattro birre hanno una qualità epistemica inferiore rispetto ai sogni alle dieci di mattina con un caffè decente e almeno sei ore di sonno alle spalle. Questa è saggezza, non repressione. Se volete chiamarla repressione fate pure, ma sappiate che anche Freud, che di repressione se ne intendeva professionalmente, aveva un padre con cui andava d’accordo in modo complicato, e guarda com’è finita: ha scritto tonnellate di libri sull’argomento e ha reso l’intera civiltà occidentale paranoica riguardo ai propri genitori per almeno un secolo. Non è necessariamente il modello a cui aspirare.

Quello che la canzone non dice, e che io vi dico adesso con tutto l’affetto di cui sono capace e con la consapevolezza che probabilmente lo interpreterete come mancanza di rispetto per la vostra autonomia, è che vostro padre ha già fatto la parte del figlio. L’ho fatta con una certa convinzione, devo dire, con quella qualità di impegno che si riserva alle cose in cui si crede davvero. Ho voluto andare, e in alcuni casi sono andato, e in alcuni di quei casi è andata bene, e in altri casi è andata in modi che preferisco non descrivere in dettaglio per ragioni che hanno a che fare sia con la mia dignità residua sia con i limiti di lunghezza ragionevoli di una lettera familiare. Il punto è che ho il vantaggio comparativo di aver già percorso una parte del territorio che voi state guardando dalla mappa, e le mappe, come qualsiasi navigatore satellitare vi dirà volentieri, non aggiornano in tempo reale.

C’è una cosa che il figlio della canzone dice e che mi ha sempre colpito per la sua onestà involontaria: non mi conoscete. È una frase bellissima, piena di dolore autentico, e contiene anche una verità. I padri non conoscono i figli completamente, è strutturalmente impossibile, e i figli non conoscono i padri completamente, ed è altrettanto strutturalmente impossibile, e in fondo è probabilmente meglio così per tutti. Ma c’è un corollario di quella frase che il figlio non canta, forse perché rovinerebbe la melodia, forse perché a vent’anni non si ha ancora accesso a questo corollario, ed è: e io non conosco me stesso completamente. Nessuno lo fa. La conoscenza di sé è un work in progress che dura tutta la vita e che non raggiunge mai uno stato finale soddisfacente, e chiunque vi dica il contrario sta cercando di vendervi qualcosa, probabilmente un corso online di mindfulness a duecento euro.

Voi siete convinti di sapere chi siete. Lo eravate anche cinque anni fa, e la persona che eravate cinque anni fa guardava quella di dieci anni fa con una condiscendenza affettuosa che diceva: poverino, non sapeva niente. Tra cinque anni guarderete chi siete adesso con la stessa condiscendenza affettuosa. Questo non è un insulto. È il funzionamento normale di un cervello che elabora esperienza nel tempo. Il problema è che questo processo, che dovrebbe indurre umiltà, produce invece in molte persone una certezza assoluta riguardo al momento presente, come se ogni versione di se stessi fosse convinta di essere quella definitiva mentre tutte le precedenti erano bozze. Voi non siete la versione definitiva di voi stessi. Neanch’io lo sono, per quanto la cosa mi costi ammetterlo. Ma io ho almeno qualche dato storico in più su come funziona il processo, e questo dato storico mi permette di dirvi con ragionevole confidenza: calma. Non nel senso di smettete di desiderare. Nel senso di respira, che poi si vede.

Il padre della canzone dice anche: trovati una ragazza, sistemati. Lo so, lo so. È la parte che fa più ridere, quella che usate per dimostrare che i genitori sono irrimediabilmente ancorati a un modello di vita che appartiene a un’altra epoca. E in parte avete ragione, non lo nego, perché il mondo in cui dovreste “sistemarvi” ha prezzi degli affitti che renderebbero la frase letteralmente comica se non fosse tragica, e il mercato del lavoro ha una flessibilità che tradotto significa che cambi lavoro ogni diciotto mesi non per scelta ma perché è l’unica opzione disponibile, e la parola “sistemarsi” suona effettivamente vintage come un giradischi o un’enciclopedia Treccani in sedici volumi. Su questo concedo. Il contesto è cambiato e il padre della canzone, se vivesse oggi, avrebbe probabilmente qualche difficoltà in più a portare avanti l’argomento senza essere interrotto da dati macroeconomici.

Però. E c’è sempre un però, e il però è quello che mi distingue da un semplice distributore automatico di approvazione incondizionata, che è quello che a volte sembrate cercare quando dite che volete “essere ascoltati”. Però la struttura dell’argomento del padre non è sbagliata anche se gli esempi concreti sono datati. La struttura dice: costruisci qualcosa di stabile prima di costruire qualcosa di grandioso. Non perché il grandioso non valga, ma perché il grandioso costruito su fondamenta inesistenti ha la tendenza fisica a crollare, e i crolli a trent’anni sono recuperabili mentre i crolli a cinquanta richiedono una logistica molto più complessa e un supporto psicologico molto più costoso.

Detto questo, e qui arriviamo al senso contrario promesso nel titolo di questa lettera, non sto cercando di dirvi di non andare. Non sto cercando di dirvi che i sogni sono sbagliati o che la stabilità è l’unico valore degno di considerazione. Sto cercando di dirvi qualcosa di più sottile e probabilmente più irritante, che è questo: andate, ma portatevi dietro la mappa anche se non vi fiderete di essa, e ogni tanto fermatevi a controllare dove siete non perché qualcuno ve lo chiede ma perché un esploratore che non controlla mai la propria posizione non è un avventuriero, è uno che si è perso e ha deciso di chiamarlo stile di vita.

Il figlio della canzone canta io so che devo andare con una certezza che è musicalmente commovente e praticamente terrificante. Sa. Non pensa, non ipotizza, non considera. Sa. E io capisco quel sapere, l’ho conosciuto anch’io, ha un sapore molto preciso che non assomiglia a nient’altro e che è quasi impossibile ignorare una volta che si è manifestato. Ma quel sapere, quella certezza intuitiva assoluta e luminosa, va anche un po’ messa alla prova prima di essere eseguita alla lettera, non perché sia falsa ma perché anche le certezze più genuine hanno bisogno di attraversare il contatto con la realtà per diventare qualcosa di utilizzabile invece che di semplicemente bello.

Mio padre mi diceva cose simili. Io non le ascoltavo, ovviamente, perché avevo vent’anni e sapevo tutto, e lui era vecchio e non capiva, e la storia era sempre la stessa, la solita storia, quella che avete cantato anche voi in qualche momento e che probabilmente state cantando adesso mentre leggete questa lettera con un misto di tenerezza e impazienza. Non le ascoltavo, e alcune delle cose che ho fatto ignorando quei consigli sono state le migliori della mia vita, e alcune sono state abbastanza catastrofiche da meritare un capitolo a parte in una biografia che nessuno scriverà perché non sono abbastanza famoso. Il bilancio è in pareggio, a grandi linee, il che significa che avremmo potuto fare a meno di qualche cicatrice senza perdere troppo in termini di formazione del carattere.

Quello che voglio dirvi, in fondo, è che questa lettera non è un tentativo di fermarvi. È un tentativo di dirvi che chi vi guarda andare, anche quando sembra che stia chiedendo di restare, spesso non sta chiedendo davvero di restare. Sta chiedendo di essere visto mentre andate. Sta chiedendo che il vostro andare tenga conto, anche solo per un momento, del fatto che dall’altra parte c’è qualcuno che vi conosce da prima che voi conosceste voi stessi, e che questo qualcuno, con tutti i suoi limiti e le sue vedute che voi considerate ristrette, vi vuole un bene che non ha un equivalente in nessun’altra categoria di relazioni umane, e lo esprime nel modo goffo e controproducente con cui i padri hanno sempre espresso le cose che contano davvero, cioè dicendo esattamente l’opposto nel momento meno adatto con il tono più sbagliato possibile.

Andate, dunque. Andate lontano se è quello che sapete di dover fare. Trovate la vostra strada anche se è diversa da quella che avrei scelto io, anche se è tortuosa, anche se passa per posti che non ho mai visto e non saprò mai immaginare correttamente. Ma ogni tanto, non spesso, non così spesso da sembrare che abbiate ceduto, mandate un messaggio. Non per dirmi che avevate torto o che avevo ragione, perché quella contabilità non interessa a nessuno dei due. Ma solo per dire che ci siete. Che state bene. Che il deserto ha ancora acqua.

E se non state bene, ditemelo lo stesso. Posso gestirlo meglio di quanto pensiate. Ho qualche anno di pratica.

Con tutto l’amore di un padre che ha imparato che l’amore si dimostra anche lasciando andare, anche se fa schifo,

Papà


P.S. Cat Stevens alla fine si è convertito, ha smesso di fare musica per vent’anni, è sparito completamente, e poi è tornato. Anche questo è un modo di andare e di tornare. Non è necessariamente il modello più efficiente, ma almeno ha prodotto buona musica. Cercate di fare lo stesso, in senso figurato. E sulla conversione valutate con calma.

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Il Venerabile Ordine del Biscotto Spezzato è un blog ironico e contemplativo, dove spiritualità e dolcezza si incontrano tra briciole e riflessioni. Qui si parla di religione nel mondo, ma anche di quanto tutte le religioni siano, in fondo, invenzioni umane. Il vero divino? Lo troviamo nella natura, nel silenzio, nei piccoli gesti, e sì… anche nei biscotti che si rompono prima d’essere inzuppati. Il tono è rilassato, a volte filosofico, spesso scanzonato. C’è spazio per miti, leggende, cammini spirituali e passeggiate nei boschi. Niente fanatismi, solo morbide illuminazioni. Un luogo per chi cerca domande più che risposte, conforto più che verità. Prenditi una pausa, spezza un biscotto e leggi in pace.

~ Sergio De Amicis

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