Perché la polizia carica i manifestanti? Perché il dissenso viene sempre più spesso trattato come una questione di ordine pubblico? E perché una certa politica, incapace di rispondere alla rabbia sociale, sembra trovare nei manganelli una soluzione più comoda delle risposte?
C’è qualcosa di profondamente malato in un Paese nel quale un ragazzo che scende in piazza per chiedere una scuola migliore, uno stipendio dignitoso o un futuro meno miserabile rischia di ritrovarsi davanti uno schieramento di uomini con caschi, scudi e manganelli.
E c’è qualcosa di ancora più inquietante nel vedere una parte della politica quasi compiacersi quando una manifestazione finisce in uno scontro.
Perché finalmente può parlare di quello che conosce meglio: repressione, sicurezza, arresti, punizioni.
Finalmente può smettere di parlare di salari, affitti, ospedali, istruzione, disuguaglianze e diritti.
Il problema non è più perché migliaia di persone siano scese in strada. Il problema diventa come impedire che ci tornino.
Ed è proprio qui che comincia la nostra riflessione.
Il 16 ottobre migliaia di studenti sono scesi in piazza in decine di città italiane per il cosiddetto No Meloni Day. Chiedevano investimenti nella scuola, contestavano le spese militari e le scelte del governo. Uno degli slogan era semplice: più aule e meno bombe.
A Torino, Roma e Bologna ci sono stati momenti di tensione. A Torino alcuni manifestanti hanno lanciato pietre e torce contro gli agenti, che hanno risposto con cariche. Tre minorenni sono stati arrestati. A Bologna gli studenti si sono trovati davanti gli schieramenti antisommossa nella zona della stazione.
Il giorno successivo, 17 ottobre, le manifestazioni promosse sotto la sigla Italia in Piazza hanno attraversato Milano, Bologna, Torino e altre città.
A Milano, in via Broletto, sono volati sassi, petardi e bombe carta contro le forze dell’ordine. La polizia ha risposto con diverse cariche. Ci sono stati feriti, fermi, vetrine danneggiate e scene di violenza. A Bologna gli agenti hanno utilizzato idranti e lacrimogeni. Il 18 ottobre gli scontri sono proseguiti a Milano.
Non serve nascondere nulla. Chi lancia una bomba carta contro un agente non sta esercitando pacificamente il diritto di manifestare. Chi distrugge una vetrina non sta migliorando le condizioni di vita di un lavoratore.
Ma sarebbe altrettanto disonesto ridurre migliaia di persone a quei gesti.
E soprattutto sarebbe pericoloso trasformare gli episodi di violenza nella giustificazione per considerare ogni manifestante un potenziale nemico.
Perché, a quel punto, non stiamo più discutendo di ordine pubblico.
Stiamo discutendo del rapporto fra lo Stato e i suoi cittadini.
La polizia ha il compito di garantire la sicurezza, proteggere le persone, impedire aggressioni e intervenire quando vengono commessi reati.
Non è questo il punto.
Il punto è capire quando la forza sia realmente necessaria, quando sia proporzionata e quando, invece, rischi di diventare un modo per intimidire, disperdere o esasperare una protesta.
Non possiamo affermare che tutte le cariche di ottobre siano state provocazioni deliberate. Le cronache documentano anche aggressioni reali contro gli agenti. Ma questo non rende automaticamente legittimo ogni intervento della polizia, né cancella il dovere di verificare eventuali abusi.
E allora una domanda va posta senza paura: perché troppo spesso il confronto tra istituzioni e cittadini sembra iniziare soltanto quando arrivano gli scudi?
La forza pubblica dovrebbe essere l’ultima risorsa di uno Stato democratico, non il linguaggio con cui la politica evita di affrontare il dissenso.
E invece abbiamo costruito un sistema nel quale la protesta viene spesso raccontata come una minaccia prima ancora che come un segnale di disagio.
Un ragazzo protesta per il costo della vita? Potenziale facinoroso.
Uno studente contesta le spese militari? Estremista.
Un lavoratore blocca una strada per difendere il proprio posto? Disturbatore dell’ordine pubblico.
Naturalmente, quando qualcuno evade milioni, sfrutta lavoratori o accumula ricchezze grazie a un sistema economico profondamente squilibrato, il linguaggio diventa improvvisamente più raffinato.
Si parla di criticità, complessità, dinamiche di mercato.
Il manganello, evidentemente, non rientra negli strumenti della diplomazia finanziaria.
Non tutti quelli che chiedono sicurezza sono fascisti. E non ogni agente che interviene in una manifestazione è un nostalgico del Ventennio.
Sarebbe una semplificazione tanto comoda quanto stupida.
Ma esiste una cultura politica autoritaria, ben riconoscibile, che considera il conflitto sociale non un elemento della democrazia, bensì un fastidio da eliminare.
È una cultura che ama i cittadini quando lavorano, pagano le tasse, rispettano le regole e rimangono silenziosi.
Li ama un po’ meno quando pretendono spiegazioni.
Per questa mentalità, il bravo cittadino non è quello che partecipa alla vita pubblica. È quello che obbedisce.
Non discute, non contesta, non interrompe, non disturba.
E soprattutto non mette in discussione chi comanda.
La storia italiana dovrebbe averci insegnato qualcosa. Durante il fascismo, la violenza contro gli oppositori non fu un incidente marginale: fu uno degli strumenti attraverso cui il regime conquistò e consolidò il potere.
La Repubblica nacque anche per rompere con quella tradizione.
L’articolo 17 della Costituzione tutela il diritto dei cittadini a riunirsi pacificamente e senz’armi.
Non dice che si può manifestare soltanto quando il governo è d’accordo.
Non dice che si può protestare soltanto senza creare disagio a nessuno.
E non dice che il dissenso debba essere gradito al ministro dell’Interno.
Perché una democrazia che tollera soltanto le proteste innocue, silenziose e invisibili rischia di trasformare un diritto costituzionale in una concessione del potere.
E le concessioni, a differenza dei diritti, possono essere ritirate.
E come volevasi dimostrare, il 20 ottobre il Consiglio dei ministri ha approvato un nuovo decreto sicurezza.
Il provvedimento introduce un reato per le violenze organizzate durante le manifestazioni, amplia il fermo preventivo anche ai minorenni dai 16 anni, irrigidisce le regole sull’imputabilità dei ragazzi sopra i 14 anni e prevede l’invio di 500 militari aggiuntivi a Milano.
Il decreto dovrà essere convertito in legge dal Parlamento entro sessanta giorni.
Una risposta rapida, bisogna riconoscerlo.
Peccato che la stessa rapidità non sembri accompagnare le risposte ai problemi per i quali tanti ragazzi sono scesi in piazza.
Per aumentare gli stipendi servono anni.
Per affrontare la crisi abitativa servono studi, commissioni e tavoli tecnici.
Per migliorare la sanità mancano sempre le risorse.
Per rafforzare la scuola bisogna aspettare la prossima legge di bilancio.
Per introdurre nuovi strumenti repressivi, invece, bastano pochi giorni.
Che straordinaria efficienza amministrativa.
Naturalmente il governo sostiene di voler proteggere cittadini, commercianti e forze dell’ordine da aggressioni e devastazioni. È un obiettivo legittimo. Ma una democrazia deve chiedersi anche se ogni nuova restrizione sia necessaria, proporzionata e compatibile con le libertà costituzionali.
Perché una volta introdotti, certi strumenti possono sopravvivere molto più a lungo delle emergenze che li hanno giustificati.
C’è un aspetto delle manifestazioni di ottobre che mi colpisce più delle immagini degli scontri.
Sono le parole dei ragazzi.
Il 20 ottobre Il Fatto Quotidiano ha raccolto le testimonianze di alcuni adolescenti delle periferie milanesi, scesi in piazza durante le proteste del 17 e 18 ottobre.
Hanno raccontato famiglie in difficoltà economica, genitori che lavorano senza riuscire a vivere dignitosamente, discriminazioni e paura del futuro.
Un sedicenne ha anche denunciato di essere stato colpito dalla polizia prima dell’inizio degli scontri. È una testimonianza che merita attenzione e verifica, non una responsabilità già accertata.
Ecco, io credo che il vero scandalo sia proprio questo.
Abbiamo ragazzi di quattordici, sedici, diciotto anni che guardano il futuro senza intravedere alcuna promessa.
Ragazzi che vedono i genitori lavorare e impoverirsi.
Ragazzi ai quali abbiamo spiegato per anni che studiare, impegnarsi e rispettare le regole sarebbe bastato per costruirsi una vita.
Poi scoprono che non è così.
Che un lavoro non garantisce una casa.
Che un diploma non garantisce un’opportunità.
Che la fatica dei loro genitori non garantisce tranquillità.
E quando finalmente gridano la propria rabbia, una parte del mondo adulto li liquida come delinquenti, maranza, teppisti, giovani senza valori.
Forse qualcuno dovrebbe avere il coraggio di chiedersi quali valori abbiamo trasmesso loro.
Quelli della solidarietà o quelli del profitto a ogni costo?
Quelli della giustizia sociale o quelli del privilegio?
Quelli della partecipazione o quelli dell’obbedienza?
Perché non possiamo costruire una società fondata sulla competizione esasperata, sulla precarietà e sulla disuguaglianza e poi stupirci se cresce una generazione arrabbiata.
Siamo abituati a riconoscere la violenza quando vediamo una pietra volare, una vetrina andare in frantumi, un agente colpito o un manifestante sanguinare.
Ed è giusto riconoscerla e condannarla.
Ma esiste anche una violenza sociale che non compare nei filmati dei telegiornali.
È la violenza di chi lavora dodici ore e non riesce a pagare l’affitto.
Di chi rinuncia a curarsi perché non può permetterselo.
Di chi viene sfruttato e ricattato con la paura di perdere il lavoro.
Di chi cresce in un quartiere abbandonato e scopre che le opportunità dipendono soprattutto dal reddito della famiglia nella quale è nato.
Non sono forme di violenza identiche a un’aggressione fisica, né giustificano il ricorso alla forza contro altre persone.
Ma sono ingiustizie reali, che producono frustrazione e conflitto.
E ignorarle significa lasciare intatte le condizioni che alimentano la rabbia.
La politica, invece, sembra spesso interessata soltanto all’ultimo anello della catena.
Si occupa dell’esplosione, non della pressione accumulata.
Della vetrina rotta, non della famiglia che non arriva a fine mese.
Del ragazzo incappucciato, non del ragazzo invisibile che esisteva anche prima di indossare quel cappuccio.
Chi ha memoria ricorda Genova, luglio 2001.
Il G8, le manifestazioni, la morte di Carlo Giuliani, l’irruzione nella scuola Diaz, le violenze nella caserma di Bolzaneto.
Non furono semplicemente giornate di disordine.
Furono anche pagine gravissime della storia delle istituzioni italiane.
La Corte europea dei diritti dell’uomo ha successivamente qualificato come tortura le violenze subite da alcuni manifestanti alla Diaz e ha condannato l’Italia per le carenze nella repressione di quei fatti.
Questo dovrebbe bastare a ricordarci che una divisa non garantisce automaticamente la correttezza di ogni comportamento.
Come una bandiera, uno slogan o una causa giusta non rendono automaticamente innocente chi commette violenza.
La differenza fondamentale è che chi rappresenta lo Stato esercita un potere particolare, conferito dalla legge, e proprio per questo deve essere sottoposto a controlli particolarmente rigorosi.
Perché il cittadino non deve avere paura dello Stato.
Deve potersi fidare delle sue istituzioni.
E quella fiducia non si costruisce con l’impunità, con le giustificazioni automatiche o con la difesa corporativa di qualunque intervento.
Si costruisce accertando i fatti, punendo gli abusi e pretendendo professionalità.
Anche quando farlo è politicamente scomodo.
C’è poi un’altra questione che i movimenti di protesta dovrebbero comprendere molto bene.
Ogni volta che una manifestazione si trasforma in una battaglia urbana, il suo messaggio rischia di scomparire.
Puoi portare in piazza migliaia di persone per chiedere giustizia sociale.
Puoi denunciare salari insufficienti, scuole fatiscenti, servizi pubblici in difficoltà.
Puoi avere ragioni solidissime.
Ma se qualcuno spacca una vetrina, il giorno dopo si parlerà soprattutto di quella vetrina.
Se qualcuno lancia una bomba carta, il dibattito ruoterà intorno alla bomba carta.
E chi non vuole discutere delle ragioni della protesta avrà trovato il modo perfetto per cambiare argomento.
Non serve immaginare complotti o provocatori infiltrati dietro ogni scontro.
È sufficiente osservare come funziona la comunicazione politica.
La violenza diventa il centro della notizia.
Il governo si presenta come garante dell’ordine.
La protesta perde consenso.
Le richieste sociali scompaiono.
E si ricomincia da capo.
Per questo considero la nonviolenza una scelta di forza, non di debolezza.
Non significa essere docili.
Non significa rinunciare a occupare lo spazio pubblico, scioperare, contestare o praticare forme legittime di disobbedienza civile.
Significa impedire che la rabbia venga utilizzata contro le stesse persone che cercano di cambiare le cose.
Il coraggio non consiste nel tirare una pietra. Consiste nel riuscire a cambiare una società senza diventare ciò che si combatte.
C’è una cosa che accomuna molti nostalgici dell’uomo forte, ieri come oggi.
Non sopportano il disordine della libertà.
La democrazia è rumorosa.
È fatta di persone che discutono, contestano, criticano, chiedono, pretendono.
È fatta anche di conflitti, tensioni e compromessi.
Non è una parata militare.
Non è una caserma.
Non è una folla che applaude il capo.
E forse è proprio questo che disturba chi coltiva una concezione autoritaria del potere.
L’idea che un cittadino possa alzarsi e dire no.
Che uno studente possa contestare un ministro.
Che un lavoratore possa fermarsi e scioperare.
Che un ragazzo possa denunciare le ingiustizie del Paese nel quale vive.
La libertà degli altri è sempre stata un problema per chi sogna una società ordinata dall’alto.
Ma l’ordine senza giustizia non è pace sociale.
È soltanto silenzio imposto.
E il silenzio imposto, prima o poi, finisce.
Il Venerabile Ordine non sta dalla parte dei manganelli. Sta dalla parte della dignità.
Non mi interessa difendere chi distrugge una città.
Non mi interessa giustificare chi aggredisce un poliziotto.
E non mi interessa nemmeno accettare l’idea che chi indossa una divisa possa usare la forza senza doverne rispondere.
Mi interessa una cosa molto più semplice.
Vivere in un Paese nel quale i cittadini possano manifestare senza paura, gli agenti possano svolgere il proprio lavoro senza essere aggrediti e la politica sappia rispondere alle proteste con qualcosa di più intelligente di un nuovo decreto penale.
Un Paese nel quale la sicurezza non significhi soltanto polizia nelle strade, ma anche sicurezza economica, sociale e personale.
Perché è sicurezza poter pagare un affitto.
È sicurezza sapere che un ospedale ti curerà.
È sicurezza avere un lavoro dignitoso.
È sicurezza poter mandare i figli a scuola senza temere che il loro futuro sia peggiore del nostro.
E soprattutto è sicurezza sapere che lo Stato non considera un nemico chi esprime dissenso.
Non so se chi governa abbia davvero compreso quanto profonda sia la frattura che attraversa questa società.
Ma so che non la si ricucirà con i manganelli.
Non la si ricucirà chiamando delinquenti intere generazioni.
Non la si ricucirà trasformando ogni manifestazione in una questione di pubblica sicurezza.
La si ricucirà soltanto tornando a parlare di giustizia, diritti, dignità e futuro.
Parole forse meno spettacolari di un blindato che attraversa una piazza.
Ma infinitamente più importanti.
E ai vecchi e nuovi nostalgici dell’autorità vorrei ricordare una cosa: la democrazia non è fatta per proteggere il potere dai cittadini. È fatta per proteggere i cittadini dagli abusi del potere.
Se questo principio vi disturba, forse il problema non sono i manifestanti.
Forse è la democrazia.
Firmato
Il Venerabile Ordine Del Biscotto Spezzato



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