Gennaio 2025. Segnate la data sul calendario, incorniciamola, appendiamola sopra il camino accanto alla foto del nonno e al diploma di licenza media: il mondo ha assistito a qualcosa che persino la fantascienza distopica più cinica si era rifiutata di scrivere per un elementare senso del pudore narrativo. Donald J. Trump, già condannato penalmente, impeachato due volte dal Congresso, accusato da un gran giurì federale di aver tentato di sovvertire il risultato elettorale del 2020 e che nel frattempo aveva trovato il tempo di essere giudicato civilmente responsabile di violenza sessuale, ha giurato sulla Bibbia come 47° presidente degli Stati Uniti d’America. Non era un reboot di Netflix prodotto da qualcuno con troppo budget e poca fantasia. Non era un episodio di Black Mirror scartato in fase di sviluppo perché ritenuto troppo poco credibile per il grande pubblico. Era la realtà, con tanto di bandiere a stelle e strisce, fanfare militari e folla adorante che urlava come se stesse assistendo alla seconda venuta. Il che, per una fetta non trascurabile dei presenti, era esattamente la cornice teologica entro cui stavano vivendo la giornata.
Secondo nella storia degli Stati Uniti solo a Grover Cleveland nell’impresa di servire due mandati presidenziali non consecutivi, Trump ha risalito l’Olimpo del potere americano con la delicatezza di un rinoceronte in un negozio di porcellane aperto appositamente per lui, con il proprietario che sorride e applaude mentre le ceramiche cadono. La differenza rispetto a Cleveland, però, è sostanziale: Cleveland era tornato alla Casa Bianca dopo una sconfitta onorevole, non dopo aver cercato di impedire il trasferimento dei poteri al successore, non dopo una sommossa al Campidoglio trasmessa in diretta mondiale e non dopo una serie di procedimenti penali che avrebbero fatto esitare qualsiasi candidato dotato di un minimo di senso dell’opportunità. Trump, invece, ha trasformato ogni accusa in combustibile, ogni processo in comizio, ogni condanna in medaglia al merito da mostrare alla base. È stata, a modo suo, un’impresa. Una di quelle che non si sa se ammirare o piangere, e che probabilmente meritano entrambe le cose simultaneamente.
La cerimonia del 20 gennaio si è tenuta all’interno della Rotonda del Campidoglio e non all’esterno come da tradizione, ufficialmente a causa delle condizioni meteorologiche avverse. Un freddo polare aveva avvolto Washington in quei giorni, un dettaglio che i poeti avrebbero trovato fin troppo ovvio come metafora e che i meteorologi si sono limitati a registrare senza commento. Il cielo, insomma, aveva deciso di non partecipare. Una scelta che molti osservatori, in privato, hanno definito la più saggia presa quel giorno da chiunque avesse la possibilità di esercitarla. All’interno, tra marmi e affreschi che hanno visto passare la storia americana nei suoi momenti migliori e peggiori, Trump ha pronunciato il suo discorso di insediamento con il consueto repertorio: nemici da sconfiggere, grandezze da ripristinare, rivoluzioni da compiere. Tra gli obiettivi dichiarati figuravano una “rivoluzione del buon senso”, un ossimoro che avrebbe fatto impallidire Orwell e sorridere Kafka, deportazioni di massa, tariffe doganali al 100% su chiunque osasse vendere qualcosa all’America e vendette politiche annunciate pubblicamente con la naturalezza con cui un uomo normale enuncia i propri buoni propositi per l’anno nuovo. Bentornati negli Stati Scomposti d’America, dove la lista della spesa del presidente include i nomi dei suoi nemici personali e dove “rivoluzione del buon senso” significa sostanzialmente che il buon senso è quello di chi urla più forte.
Tra i primi atti concreti dell’amministrazione, i giuristi e gli osservatori internazionali hanno avuto materiale abbondante su cui lavorare, nel senso in cui un pronto soccorso ha materiale abbondante durante un’epidemia influenzale. La reintroduzione della controversa politica “Remain in Mexico” per i richiedenti asilo è arrivata con la velocità e l’entusiasmo di chi è convinto che una misura non abbia funzionato la prima volta semplicemente perché non era stata applicata con abbastanza durezza. Un ordine esecutivo per rilanciare la produzione petrolifera americana ha stabilito con chiarezza quali fonti energetiche l’amministrazione intendesse promuovere, con un entusiasmo per i combustibili fossili che avrebbe fatto arrossire persino un lobbista del Texas degli anni Sessanta. E poi, con un gesto che ha fatto tremare i polsi a chi si occupa di etica nella tecnologia, la revoca delle norme esistenti in materia di sistemi automatizzati di elaborazione, giudicate “ideologicamente di parte”. Traduzione simultanea dal trumpiano: erano scritte in modo da poter essere lette fino in fondo senza perdere il filo, e questo le rendeva immediatamente sospette.
Ma il colpo di teatro che ha spalancato la bocca ai costituzionalisti e indotto gli storici a chiudere gli occhi per non dover guardare è stato un altro: l’accettazione di un Boeing 747-8 in dono dalla famiglia reale del Qatar come nuovo Air Force One. Un aereo di Stato regalato da un governo straniero al presidente degli Stati Uniti, con una disinvoltura che profuma di incostituzionalità dall’altezza di crociera. La Costituzione americana, quel documento che Trump ha giurato di difendere e che tratta con la familiarità con cui si tratta un vecchio regolamento di condominio che nessuno legge più, vieta esplicitamente ai funzionari federali di accettare doni da governi stranieri senza approvazione del Congresso. Dettaglio tecnico, evidentemente. Un cavillo burocratico per menti piccole. Trump ha accettato l’aereo, ha dichiarato che era un “gesto bellissimo” e ha proseguito, con la logica granitica di chi non ha mai capito perché pagare qualcosa quando puoi riceverla in regalo da uno Stato con interessi strategici evidenti nel Golfo Persico. Quando, in quello stesso periodo, un giornalista ha avuto l’ardire di chiedergli direttamente se avrebbe rispettato la Costituzione, Trump ha risposto con un’onestà disarmante e terrificante: “Non lo so.” L’indice Nasdaq ha registrato un calo nelle ore successive. L’indice di fiducia nelle istituzioni democratiche ha fatto lo stesso. L’indice di meraviglia cosmica, se qualcuno si fosse preoccupato di misurarlo, avrebbe toccato nuovi massimi storici.
Eppure, ed è qui che la storia smette di essere semplicemente grottesca e diventa genuinamente affascinante, nel senso in cui è affascinante un incendio che avanza lentamente verso il proprio quartiere, Trump gode ancora del sostegno attivo, entusiasta e dichiarato di decine di milioni di americani. Non di elettori distratti che votano per abitudine, non di persone che turano il naso e scelgono il meno peggio, ma di persone convinte, mobilitate e appassionate. Capire chi sono, perché lo sostengono e con quale meccanismo psicologico e culturale questo sostegno si riproduce è forse l’esercizio intellettuale più importante e più scomodo che si possa compiere davanti al fenomeno Trump, molto più utile che limitarsi a scrollare la testa con aria di superiorità morale.
Gli evangelici bianchi rappresentano forse il caso più studiato e meno compreso. Continuano a vedere in Trump il campione dei valori cristiani, il difensore della civiltà giudaico-cristiana contro le forze del relativismo, del secolarismo e di chiunque osi mettere in discussione un crocifisso. Questo, si badi bene, nonostante la biografia di Trump sia il contrario quasi geometrico del Vangelo in ogni suo aspetto misurabile: divorziato tre volte, fedele a nessuna delle mogli per propria stessa ammissione pubblica, condannato per frode, accusato di violenza sessuale da un numero di donne che farebbe esitare anche l’avvocato più ottimista e in possesso di una familiarità con le Scritture che si ferma con sicurezza alla copertina. In una famosa intervista gli fu chiesto quale fosse il suo versetto biblico preferito: rispose che era una domanda troppo personale. Era come chiedere a qualcuno il titolo del proprio libro preferito e sentirsi rispondere che i libri sono una cosa privata. Eppure, per una fetta consistente del protestantesimo conservatore americano, Trump resta lo strumento scelto dalla Provvidenza per compiti che la Provvidenza stessa si è guardata bene dallo specificare. Il Signore, evidentemente, lavora in modi imperscrutabili e talvolta usa come strumento un costruttore di casinò del New Jersey con tre matrimoni alle spalle e un rapporto con la verità che si potrebbe soltanto definire creativo.
Gli operai bianchi delle zone rurali e post-industriali, la cosiddetta “working class bianca” che ha abbandonato i democratici nel corso degli ultimi vent’anni, continuano a vedere in Trump la propria voce contro le élite. Il paradosso è di proporzioni epiche: un miliardario nato a New York, cresciuto in una villa di Jamaica Estates nel Queens, formatosi alla Wharton School of Business e vissuto tra torri dorate e accordi immobiliari miliardari è diventato il simbolo della rivolta populista contro i potenti. È come se Robin Hood fosse un banchiere svizzero che ogni tanto pubblica sui social “i poveri meritano di più” mentre firma accordi fiscali offshore. La magia narrativa di Trump sta nell’essere riuscito a trasformare la propria ricchezza in prova di competenza e la propria distanza dal popolo in irrilevante dettaglio biografico. Le fabbriche hanno chiuso, i posti di lavoro sono andati, i salari reali sono stagnanti da decenni ma lui capisce, lui sente, lui è con loro. Come? Perché lo dice. E in politica, come nella pubblicità, a volte basta dirlo.
I seguaci della galassia complottista annessa e connessa meriterebbero un saggio a parte, probabilmente scritto da uno psichiatra con molto tempo libero e un fegato d’acciaio. Per loro, Trump non ha mai smesso di essere presidente né di combattere in segreto contro una cabala internazionale di individui senza scrupoli annidati nelle pizzerie, nelle fondazioni umanitarie e nei corridoi di Hollywood. Non è una semplificazione giornalistica. Non è una metafora colorita per descrivere una visione del mondo alternativa. È, alla lettera, quello che credono milioni di persone. E queste persone votano, si organizzano, si presentano ai comizi con cartelli scritti a mano e con una certezza nel cuore che molti credenti religiosi potrebbero invidiare. È la certezza di chi ha trovato la risposta a tutto e la risposta è sempre la stessa indipendentemente dalla domanda.
Industrialisti, produttori di energia fossile e ultranazionalisti economici vedono in Trump l’unico presidente disposto a mettere davanti a tutto la produzione interna, le tariffe protettive, il carbone, il petrolio e l’acciaio. La loro è forse la posizione intellettualmente più coerente tra quelle elencate: sanno cosa vogliono, sanno che Trump glielo dà e sostengono Trump. Nessuna profezia biblica, nessuna teoria della cospirazione, nessun paradosso identitario. Solo interessi, chiaramente calcolati e perseguiti. In un panorama di irrazionalità diffusa, questa forma di cinismo razionale spicca quasi come una virtù.
Una parte del mondo ebraico ortodosso americano e la comunità dei cristiani sionisti completano il quadro con una loro specifica logica teologica: il trasferimento dell’ambasciata americana a Gerusalemme nel 2018, il riconoscimento della sovranità israeliana sulle alture del Golan e il sostegno incondizionato al governo Netanyahu hanno fatto di Trump, per questi gruppi, qualcosa che si avvicina a una figura messianica in senso strettamente politico-profetico. La definizione di “re biblico reincarnato” è circolata senza ironia in certi ambienti e il fatto che chi la usava la intendesse come un complimento dice molto sulla distanza siderale tra le diverse Americhe che convivono, a stento, sotto la stessa bandiera.
I miliardari della Silicon Valley, di Wall Street e del settore energetico chiudono la lista con la loro presenza discreta e determinante. Per loro, Trump significa agevolazioni fiscali, deregolamentazione, fine delle politiche ambientali che complicano i piani di espansione e un governo che considera il profitto privato come il principale indicatore del benessere nazionale. Il loro sostegno è razionale, calcolato e raramente urlato nei comizi, ma pesa nelle stanze che contano più di qualsiasi bandiera agitata in un rally del Wisconsin.
Nei primi cento giorni, l’amministrazione ha prodotto un catalogo di iniziative che avrebbe reso fiero un autore di satira politica con scarso rispetto per la verosimiglianza. La proposta di annettere il Canada come 51° stato ha generato reazioni diplomatiche canadesi che si situavano a metà strada tra la risata nervosa e il piano di emergenza. L’imposizione di una tariffa del 100% su tutti i film stranieri, giudicati “propaganda antiamericana”, ha aperto scenari affascinanti sul destino del cinema internazionale sui mercati americani e sulla definizione esatta di “antiamericano” in un Paese che produce horror sui presidenti clown. Le minacce alla NATO di “pagare o uscire” hanno convinto diversi governi europei a riesaminare la propria posizione strategica con un’urgenza che non si vedeva dalla Guerra Fredda. Le richieste alla NASA di valutare la ridenominazione di pianeti e corpi celesti hanno aggiunto una dimensione cosmica, letteralmente, all’egotismo presidenziale.
Con il 60% degli americani che segnala un peggioramento delle proprie condizioni economiche e un aumento del costo della vita che erode i salari reali, i sondaggi mostrano un calo del gradimento presidenziale. Ma Trump procede imperterrito, con la certezza di chi ha capito una cosa fondamentale sulla politica moderna: i fatti non vincono le elezioni, le narrazioni sì. E lui è, bisogna riconoscerlo senza piacere, il narratore più efficace della sua generazione politica. Non perché dica cose vere, ma perché dice cose che risuonano. Non perché offra soluzioni, ma perché offre nemici. E un nemico, nella politica dell’ansia e della rabbia, vale più di qualsiasi piano quinquennale.
Guardando avanti, le ipotesi razionali si accumulano con la velocità di un temporale estivo. Un terzo procedimento di impeachment appare sempre meno come scenario remoto e sempre più come appuntamento prevedibile, date le dichiarazioni quotidiane sull’intenzione di usare il potere esecutivo oltre i propri limiti costituzionali e il disprezzo strutturale per qualsiasi forma di controllo istituzionale. Una frattura definitiva con l’Unione Europea sembra scritta nelle stelle dopo mesi di insulti, tariffe e dichiarazioni che descrivono l’alleanza atlantica come un accordo svantaggioso per l’America, come se settant’anni di pace in Europa fossero un dettaglio contabile trascurabile. La trasformazione della comunicazione presidenziale in un format televisivo permanente è già in corso: la Casa Bianca come studio, le conferenze stampa come puntate, Truth Social come canale ufficiale di trasmissione della realtà presidenziale, una realtà che coincide con quella oggettiva solo per caso e mai per necessità.
Il secondo mandato di Trump è l’esperimento più bizzarro, più rivelatore e più inquietante condotto su una democrazia matura dai tempi in cui le democrazie mature pensavano di essere immuni da certi esperimenti. È una miscela instabile di intrattenimento televisivo e vendetta personale, di paranoia geopolitica e spettacolo, di ideologia confusa e interessi chiarissimi, il tutto condito da post scritti alle tre di notte con l’urgenza di chi ha appena ricordato un torto subito nel 2009 e non riesce a dormire finché non lo ha comunicato al mondo intero.
Ma la riflessione finale, quella che fa davvero male se ci si ferma abbastanza a lungo da lasciarla atterrare, non riguarda Trump. Lui è, in fondo, semplicemente quello che è sempre stato: prevedibile nel caos, coerente nell’incoerenza, fedele a se stesso con una costanza monolitica che molti statisti equilibrati potrebbero, paradossalmente, invidiare. Trump non ha mai ingannato nessuno sulla propria natura. Lo ha mostrato ogni giorno, in ogni dichiarazione, in ogni comizio, in ogni processo, in ogni intervista. Il vero oggetto di studio, il vero mistero che vale la pena investigare, è il Paese che, conoscendo il copione a memoria, avendo già visto lo spettacolo per quattro anni, avendo letto le recensioni e avendo vissuto le conseguenze, ha deciso liberamente di comprare un secondo biglietto.
Non per ignoranza collettiva. Non per distrazione. Non per mancanza di alternative sufficientemente presentate. Ma perché una parte significativa e strutturale dell’America ha guardato il riflesso che Trump le tende ogni giorno, fatto di rabbia, risentimento e nostalgia per un’America che forse non è mai esistita ma che suona benissimo cantata in un rally, e ha detto: sì, questo siamo noi, questo vogliamo essere, questo ci rappresenta meglio di qualsiasi altra cosa il sistema politico ci offra. E in questo, sia detto con tutto il disagio che la frase porta con sé, quella parte d’America è forse più onesta di quanto le sue critiche metropolitane siano disposte ad ammettere.
Il problema non è il pagliaccio. Il pagliaccio fa il suo mestiere con dedizione e talento innegabili. Il problema è il circo che continuiamo a costruirgli intorno, mattone dopo mattone, dichiarazione dopo dichiarazione, scheda elettorale dopo scheda elettorale, ciclo di notizie dopo ciclo di notizie, convinti ogni volta che stavolta andrà diversamente, che stavolta ci sarà un finale diverso, che stavolta il protagonista imparerà la lezione. Aspettando, forse, che vada davvero a fuoco. Senza chiederci, mai abbastanza seriamente, chi ha portato i fiammiferi.



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