Ci sono criminali che hanno la decenza di sparire nei faldoni giudiziari, inghiottiti da quella polvere burocratica che ricopre fascicoli dimenticati in qualche sottoscala di tribunale. Poi c’è Angelo Izzo, che da quei faldoni salta fuori con la puntualità di un orologio svizzero difettoso, come uno di quei personaggi dei cartoni animati che precipitano dal burrone e un secondo dopo sono di nuovo lì, pronti a ricominciare. Solo che qui non c’è niente da ridere, perché ogni volta che Izzo riemerge, qualcuno finisce sottoterra per davvero. C’è chi nasce con il talento per la musica, chi per la matematica, chi per la cucina. E poi c’è chi nasce con un talento speciale per la distruzione, non solo delle vite altrui ma dell’idea stessa che la giustizia possa funzionare, che il sistema possa reggere, che le istituzioni possano proteggere chi dovrebbero proteggere. Angelo Izzo non è semplicemente un pluriomicida, definizione che già di per sé dovrebbe bastare a chiudere qualsiasi discorso e a sigillare qualsiasi porta di cella. No, Izzo è qualcosa di più sottile e di più ripugnante, è la dimostrazione vivente e respirante che il male, quando impara a parlare bene, quando sa impugnare una penna con la stessa disinvoltura con cui impugna la violenza, riesce a ottenere non solo clemenza ma persino applausi, non solo permessi ma persino premi, non solo ascolto ma persino credibilità.
Per capire Angelo Izzo bisogna partire da dove tutto è cominciato, o meglio da dove tutto è esploso in modo talmente deflagrante da marchiare a fuoco la coscienza collettiva di un Paese intero. Settembre 1975, una villa a San Felice Circeo, località balneare della borghesia romana che puzzava di crema solare e di privilegi ereditati. Tre rampolli della Roma bene, tre figli di papà cresciuti con la certezza granitica che il mondo fosse il loro parco giochi personale, decidono che due ragazze della periferia sono giocattoli usa e getta. Angelo Izzo, Andrea Ghira e Gianni Guido rapiscono Donatella Colasanti e Rosaria Lopez, e per due giorni le sottopongono a un inferno di torture, stupri e sevizie che la cronaca dell’epoca faticò a raccontare per intero, non per pudore giornalistico ma perché certe cose, a metterle nero su bianco, sembrano inventate da uno sceneggiatore malato. Solo che non erano inventate. Erano reali, reali come il corpo senza vita di Rosaria Lopez, reali come il coraggio sovrumano di Donatella Colasanti che sopravvisse fingendosi morta, reale come il bagagliaio di quella Fiat 127 in cui i tre geni del crimine avevano stipato i corpi, convinti che nessuno avrebbe controllato, convinti che la loro appartenenza sociale fosse uno scudo impenetrabile.
Il cosiddetto Massacro del Circeo non fu solo un omicidio, non fu solo una violenza sessuale, non fu solo un sequestro. Fu l’esibizione oscena e sfacciata di tutto ciò che l’Italia degli anni Settanta aveva di marcio sotto la superficie lucida del boom economico e delle vacanze sulla costa laziale. Fu classismo puro, la convinzione che esistano esseri umani di serie A e di serie B e che i primi possano fare dei secondi ciò che vogliono. Fu maschilismo tossico nella sua forma più brutale, quella che non si limita a considerare la donna inferiore ma la riduce a oggetto su cui esercitare potere assoluto. Fu l’impunità della borghesia, quella certezza atavica che il denaro e il cognome giusto possano comprare qualsiasi assoluzione, terrena o ultraterrena. Il termine femminicidio ancora non esisteva nel vocabolario ufficiale italiano, ci sarebbero voluti decenni prima che qualcuno trovasse il coraggio di dare un nome preciso a quella cosa, eppure il Circeo fu esattamente questo, nella sua accezione più cruda e paradigmatica. Lo Stato reagì, bisogna dargliene atto, e condannò Izzo all’ergastolo. Ma lo Stato italiano, si sa, è un organismo strano, dotato di una memoria che funziona a intermittenza come una lampadina difettosa e di un cuore che diventa inspiegabilmente tenero proprio quando dovrebbe restare di pietra.
E qui comincia la seconda vita di Angelo Izzo, quella che trasforma un mostro in un caso di studio sulla manipolazione. Perché Izzo, dietro le sbarre, non si limita a scontare la pena come farebbe un detenuto qualsiasi. No, Izzo studia. Si diploma, frequenta corsi universitari, legge voracemente, impara l’arte della parola scritta con la stessa dedizione con cui un artigiano impara a cesellare il legno. Negli anni Novanta diventa collaboratore di giustizia, una figura che nel sistema giudiziario italiano occupa quello spazio ambiguo tra la redenzione e l’opportunismo, tra il pentimento sincero e il calcolo freddo. Compone lettere struggenti che farebbero commuovere un sasso, lettere in cui la sofferenza per i propri crimini viene dosata con precisione farmaceutica, né troppa da sembrare falsa né troppo poca da sembrare indifferenza. E soprattutto scrive un libro. Si intitola “Le mie prigioni”, un titolo che riecheggia Silvio Pellico con una sfacciataggine che lascia senza fiato, come se un uomo condannato all’ergastolo per stupro e omicidio potesse legittimamente accostare la propria detenzione a quella di un patriota risorgimentale. Pubblicato da Stampa Alternativa, il libro non è un mea culpa, non è una confessione, non è un atto di contrizione. È un autoritratto cesellato con la penna dell’autocommiserazione, un esercizio letterario in cui Izzo si presenta come un dannato che ha letto troppi romanzi esistenzialisti e visto troppi talk show pomeridiani. È Dostoevskij filtrato attraverso la sensibilità di un reality show, è Raskolnikov con il gel nei capelli. E qualcuno ci crede, perché è questa la parte più desolante della storia, qualcuno legge quelle pagine e pensa davvero che il mostro si sia trasformato in uomo, che la bestia abbia trovato la via della redenzione, che le parole possano cancellare il sangue.
Arriviamo al 2004, anno in cui la giustizia italiana decide di compiere il suo capolavoro di ingenuità. Una perizia psichiatrica disposta dal Tribunale di Campobasso certifica l’impossibile, certifica ciò che qualsiasi persona dotata di buon senso, anche senza una laurea in psichiatria, avrebbe considerato quantomeno azzardato. Angelo Izzo non è più socialmente pericoloso. Ripetiamolo insieme, lentamente, assaporando ogni sillaba di questa follia istituzionale: Angelo Izzo, condannato all’ergastolo per il Massacro del Circeo, stupratore, torturatore, assassino, non è più socialmente pericoloso. Sulla base di questa perizia, gli viene concessa la semilibertà. Finalmente il mostro redento, il Pellico dei nostri tempi, il dannato che ha trovato la luce in fondo al tunnel carcerario, può uscire. Può respirare l’aria fresca, può camminare per le strade, può guardare il cielo senza le sbarre a fare da cornice. E lo fa, nel modo che gli è più congeniale, nel modo che evidentemente nessun perito psichiatrico era riuscito a prevedere nonostante fosse scritto a caratteri cubitali nella sua storia criminale. Lo fa uccidendo.
Nel 2005, a Ferrazzano, un piccolo comune del Molise dove la cronaca nera non era mai arrivata con questa violenza, Angelo Izzo, con la complicità di un altro detenuto in regime di semilibertà, massacra Maria Carmela Linciano e sua figlia Valentina Maiorano di quattordici anni. Quattordici anni. L’età in cui si litiga con i compagni di classe, si scopre la musica, si scrivono diari pieni di sogni e di imbarazzo. Valentina non avrebbe mai fatto niente di tutto questo, perché un uomo che lo Stato aveva certificato come non pericoloso le ha tolto la vita insieme a quella di sua madre. Il delitto non fu un raptus, non fu un momento di follia, non fu un incidente. Fu premeditato, calcolato, eseguito con la freddezza di chi sa esattamente cosa sta facendo e non prova il minimo rimorso nel farlo. La semilibertà di Angelo Izzo fu, nei fatti, la condanna a morte di due persone innocenti firmata non dal boia ma dal sistema giudiziario stesso. Lo Stato, questa volta, si svegliò. Ma si svegliò con le mani sporche di sangue che nessuna riforma legislativa avrebbe potuto lavare, si svegliò con la consapevolezza tardiva e inutile di aver commesso un errore che non ammetteva appello.
Nel 2007 la Corte di Cassazione emise un verdetto che, letto oggi, suona come una diagnosi retrospettiva tanto ovvia da risultare grottesca. Angelo Izzo soffre di disturbo antisociale di personalità con tratti narcisistici e sadici, è manipolatore, egocentrico, recidivo, incurante delle conseguenze morali delle sue azioni, e non recuperabile. Ogni singola parola di quel verdetto era qualcosa che chiunque avesse letto il fascicolo del Circeo avrebbe potuto scrivere trent’anni prima, senza bisogno di una laurea in medicina, senza bisogno di test proiettivi e questionari standardizzati, semplicemente collegando i puntini di una storia criminale che gridava pericolosità da ogni riga. Ma il sistema giudiziario italiano funziona così, con la saggezza del senno di poi che arriva sempre quando i morti sono già stati contati e le bare sono già state chiuse.
Ma la storia di Angelo Izzo non finisce con il secondo ergastolo, perché sarebbe troppo semplice, troppo lineare, troppo comprensibile per un personaggio che ha fatto della complessità perversa il suo marchio di fabbrica. Izzo, oltre a uccidere, parla. E come parla. Parla con la volubilità di un fiume in piena e con la precisione chirurgica di chi sa esattamente quale amo lanciare per catturare l’attenzione di magistrati, giornalisti, commissioni parlamentari e opinion maker di ogni ordine e grado. Nel corso degli anni, Izzo si trasforma da detenuto in accusatore seriale, da condannato in testimone onnipresente, da mostro in oracolo dell’orrore. Dove c’è un delitto irrisolto nella storia recente d’Italia, dove c’è un mistero che ancora attende spiegazione, dove c’è un buco nero nella narrazione ufficiale, lì compare Angelo Izzo con la sua versione dei fatti, con il suo “ero lì, so chi è stato, so perché”, con la sua offerta di verità confezionata su misura per chi ha bisogno disperato di risposte.
Cominciamo dall’autoaccusa più antica e meno verificabile, quella relativa a un presunto omicidio commesso sempre nel 1975, lo stesso anno del Circeo, ai danni di un uomo di nome Amilcare Di Benedetto. Izzo dichiarò di averlo ucciso. Peccato che il corpo non sia mai stato trovato, che nessun riscontro oggettivo abbia mai confermato l’esistenza stessa di questo crimine, che l’intera vicenda riposi in quella terra di nessuno tra la confessione e la millanteria dove Izzo si muove con la disinvoltura di un pesce nell’acqua. Autoaccusarsi di un omicidio senza corpo è un esercizio interessante dal punto di vista psicologico, perché non costa nulla in termini giudiziari aggiuntivi a chi ha già due ergastoli sulle spalle, ma rende moltissimo in termini di credibilità come fonte: “vedete, io confesso anche quando non mi conviene, quindi potete fidarvi di me”. È la strategia del giocatore di poker che perde una mano piccola di proposito per vincere quella grande.
Poi c’è la scomparsa di Rossella Corazzin, ragazza veneziana sparita nel nulla nel 1975 durante una vacanza a Tai di Cadore. Un caso che ha tormentato l’Italia per decenni, uno di quei misteri che si portano dietro il dolore di una famiglia che non ha mai potuto piangere su una tomba. Secondo Angelo Izzo, Rossella fu vittima di un rito satanico e massonico, celebrato nientemeno che nella villa del dottor Francesco Narducci, nome che rimanda a un altro abisso italiano, quello del Mostro di Firenze. Le dichiarazioni di Izzo furono vagliate dalla Commissione Antimafia, che evidentemente doveva pur fare qualcosa con il materiale che arrivava sulla scrivania. Risultato: nessuna prova. Zero. Il nulla cosmico travestito da rivelazione esplosiva. Ma il danno mediatico era già fatto, il nome di Izzo era già sui giornali con l’etichetta di “pentito che sa”, e questo bastava.
L’escalation delle dichiarazioni di Izzo raggiunge vette vertiginose quando decide di mettere bocca sulla strage di Bologna del 2 agosto 1980, ottantacinque morti e duecento feriti alla stazione ferroviaria, la ferita più profonda del terrorismo italiano. Izzo accusa Valerio Fioravanti e Gilberto Cavallini, esponenti dei Nuclei Armati Rivoluzionari. Ora, non è che Fioravanti e Cavallini fossero degli stinchi di santo, tutt’altro, e la vicenda giudiziaria della strage ha effettivamente coinvolto ambienti dell’estrema destra. Ma la testimonianza di Izzo fu ritenuta inattendibile, e non ci vuole un genio per capire perché. Quando un pluriomicida manipolatore con diagnosi certificata di disturbo antisociale di personalità ti dice di sapere chi ha messo la bomba alla stazione di Bologna, la reazione corretta non è prendere appunti con devozione ma chiedersi cosa ci guadagna a dirtelo. Perché Izzo non faceva mai nulla gratis, ogni sua dichiarazione era una mossa in una partita che solo lui vedeva per intero.
Non contento, Izzo puntò il dito anche sull’omicidio di Piersanti Mattarella, presidente della Regione Sicilia assassinato dalla mafia il 6 gennaio 1980 a Palermo, fratello dell’attuale Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Anche qui, accuse a esponenti dell’estrema destra, anche qui ipotesi suggestive che collegavano mafia, politica e neofascismo in un unico grande complotto. Ipotesi che facevano gola a chiunque cercasse di ricostruire i legami oscuri tra criminalità organizzata e terrorismo nero nell’Italia degli anni di piombo. Ma anche qui, nessun riscontro concreto, nessuna prova, nessun elemento che trasformasse le parole di Izzo in qualcosa di giudiziariamente utilizzabile. Solo fumo, un fumo densissimo e profumato di verità che si dissolveva non appena qualcuno provava ad afferrarlo.
C’è poi la vicenda di Giorgiana Masi, la studentessa diciannovenne uccisa da un colpo di pistola durante una manifestazione a Roma il 12 maggio 1977, un caso che è rimasto uno dei misteri irrisolti della stagione dei movimenti. Izzo affermò che le armi utilizzate quel giorno appartenevano al suo gruppo e a quello di Andrea Ghira. Una dichiarazione esplosiva che, se fosse stata vera, avrebbe riscritto un capitolo fondamentale della storia italiana degli anni Settanta. Ma vera non era, o quantomeno nessuno riuscì mai a dimostrare che lo fosse. Il che, nel linguaggio della giustizia, significa esattamente la stessa cosa.
E come dimenticare le dichiarazioni sulla violenza subita da Franca Rame, attrice e moglie di Dario Fo, stuprata il 9 marzo 1973 da un gruppo di uomini in un furgone. Un crimine orrendo che la stessa Rame denunciò pubblicamente anni dopo, confermando che la violenza fu organizzata da ambienti dei Carabinieri con esecutori di area neofascista. Izzo sostenne di avere informazioni dettagliate sull’organizzazione dello stupro, inserendo se stesso nel racconto come testimone privilegiato di quel mondo oscuro dove servizi segreti deviati e manovalanza nera si incontravano per fare il lavoro sporco. Franca Rame confermò di essere stata vittima di violenza, la verità giudiziaria sul coinvolgimento di ambienti militari e neofascisti emerse in parte negli anni successivi, ma Izzo non fu mai accusato ufficialmente di alcun coinvolgimento diretto. Ancora una volta, il suo ruolo fu quello del narratore che si inserisce nella storia altrui, dell’ospite non invitato che si siede al tavolo e pretende di aver cucinato la cena.
Non potevano mancare, nel catalogo delle rivelazioni di Izzo, i riferimenti all’omicidio di Mino Pecorelli, il giornalista che sapeva troppo e fu ucciso a Roma il 20 marzo 1979, e ai cosiddetti delitti di Fausto e Iaio, l’omicidio di Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci, due ragazzi di diciotto anni assassinati a Milano il 18 marzo 1978, probabilmente da sicari di estrema destra. Su entrambi i casi Izzo dichiarò di avere informazioni, su entrambi i casi non emerse alcun riscontro. Il copione era sempre lo stesso, identico nella struttura e nei risultati: dichiarazione roboante, interesse mediatico immediato, indagine, vicolo cieco, silenzio.
E per completare il quadro delle grandi tragedie italiane, Izzo non si fece mancare nemmeno le stragi di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969 e di Piazza della Loggia del 28 maggio 1974, i due attentati che segnarono l’inizio e la continuazione della strategia della tensione in Italia. Su entrambi, Izzo offrì versioni fantasiose che tiravano in ballo mandanti occulti, logge massoniche deviate, servizi segreti internazionali e cospirazioni multilivello che avrebbero fatto impallidire gli sceneggiatori di un thriller politico. Nessuna credibilità giudiziaria, ovviamente, ma un’enorme capacità di occupare spazio mediatico e di mantenere il proprio nome in circolazione, che era probabilmente l’unico vero obiettivo di tutta l’operazione.
La parabola giudiziaria minore di Izzo meriterebbe un capitolo a parte, se questo articolo prevedesse capitoli, cosa che non fa. Nel 2006 fu condannato in primo grado per diffamazione, avendo avuto la sfrontatezza incommensurabile di dichiarare che i rapporti sessuali con le vittime del duplice omicidio di Ferrazzano fossero stati consensuali. Consensuali. La parola stessa, applicata a quel contesto, è un pugno nello stomaco della decenza umana, un insulto postumo alle vittime che supera i confini della crudeltà per entrare nel territorio della psicopatologia pura. Fu assolto in appello, perché il diritto ha le sue regole e le sue sottigliezze, ma l’assoluzione giuridica non cancella l’orrore morale di quella dichiarazione. Nel 2004, prima del duplice omicidio, era stato processato anche per aver ottenuto la semilibertà sulla base di un impiego fittizio, un lavoro che esisteva solo sulla carta e che serviva unicamente a soddisfare i requisiti formali per uscire dal carcere. Condannato in primo grado, assolto in secondo. Un pattern che si ripete con la regolarità di un metronomo impazzito: Izzo fa qualcosa di orribile, il sistema reagisce, poi il sistema si rimangia la reazione.
Ora, fermiamoci un momento e guardiamo il quadro d’insieme, perché è nel quadro d’insieme che la storia di Angelo Izzo smette di essere la biografia di un criminale e diventa il ritratto di un Paese. Izzo non è solo un assassino particolarmente efferato, non è solo un manipolatore particolarmente abile, non è solo un mitomane particolarmente produttivo. Izzo è un attore, nel senso teatrale del termine, un interprete che ha capito fin dalle prime battute come si recita il pentimento, come si modula la voce quando si chiede perdono, come si piega lo sguardo quando si finge contrizione. È un attore che ha studiato il suo pubblico, i giudici, i periti, i giornalisti, i membri delle commissioni parlamentari, e ha calibrato ogni sua performance sulle aspettative di quel pubblico. Quando il pubblico voleva il pentito, Izzo diventava il pentito perfetto. Quando il pubblico voleva il testimone, Izzo diventava il testimone totale. Quando il pubblico voleva lo scrittore redento, Izzo impugnava la penna e sfornava pagine di prosa dolente.
È anche uno sceneggiatore, uno che scrive la propria parte nei drammi della Repubblica italiana con la consapevolezza lucida che ogni grande mistero irrisolto è un palcoscenico vuoto che aspetta solo un protagonista. L’Italia è piena di misteri, di stragi senza colpevoli, di omicidi senza movente, di sparizioni senza spiegazione. Ogni mistero è una porta aperta per chi sa come infilarsi, e Izzo sapeva infilarsi come pochi. Bastava dire la cosa giusta al momento giusto, bastava mescolare un granello di verità verificabile con un chilo di invenzione indimostrabile, bastava citare i nomi giusti, P2, Banda della Magliana, servizi segreti deviati, Gladio, e il gioco era fatto. I giornalisti correvano a prendere nota, i magistrati aprivano fascicoli, le commissioni convocavano audizioni, e Izzo tornava al centro della scena, che era l’unico posto dove voleva stare.
È infine un burattinaio, uno che ha tirato i fili della credulità pubblica e dell’ingenuità istituzionale con la maestria di un artista consumato. E la cosa più spaventosa è che ci è riuscito non una volta, non due, ma sistematicamente, per decenni, nonostante la diagnosi di disturbo antisociale, nonostante i due ergastoli, nonostante l’evidenza schiacciante della sua natura. Ci è riuscito perché il sistema glielo ha permesso, perché la macchina giudiziaria italiana è costruita in modo tale da offrire sempre una seconda possibilità, anche a chi ha dimostrato oltre ogni ragionevole dubbio di non meritarla. Ci è riuscito perché la fascinazione dell’orrore è una forza potente, e un mostro che parla, che cita nomi e cognomi, che promette rivelazioni, esercita un magnetismo a cui è difficile resistere. Ci è riuscito perché, in fondo, l’Italia ama i suoi misteri più di quanto ami la verità, e chiunque offra una narrazione, anche falsa, anche costruita, anche palesemente strumentale, troverà sempre qualcuno disposto ad ascoltare.
Il nome di Angelo Izzo oggi è sinonimo non solo di violenza, ma di fallimento. Fallimento della giustizia, che lo ha condannato e poi liberato e poi condannato di nuovo, in un ciclo che ha il sapore amaro della farsa tragica. Fallimento della psichiatria forense, che lo ha certificato come non pericoloso pochi mesi prima che uccidesse di nuovo, dimostrando che le perizie, quando hanno a che fare con un manipolatore di quel calibro, valgono meno della carta su cui sono scritte. Fallimento della funzione rieducativa della pena, quel principio nobile e costituzionalmente garantito che presuppone la possibilità del cambiamento, la fiducia nella natura umana, la speranza che anche il peggiore dei criminali possa trovare una strada diversa. Izzo ha preso quel principio e lo ha calpestato con la stessa indifferenza con cui ha calpestato le vite delle sue vittime. Fallimento della fiducia nella parola scritta, perché il libro di Izzo, le sue lettere, le sue dichiarazioni, hanno dimostrato che la capacità di scrivere bene non è indice di umanità, che l’eloquenza non è sinonimo di sincerità, che le parole possono essere armi tanto quanto i coltelli.
Izzo ha preso tutto ciò che era fragile nel nostro Stato di diritto, la perizia psichiatrica, la semilibertà, la collaborazione di giustizia, i permessi premio, e lo ha trasformato in strumento della propria strategia. Ha fatto delle sue prigioni un ufficio stampa dal quale lanciare comunicati calibrati al millimetro. Ha fatto delle sue lettere una sceneggiatura in cui il ruolo del protagonista era sempre e solo il suo. Ha fatto delle sue dichiarazioni una carriera da testimone universale dell’abisso italiano, un curriculum vitae dell’orrore che si allungava a ogni nuova rivelazione. E il sistema, ogni volta, abboccava. Non sempre, non completamente, ma abbastanza da permettergli di restare al centro della narrazione pubblica, abbastanza da garantirgli quella visibilità che per un narcisista patologico vale più di qualsiasi libertà fisica.
C’è una lezione in tutto questo, una lezione che non ha bisogno di essere gridata ma che merita di essere sussurrata con la chiarezza che solo la cronaca più nera sa offrire. La lezione è che la redenzione non può prescindere dalla realtà, che la fiducia deve essere proporzionata alle prove e non alle parole, che il sistema giudiziario non può permettersi il lusso dell’ingenuità quando in gioco ci sono vite umane. La lezione è che esistono persone per le quali l’ergastolo non è una punizione eccessiva ma una misura di sicurezza indispensabile, persone per le quali la funzione rieducativa della pena è un obiettivo teoricamente desiderabile ma praticamente irraggiungibile, persone che hanno dimostrato con i fatti, con il sangue, con la morte, che la loro pericolosità non è una fase ma una condizione permanente.
E se oggi qualcuno chiede perché esista l’ergastolo ostativo, perché servano limiti rigorosi ai permessi premio, perché la parola di un condannato non possa bastare da sola a riscrivere la storia, perché la clemenza debba essere temperata dalla prudenza e la misericordia dalla memoria, si può rispondere con due parole sole, due parole che contengono tutto il dolore di Rosaria Lopez, tutto il coraggio di Donatella Colasanti, tutta l’innocenza spezzata di Valentina Maiorano e di sua madre Maria Carmela, tutto il fallimento di un sistema che ha creduto alla recita di un mostro. Due parole: Angelo Izzo.
Perché alla fine, il vero ergastolo non è quello che Izzo sconta in carcere. Il vero ergastolo è quello che ha inflitto alla credibilità della giustizia italiana, una condanna dalla quale, a differenza delle sue, non sembra esserci appello possibile.



Rispondi