In principio fu il deserto. Sabbia, silenzio e stelle. Un mare asciutto dove il tempo si misurava con il passo del cammello e la memoria si tramandava nella voce dei poeti. È lì, tra oasi e tribù in perenne contrattazione, che nacque l’Islam. Non in un laboratorio teologico con aria condizionata e dispenser di caffè, ma in una grotta; non fu accolto da un consesso di filosofi con toga e cipiglio sapiente, ma da un uomo che tremava al pensiero di ciò che stava ascoltando. Muhammad ibn Abdallah aveva quarant’anni, era un mercante stimato di Mecca, noto per la sua onestà al punto che lo chiamavano al-Amin, il fidato, e nel 610 dell’era cristiana ricevette, secondo la tradizione islamica, la prima rivelazione sul monte Hira. Tremava. Sudava. Tornò da sua moglie Khadija convinto di essere impazzito. Non è esattamente la scena che ci si aspetta dall’inizio di una delle religioni più influenti della storia dell’umanità, eppure è così che andò. Con un tremore e una domanda.
E oggi? Oggi il deserto ha le luci al neon. Le fronde dell’Islam si protendono in grattacieli, satelliti, centri commerciali e applicazioni per smartphone che ti ricordano quando interrompere Netflix per il maghrib, la preghiera del tramonto. Eppure, quelle fronde si nutrono ancora delle stesse radici, come la palma che si allunga verso il cielo ma affonda i piedi dove l’acqua è nascosta e non si vede. Le radici dell’Islam non sono ricordi fossilizzati nei libri sacri come farfalle in ambra. Sono strumenti ancora vivi, utensili passati di generazione in generazione, levigati dal tempo ma non arrugginiti. Che poi sia coerente portare in giro uno strumento di quattordici secoli fa per aggiustare i problemi del ventunesimo è una domanda legittima, ma evidentemente funziona meglio di quanto i detrattori si aspettino, visto che l’Islam conta oggi circa 1,9 miliardi di fedeli nel mondo, quasi un quarto dell’intera umanità, secondo i dati del Pew Research Center.
La prima radice, quella che ancora oggi si sente scricchiolare sotto ogni passo, è il Corano stesso. Non come testo sacro in senso astratto, ma come evento linguistico. La parola con cui tutto cominciò fu iqra’, “leggi” oppure “recita”, il primo comando rivelato a Muhammad, stando alla tradizione raccolta nelle raccolte hadith e nel Corano stesso, nella Sura 96, Al-Alaq. Quella parola oggi rimbalza su milioni di schermi, viene calligrafata in digitale, studiata in università da Kuala Lumpur a Bologna, citata in convegni e persino tatuata in modo un po’ avventuroso da qualcuno che ha più familiarità con Paulo Coelho che con i commentatori coranici. Eppure resta la stessa invocazione al sapere. In un mondo che idolatra l’ignoranza confezionata in trenta secondi di video con musichetta allegra, è quasi un atto di resistenza.
Ma il Corano non è mai stato solo. Accanto a lui, fin dall’inizio, c’è stata la tradizione del Profeta, la Sunna, raccolta negli hadith, i detti e le azioni di Muhammad tramandati attraverso catene di testimonianza che i muhaddithin, gli esperti di hadith, hanno passato secoli a verificare con un rigore filologico che farebbe invidia a certi storici moderni. L’isnad, la catena di trasmissione, è uno strumento critico sofisticato: ogni hadith riportava il nome di chi lo aveva sentito, da chi, e così via fino al Profeta. Una specie di controllo delle fonti ante litteram, con la differenza che il metodo era elaborato da teologi e non da redattori di fact-checking online. Muhammad al-Bukhari, vissuto nell’800 dell’era cristiana, si dice abbia esaminato 600.000 hadith per selezionarne circa 7.500 considerati autentici. Seicento mila. Se qualcuno oggi si lamenta della quantità di informazioni sul web, immagini di doverle verificare tutte a mano, senza Google, in giro per il mondo islamico medievale a cavallo.
Questa ossessione per la trasmissione fedele del sapere è una delle radici più profonde e meno celebrate dell’Islam. Nacque in parte per necessità pratica, perché la comunità islamica dopo la morte del Profeta nel 632 si trovò improvvisamente senza guida diretta e dovette costruire un sistema per non perdere ciò che aveva ricevuto, ma divenne qualcosa di più: una cultura dell’autenticità, dell’attribuzione, della responsabilità intellettuale. Una cultura che, con un certo paradosso, oggi si trova a fare i conti con il copia-incolla anonimo dei social media, con le fatwe emesse su YouTube da chiunque abbia un microfono e una barba di lunghezza teologicamente suggestiva.
Dalle radici della trasmissione nacque la giurisprudenza islamica, il fiqh, e con essa la Sharia, termine che letteralmente significa “la via verso l’acqua” e che è stato trasformato, attraverso decenni di cattivo giornalismo e politica strumentale, in una specie di sinonimo di oscurantismo. La realtà storica è, come sempre, molto più complicata e interessante. La Sharia non è un codice rigido uscito da una stampante divina. È una tradizione interpretativa viva, sviluppata da giuristi umani che si sono confrontati per secoli su come applicare i principi coranici alle realtà del mondo. Le quattro principali scuole giuridiche sunnite, la Hanafita, la Malikita, la Shafiita e la Hanbalita, non sono d’accordo su moltissime questioni, e questa pluralità interna è essa stessa parte della tradizione. Ibn Rushd, il grande filosofo e giurista andaluso conosciuto in Occidente come Averroè, dedicò un’opera intera, la Bidayat al-Mujtahid, a illustrare sistematicamente le divergenze tra le scuole, con la tesi implicita che il disaccordo tra giuristi competenti non fosse un difetto del sistema ma una sua caratteristica strutturale. Non è esattamente l’immagine del monolite opprimente che circola nei dibattiti televisivi.
Certo, è anche vero che quella stessa tradizione giuridica è stata e viene ancora usata da regimi autoritari come strumento di controllo, che certi ambienti wahhabiti e salafiti hanno trasformato il fiqh in una gabbia ideologica, e che la questione dei diritti delle donne all’interno di certe interpretazioni della legge islamica è una questione reale, documentata, non risolvibile con un generico appello al “contesto culturale”. Ma prendere la versione più distorta di una tradizione e spacciarla per la tradizione intera è un’operazione intellettualmente disonesta che, stranamente, si applica volentieri all’Islam e assai meno ad altre tradizioni religiose che hanno avuto i loro secoli bui, i loro roghi, le loro inquisizioni e le loro crociate.
Accanto alle radici giuridiche, c’è qualcosa che spesso si dimentica di citare quando si parla di Islam nelle conversazioni da salotto o nei talk show del venerdì sera, e cioè la tradizione intellettuale e scientifica che fiorì nei secoli VIII-XIII nell’impero abbaside e nei regni islamici del Mediterraneo. Il cosiddetto Bayt al-Hikma, la Casa della Sapienza fondata a Baghdad sotto il califfo Harun al-Rashid e poi espanso dal figlio al-Ma’mun nell’ottavo e nono secolo, fu uno dei centri di traduzione e produzione scientifica più straordinari della storia umana. Aristotele, Galeno, Euclide, Tolomeo: tutto fu tradotto, commentato, migliorato. Al-Khawarizmi, vissuto nell’800 circa, diede al mondo l’algebra, e il suo nome latinizzato, Algoritmo, è la radice della parola che oggi governa ogni aspetto della nostra vita digitale. Al-Biruni nel XI secolo calcolò la circonferenza della Terra con una precisione impressionante. Ibn al-Haytham nel X-XI secolo gettò le basi dell’ottica moderna. Ibn Sina, Avicenna, scrisse un Canon Medicinae che rimase testo fondamentale nelle università europee fino al XVII secolo. Il fatto che oggi questa tradizione venga evocata principalmente nei discorsi apologetici da parte musulmana o ignorata del tutto dai discorsi critici da parte occidentale dice qualcosa di desolante sull’onestà intellettuale di entrambi gli schieramenti.
Eppure quella radice intellettuale è ancora viva, anche se talvolta soffocata da ideologie che fanno della chiusura mentale un valore spirituale. Ci sono oggi università islamiche che producono ricerca seria, giuristi che dialogano con il diritto internazionale, teologi che si confrontano con la bioetica, la fisica quantistica, l’ecologia. La Malaysia ha investito massicciamente nell’Università Islamica Internazionale. L’Iran, nonostante tutto, ha un tasso di alfabetizzazione superiore all’ottanta percento e produce più laureate in ingegneria di molti paesi occidentali, anche se poi quelle stesse laureate devono fare i conti con un sistema che le considera meno di un uomo davanti alla legge. Le contraddizioni, nell’Islam come in tutto il resto, non si spiegano con una narrazione sola.
E poi c’è l’estetica. L’Islam è, tra le altre cose, bellezza ordinata, geometria che abbraccia il mistero. Le sure del Corano conservano una musicalità antica che non si è persa nemmeno tra gli auricolari del XXI secolo. La recitazione coranica, la tilawa, è un’arte codificata in regole precise, il tajwid, che governa ogni sfumatura fonetica, ogni pausa, ogni allungamento vocale. Non si tratta solo di leggere un testo sacro, si tratta di incarnarlo nella voce, di farlo risuonare nel corpo. Le moschee, anche quelle futuristiche in vetro e acciaio come la Grande Moschea di Algeri inaugurata nel 2019 o quella di Roma inaugurata nel 1995 su progetto di Paolo Portoghesi, portano in sé la trama sacra delle prime architetture: armonia, luce, ripetizione, il richiamo verso il centro. L’arte islamica delle maioliche, dei mosaici, degli arabeschi, della calligrafia, ha sviluppato per secoli un linguaggio visivo che non raffigura ma allude, che non descrive ma evoca. Un linguaggio che dice che Dio non si rappresenta ma si intuisce nell’ordine delle cose. Un filosofo direbbe che ogni frattale arabo suggerisce l’unità nel molteplice. Un irriverente potrebbe aggiungere che se Dio esiste, ha certamente un gusto estetico molto più raffinato di certe moschee prefabbricate degli anni Ottanta con le mattonelle del bagno di colore giallo paglierino.
E poi ci sono i sufi. I mistici dell’Islam, spesso perseguitati, sempre sopravvissuti. Jalal al-Din Rumi, il poeta persiano del XIII secolo la cui opera, il Masnavi, è ancora oggi uno dei testi più venduti negli Stati Uniti tra la poesia spirituale, scrisse versi che parlano di amore, di Dio, di perdita, di ricerca, in una lingua che attraversa i secoli senza invecchiare. I dervisci rotanti dell’ordine Mevlevi, fondato dai discepoli di Rumi a Konya in quello che oggi è la Turchia, eseguono ancora il sama, la cerimonia di danza mistica, come pratica spirituale che non ha perso la sua intensità. Nonostante le repressioni ottomane, nonostante il divieto imposto da Ataturk nel 1925 quando sciolse gli ordini sufi come parte della laicizzazione forzata della Turchia, nonostante la diffidenza che certa ortodossia sunnita ha sempre nutrito verso chi cerca Dio fuori dai canali ufficiali. I sufi danzano ancora. C’è qualcosa di profondamente ironico nel fatto che Rumi, poeta sufi persiano del XIII secolo, sia diventato il poeta più letto negli Stati Uniti del XXI secolo, in buona parte grazie a traduzioni che alcune voci critiche definiscono così libere da aver perso la dimensione islamica dell’originale. Il modo più efficace per neutralizzare un mistico, evidentemente, è trasformarlo in un brand del benessere spirituale occidentale.
L’altra radice che continua a nutrire l’albero, spesso nel silenzio, è il concetto di Ummah, la comunità dei credenti. Muhammad, dopo la migrazione dalla Mecca a Medina nel 622, l’Hijra che segna l’inizio del calendario islamico, stabilì una forma di patto comunitario, il cosiddetto Documento di Medina, che gli studiosi considerano uno dei primissimi esempi di costituzione politica nella storia. Quel documento definiva una comunità politica basata non sul sangue tribale ma su un patto condiviso, che includeva anche ebrei e politeisti della città. L’Ummah islamica originale era, in un senso preciso, un esperimento di superamento del tribalismo mediante un’identità collettiva più ampia. Il fatto che questo esperimento abbia conosciuto, nei secoli successivi, guerre civili, assassini di califfi, divisioni settarie, imperialismi e nazionalismi di ogni risma, non ne cancella l’originalità dell’intenzione. Come ogni ideale politico, ha percorso la strada tra la dichiarazione e la pratica con la consueta andatura zoppicante dell’umanità.
Oggi l’Ummah è un concetto invocato in modo paradossale: usato dai movimenti panislamici per costruire solidarietà transnazionale, usato da regimi per giustificare ingerenze, usato da giovani musulmani in Europa e America per costruire identità diasporiche, usato persino dai jihadisti per giustificare la violenza. È una radice che è diventata troppo grande per il vaso in cui la si voleva tenere, e che cresce in tutte le direzioni, alcune fertili, altre tossiche. Il problema, naturalmente, è che le notizie tendono a concentrarsi sulle direzioni tossiche, che occupano la scena con più rumore delle direzioni fertili. Un giovane a Dakar che traduce il Corano in modalità accessibile ai suoi coetanei non fa notizia. Un attentato fa notizia. L’albero viene giudicato per i rami malati e non per i frutti sani, il che è una distorsione cognitiva applicata sistematicamente.
Viviamo tempi in cui la parola jihad è più spesso pronunciata da chi la teme che da chi la comprende. Il termine, che nella tradizione islamica indica innanzitutto lo sforzo interiore verso il miglioramento morale e spirituale, il grande jihad secondo un hadith celebre anche se di autenticità discussa, è stato sequestrato da una narrazione bellica che ha fatto comodo a tutti: ai gruppi estremisti che ne hanno fatto una bandiera militare, e agli apparati mediatici e politici occidentali che ne hanno fatto un sinonimo di terrorismo. La jihad del singolo che resiste alla corruzione, che studia, che costruisce comunità, che difende la propria dignità senza armi non vende pubblicità. La jihad come spettacolo di violenza sì. È un accordo tacito tra opposti che si nutrono a vicenda, come succede spesso nelle storie di nemici che, a guardarli bene, non potrebbero sopravvivere l’uno senza l’altro.
C’è una donna a Jakarta che insegna il tafsir, l’esegesi coranica, con ironia e profondità. C’è un ingegnere a Dubai che progetta minareti sostenibili. C’è un imam a Detroit che parla di giustizia climatica durante il khutba del venerdì. C’è un giurista al Cairo che difende i diritti delle minoranze usando strumenti della giurisprudenza islamica classica. Sono la parte silenziosa dell’albero, quella che non compare nei documentari allarmistici né nelle narrazioni apologetiche di chi vuole dimostrare che l’Islam è tutto sommato come il Club Med con un po’ più di preghiera. Sono semplicemente persone che cercano di fare buon uso di una tradizione complessa in un mondo che non ama la complessità.
Quanto resta, allora, delle radici antiche? Molto. Forse più di quanto ci aspettiamo. Le radici non si notano nelle breaking news. Non si esibiscono. Non fanno rumore. Ma sono lì. Vivono nelle voci che recitano le sure all’alba in milioni di luoghi sparsi per il pianeta, nelle architetture sacre che continuano a cercare proporzione e luce, nei versi di Rumi condivisi su Instagram con un hashtag sbagliato, nelle mani che si alzano in preghiera quando il mondo intorno crolla, nei trattati di diritto islamico medievale citati dai giuristi contemporanei per costruire argomenti a favore dei diritti umani. Vivono anche nei dubbi, nelle critiche, negli scismi, nelle dispute teologiche che non si sono mai davvero chiuse, nelle donne che sfidano interpretazioni che le escludono e che lo fanno spesso con argomenti tratti dalla stessa tradizione che le esclude. Perché se un albero cresce, è perché le sue radici si confrontano con la terra viva, non con il cemento.
L’Islam di oggi è ancora lo stesso deserto parlante di ieri, ma con più segnale Wi-Fi e meno certezze comode. Le sue radici non sono un museo da visitare la domenica pomeriggio con audioguida. Sono una sorgente, a volte torbida a volte limpida, da cui miliardi di persone continuano a bere. E se le fronde sembrano a volte contraddirle, è solo perché il vento cambia, i secoli passano, le culture si mescolano. Ma la linfa sale. Lo fa da quattordici secoli. E questo, al netto di ogni sarcasmo e di ogni analisi critica, è un fatto che merita almeno una pausa di riflessione, prima di tornare a scorrere il feed.



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