C’è qualcosa di straordinariamente perverso nel modo in cui l’umanità riesce a trasformare le parole più nobili in decorazioni da parete. Prendete “Liberté, Égalité, Fraternité”. Tre parole che dovrebbero pesare come macigni sulla coscienza di chiunque le pronunci e che invece, nel 2025, hanno la consistenza di un biglietto d’auguri dimenticato nel cassetto. Quelle tre parole le trovate scolpite sui frontoni dei tribunali francesi, stampate sui documenti della Repubblica, ricamate nei discorsi presidenziali con quella solennità un po’ nasale che solo un capo di Stato francese riesce a sfoggiare senza ridere. Le trovate anche sulle facciate delle ambasciate, sulle medaglie commemorative, sulle copertine dei manuali di educazione civica che i ragazzini di Lione e Marsiglia sfogliano annoiati tra una lezione e l’altra. Tre parole bellissime. Tre parole che nel 1789 fecero tremare i troni d’Europa, che nel 1848 tornarono a ruggire nelle barricate, che nel 1946 vennero incastonate nella Costituzione della Quarta Repubblica come diamanti in una corona laica. Tre parole che oggi, mentre le leggiamo, suonano come la battuta finale di una barzelletta che nessuno ha più il coraggio di raccontare. Perché mentre quelle lettere dorate brillano sotto il sole di Parigi, i bambini di Gaza muoiono sotto bombe fabbricate nei Paesi che quel motto lo considerano patrimonio dell’umanità. E non muoiono metaforicamente. Non muoiono nelle statistiche, nei report, nei bollettini. Muoiono davvero. Muoiono con i loro nomi, le loro facce, le loro scarpe slacciate, i loro quaderni di scuola rimasti aperti sulla pagina sbagliata. Muoiono e nessuno, nei palazzi dove quel motto campeggia, sembra avere la decenza di staccare la targa e portarla in lavanderia.
La storia di quel motto è una storia magnifica, bisogna ammetterlo. Una storia che inizia con il fracasso della Bastiglia il 14 luglio 1789, quando il popolo di Parigi decise che la pazienza aveva un limite e che quel limite era stato abbondantemente superato da qualche secolo di monarchia assoluta, tasse sul pane e parrucche incipriate pagate con il sangue dei contadini. La Rivoluzione francese fu molte cose insieme. Fu il trionfo dell’Illuminismo, la vendetta della ragione contro la superstizione, l’irruzione del popolo nella storia con la P maiuscola. Fu anche, bisogna dirlo, un bagno di sangue colossale. Perché la libertà, quando arriva con la ghigliottina sotto il braccio, tende a essere piuttosto selettiva su chi merita di godersela. Robespierre, l’incorruttibile, quello che voleva la virtù per tutti e il terrore per chi non la praticava, finì con la testa nel cesto proprio come quelli che ci aveva mandato prima di lui. Danton, il rivoluzionario col vocione, fu giustiziato dai suoi stessi compagni perché aveva avuto l’ardire di suggerire che forse, ecco, ammazzare gente a raffica non era esattamente il modo migliore di costruire una società fraterna. La Rivoluzione divorò i suoi figli con la stessa voracità con cui aveva divorato l’Ancien Régime, dimostrando che il potere, quando cambia mani, cambia guanti ma non abitudini.
Eppure quel motto sopravvisse. Sopravvisse al Terrore, sopravvisse a Napoleone che della fratellanza se ne infischiò allegramente mentre conquistava mezza Europa, sopravvisse alla Restaurazione, sopravvisse alle rivoluzioni del 1830 e del 1848, sopravvisse alla Comune di Parigi del 1871 e ai suoi trentamila morti. Sopravvisse perché le parole belle hanno questa caratteristica irritante: non muoiono mai del tutto, nemmeno quando chi le pronuncia le tradisce sistematicamente. “Liberté, Égalité, Fraternité” divenne il motto ufficiale della Terza Repubblica nel 1880, quando Jules Ferry lo fece incidere sui municipi e sulle scuole pubbliche. Lo stesso Jules Ferry che, nel frattempo, teorizzava il dovere delle “razze superiori” di civilizzare le “razze inferiori” e guidava la colonizzazione dell’Indocina e dell’Africa. Liberté per i francesi, naturalmente. Per gli algerini, i vietnamiti, i senegalesi, c’era un altro programma, e non prevedeva né uguaglianza né fratellanza, ma piuttosto fucili, lavoro forzato e la gentile richiesta di imparare il francese ringraziando per l’opportunità.
Questa è la prima crepa, e non è una crepa piccola. È una voragine. Perché il motto della Rivoluzione nacque universale e venne applicato in modo ferocemente selettivo fin dal primo giorno. Olympe de Gouges, nel 1791, ebbe l’audacia di scrivere una “Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina” per far notare che forse, ecco, la libertà e l’uguaglianza dovevano valere anche per la metà del genere umano che non portava i pantaloni. La ringraziarono mandandola alla ghigliottina nel 1793. Toussaint Louverture, schiavo liberato che guidò la rivoluzione haitiana ispirandosi proprio ai principi del 1789, scoprì sulla propria pelle che “tutti gli uomini nascono liberi e uguali” significava tutti gli uomini bianchi, e possibilmente proprietari. I rivoluzionari francesi, quelli che avevano abbattuto la monarchia in nome della libertà universale, mandarono un esercito a Haiti per ripristinare la schiavitù. Napoleone, nel 1802, firmò la legge che la reintroduceva nelle colonie. Liberté, Égalité, Fraternité, ma con qualche asterisco in fondo pagina.
Ora, qualcuno potrebbe obiettare che stiamo parlando di secoli fa, che i tempi erano diversi, che non si può giudicare il passato con gli occhi del presente. Obiezione legittima. Parliamo allora del presente. Parliamo del 2025. Parliamo di quello che succede adesso, oggi, mentre quel motto continua a brillare sui frontoni e nessuno ha la decenza di coprirlo con un telo nero per lutto.
I dati diffusi dall’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari, quello che gli addetti ai lavori chiamano OCHA con quella sigla che suona come un singhiozzo trattenuto, raccontano una storia che nessun motto riesce a coprire. Tra ottobre 2023 e maggio 2025, oltre quattordicimila bambini sono stati uccisi a Gaza. Quattordicimila. Scriviamolo in lettere perché i numeri, dopo un po’, diventano anestetici. Quattordicimila bambini. Non combattenti. Non miliziani. Non terroristi. Bambini. Con i denti da latte, i disegni attaccati al frigorifero, la paura del buio, la voglia di gelato. Save the Children, un’organizzazione che di solito parla con la pacatezza diplomatica di chi deve raccogliere fondi senza irritare nessuno, ha usato parole come “senza precedenti” e “catastrofico”. Al Mezan Center for Human Rights, che documenta le violazioni dalla Striscia di Gaza da decenni, ha pubblicato rapporti dettagliati su bombardamenti su scuole gestite dall’UNRWA, su ospedali colpiti ripetutamente, su campi profughi trasformati in crateri. Bombardamenti chirurgici, li chiamano. Se questa è chirurgia, il chirurgo era ubriaco, bendato, e operava con un martello pneumatico.
Ma torniamo al motto. Torniamo alla Francia, custode ufficiale di quella triade sacra. Nel novembre 2023, il ministro dell’Interno Gérald Darmanin autorizzò il divieto di numerose manifestazioni pro-palestinesi su tutto il territorio francese, invocando rischi per l’ordine pubblico e la “coesione repubblicana”. Coesione repubblicana. Quella formula meravigliosa che in francese suona come un profumo costoso e in pratica significa: non disturbate il manovratore. In nome della liberté si vietava la libertà di manifestare. In nome dell’égalité si stabiliva che certe cause meritano la piazza e altre meritano il manganello. In nome della fraternité si chiudevano gli occhi su migliaia di morti perché avevano il torto di essere nati dalla parte sbagliata del Mediterraneo. Se George Orwell avesse avuto bisogno di un aggiornamento per “1984”, gli sarebbe bastato leggere i comunicati del Ministero dell’Interno francese nel 2023.
E la Germania? La Germania è un capitolo a parte, e che capitolo. La Germania che ha costruito la sua intera identità postbellica sul “Mai più”, sul ricordo della Shoah, sulla responsabilità storica verso il popolo ebraico. Una responsabilità sacrosanta, intendiamoci. Una responsabilità che nessuna persona dotata di un minimo di coscienza storica può mettere in discussione. Ma c’è una differenza abissale tra la responsabilità verso un popolo e la complicità con un governo. La Germania, nel 2024, ha raddoppiato le sue esportazioni militari verso Israele rispetto all’anno precedente, secondo i dati del Ministero federale dell’Economia riportati da Deutsche Welle e dal Guardian. Ha venduto armi, componenti, tecnologia. E nel frattempo, nelle piazze tedesche, chi sventolava una bandiera palestinese rischiava l’arresto per “incitamento all’odio”. A Berlino, nell’aprile 2024, la polizia ha interrotto un congresso sulla Palestina in cui doveva intervenire anche l’ex ministro greco Yanis Varoufakis, vietandogli l’ingresso nel Paese. In Germania, nel 2024. Non nella Germania del 1933. Nella Germania del “Mai più”, che evidentemente aveva dimenticato di specificare mai più per chi.
E l’Italia? L’Italia, patria dell’articolo 11 della Costituzione, quello bellissimo che recita “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Ripudia. Un verbo fortissimo. Un verbo che i Padri Costituenti scelsero con cura, perché “rifiuta” non bastava, “condanna” era troppo giuridico, ci voleva qualcosa di viscerale, qualcosa che sapesse di disgusto profondo. L’Italia ripudia la guerra. E intanto è tra i fornitori europei di tecnologia dual use a Israele. Secondo i rapporti della Rete Italiana Pace e Disarmo e le inchieste giornalistiche pubblicate da Altreconomia, componenti prodotte in Italia finiscono regolarmente in sistemi d’arma utilizzati nelle operazioni militari a Gaza. Ma tranquilli, è tecnologia dual use. Significa che può servire sia per scopi civili che militari. Come un coltello da cucina, in fondo. Puoi tagliarci il pane o puoi tagliarci la gola. Dipende dall’umore.
L’ipocrisia italiana ha anche un’altra sfumatura, più sottile, più quotidiana, più insidiosa. È l’ipocrisia delle lacrime a senso unico. Quando la Russia ha invaso l’Ucraina nel febbraio 2022, l’Italia si è mobilitata con una velocità commovente. Bandiere ucraine ovunque, dai balconi ai profili social. Raccolta fondi, invio di armi, sanzioni economiche, solidarietà totale e incondizionata. Giusto così. Sacrosanto così. Ma quando Gaza brucia, quando i bambini muoiono a centinaia ogni settimana, l’Italia scopre improvvisamente le sfumature. “La situazione è complessa.” “Bisogna condannare la violenza da entrambe le parti.” “Hamas usa i civili come scudi umani.” La complessità, in politica internazionale, è il rifugio preferito di chi non vuole prendere posizione. È il divano su cui si siede la coscienza quando non ha voglia di alzarsi.
Parliamo delle religioni, adesso. Parliamo di quel silenzio che rimbomba più di qualsiasi bomba. Il cristianesimo, l’islam e l’ebraismo condividono una radice comune che affonda nel deserto mediorientale. Tutte e tre parlano della sacralità della vita. Tutte e tre proteggono, almeno sulla carta, l’innocenza dell’infanzia. Tutte e tre invocano la giustizia come attributo divino imprescindibile. Il Vangelo di Matteo, capitolo 18 versetto 6, riporta le parole di Gesù: “Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, gli conviene che gli sia appesa al collo una macina da mulino e sia sommerso nel profondo del mare”. Il Corano, nella Sura Al-Isra, versetto 31, ammonisce: “Non uccidete i vostri figli per paura della povertà”. La tradizione ebraica, nel Talmud, insegna che “chi salva una vita salva il mondo intero”. Parole potentissime. Parole che dovrebbero far tremare chiunque le prenda sul serio. E invece.
E invece le grandi istituzioni religiose, nel 2025, sembrano aver scelto la via della cautela diplomatica. Il Vaticano, bisogna riconoscerlo, è stato tra le voci meno silenti. Papa Francesco ha parlato più volte di Gaza, ha usato la parola “genocidio” in un contesto che ha fatto trasalire le cancellerie occidentali, ha invocato il cessate il fuoco con una costanza che gli è valsa critiche feroci da parte dei media israeliani e imbarazzati silenzi da parte di quelli europei. Suor Alicia Vacas Moro, missionaria spagnola, è rimasta a Gaza durante i bombardamenti, testimoniando con una lucidità e un coraggio che fanno vergognare interi parlamenti. Ma queste sono eccezioni. Profeti fuori sacrestia, appunto. Voci che gridano nel deserto mentre il resto dell’apparato religioso globale preferisce la prudenza. I grandi leader religiosi musulmani, quelli dei Paesi del Golfo, quelli che siedono su troni dorati e firmano accordi di normalizzazione con Israele mentre i bambini di Gaza vengono estratti dalle macerie, hanno scoperto che il silenzio è il miglior alleato del commercio. L’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, il Bahrein: tutti impegnatissimi a costruire relazioni economiche e diplomatiche con Tel Aviv, tutti improvvisamente afoni quando si tratta di alzare la voce per Gaza. Il principe Mohammed bin Salman, custode delle due sacre moschee, l’uomo che dovrebbe rappresentare la umma islamica nel mondo, ha altre priorità. C’è la Vision 2030 da realizzare, c’è il turismo di lusso da sviluppare, c’è la Neom da costruire. I bambini di Gaza possono aspettare. O meglio, non possono, perché nel frattempo muoiono, ma questo è un dettaglio che non compare nei business plan.
E i leader religiosi ebraici? Qui il discorso si fa ancora più delicato, e proprio per questo va affrontato con ancora più onestà. L’ebraismo non è il sionismo. Israele non è l’ebraismo. Questa distinzione, fondamentale, viene sistematicamente cancellata da chi ha interesse a confondere le acque, sia dai sostenitori incondizionati di Israele che vogliono etichettare ogni critica come antisemitismo, sia dagli antisemiti autentici che usano Gaza come pretesto per il loro odio razziale. La verità è che esistono voci ebraiche potentissime che si oppongono a ciò che sta accadendo a Gaza. Organizzazioni come B’Tselem, che ha definito il sistema israeliano un regime di “apartheid”. Come Breaking the Silence, fondata da ex soldati israeliani che testimoniano le atrocità dell’occupazione. Come Jewish Voice for Peace, che negli Stati Uniti ha organizzato proteste massicce contro il sostegno americano all’offensiva su Gaza. Rabbini come Brant Rosen, come Alissa Wise, come il compianto Michael Lerner, hanno parlato con una chiarezza morale che fa impallidire interi governi. Ma queste voci vengono sistematicamente marginalizzate, etichettate come “ebrei che odiano se stessi”, ignorate dai media mainstream. Perché il racconto dominante ha bisogno di un blocco monolitico: Israele uguale ebraismo uguale bene assoluto. E chi rompe questo schema viene espulso dalla conversazione.
Torniamo al motto. Torniamo a quelle tre parole. Perché il problema non è solo francese. Il problema è che “Liberté, Égalité, Fraternité” è diventato il DNA dell’intera narrazione occidentale. L’Europa si è costruita su quei principi, o almeno così racconta a se stessa. La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948, redatta sotto la presidenza di Eleanor Roosevelt e con il contributo decisivo del giurista francese René Cassin, è figlia diretta di quella triade. L’articolo 1 recita: “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti”. L’articolo 25 sancisce il diritto a un tenore di vita sufficiente, compresa l’alimentazione, il vestiario, l’alloggio, le cure mediche. L’articolo 26 garantisce il diritto all’istruzione. Ogni singolo articolo di quella Dichiarazione viene violato quotidianamente a Gaza. Ogni singolo principio viene calpestato, bombardato, sepolto sotto le macerie. E l’Occidente, che di quella Dichiarazione si considera il custode e il garante, guarda altrove con la stessa eleganza con cui un aristocratico del Settecento ignorava la fame del popolo.
C’è un passaggio nella storia del motto che merita attenzione particolare. Durante il regime di Vichy, dal 1940 al 1944, il maresciallo Pétain sostituì “Liberté, Égalité, Fraternité” con “Travail, Famille, Patrie”. Lavoro, Famiglia, Patria. Il motto della collaborazione, della sottomissione, della complicità con il nazismo. Fu un gesto simbolico potentissimo, perché dimostrò che le parole contano, che i motti non sono decorazioni ma dichiarazioni di intenti, e che cambiarli significa cambiare direzione. Quando la Francia fu liberata, il motto originale tornò al suo posto. Ma ecco la domanda scomoda: tornò davvero? O tornarono solo le lettere, mentre lo spirito restava sotto le macerie dell’occupazione, della collaborazione, della vergogna mai completamente elaborata? La Francia del dopoguerra ripristinò il motto e contemporaneamente iniziò le guerre coloniali più sanguinose della sua storia. L’Algeria, dal 1954 al 1962, fu un mattatoio. Torture sistematiche, villaggi rasi al suolo, centinaia di migliaia di morti. Il motto brillava sui muri di Algeri mentre i paracadutisti francesi torturavano i prigionieri nella Casbah. Liberté per i coloni, Égalité tra i generali, Fraternité tra i carnefici.
Henri Alleg, giornalista comunista, pubblicò nel 1958 “La Question”, un libro in cui raccontava le torture subite per mano dell’esercito francese in Algeria. Il libro fu sequestrato. Censurato. Vietato. In nome della libertà, naturalmente. Frantz Fanon, psichiatra martinicano che lavorava in Algeria, scrisse “I dannati della terra”, un’analisi devastante del colonialismo e dei suoi effetti sulla psiche dei colonizzati. Sartre ne firmò la prefazione, scrivendo che l’Europa “puzza di cadavere” e che i suoi valori universali erano una menzogna costruita sullo sfruttamento del Sud del mondo. Aveva ragione Sartre. Aveva ragione nel 1961 e ha ragione nel 2025. L’unica differenza è che oggi i cadaveri sono filmati in alta definizione, condivisi sui social, documentati in tempo reale, e l’Europa continua a non sentire l’odore.
Perché questa è forse la novità più atroce del nostro tempo. Non l’orrore in sé, che è vecchio quanto l’umanità. Ma l’orrore documentato, trasmesso, visibile, innegabile, e ciononostante ignorato. I bambini di Gaza muoiono davanti alle telecamere. I giornalisti palestinesi, quelli che il Committee to Protect Journalists ha conteggiato in numeri da record di vittime, filmano la propria morte e quella dei propri cari. Le immagini circolano, diventano virali, vengono viste da milioni di persone. E non cambia niente. Niente. Le borse aprono regolarmente, i contratti militari vengono firmati, le dichiarazioni di circostanza vengono rilasciate con quella faccia seria che i politici tengono nel cassetto per le occasioni solenni. L’Occidente ha raggiunto un livello di sofisticazione morale tale da poter guardare in faccia l’orrore e continuare a pranzare. Non è cinismo. È qualcosa di peggio. È normalizzazione. È la banalità del male in diretta streaming, con i commenti abilitati e le reaction a forma di cuore.
Hannah Arendt, che della banalità del male fece il titolo del suo libro più celebre, osservando il processo di Adolf Eichmann a Gerusalemme nel 1961, rimase colpita non dalla mostruosità dell’imputato ma dalla sua mediocrità. Eichmann non era un demone. Era un burocrate. Un funzionario che eseguiva ordini, compilava moduli, organizzava trasporti. La macchina dello sterminio funzionava non grazie ai mostri ma grazie alle persone normali che facevano il loro lavoro senza farsi troppe domande. Ecco, nel 2025, quella lezione è stata dimenticata con una velocità impressionante proprio da chi dovrebbe averla tatuata sulla coscienza. I burocrati di Bruxelles che approvano forniture militari. I diplomatici che usano il linguaggio della “complessità” per evitare quello della responsabilità. I giornalisti che bilanciano ogni bambino morto a Gaza con un “ma Hamas” come se fosse un contrappeso morale accettabile. Sono tutti Eichmann a bassa intensità. Eichmann in giacca e cravatta, con il badge del Parlamento Europeo al collo e il motto della Repubblica stampato sulla carta intestata.
C’è poi la questione del diritto internazionale, che in teoria dovrebbe essere il bastione contro l’arbitrio e che in pratica è diventato il più grande monumento all’impotenza organizzata della storia umana. La Corte Internazionale di Giustizia, nel gennaio 2024, ha emesso un’ordinanza sul caso presentato dal Sudafrica contro Israele in base alla Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio. La Corte ha stabilito che esistono motivi plausibili per ritenere che i diritti dei palestinesi di Gaza ai sensi della Convenzione sul genocidio siano a rischio. Ha ordinato misure provvisorie, tra cui la cessazione degli atti che potrebbero configurare genocidio. Israele ha ignorato l’ordinanza con la stessa disinvoltura con cui si ignora un volantino pubblicitario trovato sotto il tergicristallo. E nessuno, nessun Paese occidentale, nessun custode del motto illuminista, ha mosso un dito per far rispettare quella decisione. Il diritto internazionale, si scopre, è vincolante solo per chi non ha abbastanza bombe per ignorarlo.
La Corte Penale Internazionale, nel maggio 2024, ha visto il suo procuratore Karim Khan richiedere mandati di arresto sia per i leader di Hamas che per il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il ministro della difesa Yoav Gallant, per crimini di guerra e crimini contro l’umanità. La reazione dell’Occidente è stata rivelatrice. Gli Stati Uniti, che non riconoscono la giurisdizione della CPI, hanno minacciato sanzioni contro la Corte stessa. Il Congresso americano ha votato sanzioni bipartisan contro i funzionari della CPI. La Gran Bretagna ha espresso “preoccupazione”. La Francia ha borbottato qualcosa sulla “indipendenza della giustizia” senza sbilanciarsi troppo. Quando la stessa Corte aveva emesso un mandato di arresto per Vladimir Putin nel marzo 2023, l’Occidente aveva applaudito fragorosamente. Giustizia internazionale, evviva. Ma quando la giustizia internazionale punta il dito verso un alleato, improvvisamente diventa “politicizzata”, “squilibrata”, “controproducente”. Liberté, Égalité, Fraternité, ma solo quando conviene.
Desmond Tutu, il vescovo anglicano sudafricano che del razzismo istituzionalizzato sapeva qualcosa, avendo vissuto e combattuto l’apartheid per decenni, disse una frase che dovrebbe essere incisa sui frontoni al posto del motto francese: “Se sei neutrale in situazioni di ingiustizia, hai scelto la parte dell’oppressore”. Tutu, che morì nel dicembre 2021, aveva visitato i Territori Palestinesi e aveva paragonato ciò che vi aveva visto all’apartheid sudafricano. Non era un paragone provocatorio. Era un’analisi lucida, basata sull’esperienza diretta di un uomo che sapeva riconoscere la segregazione quando la vedeva. E se Tutu fosse ancora vivo oggi, nel 2025, davanti a Gaza ridotta a un cumulo di macerie con quattordicimila bambini morti, probabilmente direbbe che il paragone con l’apartheid era fin troppo generoso.
Ma il punto non è solo ciò che fanno i governi. Il punto è ciò che accettiamo noi. Ciò che normalizziamo. Ciò che lasciamo passare nella nostra quotidianità senza opporre resistenza. Perché l’ipocrisia del motto non è solo istituzionale. È collettiva. È nostra. Ogni volta che scorriamo il feed del telefono, vediamo l’immagine di un bambino estratto dalle macerie di Gaza, proviamo un brivido di orrore, e poi continuiamo a scorrere verso il prossimo reel divertente, stiamo partecipando alla stessa farsa. Stiamo recitando il motto con le labbra e tradendolo con le dita. Stiamo scegliendo la comodità dell’impotenza dichiarata: “Che posso farci io?”. Ed è una domanda legittima, per carità. Ma è anche la domanda che si facevano i tedeschi nel 1943 guardando i treni passare verso Est. “Che posso farci io?” è la frase con cui la coscienza si mette in mutande e va a dormire.
Quello che possiamo farci, in realtà, è molto. Possiamo informarci, e non è poco in un’epoca in cui la disinformazione è l’arma più potente di qualsiasi esercito. Possiamo leggere i rapporti di Amnesty International, che nel febbraio 2024 ha pubblicato un documento di 300 pagine dal titolo esplicito in cui accusa Israele di apartheid nei confronti dei palestinesi. Possiamo seguire il lavoro di Médecins Sans Frontières, i cui operatori a Gaza hanno descritto scenari che definire apocalittici è un eufemismo. Possiamo ascoltare le voci dei giornalisti palestinesi che rischiano la vita ogni giorno per documentare ciò che accade. Possiamo sostenere le organizzazioni che fanno causa, che denunciano, che non si arrendono. Possiamo andare in piazza, quando ci è permesso, e andarci anche quando non ci è permesso, perché la disobbedienza civile è un diritto prima ancora di essere un reato. Possiamo scrivere, parlare, rompere il silenzio ovunque, con chiunque, in ogni occasione. Possiamo, soprattutto, rifiutare la narrazione dominante che trasforma le vittime in colpevoli e i carnefici in vittime della complessità geopolitica.
E possiamo anche fare una cosa apparentemente piccola ma simbolicamente enorme. Possiamo prendere quel motto, “Liberté, Égalité, Fraternité”, e restituirgli il suo significato originario. Non quello addomesticato, non quello da cerimonia, non quello da targa istituzionale. Quello rivoluzionario. Quello pericoloso. Quello che nel 1789 significava: il potere appartiene al popolo, tutti i popoli, e nessun re, nessun governo, nessun esercito ha il diritto di calpestare la dignità di un essere umano. Quel significato lì, quello che fa paura ai potenti, quello che fa tremare i troni e le borse, quello che non sta comodo su nessun frontone perché brucia, scotta, esige.
La libertà non è un concetto astratto da dibattito parlamentare. È il diritto di un bambino di Gaza di camminare per strada senza essere disintegrato. È il diritto di una madre di sapere che suo figlio tornerà da scuola. È il diritto di un medico di operare con la corrente elettrica e le medicine necessarie. È il diritto di un giornalista di raccontare la verità senza essere ammazzato per questo. Se la libertà non è questo, non è niente. Se la libertà è solo il diritto di un consumatore occidentale di scegliere tra trenta marche di cereali al supermercato mentre a Gaza i bambini muoiono di fame per un embargo, allora quella libertà è una truffa, ed è ora di chiedere il rimborso.
L’uguaglianza non è un principio giuridico da citare nei convegni. È la pretesa radicale, assoluta, non negoziabile, che la vita di un bambino palestinese valga esattamente quanto la vita di un bambino israeliano, americano, francese, italiano. Esattamente quanto. Non un po’ meno. Non “sì, certo, ma la situazione è complessa”. Esattamente quanto. E se i nostri sistemi politici, mediatici, economici non sono in grado di garantire questa uguaglianza, allora quei sistemi sono guasti, e vanno riparati o sostituiti. Punto. Senza asterischi, senza note a piè di pagina, senza clausole di salvaguardia per gli alleati strategici.
La fratellanza non è un sentimento da cartolina. È un impegno concreto, faticoso, costoso. Significa riconoscere nell’altro, anche nell’altro lontanissimo, anche nell’altro di cui non parliamo la lingua e non conosciamo le abitudini, un fratello. Con tutto ciò che questo comporta. Fratelli si litiga, certo. Fratelli ci si arrabbia. Ma fratelli non ci si ammazza. E soprattutto, fratelli non si guarda l’altro morire senza fare niente. Se Caino avesse avuto un ufficio stampa, avrebbe probabilmente dichiarato che la situazione con Abele era “complessa” e che serviva una “risposta bilanciata”. E il mondo gli avrebbe creduto, perché il mondo crede a chi ha i migliori comunicatori.
C’è un filo rosso che lega la Bastiglia a Gaza. Un filo fatto di promesse tradite, di parole svuotate, di principi proclamati e sistematicamente violati. Quel filo attraversa la Rivoluzione francese e il Terrore, attraversa le guerre napoleoniche e la Restaurazione, attraversa il colonialismo e le sue atrocità, attraversa Vichy e la collaborazione, attraversa l’Algeria e le sue torture, attraversa il Ruanda e la sua indifferenza, attraversa l’Iraq e le sue bugie sulle armi di distruzione di massa, attraversa la Siria e le sue linee rosse mai esistite, e arriva fino a Gaza, dove quel filo si spezza definitivamente. Perché Gaza non è un “altro” conflitto. Gaza è il conflitto. Il banco di prova definitivo. Il momento in cui l’Occidente deve scegliere se quelle tre parole significano qualcosa o se sono solo lettere dorate su pietra fredda.
Victor Hugo, che del motto repubblicano fu uno dei più appassionati difensori, scrisse ne “I Miserabili” che “la prima uguaglianza è l’equità”. Hugo, che conosceva la miseria e la ingiustizia, che aveva visto i bambini di Parigi morire di fame e di freddo, che aveva descritto Gavroche come il simbolo dell’infanzia calpestata dal potere, oggi guarderebbe Gaza e riconoscerebbe la stessa storia. Gavroche muore sulle barricate nel 1832. I bambini di Gaza muoiono sotto le bombe nel 2025. Cambia lo scenario, cambia la tecnologia, non cambia la sostanza: il potere uccide i piccoli e poi si assolve in nome di qualche principio superiore.
Albert Camus, l’altro grande francese che non si accontentava delle parole belle, scrisse ne “L’uomo in rivolta” che “la rivolta è il rifiuto dell’uomo di essere trattato come cosa”. Camus, che era nato in Algeria, che conosceva il colonialismo dall’interno, che rifiutò di schierarsi nella guerra d’indipendenza algerina con una ambiguità che gli fu rimproverata per decenni, oggi si troverebbe di fronte a una scelta impossibile. O forse no. Forse la scelta, oggi, è più semplice che mai. Perché quando quattordicimila bambini muoiono, la complessità è un lusso che non ci possiamo permettere. La complessità è per i convegni, per le tesi di dottorato, per i dibattiti televisivi. Davanti a un bambino morto, la complessità svanisce. Resta solo la domanda: da che parte stai?
E questa domanda non riguarda solo i governi e le istituzioni. Riguarda ognuno di noi. Riguarda il modo in cui consumiamo informazione, il modo in cui scegliamo le nostre battaglie, il modo in cui distribuiamo la nostra indignazione. Perché l’indignazione, nel 2025, è diventata una risorsa scarsa. Ne abbiamo poca, la spendiamo male, la distribuiamo in base ad algoritmi che non controlliamo. L’algoritmo ci dice di cosa indignarci oggi, e noi obbediamo con la docilità di un cane ammaestrato. Se l’algoritmo decide che Gaza non è trending, Gaza scompare. Se l’algoritmo decide che il nuovo scandalo del giorno è un politico che ha detto una sciocchezza a un talk show, tutta la nostra energia morale viene deviata lì. E Gaza continua a bruciare, fuori dall’algoritmo, fuori dai trend, fuori dalla coscienza collettiva.
C’è una parola che l’Occidente ha paura di pronunciare, e quella parola è “genocidio”. La Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio, adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 1948, definisce il genocidio come uno qualsiasi degli atti commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso. Tra questi atti: uccisione di membri del gruppo, lesioni gravi all’integrità fisica o mentale, sottoposizione a condizioni di vita intese a provocare la distruzione fisica totale o parziale, misure miranti a impedire nascite, trasferimento forzato di fanciulli. A Gaza, nel 2025, ogni singolo punto di questa lista è stato documentato. Ogni singolo criterio è stato soddisfatto. Ma la parola “genocidio” resta impronunciabile. È la parola di Voldemort della diplomazia internazionale. Tutti sanno che esiste, nessuno osa nominarla, perché nominarla significherebbe ammettere che l’Occidente è complice di un genocidio, e questo è un pensiero che nessun governo, nessun parlamento, nessun editorialista del mainstream è disposto ad affrontare.
Eppure ci sono giuristi che la pronunciano. Raz Segal, storico israeliano specializzato in genocidi e professore alla Stockton University, ha definito l’offensiva su Gaza “un caso da manuale di genocidio” già nell’ottobre 2023. Craig Mokhiber, direttore dell’ufficio di New York dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, si è dimesso nell’ottobre 2023 scrivendo una lettera in cui accusava le Nazioni Unite di fallire nel prevenire quello che definiva senza esitazioni un genocidio. Francesca Albanese, Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sui Territori Palestinesi Occupati, ha presentato un rapporto al Consiglio per i Diritti Umani nel marzo 2024 intitolato “Anatomia di un genocidio”. Voci autorevoli, documentate, competenti. Voci che vengono sistematicamente marginalizzate, attaccate, diffamate. Perché nel 2025, dire la verità su Gaza è un atto di coraggio che può costare la carriera, la reputazione, la sicurezza personale.
E mentre tutto questo accade, il motto continua a brillare. Brillare sui palazzi, brillare nei discorsi, brillare nella retorica di un’Europa che si considera il faro della civiltà e che in realtà è il lampione sotto il quale il crimine viene commesso. Perché il crimine non avviene nell’oscurità. Avviene in piena luce. Avviene sotto gli occhi di tutti. Avviene mentre le tre parole più belle della modernità politica vengono recitate come una preghiera laica da chi, con l’altra mano, firma contratti per la vendita di armi.
Se Voltaire fosse vivo, probabilmente scriverebbe un nuovo “Candido” ambientato tra i palazzi di Bruxelles e le macerie di Gaza. Il dottor Pangloss spiegherebbe che questo è “il migliore dei mondi possibili” e che le bombe sono “strumenti di pace preventiva”. Candido guarderebbe i bambini morti e chiederebbe, con la sua solita innocenza devastante: “Ma è davvero necessario tutto questo per coltivare il nostro giardino?”. E nessuno saprebbe rispondergli, perché la risposta è no, non è necessario, non è inevitabile, non è il prezzo da pagare per la sicurezza, per la stabilità, per il commercio. È una scelta. Una scelta deliberata, consapevole, documentata. E le scelte hanno conseguenze. E le conseguenze hanno nomi, cognomi, date di nascita e date di morte. Quattordicimila date di morte, solo tra i bambini.
Forse è il momento di smettere di restaurare il motto e iniziare a rifondarlo. Non servono nuove parole. Servono le stesse parole con un significato che non sia più negoziabile. Liberté che valga per ogni essere umano o che non valga per nessuno. Égalité che non conosca eccezioni geopolitiche. Fraternité che non si fermi al confine del tornaconto strategico. E se questo significa scomodare la disobbedienza, ebbene, la disobbedienza è il più antico e il più nobile degli atti civili. Thoreau la teorizzò nel 1849, Gandhi la praticò in India, Rosa Parks la esercitò su un autobus di Montgomery, i ragazzi di Soweto la gridarono nelle strade del Sudafrica. La disobbedienza è il momento in cui il cittadino smette di essere suddito e diventa persona. È il momento in cui il motto smette di essere una decorazione e diventa una dichiarazione di guerra al potere ingiusto.
C’è un vecchio detto che dice che si giudica una civiltà dal modo in cui tratta i suoi membri più deboli. Se questo è il criterio, la civiltà occidentale nel 2025 non supera l’esame. Non lo supera con i bambini di Gaza. Non lo supera con i migranti che annegano nel Mediterraneo. Non lo supera con i senzatetto che muoiono di freddo sotto i portici delle sue città illuminate. Non lo supera con le donne che vengono uccise dai loro compagni a un ritmo che farebbe impallidire qualsiasi statistica di guerra. Non lo supera, e il motto appeso sui muri non basta a mascherare il fallimento.
Ma il fallimento non è una condanna definitiva. È un punto di partenza. Ogni volta che un motto viene tradito, c’è qualcuno che lo raccoglie e lo rilancia. Ogni volta che un principio viene calpestato, c’è qualcuno che lo rimette in piedi. Ogni volta che un bambino muore sotto le bombe, c’è qualcuno che giura che non accadrà più, e anche se quel giuramento viene tradito mille volte, il fatto stesso di pronunciarlo tiene in vita la possibilità del cambiamento.
Quella triade rivoluzionaria, quella vecchia formula incisa nella pietra e nella coscienza dell’Occidente, ha ancora un senso. Ma solo se smettiamo di usarla come ornamento e iniziamo a usarla come arma. Un’arma contro l’ipocrisia, contro il cinismo, contro la normalizzazione dell’orrore. Un’arma contro chi vende bombe e compra coscienza. Un’arma contro chi parla di diritti umani e pratica la selezione etnica dei meritevoli di pietà. Perché se “Liberté, Égalité, Fraternité” non vale per un bambino di Gaza, non vale per nessuno. E se non vale per nessuno, tanto vale toglierla dai frontoni e sostituirla con qualcosa di più onesto. Tipo: “Ogni uomo per sé, e Dio per i ricchi”.
Oppure, e sarebbe la scelta migliore, possiamo spezzare il biscotto dell’ipocrisia e ricominciare. Ricominciare da una nuova triade che non sostituisca la vecchia ma la completi, la aggiorni, la renda finalmente praticabile: verità, giustizia, disobbedienza. Verità perché senza nominare il crimine non si può combatterlo. Giustizia perché senza conseguenze per i responsabili non esiste deterrenza. Disobbedienza perché senza il coraggio di dire no al potere ingiusto non esiste libertà, non esiste uguaglianza, non esiste fratellanza. Esiste solo un motto su un muro, bello da vedere e vuoto da morire.
E i bambini di Gaza, quelli che non leggeranno mai queste parole perché le parole non arrivano dove arrivano le bombe, meritano almeno questo: che qualcuno, da qualche parte, si rifiuti di accettare che la loro morte sia il prezzo della nostra comodità.
Perché alla fine è sempre la stessa storia. I potenti scrivono i motti e i deboli ne pagano il conto. I governi scolpiscono parole nella pietra e i bambini vengono sepolti sotto la pietra. Ma la pietra, prima o poi, si sgretola. E sotto la pietra, ogni tanto, spunta un fiore. Brutto, storto, inopportuno. Ma vivo. E la vita, anche quando è un fiore che spunta dalle macerie di Gaza, è la risposta più potente a qualsiasi motto tradito.
Se avete letto fin qui, complimenti: avete fatto più di qualsiasi parlamento europeo. E se vi state chiedendo cosa fare adesso, la risposta è semplice: tutto quello che potete. Che è sempre più di quello che vi hanno fatto credere.

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Il Venerabile Ordine del Biscotto Spezzato è un blog ironico e contemplativo, dove spiritualità e dolcezza si incontrano tra briciole e riflessioni. Qui si parla di religione nel mondo, ma anche di quanto tutte le religioni siano, in fondo, invenzioni umane. Il vero divino? Lo troviamo nella natura, nel silenzio, nei piccoli gesti, e sì… anche nei biscotti che si rompono prima d’essere inzuppati. Il tono è rilassato, a volte filosofico, spesso scanzonato. C’è spazio per miti, leggende, cammini spirituali e passeggiate nei boschi. Niente fanatismi, solo morbide illuminazioni. Un luogo per chi cerca domande più che risposte, conforto più che verità. Prenditi una pausa, spezza un biscotto e leggi in pace.

~ Sergio De Amicis

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