C’è una cosa che accomuna l’essere umano di ogni latitudine, cultura, epoca e grado di pelosità: prima o poi, per entrare nel club spirituale di turno, bisogna passare da un rito. E incredibilmente, in una percentuale imbarazzante di casi, questo rito prevede l’acqua. Non si sa bene se sia per questioni igieniche pregresse, per un istinto ancestrale di pulizia metaforica o semplicemente perché l’acqua è l’unico elemento universalmente disponibile che non brucia, non avvelena e non richiede un permesso edilizio, ma il fatto è questo: da tremila anni abbondanti l’essere umano si immerge, si asperge, si strofina, si bagna la fronte, si siede in vasche di pietra scolpita o si tuffa in fiumi sacri, tutto convinto che questo gesto cambierà qualcosa di essenziale nel rapporto tra lui e l’infinito. È commovente, se ci si pensa. È anche leggermente ridicolo, se lo si guarda da fuori. Ma soprattutto è universale in un modo che dovrebbe far riflettere chiunque pensi che la propria religione abbia brevettato l’idea.
Il cristianesimo, che sul battesimo ci ha costruito sopra una teologia imponente quanto la cupola di San Pietro e molto più impermeabile, ha fatto di questo rito il primo dei sacramenti, la porta d’ingresso obbligata al regno dei cieli, il timbro sul passaporto per l’eternità. Senza battesimo non si entra, punto. O almeno così hanno insegnato per secoli i teologi, a partire dal monumentale Agostino di Ippona, che nel V secolo aveva elaborato la dottrina del peccato originale con una precisione teologica tale da gettare nel panico cosmico intere generazioni di genitori terrificati all’idea che il loro neonato, morendo prima di ricevere il sacramento, finisse in una zona grigia dell’aldilà chiamata limbo, quella specie di purgatorio de seconda categoria inventata per sistemare i bambini non battezzati senza mandarli all’inferno ma nemmeno ammetterli in paradiso, perché le regole sono regole e Agostino aveva detto quel che aveva detto. Il limbo, per inciso, non è mai stato dogma ufficiale, ma ha funzionato per secoli da potente deterrente pastorale, un po’ come le clausole in piccolo dei contratti assicurativi.
Le radici di tutto questo affondano, con eleganza storica e senza troppi complimenti, nel giudaismo. Il mikveh, il bagno rituale in acqua corrente, è una pratica antica e venerabile che non ha nulla di metaforico e tutto di concreto. L’acqua deve essere naturale, viva, cioè sorgiva, piovana o di fiume, non acqua di rubinetto trattata con cloro e buoni propositi. Ci si immerge completamente, tutto il corpo, niente che sporga fuori dall’acqua, e se ne esce purificati da una condizione di impurità rituale. I convertiti all’ebraismo devono passare per il mikveh prima di essere ammessi nella comunità: è un atto di trasformazione identitaria, un cambio di stato. Non una metafora, una realtà liturgica. E da qui, con la mediazione storica di un personaggio che avrebbe cambiato il corso della civiltà occidentale in modo irreversibile, nasce direttamente il battesimo cristiano.
Giovanni detto “il Battezzatore” era, per dirla con rispettosa franchezza, un tipo piuttosto peculiare. Viveva nel deserto, si nutriva di locuste e miele selvatico, indossava pelli di cammello, e aveva deciso che il Giordano fosse il posto giusto per lavare i peccati di chiunque si presentasse con il cuore aperto e i piedi stanchi. Non era un caso isolato di misticismo fluviale: nel I secolo la Giudea era piena di movimenti di purificazione rituale, battisti di varia estrazione teologica che usavano l’acqua come strumento di conversione e preparazione escatologica. Ma Giovanni aveva qualcosa in più, o forse qualcosa di diverso: una narrativa, una promessa, e un personaggio che avrebbe poi eclissato del tutto il battezzatore. Gesù di Nazareth si presenta al Giordano e chiede il battesimo. Questo dettaglio ha impegnato i teologi per secoli, perché è teologicamente imbarazzante: se Gesù è il Figlio di Dio senza peccato, perché mai avrebbe bisogno di essere lavato? Le risposte sono state molte, tutte più o meno convincenti, nessuna del tutto soddisfacente, il che è esattamente il tipo di problema che la teologia ama coltivare come un’orchidea rara.
Fatto sta che da quel gesto nel Giordano il battesimo cristiano prende la sua forma definitiva, almeno nelle intenzioni. Le prime comunità cristiane lo adottano subito come rito di iniziazione, con la formula trinitaria “nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo” che compare già nel vangelo di Matteo. Paolo di Tarso gli costruisce intorno una teologia potente e densa: immergersi nell’acqua è morire con Cristo, riemergere è risorgere con lui. È una delle metafore più efficaci della storia religiosa, visiva, immediata, corporea. Ci si immerge peccatori, ci si riemerge nuovi. Come la Fenice, ma con meno piume e più candidatura al paradiso.
La dottrina cattolica è precisa sull’argomento con la precisione chirurgica che caratterizza il diritto canonico quando è in vena di certezze. Il battesimo cancella il peccato originale, quella scomoda eredità genetica spirituale trasmessa dalla catastrofe del Giardino dell’Eden, dove un serpente particolarmente eloquente e una mela di provenienza dubbia avevano convinto i progenitori dell’umanità a fare esattamente quello che era stato detto loro di non fare. Il risultato di quella scena, secondo la teologia agostiniana, è che tutti gli esseri umani nascono in uno stato di separazione da Dio, e il battesimo è il ripristino del collegamento, come quando riavvii il router dopo un blackout. Si nasce come figli del peccato, si esce dal fonte battesimale come figli di Dio. La modalità ordinaria nella Chiesa cattolica latina è l’aspersione dell’acqua sulla fronte, il che è tecnicamente il minimo sindacale del bagnare, ma teologicamente sufficiente.
Gli ortodossi, che in queste faccende non fanno nulla a metà, la pensano diversamente e lo dimostrano con i fatti liturgici. La triplice immersione completa è la norma, e il rito battesimale ortodosso è un’esperienza sensoriale totale che comprende l’unzione con il crisma, la vestizione del neobattezzato con una tunica bianca, il giro processionante intorno al fonte, i canti, le preghiere, gli incensi, e una solennità complessiva che fa sembrare il battesimo cattolico una spruzzatina distratta durante il cambio del pannolino. Non è un giudizio di valore, è solo una constatazione liturgica. Gli ortodossi quando fanno una cosa la fanno con tutto il peso specifico della tradizione bizantina, e si vede.
E qui si apre il capitolo che ogni studioso di diritto canonico ricorda con un misto di ammirazione e sgomento. Nel 2022 la Congregazione per la Dottrina della Fede, l’organismo vaticano che vigila sull’ortodossia teologica con la stessa dedizione con cui un revisore dei conti controlla le fatture, ha emesso una dichiarazione che ha fatto tremare le sagrestie di mezzo mondo. Un sacerdote negli Stati Uniti aveva celebrato per anni battesimi usando la formula “Noi ti battezziamo nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo” invece del corretto e canonicamente obbligatorio “Io ti battezzo nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”. Una parola di differenza. Una sola parola. Ma quella parola cambia tutto, perché il “noi” implica che sia la comunità a battezzare, mentre il ministro del sacramento deve agire in persona Christi, cioè come rappresentante di Cristo, non come portavoce del gruppo. Risultato: tutti i battesimi celebrati con quella formula sono stati dichiarati invalidi. Il che significa, con una logica a cascata che avrebbe fatto tremare i polsi anche a Franz Kafka, che anche tutte le cresime di quei battezzati invalidi erano invalide, e che i sacerdoti ordinati tra i battezzati con quella formula erano stati ordinati in stato di non battesimo, rendendo le loro ordinazioni canonicamente problematiche. Un domino sacramentale di proporzioni kafkiane, appunto, che ha costretto centinaia di persone a ricevere i sacramenti da capo come se fossero state appena nate. Spiritualmente ringiovanente, burocraticamente apocalittico.
I protestanti, com’è loro costume, hanno preso la questione battesimale e l’hanno smontata, rimontata, discussa, contestata, reinterpretata e moltiplicata in varianti dottrinali di ogni tipo, il tutto con grande serietà teologica e una certa dose di reciproca incomprensione. I battisti, che già nel nome portano la loro posizione come uno stemma araldico, rifiutano categoricamente il battesimo dei neonati. Un bambino appena nato non può credere, non può scegliere, non può fare un atto di fede consapevole, quindi battezzarlo è un gesto vuoto di significato, una performance rituale senza sostanza. Solo un adulto capace di professione di fede autentica può ricevere il battesimo, e lo riceve per immersione completa, perché altrimenti non si chiamerebbe battesimo ma doccia benedetta. I luterani, invece, mantengono il battesimo infantile ma con una teologia della grazia diversa: è Dio che agisce nel sacramento, non la fede del soggetto, quindi anche un neonato può essere destinatario di questa azione divina. Calvino, ovviamente, aveva la sua versione, e i riformati la loro, e gli anabattisti quella diametralmente opposta, e i metodisti quella leggermente sfumata, e così via in una proliferazione dottrinale che è al tempo stesso la gloria e la tragedia del protestantesimo.
I pentecostali, che sono arrivati dopo ma con più energia di tutti gli altri messi insieme, aggiungono alla questione una variabile entusiasmante: il battesimo nello Spirito Santo. Non si tratta solo dell’acqua, ma di un’esperienza spirituale intensa, spesso accompagnata da fenomeni carismatici come la glossolalia, cioè il parlare in lingue, un fenomeno descritto negli Atti degli Apostoli durante la Pentecoste e interpretato come segno della presenza dello Spirito. La glossolalia, per chi non l’ha mai sentita dal vivo, somiglia in modo inquietante al linguaggio che si produce quando ci si sveglia nel mezzo della notte con il cervello ancora a metà tra sonno e veglia e si prova a spiegare cosa si stava sognando. Non è necessariamente un giudizio negativo, è solo una descrizione fenomenologica. I pentecostali ci credono profondamente e con convinzione sincera, il che merita rispetto anche quando il risultato sonoro fa alzare un sopracciglio agli estranei.
Detto questo, e preso atto che il cristianesimo nelle sue mille varianti ha elaborato intorno all’acqua un edificio teologico di straordinaria complessità, sarebbe miope non guardare oltre le proprie mura confessionali. Perché il resto del mondo, quello che non si è mai preoccupato di Agostino né del Codice di Diritto Canonico, ha comunque trovato i suoi modi per fare la stessa identica cosa: segnare un confine tra il fuori e il dentro, tra il prima e il dopo, tra il profano e il sacro.
Nell’Islam il meccanismo è radicalmente diverso eppure riconoscibile nella sua logica. Non esiste un battesimo, non esiste un rito di iniziazione che lasci un marchio sacramentale permanente. Quello che esiste è un sistema capillare e continuo di purificazione rituale che struttura la vita del credente dall’alba alla sera. Il wudu è l’abluzione parziale che precede ogni preghiera: mani, bocca, naso, viso, braccia, testa, orecchie, piedi, in un ordine preciso e con un’intenzione esplicita. Il ghusl è l’abluzione totale richiesta dopo situazioni di impurità maggiore. Non si tratta di un rito eccezionale ma di una pratica quotidiana, integrata nel ritmo della vita con una pervasività che il battesimo cristiano, evento unico e irripetibile, non ha. Alla nascita il neonato musulmano non viene bagnato liturgicamente ma viene accolto nella comunità dei credenti attraverso l’adhan, la chiamata alla preghiera, che il padre o l’imam mormora nell’orecchio destro del bambino appena nato. È un atto di una semplicità poetica notevole: la prima cosa che senti, entrando nel mondo, è il richiamo a Dio. Niente acqua, niente unzioni, niente formule complesse. Solo una voce che dice: benvenuto, e ora sai già qual è la direzione. Per chi vuole convertirsi all’Islam, poi, il meccanismo è di un minimalismo quasi provocatorio rispetto alla complessità battesimale cristiana: basta pronunciare con sincerità la Shahada, “Non c’è altra divinità all’infuori di Dio, e Muhammad è il messaggero di Dio”. Una frase. Davanti a testimoni, possibilmente, ma anche quella è una raccomandazione pratica più che un requisito assoluto. Niente tinozze, niente fonti, niente pergolati fioriti. Solo le parole giuste, dette con il cuore.
L’ebraismo, come si diceva, ha il mikveh, ma sarebbe riduttivo fermarsi lì. Il sistema di purificazione rituale ebraico è articolato e stratificato, con una logica interna precisa. Il mikveh non è un battesimo nel senso cristiano perché non è un rito irripetibile che lascia un marchio definitivo sull’anima. È invece un rito ripetibile, periodico, funzionale a ristabilire uno stato di purezza rituale che si perde per ragioni fisiologiche o di contatto con il mondo. Le donne lo praticano al termine del ciclo mestruale prima di riprendere la vita coniugale, e questo non è un giudizio di impurità morale ma una questione di cicli naturali e stati rituali che il pensiero rabbinico ha elaborato con grande attenzione. I convertiti lo praticano come parte del processo di conversione, insieme alla circoncisione per gli uomini e allo studio della Torah. L’acqua che scorre, l’acqua viva, ha nella tradizione ebraica un valore simbolico e pratico che non ammette compromessi: non basta qualsiasi acqua, deve essere acqua naturale, non raccolta artificialmente, non trattata chimicamente. È una teologia dell’acqua che privilegia l’autenticità sulla convenienza.
Nell’induismo, che è meno una religione nel senso occidentale del termine e più un universo di pratiche, filosofie, divinità e tradizioni tenute insieme da fili molto elastici, il concetto di rito iniziatico si moltiplica in una costellazione di samskara, i riti di passaggio che accompagnano ogni fase della vita dall’ito al decesso. Sono sedici secondo la tradizione classica, anche se nella pratica reale la maggior parte viene tralasciata da tempo. Tra quelli ancora vivi, l’upanayana è il più paragonabile a un rito di iniziazione religiosa formale. Celebrato per i bambini maschi delle prime tre caste, il cosiddetto “secondo nascita”, consiste nel ricevere il sacro filo, un cordoncino di tre fili che si porta per tutta la vita attraversando il petto dalla spalla sinistra all’anca destra, e nell’inizio dello studio dei Veda sotto la guida di un guru. È il momento in cui un ragazzo smette di appartenere solo alla sua famiglia biologica e diventa membro della tradizione spirituale dei suoi antenati. L’acqua c’entra marginalmente, ma la logica del passaggio è la stessa: prima ero fuori, ora sono dentro, e questo “dentro” implica responsabilità, studio, appartenenza.
Nel buddismo theravada, che è forse la tradizione religiosa più razionalmente sobria nella sua struttura rituale, l’ingresso nella vita monastica è l’atto di iniziazione per eccellenza. Non si tratta di qualcosa che capita una volta sola e per sempre, almeno non necessariamente. In Thailandia e in Birmania è usanza che ogni giovane maschio trascorra un periodo nella vita monastica, anche solo di poche settimane, come forma di formazione spirituale e restituzione karmico alla propria famiglia. Il rito prevede la rasatura del capo, che è uno dei gesti simbolici più potenti in termini di rinuncia all’identità sociale, la vestizione con la tunica color zafferano, e la recita dei Tre Rifugi: mi rifugio nel Buddha, mi rifugio nel Dharma, mi rifugio nel Sangha. Tre frasi brevi che però cambiano tutto l’orientamento di una vita, almeno per il periodo in cui si è monaco. È un’iniziazione consapevole e reversibile, cosa che la distingue dalla maggior parte dei battesimi cristiani, che irripetibili e permanenti lo sono per definizione dottrinale.
Le tradizioni indigene di tutto il mondo, quelle che gli studiosi di storia delle religioni chiamano con un termine un po’ generico “religioni tradizionali” e che gli antropologi hanno esplorato con risultati spesso più accurati delle sintesi teologiche, offrono forse i riti iniziatici più fisicamente impegnativi e simbolicamente densi. I Masai dell’Africa orientale hanno riti di passaggio all’età adulta che includono periodi di isolamento, prove fisiche, modificazioni corporee, e trasformazioni identitarie radicali: si entra bambini, si esce guerrieri, con un nome nuovo, uno status nuovo, e un posto nella struttura sociale della comunità. Le culture native americane delle pianure settentrionali hanno la cerimonia della capanna del sudore, inipi in lakota, uno spazio sacro costruito con struttura a cupola coperta di pelli dove si entra con pietre arroventate e acqua per produrre vapore, si prega, si canta, si suda in modo biblico, e si affronta simbolicamente una piccola morte e resurrezione. Si esce cambiati, purificati, e almeno temporaneamente disidratati, ma con un senso di rinascita che chi l’ha vissuto descrive come autentico e profondo. L’acqua qui è vapore, non liquido, ma la funzione simbolica è identica: dissolve il vecchio, prepara il nuovo.
Nell’America Latina dove il cattolicesimo coloniale si è mescolato con le tradizioni religiose africane portate dagli schiavi e con quelle indigene mai del tutto cancellate, si assiste a fenomeni di sincretismo religioso di straordinaria complessità e vitalità. Il Candomblé brasiliano e la Santeria cubana sono sistemi religiosi autonomi con i propri riti di iniziazione, i propri sacerdoti, le proprie divinità chiamate Orisha o Orixá, le proprie cerimonie di possessione e guarigione. In molte famiglie praticanti di queste tradizioni i bambini vengono battezzati in chiesa la domenica mattina e presentati agli Orisha il sabato sera, con due identità rituali che convivono senza necessariamente confliggere nella pratica quotidiana. Il parroco cattolico di solito non sa, o fa finta di non sapere, e il babalawo, il sacerdote del Candomblé, ha una comprensione pluralistica della realtà religiosa che molti teologi occidentali farebbero bene a studiare. Non per convertirsi, ovviamente, ma per capire quanto sia limitata la pretesa che un solo rito, una sola formula, una sola tinozza possa esaurire la fame umana di appartenenza sacra.
Le religioni new age, categoria ombrello che raccoglie tutto quello che non rientra altrove e che i sociologi della religione studiano con mix di interesse accademico e perplessità classificatoria, si sono naturalmente inventate i propri riti. Nella Wicca e nelle tradizioni neo-pagane di varia ispirazione esistono cerimonie di benvenuto per i neonati chiamate wiccaning o saining, che invocano i quattro elementi, le direzioni cardinali, e le deità del pantheon prescelto. Non sono vincolanti, il bambino potrà scegliere la propria strada da adulto, e spesso il rito è personalizzato a tal punto da diventare qualcosa di completamente unico per ogni famiglia. Un battesimo su misura, tagliato come un abito sartoriale, con l’astrologia e i cristalli al posto del Codice di Diritto Canonico. Non è necessariamente meno sincero, è solo meno standardizzato, il che può essere un pregio o un difetto a seconda di come si valuti il rapporto tra autenticità individuale e tradizione comunitaria.
E poi arriva il momento in cui la storia del battesimo incontra la storia della tecnologia, e il risultato è la cosa più grottesca e al tempo stesso più rivelatrice di cosa sia diventata la religione nell’epoca dei social media. Durante il lockdown del 2020 alcuni pastori evangelici americani, con la flessibilità pragmatica che caratterizza certa protestantesimo nordamericano, hanno cominciato a offrire battesimi via Zoom. Il fedele si collegava dalla propria vasca da bagno, il pastore appariva sullo schermo del tablet appoggiato allo scaffale degli shampoo, pronunciava la formula, e il candidato si immergeva da solo nell’acqua del proprio bagno domestico. Un rito fai-da-te, benedetto a distanza, con la fibra ottica come mezzo di trasmissione della grazia. Il Vaticano ha risposto con rapidità e chiarezza: invalido. I sacramenti richiedono la presenza fisica, la materia deve incontrare fisicamente il soggetto, il ministro deve essere presente corporalmente. Niente streaming, niente latenza da tre millisecondi tra la formula e l’aspersione. La grazia, almeno per Roma, non viaggia su protocollo TCP/IP.
Ma la questione sollevata da quei battesimi via Zoom è più seria di quanto sembri. In un mondo in cui le persone si sposano online, si laureano in videochiamata, assistono ai funerali dei propri cari attraverso uno schermo, e partecipano a messe in streaming con il rosario in una mano e lo smartphone nell’altra, la domanda su cosa costituisca “presenza” in un rito religioso è tutt’altro che banale. Il corpo è necessario? E se sì, in quale senso? La teologia cattolica direbbe di sì, e ha le sue ragioni storiche e dottrinali ben consolidate. Ma la domanda rimane aperta per milioni di persone che hanno vissuto la pandemia come un esperimento forzato di religiosità digitale e che non hanno trovato la loro esperienza spirituale meno autentica solo perché si svolgeva davanti a uno schermo.
Quel che resta, al di là di tutte le differenze teologiche, liturgiche, geografiche e storiche, è una costante che attraversa l’intera storia religiosa dell’umanità con la tenacia di un filo d’acqua tra le rocce. L’essere umano ha bisogno di segnare i passaggi. Ha bisogno di dire: qui finisce una cosa e ne comincia un’altra. Qui ero uno, ora sono un altro. Qui ero solo, ora appartengo. E per farlo usa il corpo, usa i sensi, usa gli elementi naturali, usa la voce e il gesto e il simbolo. L’acqua è solo l’elemento più diffuso, il più accessibile, il più universalmente comprensibile nel suo potere di purificare e trasformare. L’acqua lava, l’acqua disseta, l’acqua riflette, l’acqua porta via quello che non serve più. È una metafora così ovvia che quasi tutte le culture del mondo l’hanno scoperta indipendentemente, il che non fa che renderla più potente.
Il battesimo cristiano, con tutta la sua architettura teologica, i suoi dibattiti conciliari, le sue controversie sulla forma e sulla materia, le sue dispute sulla validità della formula e sull’intenzione del ministro, è alla fine una versione particolarmente elaborata di questo gesto universale. Non è né il primo né l’unico, ma è forse il più teologicamente elaborato, il più giuridicamente preciso, e certamente il più capace di generare controversie burocratiche di portata cosmica a partire da una singola parola sbagliata.
La prossima volta che si assiste a un battesimo, qualunque esso sia, in qualunque tradizione, con qualunque quantità d’acqua e qualunque formula pronunciata, vale la pena fermarsi un momento a pensare a quante volte, in quanti secoli, in quante culture, qualcuno ha fatto esattamente la stessa cosa. Ha preso dell’acqua, ha guardato un essere umano negli occhi, e ha detto: benvenuto. Sei dentro. Sei uno di noi. Che poi i capelli restino bagnati, che la formula sia giusta o sbagliata, che il prete sia presente in carne e ossa o sullo schermo di un tablet tra lo shampoo e il balsamo, la sostanza non cambia. L’umanità continua a cercare appartenenza, a segnare soglie, a trasformare l’acqua in simbolo. E lo fa con una costanza così commovente da fare quasi dimenticare quanto spesso quella stessa acqua sia stata usata non per unire, ma per dividere, per decidere chi era dentro e chi era fuori, chi era salvo e chi era perduto. Ma questa, come si dice sempre nei momenti in cui la storia diventa scomoda, è tutta un’altra storia. O forse è la stessa, vista dal lato sbagliato della tinozza.

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Il Venerabile Ordine del Biscotto Spezzato è un blog ironico e contemplativo, dove spiritualità e dolcezza si incontrano tra briciole e riflessioni. Qui si parla di religione nel mondo, ma anche di quanto tutte le religioni siano, in fondo, invenzioni umane. Il vero divino? Lo troviamo nella natura, nel silenzio, nei piccoli gesti, e sì… anche nei biscotti che si rompono prima d’essere inzuppati. Il tono è rilassato, a volte filosofico, spesso scanzonato. C’è spazio per miti, leggende, cammini spirituali e passeggiate nei boschi. Niente fanatismi, solo morbide illuminazioni. Un luogo per chi cerca domande più che risposte, conforto più che verità. Prenditi una pausa, spezza un biscotto e leggi in pace.

~ Sergio De Amicis

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