C’è un’immagine che mi ha colpito oggi come un incudine della ACME lanciata dal bordo di un burrone, e se conoscete il meccanismo sapete già che quell’incudine non colpisce mai chi dovrebbe colpire, ma finisce sempre sulla testa di chi l’ha lanciata. Eppure stavolta no. Stavolta l’incudine è caduta esattamente dove doveva cadere, cioè nel mezzo del petto, in quel punto preciso dove teniamo nascosti i ricordi che non vogliamo guardare perché fanno troppo male e troppo bene allo stesso tempo.
Ho visto Willie Coyote, vecchio. Vecchio davvero. Non il vecchio dignitoso delle pubblicità dei fondi pensione, non il vecchio saggio con la barba lunga che ti dispensa consigli dal monte, ma vecchio nel modo in cui si diventa vecchi quando hai passato una vita intera a correre dietro qualcosa che non hai mai preso e le ginocchia a un certo punto ti presentano il conto. Stava seduto su una sedia a dondolo, nel portico di una casa che probabilmente si è costruito da solo con i resti di tutti quei marchingegni ACME che non hanno mai funzionato come promesso nel catalogo. E guardava l’orizzonte. Quello stesso orizzonte fatto di rocce rosse e polvere del deserto che per decenni è stato il teatro delle sue sconfitte più spettacolari, dei suoi voli più lunghi, delle sue cadute più fragorose. Solo che adesso non stava progettando niente. Non stava sfogliando nessun catalogo. Non stava disegnando nessun piano diabolico su una lavagna. Stava semplicemente guardando. E lasciatemi dire che c’è qualcosa di devastante in un personaggio che hai sempre conosciuto in movimento, sempre proiettato verso il prossimo tentativo, sempre con quella fiamma negli occhi che diceva “questa volta funzionerà”, quando lo trovi fermo. Fermo non perché qualcuno lo abbia fermato, ma perché le gambe a un certo punto smettono di correre anche quando il cuore vorrebbe ancora.
Ma la parte che mi ha veramente distrutto è quello che è successo dopo. Dall’orizzonte, piano piano, con un’andatura che era l’ombra sbiadita di quella velocità un tempo leggendaria, è arrivato lui. Beep Beep. Solo che non correva. Zoppicava. Una di quelle zampe che una volta erano così veloci da lasciare solo una scia di polvere e un “beep beep” beffardo adesso si trascinava sul terreno polveroso con la dignità claudicante di chi ha percorso troppe miglia e lo sa. E non scappava. Per la prima volta in tutta la storia della loro esistenza, Beep Beep non stava scappando da Willie Coyote. Stava andando verso di lui.
Pensateci un momento. Due esseri che per tutta la vita hanno avuto un unico schema relazionale, inseguitore e inseguito, genio incompreso e pollo beffardo (sì, tecnicamente è un uccello corridore, ma dopo quarant’anni di inseguimenti credo che il coyote gli avrebbe dato appellativi meno scientifici), e adesso quello schema non esiste più perché nessuno dei due ha più la forza di sostenerlo. Beep Beep è salito quei pochi gradini del portico con la fatica di chi una volta li avrebbe saltati senza nemmeno accorgersene, si è seduto accanto a Willie e ha appoggiato il suo posteriore provato dal tempo sulla sedia con quel gesto universale dello “sto stanco in un modo che il riposo non cura”. Si è messo anche lui a guardare l’orizzonte. Lo stesso orizzonte. Dalla stessa angolazione. Per la prima volta nella storia, dalla stessa parte.
E poi sui loro volti si è aperto un sorriso. Un sorriso sincero, di quelli che non nascondono un piano segreto, di quelli che non precedono l’ennesimo tentativo fallimentare. Un sorriso fatto di complicità, di amicizia, di rispetto. Il sorriso di due vecchi guerrieri che finalmente capiscono di essere stati, per tutto quel tempo, la cosa più importante nella vita dell’altro.
Ora, partiamo da una domanda semplice e brutale: Willie Coyote ha mai voluto davvero prendere Beep Beep? La risposta ovvia è sì, certo, ogni singolo episodio è costruito intorno al suo desiderio ossessivo di catturare quell’uccello maledettamente veloce. Ma la risposta ovvia è quasi sempre quella sbagliata. Perché se il coyote avesse voluto davvero mangiare, avrebbe potuto semplicemente ordinare del cibo. Il tipo aveva un account ACME con credito apparentemente illimitato. Ordinava razzi, catapulte, costumi da donna (e nessuno ne parla mai abbastanza), vernici per dipingere tunnel finti sui muri di roccia, pattini a reazione, calamite giganti, e una quantità di dinamite sufficiente a far saltare il New Mexico dalla cartina geografica. Con lo stesso budget avrebbe potuto ordinare bistecche per tre generazioni di coyote. Ma non lo faceva. Perché non era fame quella. Era qualcos’altro. Era il bisogno di avere uno scopo. Una ragione per svegliarsi la mattina, aprire il catalogo ACME e dire “oggi è il giorno buono”. Willie Coyote non voleva prendere l’uccello. Voleva volere prendere l’uccello. La caccia non era il mezzo, era il fine. E questo, se ci pensate bene, è esattamente quello che facciamo tutti.
Quante volte nella vita abbiamo inseguito qualcosa convinti che catturarla avrebbe risolto tutto, riempito il vuoto, dato un senso alla sveglia delle sei di mattina? La promozione. La casa più grande. L’auto migliore. Il partner perfetto. E quante volte, nelle rare occasioni in cui quella cosa l’abbiamo raggiunta, ci siamo trovati a fissare il muro con la stessa espressione vuota di chi ha aperto il pacco della ACME e ha trovato dentro esattamente quello che aveva ordinato, solo per scoprire che non era quello che voleva davvero? Il coyote è Sisifo col pelo. Spinge il masso su per la montagna, il masso rotola giù, e lui torna al catalogo ACME per ordinare un masso migliore. L’unica differenza è che Sisifo non aveva la possibilità di lamentarsi col servizio clienti, mentre Willie avrebbe avuto diritto a un rimborso per circa quattromila prodotti difettosi e non ne ha mai chiesto uno. Il che lo rende o il cliente più fedele della storia o il più stupido, e probabilmente entrambe le cose.
Ma parliamo anche di Beep Beep, perché quel pennuto merita attenzione. Noi tendiamo a identificarci con Willie, il perdente, il genio incompreso, quello che ci prova sempre e non ce la fa mai. Ma che vita è stata quella di Beep Beep? Passare l’intera esistenza a correre, a scappare, a essere veloce non perché lo volevi ma perché dovevi. Non c’è mai stato un episodio in cui Beep Beep si fermasse a guardare un tramonto, raccogliesse un fiore, si iscrivesse a un corso di ceramica. La sua vita era definita interamente dalla fuga. Era libero? O era prigioniero quanto il coyote, solo in una gabbia diversa, una gabbia fatta di velocità obbligatoria e di un “beep beep” che era meno un grido di trionfo e più un grido d’aiuto che nessuno ha mai interpretato correttamente? Perché se ci pensate, un tipo che può dire solo due sillabe per tutta la vita o è molto zen o è molto disperato, e non è detto che le due cose si escludano.
Ecco perché quella scena sul portico è così potente. Perché per la prima volta entrambi sono liberi. Il coyote è libero dal bisogno di inseguire. Beep Beep è libero dal bisogno di fuggire. E nella libertà scoprono che si somigliano molto più di quanto avessero mai immaginato. Sono due creature stanche, modellate dalla stessa storia, segnate dalle stesse miglia di deserto. Nessun altro al mondo sa cosa significa aver vissuto quella vita. Nessun altro coyote capirà mai cosa si prova a cadere da un burrone con un razzo legato alla schiena. Nessun altro uccello capirà mai cosa si prova a correre sapendo che dietro di te c’è qualcuno che non si arrenderà mai. Sono soli al mondo, tranne che l’uno per l’altro.
E qui arriviamo al punto: non erano nemici. Non lo sono mai stati. Erano partner. I due lati della stessa medaglia, le due metà della stessa storia, e senza l’uno la vita dell’altro non avrebbe avuto alcun senso. Le persone che abbiamo combattuto, quelle che ci hanno fatto impazzire, quelle che ci hanno costretto a superare i nostri limiti, a inventare soluzioni creative, a rialzarci dopo ogni caduta, non erano i nostri nemici. Erano i nostri maestri. Quel collega insopportabile che vi ha costretto a diventare migliori nel vostro lavoro. Quell’ex che vi ha spezzato il cuore e vi ha obbligato a ricostruirvi da zero. Quel compagno di scuola che vi prendeva in giro e che, senza volerlo, vi ha dato la rabbia necessaria per dimostrare al mondo che valeva la pena ascoltarvi. Sono tutti i vostri Beep Beep. E voi siete stati il loro Willie Coyote. Solo con meno dinamite, si spera.
E poi c’è la questione della ACME, che merita un monumento alla memoria del marketing più truffaldino della storia dell’animazione. La ACME Corporation è stata per il coyote quello che le promesse della pubblicità sono per tutti noi: la garanzia che il prossimo prodotto sarà quello giusto, che il prossimo acquisto risolverà il problema, che la prossima novità ti renderà finalmente capace di raggiungere ciò che desideri. Il razzo esplode al lancio? Ordina il modello successivo. La catapulta si ribalta? Prova la versione premium. La colla extra forte incolla te invece del bersaglio? C’è la linea professionale. Willie era il consumatore perfetto: eternamente insoddisfatto, eternamente fiducioso, eternamente pronto a inserire i dati della sua carta di credito. Se Amazon avesse avuto un cliente così, Jeff Bezos avrebbe pianto di gioia. Ma sul portico non ci sono pacchi della ACME. Non ci sono cataloghi. Non ci sono promesse. C’è solo la realtà nuda di due corpi invecchiati e un orizzonte che non promette nulla, e proprio per questo mantiene tutto.
Guardiamo anche quel sorriso più da vicino, perché è un sorriso pieno di onore. Sì, onore. Una parola che suona antica in un’epoca in cui tutto è fluido e negoziabile. Ma quei due si sono rispettati per tutta la vita. Willie non ha mai smesso di provare. Beep Beep non ha mai smesso di correre. Nessuno dei due ha mai tradito il proprio ruolo. Nessuno dei due ha mai detto “sai che c’è, mi ritiro”. Hanno giocato la partita fino in fondo, con lealtà, con costanza, con una testardaggine che definire eroica è riduttivo. E ora, nella vecchiaia, raccolgono il frutto più inaspettato di quella lealtà: il rispetto reciproco che fiorisce in qualcosa che somiglia maledettamente all’amore. Non amore romantico, per carità, non voglio nemmeno immaginare come sarebbe quel matrimonio (lui che le prepara trappole a colazione, lei che scappa dal tavolo prima del dessert). Ma quell’amore che nasce tra compagni d’arme, tra persone piegate dalla stessa esperienza, tra chi ha attraversato la stessa tempesta e ne è uscito con le stesse ammaccature.
E sapete cosa c’è di paradossale e magnifico? Che Willie alla fine ha ottenuto Beep Beep. Non come preda, ma come amico. Non attraverso un piano ingegnoso, ma attraverso la resa. Non grazie alla ACME, ma grazie al tempo. Ha ottenuto la cosa che ha inseguito per tutta la vita, solo in una forma che non aveva mai immaginato e che si è rivelata infinitamente migliore. Voleva catturarlo e mangiarselo, e invece si è seduto accanto a lui e ha condiviso un tramonto. Se questo non è il più grande plot twist della storia, ditemi voi cos’è.
C’è un concetto nel pensiero orientale che si chiama wu wei, il non agire. Non significa pigrizia, significa smettere di combattere contro il flusso naturale delle cose. Smettere di forzare. Willie ha passato tutta la vita a forzare: razzi, catapulte, trabocchetti, ingegneria applicata alla cattura di volatili. Ha fallito ogni singola volta. Poi ha smesso di forzare. Si è seduto. Ed è arrivato tutto da solo. Beep Beep è venuto da lui. Non perché costretto, non perché intrappolato, ma perché anche lui aveva bisogno di fermarsi, e il portico del coyote era l’unico posto al mondo dove fermarsi avesse senso. L’unico essere che potesse capire la sua stanchezza era proprio colui da cui aveva sempre corso via. Se questo non vi fa riflettere, controllate di avere ancora il battito.
La parte che mi commuove di più sono le gambe. Quelle del coyote che non corrono più, quelle di Beep Beep che zoppicano. Il corpo che si arrende prima dello spirito. Perché è sempre così. Lo spirito vorrebbe continuare, il cuore è ancora quello del giovane coyote che apriva i pacchi ACME con gli occhi che brillavano, ma le gambe dicono basta. E quando le gambe dicono basta, l’unica opzione dignitosa è trovare una sedia comoda e qualcuno con cui condividere la vista. Accettare che il corpo rallenta, sedersi con questa consapevolezza e sorridere, è forse l’atto di coraggio più grande che un essere vivente possa compiere. Più del razzo. Più della catapulta. Più di qualsiasi marchingegno della ACME.
E la cosa più bella di tutte è che non c’è un vincitore. Per tutta la durata della loro storia, la domanda era: chi vincerà? Ma sul portico la domanda evapora come acqua nel deserto. Non c’è vincitore perché non c’era mai stata una gara vera. C’era un ballo. Complicato, violento, esplosivo, doloroso e bellissimo, ma pur sempre un ballo. E alla fine i due ballerini si siedono, si guardano, e capiscono che senza il partner il ballo non sarebbe stato possibile. Nessuno applaude. Non serve. Il sorriso è l’applauso.
E allora ecco il punto di tutto questo, se proprio ne vogliamo uno. Non siamo in gara. Con nessuno. La persona che vi sembra il vostro peggior nemico potrebbe rivelarsi il vostro miglior compagno. L’obiettivo che inseguite da una vita potrebbe non essere quello che vi renderà felici, ma l’inseguimento stesso potrebbe essere il regalo. Le gambe rallenteranno. L’orizzonte si avvicinerà. E quando succederà, l’unica cosa che conterà davvero è se avete qualcuno accanto con cui condividere la vista. Qualcuno che non vi chiede di essere veloci, o furbi, o vincenti. Qualcuno che vi chiede solo di esserci.
Cercate quella persona. Invitatela sul portico. Offritele una sedia. E guardate insieme l’orizzonte.
Perché alla fine dei conti, se un vecchio coyote zoppicante e un vecchio uccello corridore con l’artrite possono trovare la pace seduti fianco a fianco dopo una vita passata a cercare di distruggersi, forse c’è speranza anche per noi. Che siamo tutti un po’ Willie e un po’ Beep Beep, a seconda dei giorni e delle circostanze. E la sedia a dondolo sul portico ci aspetta. Basta smettere di correre per trovarla.
La sedia cigola. Il sole scende. Il deserto tace. E se tendete l’orecchio, in lontananza, potete sentire un debolissimo, stanchissimo, quasi sussurrato “beep beep”. Non è una sfida. È un saluto tra vecchi amici che finalmente si sono trovati nell’unico modo possibile: fermandosi.



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