C’era una volta, in una penisola araba battuta da un sole che non chiedeva permesso a nessuno, un mosaico caotico e vivacissimo di tribù, commercianti, pastori e poeti che parlavano un arabo ricco di metafore, polvere e iperboli. Non c’erano ancora minareti a squarciare l’orizzonte con la loro silhouette fotogenica né tappeti su cui inginocchiarsi rivolti verso La Mecca cinque volte al giorno. Ma c’era già, palpabile come il calore a mezzogiorno, una sete antica e irriducibile: quella di senso, di comunità, di un ordine minimamente decente in un mondo che si agitava freneticamente tra carovane cariche di spezie e idoli polverosi, tra miraggi e mercanti che mente nte avevano di mistico ma tutto di pratico. È in questa cornice rovente, confusa e magnificamente umana che affondano le radici dell’Islam antico. E no, tranquilli, non è solo questione di religione. È una questione umana. Umana fino al midollo, come ogni storia sacra che si rispetti, e come ogni storia sacra che si rispetti, inizia con qualcuno che non era affatto convinto di essere la persona giusta per il ruolo.
Per cominciare a capire qualcosa, bisogna liberarsi subito di un’immagine comoda ma falsa: l’Arabia preislamica non era quel deserto spirituale che qualcuno ama immaginare per fare risaltare il contrasto con ciò che viene dopo. Era, al contrario, un crocevia affollato e rumoroso. Un teatro traboccante di dèi, spiriti, ebraismi erranti come turisti persi, cristianesimi in formato ridotto e a tratti irriconoscibile, zoroastrismi in trasferta con bagaglio appresso. I beduini adoravano divinità locali con nomi evocativi come Hubal o Al Lat, e custodivano la Kaʿba non come santuario islamico, perché quello verrà decisamente dopo, ma come una specie di museo politeista a cielo aperto, un deposito sacro di simboli tribali e religiosi che avrebbe fatto la gioia di qualsiasi curatore contemporaneo in cerca di materiale per una mostra sull’eclettismo spirituale. Se l’Arabia preislamica fosse esistita oggi, avrebbe avuto senz’altro un profilo Instagram molto seguito, tra un tramonto nel deserto e una storia sulle ultime novità divine.
La religione, in quella terra, era affare quotidiano e non delegabile. Ma attenzione alla terminologia: non c’erano sacerdoti col collarino inamidato né vescovi con il pastorale da esibire nelle occasioni formali. C’erano poeti guerrieri che componevano versi prima di sguainare la spada, sciamani a tempo perso con altre occupazioni più prosaiche, e qualche sapiente con la barba già brizzolata che dispensava sentenze con l’aria di chi sa tutto ma preferisce non dirlo tutto insieme. Ogni tribù aveva il suo pantheon personalizzato, e ogni mercato, perché sì, i mercati erano luoghi sacri tanto quanto le oasi, era anche un’occasione straordinaria di scambio teologico, economico e poetico insieme. Era, insomma, un mondo in cui il sacro e il profano convivevano con una disinvoltura che oggi farebbe inorridire sia i laicisti intransigenti sia i fondamentalisti di qualsiasi fede. Ognuno avrebbe trovato qualcosa da obiettare, il che è sempre un buon segno.
Nel mezzo di tutto questo allegro caos cosmologico nasce Maometto. Muhammad, per essere rigorosi con la traslitterazione e con il rispetto. Un uomo prima ancora di essere Profeta, il che è già di per sé una notizia confortante. Un orfano, un commerciante onesto in un ambiente non noto per l’eccesso di onestà commerciale, uno che a quarant’anni sale su una montagna nei pressi della Mecca, la montagna Hira per chi ama la precisione geografica, e riceve parole da una voce che si presenta come Gabriele. Ora, ricevere messaggi dagli angeli nel Medio Oriente dell’epoca non era esattamente una rarità assoluta: la zona aveva una lunga tradizione in materia di voci celesti, visioni e chiamate divine. Ma stavolta il messaggio è chiaro, martellante, privo di sottintesi e di clausole in piccolo: un Dio solo. Un Dio rigorosamente senza soci in affari né comitati di gestione. Nessun idolo, nessun intermediario decorativo, nessun compromesso al ribasso. È come se dopo secoli di menù à la carte qualcuno avesse deciso che il piatto unico era la soluzione definitiva. Semplice, netto, definitivo. Prendere o lasciare.
Ora, se si osserva con attenzione e senza i paraocchi dell’ideologia di turno, si capisce che l’Islam non nasce dal nulla come un fungo cosmico dopo la pioggia. È figlio della sua terra con tutto il DNA del caso, ma è anche fratello riconoscibile dei monoteismi che lo precedono cronologicamente e lo influenzano teologicamente. Con l’ebraismo condivide una quasi ossessiva attenzione per la Legge, per la sua interpretazione, per la sua applicazione nei dettagli più minuti della vita quotidiana, il che spiega perché entrambe le tradizioni abbiano dato vita a una letteratura giuridica di proporzioni sconfinanti nell’epico. Con il cristianesimo condivide un’idea profonda e operativa di giustizia e compassione, un interesse per la figura di Gesù che nell’Islam è profeta venerato e non figlio di Dio, il che costituisce la differenza teologica fondamentale e il motivo principale per cui le crociate non sono state esattamente un momento di dialogo interreligioso esemplare. Ma l’Islam ha un tratto proprio, inconfondibile e verticale come un minareto: Dio parla, l’uomo ascolta. Non si negozia, non si chiede uno sconto, non si propone una mediazione. È come una freccia lanciata dall’Assoluto direttamente al cuore del mondo, e se colpisce non è per distrazione del tiratore.
La comunità islamica, la Umma, nasce quindi prima ancora di conquistare città o ridisegnare mappe: nasce come alleanza etica prima che militare, come un’idea potente e pericolosa che unisce gli emarginati, i poveri, i liberti, le donne in una società che le trattava come proprietà mobile, i disillusi di un sistema tribale logoro e autoreferenziale. E qui la radice è politica quanto spirituale, sociale quanto religiosa, il che rende l’Islam antico qualcosa che disturba le categorie semplici di chiunque voglia ridurlo a una sola dimensione. L’Islam antico è rivoluzione e tradizione insieme, una combinazione che storicamente produce sempre qualcosa di esplosivo, nel senso metaforico e a volte purtroppo anche in quello letterale. Spazza via gli dèi tribali ma conserva la lingua con una cura quasi maniacale, i racconti, le genealogie, la poesia. È il nuovo che abbraccia l’antico con un abbraccio che sa sia di rinnovo sia di appropriazione, come ogni grande rivoluzione culturale della storia umana ha sempre fatto con ciò che la precede.
A chi cerca nell’Islam antico esclusivamente una religione nel senso moderno e privatistico del termine, sfugge inevitabilmente il quadro completo. L’Islam delle origini è anche un progetto sociale articolato, un contratto esplicito tra cielo e terra con diritti e doveri da entrambe le parti, un tentativo straordinariamente ambizioso di dare un senso universale a una pluralità di comunità in frantumi. È quello che oggi chiameremmo, con un termine che avrebbe fatto sorridere i compagni del Profeta, un progetto di governance integrata con fondamento trascendente. Certo, poi verranno i califfi con le loro ambizioni tutt’altro che spirituali, le guerre civili tra i successori di Maometto che dividono la comunità in Sunniti e Sciiti con conseguenze ancora visibili e dolorosissime nel presente, le scuole giuridiche con le loro dispute sottilissime, le dinastie Omayyade e Abbaside con il loro fasto imperiale che avrebbe fatto rabbrividire la semplicità del Profeta. Ma prima di tutto questo apparato, c’è quel deserto interiore che ogni essere umano attraversa almeno una volta nella vita senza avere una mappa decente. E che in Arabia, in quel preciso momento storico, si è incarnato in un libro, in una comunità e in una preghiera che unisce ancora oggi oltre un miliardo e quattrocento milioni di persone sul pianeta, il che è comunque un risultato che qualsiasi brand manager contemporaneo sognerebbe di ottenere.
Vale la pena soffermarsi, però, anche sulle radici meno celebrate nei discorsi di piazza: quelle intellettuali, quelle che fanno meno notizia ma che spiegano molto. L’Islam antico nasce anche come curiosità intellettuale, come apertura al sapere altrui senza il complesso dell’identità minacciata. I primi secoli della civiltà islamica vedono un’attività frenetica di traduzione di Aristotele in arabo, confronti serrati e appassionati con il pensiero greco, sincretismi teologici e filosofici che oggi farebbero sussultare i puristi di entrambi i fronti, sia quello islamico conservatore sia quello occidentale che si è dimenticato di aver recuperato Aristotele proprio grazie agli arabi. Il cosiddetto periodo d’oro dell’Islam, grossomodo tra l’VIII e il XIII secolo, produce matematici come Al Khawarizmi da cui deriva il termine algoritmo che oggi governa le nostre vite digitali, astronomi come Al Battani la cui precisione nei calcoli celesti sorprende ancora oggi, medici come Avicenna il cui Canone di Medicina è rimasto testo di riferimento nelle università europee fino al XVII secolo, filosofi come Averroè che ha letteralmente salvato e trasmesso all’Europa il pensiero aristotelico quando l’Europa stava benissimo senza pensare. In quel fermento c’era qualcosa di potente e di coraggioso: il tentativo di fondare una religione del pensiero oltre che del rito, di conciliare rivelazione e ragione senza sacrificare l’una all’altra. Un Dio che non si imponeva solo col fuoco e col tuono ma che si lasciava anche cercare, forse addirittura provocare, nei libri, nei numeri, nelle stelle e nelle discussioni filosofiche che duravano tutta la notte nelle biblioteche di Bagdad.
E qui, inevitabilmente, l’attualità ci fischia nelle orecchie con la sua musica stonata e insistente. In tempi di muri innalzati con orgoglio bipartisan, di identità blindate come caveau di banca svizzera, di guerre mascherate da scontro di civiltà con una superficialità che farebbe ridere se non facesse piangere, vale la pena ricordarlo con la forza di un fatto storico documentato: l’Islam antico non era chiusura identitaria, era apertura intellettuale. Era accoglienza del sapere altrui anche quando quell’altro era greco pagano, persiano zoroastriano, ebreo medievale o cristiano nestoriano. Era un invito alla sobrietà che paradossalmente produceva abbondanza di conoscenza. Era una scommessa sulla dignità umana in un’epoca in cui la dignità umana era distribuita con il contagocce e in base alla tribù di appartenenza. E anche quando ha fallito, perché sì, ha fallito come tutte le religioni umane falliscono ciclicamente con una regolarità che dovrebbe indurci alla modestia collettiva, lo ha fatto tentando qualcosa di impossibile: mettere in sintonia la polvere con il Tutto, l’uomo concreto e difettoso con l’Assoluto che non scende a compromessi.
Bisogna dire però, con la stessa onestà che si richiederebbe a qualsiasi altro argomento storico e religioso, che la storia dell’Islam è anche la storia di come le idee fondanti vengano sistematicamente piegate, stiracchiate, reinterpretate e a volte semplicemente ignorate da chi le usa come strumento di potere. Il califfo Omayyade che costruisce palazzi sfarzosi e beve vino con i poeti di corte sta facendo esattamente la stessa cosa che il vescovo medievale europeo che organizza tornei e intrighi di palazzo. Le religioni, tutte, hanno questa straordinaria capacità di produrre contemporaneamente i loro esempi migliori e i loro traditori più creativi. È una caratteristica che le rende umane, nel senso meno lusinghiero del termine. L’Islam non fa eccezione, e pretendere il contrario in nome di un’apologia difensiva sarebbe disonesto tanto quanto demonizzarlo in blocco in nome di un rifiuto altrettanto sbrigativo.
La questione della donna nell’Islam antico merita una parentesi che rischia di diventare capitolo autonomo, tanta è la complessità del tema e tanto è il rumore che lo circonda. Il Corano, nel contesto della sua epoca, introduce diritti per le donne che nel VII secolo della penisola araba costituiscono una rottura significativa con la prassi precedente: il diritto all’eredità, seppur dimezzato rispetto all’uomo, il diritto al divorzio in determinate circostanze, la proibizione esplicita del seppellimento vivo delle bambine che era pratica diffusa nel mondo preislamico. Questo non significa che l’Islam antico fosse un manifesto femminista avant la lettre, il che sarebbe un anacronismo storico clamoroso. Significa che il confronto va fatto con il contesto del VII secolo e non con gli standard del XXI, e che la successiva evoluzione in senso restrittivo dei diritti femminili in molte società islamiche è frutto di scelte culturali e politiche precise, non di un destino inscritto nel testo sacro. Khadija, la prima moglie del Profeta, era una commerciante indipendente ed era stata lei a fare la prima proposta di matrimonio a Maometto. Se questo non è un dettaglio interessante per chi vuole capire le radici reali prima delle interpretazioni successive, difficilmente qualcosa lo sarà.
Il rapporto dell’Islam antico con le altre religioni monoteiste è un altro capitolo che il dibattito contemporaneo semplifica con una disinvoltura impressionante in entrambe le direzioni. Il sistema della Dhimma, ovvero lo statuto riservato ai non musulmani nelle prime comunità islamiche, viene presentato alternativamente come modello di tolleranza pluralista o come sistema di discriminazione istituzionalizzata. Come spesso accade con le questioni storiche complesse, era entrambe le cose a seconda del momento, del luogo e del califfo di turno. Cristiani ed ebrei nella Spagna islamica del X secolo godevano di una libertà di culto, di commercio e di produzione intellettuale che la Spagna cristiana del XV secolo con la sua Inquisizione non avrebbe mai nemmeno considerato di concedere agli altri. Questo dato storico non va usato come strumento apologetico né come controcanto polemico: va usato come quello che è, un dato storico che complica le narrazioni semplici e per questo risulta fastidioso ai difensori di ogni campo.
La costruzione della legge islamica, la Sharia, è un altro di quei territori dove le radici antiche vengono spesso travisate con conseguenze concrete e non solo accademiche. La Sharia non è un codice fisso e immutabile calato dall’alto una volta per tutte: è il risultato di un processo storico di elaborazione giuridica lungo secoli, con scuole diverse, interpretazioni concorrenti, adattamenti ai contesti locali e dibattiti tecnici di una sottigliezza che farebbe impallidire molti commentatori contemporanei che la menzionano come se fosse una cosa sola e monolitica. Le quattro grandi scuole giuridiche sunnite, Hanafita, Malikita, Shafiita e Hanbalita, differiscono su questioni anche fondamentali con un grado di pluralismo interno che chi parla di Islam come un blocco compatto ignora completamente. È come parlare del Diritto cristiano come di una cosa sola ignorando la differenza tra il diritto canonico cattolico, quello ortodosso e le infinite varianti protestanti. Semplificazione comoda, ma storicamente inconsistente.
Il Corano stesso, testo fondante e inimitabile per definizione dottrinale, è un libro che nella sua struttura sfida le aspettative di chi lo avvicina con categorie narrative occidentali. Non è una Bibbia nel senso di narrazione storica progressiva. Non è un trattato teologico sistematico. È una raccolta di rivelazioni ricevute in un arco di circa ventitré anni in contesti diversissimi, con toni che variano dall’apocalittico al giuridico, dal poetico al narrativo, dal polemico all’intimamente spirituale. La sua sura di apertura, Al Fatiha, è una preghiera di sette versetti di una bellezza formale che i traduttori di ogni lingua hanno dichiarato sostanzialmente intraducibile senza perdita irreparabile. Il fatto che sia stata pronunciata ogni giorno per quattordici secoli da miliardi di persone in ogni angolo del mondo dice qualcosa sulla sua potenza comunicativa che va al di là delle dispute teologiche.
La questione del Jihad, inevitabile in qualsiasi discorso sull’Islam e inevitabilmente fraintesa da tutti, richiede almeno un accenno alle radici antiche prima di essere lasciata alla sovraesposizione mediatica che la deforma. Il termine arabo significa sforzo, fatica, impegno. La tradizione islamica distingue il Jihad minore, ovvero la lotta armata in difesa della comunità, dal Jihad maggiore, ovvero la lotta interiore contro i propri vizi e le proprie debolezze, con quest’ultimo indicato come il più importante dal Profeta stesso in un hadith citato da secoli dai mistici Sufi. Il fatto che questa distinzione sia scomparsa quasi completamente dal dibattito pubblico occidentale sull’Islam, sostituita da un uso esclusivamente militare del termine, dice molto sulla qualità dell’informazione disponibile e pochissimo sulla complessità della tradizione islamica.
Il misticismo islamico, il Sufismo, è forse la faccia delle radici antiche dell’Islam più sorprendente per chi guarda dall’esterno con gli occhiali del pregiudizio. Rumi, il poeta mistico persiano del XIII secolo la cui opera Masnavi è considerata da molti il Corano persiano, è uno degli autori più venduti negli Stati Uniti contemporanei, spesso citato da persone che non saprebbero dire dove si trovasse Konya, la città anatolica dove è sepolto. Il Sufismo propone un Islam dell’amore, dell’unione mistica con il Divino, della danza come preghiera, dei dervisci rotanti come metafora dell’universo che gira attorno al suo centro. È un Islam che ha prodotto poesia straordinaria, musica sacra di intensità rara e una filosofia spirituale che dialoga con il neoplatonismo, con il buddismo e con la mistica cristiana in modo che i puristi di ogni sponda trovano sospetto. Il che, come sempre, è un ottimo motivo per prestargli attenzione.
Le radici intellettuali dell’Islam antico portano anche, e vale la pena dirlo con chiarezza, alla questione del rapporto tra fede e scienza che oggi viene spesso presentato come necessariamente conflittuale. Nel periodo d’oro della civiltà islamica questo conflitto semplicemente non esisteva come conflitto strutturale. Il medico e filosofo Ibn Rushd, noto in Europa come Averroè, sosteneva che la ragione e la rivelazione erano due vie diverse verso la stessa verità, e che dove sembravano contraddirsi bisognava interpretare allegoricamente il testo sacro. Fu condannato per questo verso la fine della sua vita da un potere politico che trovava la filosofia scomoda, ma le sue idee sopravvissero a lui e fertilizzarono il pensiero europeo medievale in modo che ancora aspetta un pieno riconoscimento nella narrativa standard della storia della filosofia occidentale. Tommaso d’Aquino, il pilastro della teologia cattolica, cita Averroè più di qualsiasi altro autore non cristiano. Quella che chiamiamo sintesi tomista è anche, in misura difficilmente sopravvalutabile, una sintesi islamo cristiana greco araba. Ma questo disturba le identità semplici, e quindi tende a restare in piccolo nella nota a piè di pagina.
Ci resta una domanda, che aleggia tra le dune del tempo con la discrezione di una tempesta di sabbia: quanto delle radici antiche dell’Islam vive ancora oggi nelle sue fronde? È una domanda che rende nervosi sia i musulmani tradizionalisti sia i critici radicali, perché la risposta onesta è la stessa che si darebbe per qualsiasi altra grande tradizione religiosa dell’umanità. Vive quello che la comunità decide consapevolmente di far vivere, e muore quello che si lascia soffocare dall’abitudine, dalla paura o dalla strumentalizzazione politica. Le religioni non sono entità immutabili che fluttuano fuori dalla storia: sono processi storici viventi che cambiano, si adattano, si contraddicono, si rigenerano. L’Islam che si pratica a Giakarta non è lo stesso che si pratica a Teheran, che non è lo stesso che si pratica a Timbuctù, che non è lo stesso che si pratica a Milano da un immigrato del Marocco che lavora in un magazzino di logistica e fa la preghiera del venerdì in un garage. Questa varietà non è debolezza: è la prova che qualcosa è abbastanza vivo da adattarsi a contesti radicalmente diversi senza perdere il filo che lo ricollega alle origini.
Le tradizioni religiose hanno tutte bisogna dirlo questa caratteristica straordinaria e irritante insieme: sopravvivono ai loro traditori, ai loro semplificatori, ai loro strumentalizzatori e ai loro nemici con una tenacia che sfida qualsiasi previsione razionale. L’Islam ha sopravvissuto alle Crociate, all’invasione mongola che distrusse Bagdad nel 1258 bruciando la più grande biblioteca del mondo allora conosciuto, al colonialismo europeo che lo trattò come folklore da museo, al nazionalismo arabo laico del XX secolo che lo relegò alla sfera privata, e al fondamentalismo contemporaneo che ne ha sequestrato il nome e il vocabolario per fini che il Profeta del VII secolo avrebbe probabilmente trovato incomprensibili nella migliore delle ipotesi e aberranti nella peggiore. Sopravvivere a tutto questo e restare riconoscibile, sia pure nelle sue mille varianti, è già di per sé qualcosa che merita riflessione.
Sotto ogni fede documentata dalla storia umana, da quelle più antiche fino a quelle nate ieri in qualche garage californiano, c’è una sete. Una sete di senso, di appartenenza, di risposta al silenzio cosmico che ogni essere cosciente affronta almeno una volta nella vita con un grado di terrore variabile. L’Islam antico ha risposto a quella sete con una chiarezza e una forza che ha trasformato il mondo in modo permanente e irreversibile. Il fatto che le risposte siano poi diventate domande più complesse è la normale traiettoria di qualsiasi idea che valga la pena prendere sul serio. E sotto ogni deserto, se si scava con pazienza e senza pregiudizi, c’è sempre qualcosa che scorre. O almeno, così dicono i poeti. E i poeti, in questa storia, avevano cominciato tutto molto prima dei profeti.

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Il Venerabile Ordine del Biscotto Spezzato è un blog ironico e contemplativo, dove spiritualità e dolcezza si incontrano tra briciole e riflessioni. Qui si parla di religione nel mondo, ma anche di quanto tutte le religioni siano, in fondo, invenzioni umane. Il vero divino? Lo troviamo nella natura, nel silenzio, nei piccoli gesti, e sì… anche nei biscotti che si rompono prima d’essere inzuppati. Il tono è rilassato, a volte filosofico, spesso scanzonato. C’è spazio per miti, leggende, cammini spirituali e passeggiate nei boschi. Niente fanatismi, solo morbide illuminazioni. Un luogo per chi cerca domande più che risposte, conforto più che verità. Prenditi una pausa, spezza un biscotto e leggi in pace.

~ Sergio De Amicis

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