Ci sono canzoni che invecchiano. Altre aspettano pazientemente che sia l’umanità a raggiungerle. *Rocket Man* appartiene alla seconda categoria.

Nel 1972 Elton John e Bernie Taupin raccontano un astronauta che parte per lo spazio. Sembrerebbe materiale perfetto per celebrare l’eroe tecnologico, il conquistatore del cosmo, l’uomo nuovo lanciato verso il futuro sopra una montagna di carburante altamente esplosivo. Invece no. Taupin fa una cosa molto più intelligente: mette dentro quella tuta un essere umano.

Secondo la ricostruzione pubblicata sul sito ufficiale di Elton John, Taupin ebbe l’idea del testo mentre guidava verso casa dei genitori. Tra le influenze dichiarate c’era anche *The Rocket Man*, racconto di Ray Bradbury del 1951. Ma l’intuizione fondamentale fu immaginare il viaggio spaziale non come un’impresa irripetibile, bensì quasi come un lavoro. L’astronauta del futuro che parte per Marte come oggi qualcuno prende il treno delle 7.32 per Milano. Solo che se Trenitalia ti lascia a piedi puoi bestemmiare al bar della stazione. Su Marte il bar potrebbe essere ancora chiuso.

*Rocket Man* uscì nel 1972, nell’epoca in cui l’esplorazione spaziale era ancora qualcosa di incredibilmente concreto. Apollo 11 aveva portato Armstrong e Aldrin sulla Luna appena tre anni prima e le missioni Apollo continuavano. Il futuro sembrava lì, dietro l’angolo. Probabilmente immaginavamo che nel Duemila avremmo avuto automobili volanti, colonie lunari e vacanze su Marte. Abbiamo avuto i monopattini elettrici, i balletti su TikTok e frigoriferi collegati a Internet. Il progresso procede per vie misteriose.

Eppure l’astronauta immaginato da Taupin rimane moderno perché non parla davvero dello spazio.

Parla di noi.

Parla di quella cosa meravigliosa che chiamiamo libertà finché non comporta conseguenze.

Siamo tutti innamorati della libertà. È una delle poche parole capaci di mettere d’accordo praticamente chiunque, almeno finché nessuno prova a esercitarla in maniera diversa da come avevamo previsto.

Dici che vuoi cambiare lavoro.

“Ma sei sicuro?”

Vuoi partire.

“Ma chi te lo fa fare?”

Vuoi ricominciare a sessant’anni.

“Alla tua età?”

Vuoi lasciare qualcosa che non ti rende più felice.

“Pensaci bene.”

Resti dov’eri.

“Bisogna avere il coraggio di cambiare.”

Il capolavoro dell’umanità è questo: qualunque cosa tu faccia, da qualche parte esiste una persona che non l’ha mai fatta e che è perfettamente preparata a spiegarti come avresti dovuto farla.

Il problema è che la libertà vera non assomiglia molto a quella delle pubblicità. Non c’è una spiaggia deserta, non c’è il tramonto perfetto e soprattutto manca quella musica rassicurante che ti fa capire che hai preso la decisione giusta.

La libertà vera è spesso una stanza silenziosa nella quale devi scegliere senza sapere esattamente cosa succederà dopo.

Ed è qui che *Rocket Man* diventa interessante.

L’uomo parte.

Lascia la Terra, lascia casa, lascia qualcuno. Va verso una destinazione che per il resto dell’umanità rappresenta l’avventura assoluta e per lui è diventata semplicemente la vita che ha scelto.

C’è qualcosa di profondamente vero in questa immagine.

Noi vediamo sempre il razzo degli altri.

Raramente sentiamo le vibrazioni dentro la cabina.

Vediamo chi cambia vita quando la vita è già cambiata. Vediamo chi pubblica un libro quando il libro è stampato. Vediamo chi ha costruito qualcosa quando finalmente funziona. Vediamo il viaggio quando arrivano le fotografie.

Tutta la parte precedente scompare.

I dubbi, gli errori, le notti passate a chiedersi se fosse una gigantesca cazzata, le persone che spiegavano perché non avrebbe funzionato e quelle che, dopo che ha funzionato, assicurano di averci sempre creduto.

La storia dell’umanità è piena di sostenitori retroattivi.

Poi c’è la solitudine.

Quella vera, però, non la versione romantica con il tramonto, il bicchiere di vino e una frase attribuita erroneamente a Bukowski.

La NASA considera isolamento e confinamento problemi concreti per le future missioni spaziali di lunga durata. Nelle sue pagine dedicate ai rischi psicologici dell’isolamento  spiega che periodi prolungati di isolamento possono incidere sul sonno, sul morale, sul processo decisionale e sulla salute psicologica degli equipaggi. Per una missione verso Marte la faccenda diventa ancora più complicata perché aumenta enormemente anche la distanza dalla Terra. La stessa NASA considera isolamento e confinamento uno dei principali rischi del volo spaziale umano.

Tradotto in termini terrestri: stare da soli può essere magnifico finché puoi decidere quando smettere di esserlo.

E infatti sarebbe stupido trasformare la solitudine in una religione. Non siamo fatti per vivere completamente isolati. Persino gli astronauti, selezionati e addestrati con criteri che escluderebbero buona parte delle riunioni condominiali, devono essere preparati a convivere per mesi o anni in ambienti ristretti.

Pensate a una missione su Marte come a un viaggio di gruppo dal quale non potete scendere alla prossima area di servizio.

Dopo sei mesi quello che mastica rumorosamente potrebbe diventare un problema per la sopravvivenza della specie.

La questione quindi non è imparare a vivere senza gli altri.

È imparare a vivere senza avere continuamente bisogno dell’approvazione degli altri.

Sono cose completamente diverse.

Si può essere circondati da persone e dipendere disperatamente dal loro giudizio. Oppure essere fisicamente soli e sapere perfettamente perché ci troviamo dove siamo.

Michael Collins ne offrì un esempio straordinario durante Apollo 11. Mentre Armstrong e Aldrin erano sulla superficie lunare, Collins rimase nel modulo di comando Columbia, orbitando intorno alla Luna. Quando passava dietro il lato nascosto perdeva temporaneamente le comunicazioni con la Terra e con i compagni.

L’immagine dell’“uomo più solo dell’universo” è diventata irresistibile, perché noi esseri umani davanti a una buona metafora siamo disposti anche a maltrattare leggermente la realtà. Collins non raccontò quell’esperienza semplicemente come una tragedia di solitudine. Era consapevole del proprio ruolo, del proprio compito e della missione alla quale apparteneva.

E qui sta una differenza enorme.

Essere soli senza sapere perché può essere devastante.

Essere soli sapendo perché ci siamo arrivati può perfino assomigliare alla libertà.

Naturalmente tutto questo non significa che dobbiamo mollare casa, lavoro e famiglia domani mattina, acquistare uno zaino e partire per il Nepal perché Elton John ci ha aperto il terzo occhio.

Calma.

La libertà senza responsabilità non è libertà. È adolescenza con disponibilità economica.

Partire significa anche accettare il prezzo della partenza.

Puoi sbagliare.

Puoi fallire.

Puoi scoprire che la nuova strada è peggiore della vecchia.

Puoi arrivare fino a Marte e renderti conto che, tutto sommato, a casa avevi anche un buon materasso.

La retorica motivazionale contemporanea ci ha raccontato per anni che basta credere abbastanza intensamente nei propri sogni perché questi si realizzino. È una teoria molto confortante che ha un piccolo difetto: non è vera.

Puoi crederci e fallire.

Puoi impegnarti e perdere.

Puoi fare tutto correttamente e trovarti comunque con un pugno di mosche.

L’universo non è un ufficio reclami e non ha firmato alcun contratto con noi.

La libertà non garantisce il successo.

Garantisce qualcosa di più modesto e, forse, più importante: che almeno una parte della strada sia stata scelta da te.

Questo vale anche per il ritorno.

Possiamo cambiare idea.

Possiamo partire e tornare.

Possiamo scoprire di aver sbagliato.

Una delle strane malattie della nostra epoca è l’obbligo della coerenza assoluta. Hai detto una cosa dieci anni fa? Devi pensarla ancora oggi, altrimenti qualcuno tirerà fuori uno screenshot come se avesse scoperto i verbali segreti di Norimberga.

Invece cambiare idea dopo aver imparato qualcosa dovrebbe essere considerato un segno di attività cerebrale.

La coerenza è una virtù quando continuiamo ad avere buone ragioni. Perseverare nell’errore soltanto per non contraddirsi è stupidità con un ottimo ufficio stampa.

Forse il viaggio più importante è proprio questo: concedersi il diritto di non essere più la persona che gli altri ricordano.

E qui arriviamo inevitabilmente ai biscotti spezzati.

Abbiamo scelto questo nome perché, davanti a un vassoio di biscotti, prendiamo quasi sempre prima quelli interi. Quelli belli, regolari, presentabili. I pezzi rotti restano sul fondo. Ultimi.

Noi stiamo dalla parte di quelli.

Degli ultimi, degli umili, di quelli che non hanno voce, ma anche di chi nella vita si è rotto, ha cambiato forma, ha perso qualche pezzo e non entra più perfettamente nella confezione prevista dagli altri.

Perché c’è una cosa che dimentichiamo.

Il biscotto spezzato ha esattamente lo stesso sapore.

Forse vale anche per le persone.

Una vita attraversata davvero lascia segni. Qualche cicatrice, qualche errore, qualche deviazione, magari qualche figura di merda memorabile. Fa parte del pacchetto.

La perfezione appartiene soprattutto alle cose che non vengono usate.

La motocicletta perfetta è quella rimasta sotto il telo.

Il libro perfetto è quello mai aperto.

La scarpa perfetta è quella nella scatola.

E una vita perfettamente conservata potrebbe essere semplicemente una vita usata pochissimo.

*Rocket Man*, dopo più di mezzo secolo, continua allora a porci una domanda molto meno spaziale di quanto sembri.

Non ci chiede se avremmo il coraggio di andare su Marte.

Ci chiede se abbiamo il coraggio di scegliere.

Partire quando bisogna partire.

Restare quando vale la pena restare.

Tornare quando abbiamo sbagliato.

Ricominciiare quando qualcuno ci informa gentilmente che ormai è troppo tardi.

Non esiste una risposta valida per tutti. Diffidate sempre di chi sostiene di averla trovata. Di solito, cinque minuti dopo, prova a vendervela.

Prima o poi, però, arriva per ciascuno una piccola rampa di lancio.

Non ci saranno telecamere, tecnici della NASA o conti alla rovescia.

Potrebbe essere una telefonata, una perdita, un compleanno, un incontro, una pensione, una porta che si apre oppure una che finalmente troviamo il coraggio di chiudere.

E arriva una domanda semplicissima.

È davvero qui che voglio restare?

Possiamo rispondere sì.

Possiamo rispondere no.

Possiamo perfino dire che non lo sappiamo ancora.

L’importante sarebbe almeno essere noi a rispondere.

Perché trascorrere tutta la vita sulla rampa di lancio con il motore acceso, aspettando che qualcuno ci conceda il permesso di vivere, è un sistema molto sofisticato per non andare da nessuna parte.

E Marte, a quel punto, è davvero l’ultimo dei nostri problemi.

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Il Venerabile Ordine del Biscotto Spezzato è un blog ironico e contemplativo, dove spiritualità e dolcezza si incontrano tra briciole e riflessioni. Qui si parla di religione nel mondo, ma anche di quanto tutte le religioni siano, in fondo, invenzioni umane. Il vero divino? Lo troviamo nella natura, nel silenzio, nei piccoli gesti, e sì… anche nei biscotti che si rompono prima d’essere inzuppati. Il tono è rilassato, a volte filosofico, spesso scanzonato. C’è spazio per miti, leggende, cammini spirituali e passeggiate nei boschi. Niente fanatismi, solo morbide illuminazioni. Un luogo per chi cerca domande più che risposte, conforto più che verità. Prenditi una pausa, spezza un biscotto e leggi in pace.

~ Sergio De Amicis

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