C'è un posto nel tuo cuore
e so che è l'amore,
e questo posto potrebbe essere
molto più luminoso di domani.
E se davvero ci provi
vedrai che non c'è alcun motivo per piangere.
In questo posto
sentirai che non c'è dolore o sofferenza.
Ci sono vari modi per arrivarci
se ci tieni abbastanza alla vita.
Crea un piccolo spazio
per costruire un posto migliore.
Guarisci il mondo,
rendilo un posto migliore
per te, per me e per l'intera umanità.
Ci sono persone che muoiono,
se ti ci tieni abbastanza alla vita
crea un posto migliore per te e per me.
E il sogno in cui siamo stati concepiti
rivelerà un volto gioioso
e il mondo in cui una volta credevamo
risplenderà nella grazia.
Allora perchè continuiamo a soffocare la vita,
a ferire questa terra, a crocifiggere la sua anima
sebbene sia evidente che
questo mondo è divino?
Sia lo splendore di Dio!
Ci sono persone che muoiono,
se ti ci tieni abbastanza alla vita
crea un posto migliore per te e per me .
Per me e per te costruisci un mondo migliore
Guarisci il mondo in cui viviamo
Salvalo per i nostri bambini.
M.Jackson
C’era una volta una canzone che diceva che dentro ogni essere umano esiste un posto luminoso, un nucleo di bontà, un angolo del cuore dove non c’è dolore e dove il mondo potrebbe essere migliore se solo ci tenessimo abbastanza alla vita. La canzone aveva i violini, aveva un coro di bambini, aveva Michael Jackson che cantava con quella voce capace di farti venire il magone anche se stavi solo cercando le chiavi di casa. Era il 1991. Il muro di Berlino era caduto da due anni. La Guerra Fredda era finita. L’umanità aveva davanti a sé un’opportunità storica di proporzioni epiche e la speranza, quella vera, sembrava finalmente avere una colonna sonora all’altezza.
Poi la canzone finì e ricominciammo a fare quello che facciamo meglio.
Non è una critica. È una constatazione, e come tutte le constatazioni accurate fa un certo effetto sgradevole, come quando ti guardi allo specchio con la luce del bagno accesa alle undici di mattina e non puoi incolpare nessuno del risultato. Jackson non ci chiedeva di essere eroi. Non ci chiedeva di risolvere tutti i problemi del pianeta nel weekend. Ci chiedeva di creare un piccolo spazio. Una piccola cosa. Un gesto. Una scelta. Qualcosa di concreto nel raggio di un metro da dove stavamo in quel momento. E noi, con la creatività che ci distingue come specie, trasformammo quella richiesta modesta nella colonna sonora di mille eventi collettivi, concerti benefici, campagne pubblicitarie e momenti televisivi commuoventi, riuscendo nell’impresa di celebrare l’idea di guarire il mondo senza cambiare quasi nulla di quello che facevamo il giorno dopo.
Questo non è cinismo. È osservazione. Il cinismo presuppone che le cose non potrebbero andare diversamente. L’osservazione si limita a notare che finora non sono andate diversamente, lasciando aperta la questione se potrebbe succedere qualcosa di diverso domani. Jackson era un osservatore. Uno di quelli scomodi, quelli che ti guardano negli occhi mentre cantano e ti fanno sentire che stanno parlando esattamente a te, non al pubblico generico, non all’umanità astratta, ma a te che sei seduto lì con le tue contraddizioni e il tuo biglietto da cento euro speso per venire ad ascoltare qualcuno dirti che dovresti fare qualcosa di gratuito per gli altri.
Il punto più tagliente di tutta la canzone non è il ritornello. Il ritornello è bellissimo ma è anche il punto dove la gente inizia a cantare e smette di ascoltare, che è esattamente il problema in formato musicale. Il punto più tagliente è quel verso che arriva quasi di soppiatto, nascosto tra i violini e la speranza: “perché continuiamo a soffocare la vita, a ferire questa terra, a crocifiggere la sua anima sebbene sia evidente che questo mondo è divino?” Questo non è un appello. È un’accusa. E l’accusato non è qualcun altro. Siamo noi. Tutti noi. Quelli che cantano e quelli che ascoltano e quelli che condividono il video e quelli che mettono il cuoricino e quelli che poi escono e fanno esattamente le stesse cose di prima.
Jackson lo sapeva. Era cresciuto dentro una macchina da spettacolo che lo aveva trasformato in prodotto prima ancora che diventasse adulto, che aveva preso la sua infanzia e l’aveva venduta a rate a un pubblico globale, e che continuava a chiedergli di sorridere mentre dentro succedevano cose che nessun contratto discografico poteva contenere. Conosceva la distanza tra quello che si dice e quello che si fa. La conosceva dall’interno, con quella familiarità scomoda che hanno solo le persone che vivono in case di vetro e imparano presto che il vetro non protegge da niente, amplifica soltanto. Eppure scrisse quella canzone. Anzi, la scrisse proprio per questo, perché conosceva la distanza e voleva nominarla, non per celebrarla ma per renderla visibile, nella speranza che una volta vista qualcuno decidesse di attraversarla.
La distanza tra sapere e fare è il dramma fondamentale della storia umana, e non lo diciamo per darci un tono. È letteralmente il problema centrale attorno a cui ruotano le grandi domande di ogni tradizione di pensiero seria che questo pianeta abbia prodotto. Sappiamo che inquinare fa male. Sappiamo che la solitudine degli anziani è una forma di violenza silenziosa. Sappiamo che i bambini in certe parti del mondo nascono già condannati da coordinate geografiche su cui non hanno alcuna voce in capitolo. Sappiamo che la rabbia che scarichiamo sulle persone più vicine a noi è spesso rabbia che appartiene a storie molto più lontane. Sappiamo tutto questo con una chiarezza quasi irritante. E poi apriamo il telefono.
Il telefono non è il nemico, sia chiaro. Il telefono è uno strumento, e come tutti gli strumenti dice molto di più su chi lo usa che su se stesso. Ma c’è qualcosa di sintomatico nel modo in cui lo usiamo collettivamente che vale la pena guardare senza troppa autoindulgenza. Abbiamo in tasca un dispositivo che ci consente di connetterci con qualsiasi persona sul pianeta, di accedere a qualsiasi informazione disponibile, di organizzare qualsiasi azione collettiva in tempo reale. E la principale attività che svolgiamo con questo strumento miracoloso è guardare persone che non conosciamo fare cose che non ci riguardano, litigare con sconosciuti su argomenti in cui nessuna delle due parti cambierà mai idea, e consumare quantità industriali di contenuti progettati da algoritmi il cui unico obiettivo è tenerci incollati allo schermo il più a lungo possibile indipendentemente da qualsiasi effetto sul nostro benessere o su quello del mondo circostante.
Jackson nel 1991 non poteva immaginare i social media. Ma poteva immaginare, e lo descriveva con precisione, il meccanismo psicologico che li rende così potenti e così devastanti allo stesso tempo. Il meccanismo è questo: è molto più facile sentirsi parte di qualcosa di grande che fare qualcosa di piccolo. È molto più soddisfacente emotivamente condividere un appello universale per la pace che smettere di essere meschini con il collega che ci sta antipatico. È molto più comodo credere che il problema sia là fuori, nei potenti, nei governi, nelle corporations, nei cattivi della storia, piuttosto che guardare quel piccolo spazio intorno a noi che potremmo cambiare adesso senza chiedere permesso a nessuno.
Questo non significa che i potenti non abbiano responsabilità. Ce l’hanno, enormi, documentate, spesso scandalose. Ma la narrazione che mette tutta la colpa in alto e nessuna responsabilità in basso è una narrazione comoda che ci assolve da qualsiasi impegno concreto nel raggio di azione reale che abbiamo. E il raggio di azione reale che abbiamo è, per la stragrande maggioranza di noi, molto più significativo di quanto vogliamo ammettere. Le persone che ci stanno vicine, i luoghi che abitiamo, le scelte che facciamo ogni giorno su come trattare chi incontriamo, come usiamo il nostro tempo, cosa lasciamo entrare nella nostra attenzione e cosa decidiamo di non vedere. Questo è il mondo che possiamo guarire. Non l’altro. Questo.
C’è una parte della canzone che non viene quasi mai citata nelle versioni da cerimonia, quella in cui Jackson dice “ci sono vari modi per arrivarci se ci tieni abbastanza alla vita”. È una frase apparentemente ovvia che nasconde qualcosa di più complicato. “Se ci tieni abbastanza alla vita” presuppone che sia possibile non tenerci abbastanza, che l’alternativa esista e sia comune, che molte persone si muovano attraverso le loro giornate in uno stato di distanza emotiva dalla propria vita che rende impossibile qualsiasi trasformazione reale. Non è una critica morale. È una descrizione clinica di quello che succede quando le persone vivono in modalità automatica, quando le giornate si ripetono senza che nessuna scelta consapevole le attraversi, quando la vita diventa qualcosa che accade piuttosto che qualcosa che si fa.
La modernità ha una straordinaria capacità di produrre questo stato. Non per cattiveria, non per un piano occulto, ma per la logica stessa dei sistemi che abbiamo costruito. Sistemi che premiano la velocità sulla riflessione, la produzione sul riposo, il consumo sulla cura, la performance sulla presenza. Sistemi in cui essere occupati è diventato una forma di status e avere tempo per stare fermi è diventato quasi sospetto. In questo contesto, trovare quel posto nel cuore di cui parla Jackson non è un atto sentimentale. È un atto di resistenza. Decidere di cercare dentro di sé qualcosa di più stabile delle notifiche, qualcosa di più reale dello schermo, qualcosa di più duraturo del ciclo notizie che si rinnova ogni tre minuti con nuovi motivi per essere arrabbiati o spaventati, è uno dei gesti più radicali che un essere umano possa fare nel 2024.
Jackson chiamava questo posto “più luminoso di domani”. Non più luminoso di ieri, non più luminoso di un passato idealizzato che non è mai esistito esattamente come lo ricordiamo. Più luminoso di domani. Il futuro come orientamento, come direzione, come qualcosa che esiste in potenza e che dipende da quello che facciamo adesso. Non è ottimismo ingenuo. È la struttura temporale della speranza adulta, quella che non nega i problemi del presente ma rifiuta di farsi definire da essi.
Il problema con i tempi attuali, e lo diciamo con l’affetto burbero di chi ha visto abbastanza per avere il diritto di dirlo, è che abbiamo sviluppato una sofisticatissima allergia alla speranza. La speranza è diventata naif. Credere che le cose possano migliorare è diventato provinciale, ingenuo, quasi imbarazzante in certi ambienti intellettuali dove il pessimismo viene scambiato per lucidità. Chi dice che le cose possono andare meglio viene guardato con la condiscendenza riservata ai bambini che credono ancora a Babbo Natale. Chi descrive il disastro con dettaglio crescente e vocabolario sempre più cupo viene preso sul serio, invitato ai convegni, pubblicato sulle riviste giuste.
Ma il disastro descritto senza alcuna indicazione di direzione non è analisi. È intrattenimento per depressi. E la sofisticazione che ci mette al riparo dalla speranza ci mette anche al riparo dall’azione, che è esattamente dove molti di noi, inconsciamente o meno, preferiscono stare.
Jackson non era sofisticato in questo senso. Aveva la sfacciataggine di credere davvero in quello che cantava, il che in un’industria musicale costruita sulla vendita di emozioni simulate è quasi una forma di perversione. Credeva che il mondo potesse essere guarito. Credeva che ogni singola persona avesse qualcosa da fare in questo processo. Credeva che i bambini meritassero un mondo migliore non come slogan ma come impegno concreto. E lo credeva in modo così viscerale e così esposto che la sua stessa vita diventò il campo di battaglia tra quella visione e la realtà di un’industria, di una cultura, di un sistema mediatico che non sapeva cosa farsene di un adulto che ancora si ostinava a credere in cose così scomode.
Il sogno in cui siamo stati concepiti, come lo chiama lui, non è una nostalgia. È una rivendicazione. È dire che prima di tutto quello che ci è stato fatto e che abbiamo fatto a noi stessi, prima dei condizionamenti e delle ferite e delle delusioni accumulate, c’era qualcosa di integro. C’era una direzione. C’era un volto gioioso, come canta, che non è il volto dell’ingenuità ma il volto di chi non ha ancora imparato a difendersi dalla propria capacità di meravigliarsi. Recuperare quel volto da adulti, dopo tutto quello che la vita ci ha insegnato nel frattempo, non è regressione. È il lavoro più difficile che esista.
E qui sta, forse, il vero messaggio che la canzone porta con sé attraverso i decenni senza perdere un grammo di peso. Non è un messaggio sulla pace nel mondo in senso astratto. È un messaggio su cosa succede quando una persona decide di smettere di aspettare che qualcun altro inizi. Quando decide che quel piccolo spazio attorno a sé vale la pena di essere curato indipendentemente da quello che fanno gli altri, indipendentemente da quello che trasmette il telegiornale, indipendentemente dallo stato generale delle cose che è effettivamente preoccupante e non lo neghiamo.
Guarire il mondo comincia con un gesto talmente piccolo che quasi non sembra degno del titolo. Comincia con l’attenzione. Con la presenza. Con la decisione, rinnovata ogni giorno perché non funziona per acumulazione ma solo per pratica quotidiana, di essere in questo posto, in questo momento, con queste persone, senza la metà della mente altrove. Jackson in quella canzone non stava descrivendo un programma politico. Stava descrivendo una postura interiore. Uno stare nel mondo con gli occhi aperti su quello che c’è davvero piuttosto che su quello che preferiremmo ci fosse o temiamo ci sia.
Il Venerabile Ordine, nella sua infinita saggezza accumulata attraverso anni di osservazione ironica del comportamento umano, ha una proposta finale che è allo stesso tempo banale e rivoluzionaria, come tutte le proposte che valgono qualcosa. La prossima volta che sentite quella canzone, non cantate subito. Aspettate. Ascoltate. Lasciate che arrivi quel verso scomodo, quello in cui vi dice che state crocifiggendo l’anima di un mondo che è divino. E invece di passare oltre verso il ritornello più comodo, fermatevi lì un secondo. Chiedetevi cosa state soffocando. Non nel mondo in generale. Nella vostra vita specifica. In quel metro quadro di esistenza che è l’unico che potete davvero cambiare senza dover aspettare che qualcun altro firmi una legge o organizzi una petizione.
Perché guarire il mondo è un’idea bellissima. Ma rimane un’idea bellissima finché non comincia esattamente dove siete adesso, con quello che avete adesso, nei confronti di chi avete davanti adesso. E questo, nonostante tutto il sarcasmo che il Venerabile Ordine è in grado di produrre, è una cosa che Michael Jackson aveva capito meglio di quasi chiunque altro, e che noi continuiamo a capire perfettamente ogni volta che la canzone suona e a dimenticare ogni volta che finisce.



Lascia un commento