«Il male non è soltanto di chi lo fa: è anche di chi, potendo impedire che lo si faccia, non lo impedisce».

La frase è tradizionalmente attribuita a Tucidide, storico ateniese vissuto nel V secolo avanti Cristo.

Ma, in fondo, stabilire con precisione quanti secoli abbia questa frase è meno interessante che domandarsi quanto sia ancora attuale. Perché dentro quelle poche parole si nasconde una delle domande morali più scomode che possiamo rivolgere a noi stessi: quanto siamo responsabili di ciò che lasciamo accadere?

La responsabilità per ciò che facciamo è relativamente semplice da comprendere. Se compiamo deliberatamente un’azione ingiusta, possiamo discutere delle circostanze, delle intenzioni e delle conseguenze, ma esiste comunque un gesto riconoscibile al quale attribuire una responsabilità. Il terreno diventa molto più scivoloso quando, apparentemente, non abbiamo fatto niente. Siamo rimasti fermi, abbiamo taciuto, non abbiamo partecipato. E il nulla possiede una caratteristica estremamente comoda: lascia pochissime impronte. Possiamo perfino tornare a casa convinti di avere la coscienza pulita.

Eppure nella frase attribuita a Tucidide c’è una parola che cambia tutto: potendo.

Non siamo responsabili di ogni male del mondo. Pretenderlo sarebbe assurdo e persino crudele. Nessun essere umano possiede conoscenze, forza e strumenti sufficienti per intervenire davanti a ogni ingiustizia. Ci sono situazioni che ignoriamo, altre nelle quali non abbiamo alcuna possibilità concreta di agire, altre ancora nelle quali intervenire potrebbe mettere seriamente in pericolo noi stessi o altre persone. La responsabilità morale deve sempre fare i conti con le possibilità reali dell’individuo.

Ma esistono anche momenti nei quali sappiamo, vediamo, comprendiamo e, soprattutto, potremmo fare qualcosa.

È lì che comincia la parte meno comoda.

Non occorre partire immediatamente dalle grandi tragedie della storia. Prima viene qualcosa di molto più piccolo e quotidiano: il modo in cui costruiamo, giorno dopo giorno, la nostra coscienza. Perché difficilmente una persona si sveglia una mattina completamente indifferente. All’indifferenza, più spesso, ci si abitua.

Un piccolo silenzio oggi, uno domani. Una cosa che non ci riguarda. Una persona trattata ingiustamente che preferiamo non difendere perché potrebbe essere sconveniente. Una menzogna che conosciamo ma lasciamo correre perché la verità complicherebbe la giornata. Un’umiliazione che fingiamo di non avere sentito. Una battuta crudele alla quale non partecipiamo, certo, ma davanti alla quale sorridiamo abbastanza da non disturbare l’atmosfera.

Non succede nulla di spettacolare. Nessun tuono, nessun lampo, nessuna voce dall’alto che comunica ufficialmente che abbiamo appena ceduto qualche centimetro della nostra coscienza.

Ed è precisamente questo il problema.

La coscienza raramente crolla con un grande rumore. Più spesso si consuma. Diventa elastica, impara ad adattarsi. All’inizio qualcosa ci disturba, poi troviamo una spiegazione, successivamente una giustificazione e infine smettiamo perfino di riconoscere il problema.

L’essere umano, bisogna riconoscerglielo, possiede un talento straordinario nel trasformare la convenienza in filosofia.

È qui che la frase attribuita a Tucidide smette di parlare soltanto del male commesso dagli altri e diventa tremendamente personale. Ci costringe a non domandarci soltanto cosa avremmo fatto davanti alle grandi tragedie della storia, esercizio nel quale siamo quasi tutti sorprendentemente coraggiosi a posteriori, ma cosa facciamo oggi davanti alle piccole ingiustizie che incontriamo e sulle quali possediamo un margine reale di intervento.

La storia ci ha mostrato quanto possa essere pericolosa la progressiva normalizzazione dell’ingiustizia. Gli studi sui cosiddetti bystanders, gli spettatori delle persecuzioni naziste, invitano proprio a evitare rappresentazioni troppo semplici. Non esistevano soltanto persecutori, vittime e una massa uniforme di persone immobili. Esisteva uno spettro molto più complesso di comportamenti: collaborazione, opportunismo, paura, conformismo, tolleranza, silenzio, dissenso, resistenza e aiuto concreto alle vittime. Le stesse persone potevano assumere comportamenti differenti in momenti e circostanze diverse.

È una distinzione importante perché giudicare il passato dividendo l’umanità in buoni e cattivi è facilissimo. È anche rassicurante: basta collocarsi mentalmente dalla parte dei buoni e il lavoro sulla coscienza è terminato prima ancora di cominciare. Molto più utile, e infinitamente più inquietante, è cercare di capire come persone comuni possano progressivamente accettare ciò che in precedenza avrebbero giudicato inaccettabile.

La passività, inoltre, può avere ragioni molto differenti: paura per la propria sicurezza, senso di impotenza, pressione sociale, incapacità di comprendere pienamente ciò che sta accadendo, convenienza o semplice indifferenza. Non tutte le omissioni sono quindi moralmente equivalenti e sarebbe sciocco trasformare questa riflessione in un tribunale permanente nel quale distribuire patenti di colpevolezza.

Il punto non è cercare colpevoli dappertutto.

È cercare responsabilità dentro noi stessi.

La differenza è enorme. La colpa guarda prevalentemente al passato e domanda: chi ha sbagliato? La responsabilità personale guarda anche al presente e al futuro e pone una domanda molto più difficile: io, adesso, cosa posso fare?

Ed è qui che entra in gioco quella che potremmo chiamare conversione interiore.

Non necessariamente nel significato religioso del termine. Conversione significa anzitutto cambiamento di direzione. Il latino conversio, da convertere, rimanda proprio all’idea di volgere, rivolgere, cambiare orientamento. Ed è forse una delle immagini più efficaci per descrivere ciò che significa provare a diventare persone migliori.

Non significa raggiungere improvvisamente una qualche perfezione morale. Significa accorgersi quando stiamo andando nella direzione sbagliata e avere sufficiente onestà per correggere la rotta.

Il difficile, infatti, non è riconoscere il male negli altri. In quello abbiamo raggiunto livelli di specializzazione impressionanti. Ci bastano un’opinione, una fotografia, una frase estrapolata dal contesto e, nei casi più avanzati, persino una punteggiatura sospetta per formulare una diagnosi definitiva sulla moralità di uno sconosciuto.

Riconoscere la nostra indifferenza richiede un lavoro completamente diverso.

Bisogna rinunciare alla rassicurante convinzione di essere sempre dalla parte giusta. Ammettere che qualche volta abbiamo taciuto per comodità, lasciato correre perché intervenire sarebbe stato fastidioso, preferito essere accettati piuttosto che coerenti. Magari abbiamo visto qualcuno rimanere solo e abbiamo pensato che se ne sarebbe occupato qualcun altro.

Non significa condannarsi. Significa conoscersi.

La conversione interiore comincia precisamente quando smettiamo di utilizzare la morale soltanto come metro per misurare gli altri e iniziamo a rivolgere quello stesso metro verso noi stessi.

È un passaggio molto meno spettacolare di quanto piaccia raccontare. Non richiede proclami, fotografie celebrative o comunicati con i quali informare l’umanità che abbiamo finalmente raggiunto uno stadio superiore di consapevolezza. L’umanità, con ogni probabilità, riuscirà a sopravvivere anche senza l’annuncio.

Richiede qualcosa di più semplice e molto più difficile: imparare a non voltarsi automaticamente dall’altra parte.

Prima ancora del coraggio viene infatti la capacità di vedere.

Le grandi ingiustizie raramente compaiono nella loro forma definitiva. Più spesso procedono attraverso piccoli spostamenti del confine di ciò che una società considera normale. Una parola diventa accettabile. Un’umiliazione viene trasformata in una battuta. Una discriminazione viene presentata come necessaria. Una categoria di persone viene descritta come meno degna di attenzione, rispetto o protezione. Ogni singolo passaggio, preso isolatamente, può sembrare troppo piccolo per meritare una reazione.

Ed è proprio questo uno dei meccanismi più insidiosi della normalizzazione.

Non ci viene chiesto di accettare immediatamente l’inaccettabile. Ci viene chiesto di accettarne un pezzetto. Poi un altro. E poi ancora uno. Finché il confine si è spostato parecchio, ma noi abbiamo camminato insieme a lui e quindi quasi non ce ne siamo accorti.

La persecuzione degli ebrei nella Germania nazista rappresenta uno degli esempi storici più terribili di questo processo. Lo sterminio non comparve dal nulla. Fu preceduto da esclusione sociale, propaganda, perdita progressiva dei diritti, discriminazione legislativa, impoverimento, isolamento e violenza. Ricordarlo non significa utilizzare la Shoah come paragone universale per qualsiasi ingiustizia contemporanea. Farlo sarebbe storicamente irresponsabile e finirebbe per banalizzare proprio ciò che vorremmo ricordare.

Significa invece imparare dalla storia un meccanismo fondamentale: l’ingiustizia diventa più forte quando smette di sorprenderci.

Per questo la conversione interiore è soprattutto un esercizio di vigilanza sulla propria coscienza. Significa domandarsi, ogni tanto, se qualcosa che oggi consideriamo normale ci sarebbe sembrato altrettanto normale anni fa. Chiederci se abbiamo realmente cambiato opinione oppure ci siamo semplicemente abituati. Capire se il nostro silenzio nasce dalla prudenza o dalla convenienza. Distinguere ciò che davvero non possiamo impedire da ciò che, più semplicemente, non vogliamo affrontare.

La differenza può essere sottile, ma esiste.

Non possiamo salvare tutti. Non possiamo correggere ogni ingiustizia e non dobbiamo trasformare la nostra esistenza in una crociata permanente. Anche perché la storia suggerisce una certa prudenza nei confronti di chi si convince di possedere la verità morale assoluta: spesso parte con l’intenzione di salvare il mondo e finisce per voler decidere chi merita di abitarlo.

Possiamo però scegliere che tipo di persone diventare davanti a ciò che vediamo.

Possiamo allenarci a non considerare normale l’umiliazione. Possiamo riconoscere la sofferenza senza domandarci immediatamente se chi soffre appartenga alla nostra squadra. Possiamo rifiutarci di partecipare alla crudeltà quando viene travestita da divertimento. Possiamo evitare di aggiungere una voce al coro soltanto perché il coro è numeroso. Possiamo difendere qualcuno quando ne abbiamo concretamente la possibilità, chiedere aiuto quando da soli non abbiamo gli strumenti, parlare quando il silenzio diventerebbe complicità.

E qualche volta possiamo semplicemente dire di no.

Non sembrano azioni eroiche.

Per fortuna.

Una società decente non dovrebbe avere bisogno di milioni di eroi. Dovrebbe avere bisogno soprattutto di persone normali capaci, quando possono, di non collaborare con ciò che riconoscono come ingiusto.

È forse questo l’aspetto più profondo della frase attribuita a Tucidide. Non pretende l’impossibile e non distribuisce obblighi morali universali. Richiama ciascuno alla responsabilità delle proprie possibilità.

Quel «potendo» è la misura di tutto.

Non chiede ciò che non siamo in grado di fare. Chiede ciò che possiamo fare.

Ed è probabilmente da questa minuscola differenza che comincia una società civile: da persone che non aspettano sempre che sia qualcun altro a compiere la cosa giusta.

La conversione interiore, allora, non consiste nel diventare improvvisamente buoni. Una simile trasformazione istantanea lasciamola volentieri alla letteratura, alle agiografie e a qualche profilo social particolarmente ottimista. Nella vita reale il lavoro è più lento, meno elegante e soprattutto non finisce mai.

Consiste nel diventare progressivamente meno disponibili all’indifferenza.

Nel comprendere che il male commesso dagli altri non ci rende automaticamente giusti. Nel riconoscere che una coscienza non si misura dalle dichiarazioni che facciamo quando tutti sono d’accordo con noi, ma dalle scelte che compiamo quando sarebbe molto più conveniente tacere.

Forse è questo ciò che vale davvero la pena portarsi dietro.

Non possiamo rispondere di tutto il male del mondo e nessuna morale ragionevole dovrebbe pretenderlo. Ma possiamo rispondere della persona che scegliamo di essere davanti al male che incontriamo.

Quando possiamo impedirne almeno una piccola parte, ridurre una sofferenza, proteggere qualcuno, rifiutare una complicità, pronunciare una parola quando tutti preferiscono il silenzio o semplicemente evitare di voltarci dall’altra parte, la domanda smette di essere soltanto che cosa sarebbe giusto fare?

Diventa qualcosa di molto più personale:

chi vogliamo essere?

Ed è una delle poche domande per le quali non possiamo delegare la risposta a nessuno.

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Il Venerabile Ordine del Biscotto Spezzato è un blog ironico e contemplativo, dove spiritualità e dolcezza si incontrano tra briciole e riflessioni. Qui si parla di religione nel mondo, ma anche di quanto tutte le religioni siano, in fondo, invenzioni umane. Il vero divino? Lo troviamo nella natura, nel silenzio, nei piccoli gesti, e sì… anche nei biscotti che si rompono prima d’essere inzuppati. Il tono è rilassato, a volte filosofico, spesso scanzonato. C’è spazio per miti, leggende, cammini spirituali e passeggiate nei boschi. Niente fanatismi, solo morbide illuminazioni. Un luogo per chi cerca domande più che risposte, conforto più che verità. Prenditi una pausa, spezza un biscotto e leggi in pace.

~ Sergio De Amicis

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