Esiste un film che ha convinto almeno tre generazioni di adolescenti che salire su un banco di scuola fosse un atto rivoluzionario paragonabile alla presa della Bastiglia. Il film si chiama “L’Attimo Fuggente”, uscito nel 1989, diretto da Peter Weir, e ha fatto più danni del motorino di un quindicenne al primo sabato sera libero. Non danni nel senso negativo del termine, sia chiaro. Danni nel senso che ha rotto qualcosa dentro le persone, ha incrinato la superficie liscia e rassicurante della vita organizzata in modo sensato, ha fatto entrare uno spiffero di aria fredda e vivificante in stanze che erano rimaste chiuse troppo a lungo. Quel tipo di danno che, a distanza di anni, si chiama ancora crescita.
Il problema, che nessuno ha mai avuto il coraggio di sollevare con sufficiente chiarezza, è che una parte considerevole di quelle persone ha poi applicato il concetto di “cogliere l’attimo” con risultati quantomeno creativi. C’è chi ha mollato un lavoro stabile un mercoledì mattina dopo aver rivisto il film su Netflix, chi ha comprato uno scooter rosso a trentanove anni convinto di essere finalmente se stesso, chi ha aperto un bed and breakfast in montagna senza aver mai cambiato un lenzuolo in vita propria e chi, caso forse più diffuso degli altri, ha semplicemente iniziato a ordinare l’ammazzacaffè anche nei giorni feriali perché, in fondo, si vive una volta sola. Carpe Diem, appunto.
Ora, prima di procedere, è necessario fare una precisazione storica che il marketing del buonumore ha sistematicamente ignorato perché avrebbe rovinato le vendite delle tazze da colazione con la scritta motivazionale. Orazio, il poeta latino che il Carpe Diem lo aveva inventato davvero, nell’Ode XI del Libro I delle Carmina, stava dicendo qualcosa di molto più articolato di quanto poi sia stato impresso sulla ceramica. La frase completa è “Carpe diem, quam minimum credula postero”, che tradotta con onestà brutale significa: cogli il giorno, fidandoti il meno possibile del domani. Orazio viveva nel I secolo a.C., in un mondo senza antibiotici, senza previsioni del tempo attendibili e con un’aspettativa di vita che rendeva i cinquant’anni un traguardo da festeggiare con la stessa intensità con cui oggi si festeggerebbe la vittoria di un reality show. Il suo invito a godersi il presente aveva una base esistenziale concretissima e piuttosto scomoda: il futuro era genuinamente incerto, il domani poteva non arrivare, e quindi aveva senso smettere di trattare la propria vita come una sala d’aspetto.
Duemila anni dopo, noi quella sala d’aspetto l’abbiamo arredata con cura maniacale. Ci abbiamo messo il divanetto comodo, la rivista vecchia di sei mesi, il numero da ritirare all’ingresso e una pianta grassa che resiste a tutto, perfino alla nostra presenza. Aspettiamo il momento giusto per fare la cosa giusta, e nel frattempo sistemiamo la scrivania, rispondiamo alle email non urgenti, partecipiamo a riunioni che potevano tranquillamente essere un messaggio vocale, e rimandiamo al lunedì prossimo quella conversazione importante, quell’idea che teniamo in fondo a un cassetto mentale da diciotto mesi, quella versione di noi stessi che abbiamo promesso di tirare fuori quando le condizioni saranno finalmente ottimali. Le condizioni non saranno mai ottimali. Questo è il segreto che nessuno vi ha detto all’orientamento scolastico.
Parliamo adesso di te. Sì, tu. Quello che sta leggendo questo articolo probabilmente in un momento in cui dovrebbe fare altro, il che è già di per sé un piccolo atto di ribellione degno di rispetto. Pensa all’ultima volta in cui hai fatto qualcosa per la prima volta. Non qualcosa di enorme, non scalare l’Himalaya o attraversare l’Atlantico a nuoto. Qualcosa di qualsiasi dimensione che non avevi mai fatto prima e che hai fatto sapendo che avresti potuto sbagliare, fare la figura dell’idiota, deludere qualcuno o semplicemente fallire in modo spettacolare. Riesci a ricordarlo? Se sì, probabilmente riesci anche a ricordare come ti sei sentito subito dopo, quella combinazione strana di adrenalina, sollievo e qualcosa che somiglia vagamente all’orgoglio ma è più sottile, più privato, più tuo. Quella sensazione ha un nome tecnico in psicologia e si chiama autoefficacia, ma la chiameremo con il suo nome popolare: sentirsi vivi.
Il film di Peter Weir racconta esattamente questo. Non racconta eroi. Racconta persone normalissime, ragazzi di buona famiglia in un istituto privato del Vermont, il tipo di posto dove le regole sono scritte sul marmo e i genitori hanno aspettative che pesano come mobili di antiquariato, che si scontrano con la domanda più scomoda che l’esistenza umana abbia mai prodotto: questa vita che sto vivendo è davvero mia? Non quella di mio padre. Non quella che mi aspetta secondo il piano stabilito prima ancora che imparassi ad allacciarmi le scarpe. La mia. Quella che sento quando smetto di fare rumore e mi metto ad ascoltare.
Fermati un secondo su questa domanda perché merita più di un secondo. Quante delle cose che fai ogni giorno le fai perché le hai scelte davvero? Non perché sono ragionevoli, non perché ci sei finito dentro per una serie di decisioni sensate prese una alla volta, non perché “in fondo non va poi così male” che è la frase con cui gli esseri umani si rassegnano alle cose più disparate, dal posto di lavoro al taglio di capelli. Quante le hai scelte? Prenditi un momento. Il resto dell’articolo aspetta, non scappa da nessuna parte, ha già il numero.
Il professore del film, quello interpretato da Robin Williams con quella sua energia che sembrava provenire da una fonte di corrente alternativa, non stava insegnando ai ragazzi a fare scelte avventate. Non stava dicendo mollate tutto e seguite i vostri sogni come se la vita fosse uno spot pubblicitario per un’azienda di succhi di frutta biologici. Stava insegnando una cosa molto più difficile e molto meno fotogenica: stava insegnando loro a guardare. A guardare davvero, non a scorrere con gli occhi sopra la superficie delle cose come si fa con un feed social. A salire sul banco non per fare scena ma per cambiare angolazione, per vedere la stessa aula, la stessa vita, la stessa mattina da un punto di vista leggermente diverso che, scopre chi lo prova, cambia tutto.
La psicologia cognitiva ha poi trovato il modo di dirlo con i numeri, che è il modo in cui le cose diventano ufficiali. Amy Cuddy, nel suo lavoro pubblicato nel 2015 nel volume “Presence” e nelle ricerche condotte ad Harvard, ha dimostrato che cambiare postura corporea modifica in modo misurabile gli stati mentali e la propensione all’azione. Non è magia. Non è motivazione da palco con musica pomposa in sottofondo. È fisiologia. Il corpo e la mente si parlano continuamente e si influenzano a vicenda, il che significa che il modo in cui occupi fisicamente lo spazio intorno a te ha effetti reali su chi sei in quel momento. Keating lo sapeva in modo intuitivo nel 1959 filmico, Orazio lo intuiva nel 23 a.C., e noi abbiamo impiegato duemila anni e un dipartimento universitario per trovare il modo di scriverci un paper sopra.
Ma torniamo a te, perché sei tu il punto. Hai mai avuto un’idea che non hai detto perché la riunione stava già andando in un’altra direzione? Hai mai tenuto per te un’opinione perché il momento non sembrava quello giusto, e poi il momento giusto non è arrivato, e l’opinione è rimasta lì a fare polvere in fondo alla tua testa come quella bicicletta in cantina che userai la prossima primavera? Hai mai rimandato una telefonata importante perché ti sentivi impreparato, come se le conversazioni decisive richiedessero un riscaldamento e una colazione proteica? Hai mai guardato qualcuno fare qualcosa con una naturalezza invidiabile e pensato “io non sarei capace” senza aver mai provato, basandoti su una valutazione fatta da te su te stesso a partire da zero dati sperimentali?
Benvenuto nel club. Il club è enorme, ha sedi in tutto il mondo, non ha quote di iscrizione perché ci si iscrive automaticamente intorno ai dodici anni e quasi nessuno presenta le dimissioni. Il club si chiama “Aspetto il Momento Giusto” ed è l’organizzazione no profit più produttiva della storia dell’umanità in termini di sogni non realizzati, conversazioni non avute, libri non scritti, scuse non chieste, viaggi non fatti e versioni di se stessi mai incontrate.
Il film ha una scena che vale più di mille corsi di sviluppo personale e costa infinitamente meno. Un ragazzo timido, il tipo di persona che entra in una stanza cercando di occupare il minor spazio possibile per non disturbare l’aria, viene trascinato davanti alla classe dal professore e costretto a improvvisare una poesia partendo da un’immagine. Il ragazzo è terrorizzato. Terrorizzato in modo autentico, non cinematografico. Il tipo di terrore che conosci bene se sei mai stato messo sul posto senza preavviso, quel terrore che sale dallo stomaco e arriva alla gola e trasforma le parole in oggetti non identificati. E poi succede qualcosa. Il professore non lo lascia andare. Lo accompagna, lo spinge, gli fa da specchio, e da quel terrore autentico esce un verso vero, una cosa che appartiene solo a quel ragazzo, che non esisteva prima di quel momento e che non sarebbe mai esistita se lui avesse avuto la possibilità di dire no grazie preferisco restare seduto.
Quella scena è te. Sei tu ogni volta che qualcuno ti chiede cosa pensi davvero e stai per dire “boh, non saprei, dipende” che è la risposta con cui gli esseri umani si proteggono dall’esposizione. Sei tu ogni volta che hai qualcosa da dire e aspetti che qualcun altro lo dica prima, così puoi essere d’accordo senza rischiare nulla. Sei tu ogni volta che sai già la risposta ma fai ancora la domanda per essere sicuro, per avere una conferma esterna di qualcosa che la tua voce interna ti sta dicendo da mesi con una chiarezza imbarazzante.
La cosa più interessante che il film fa, e che quasi nessuno nota perché è troppo occupato a piangere nelle scene giuste, è che non glorifica la ribellione in quanto tale. Non dice rompi le regole perché le regole sono cattive. Non dice segui sempre il tuo istinto perché l’istinto è sempre giusto, il che sarebbe una bugia di proporzioni cosmiche dato che l’istinto ha guidato gli esseri umani verso scelte memorabilmente disastrose per tutta la durata della storia documentata. Dice qualcosa di più sottile e di più difficile da applicare: impara a distinguere la tua voce dalle voci degli altri. Impara a capire quando stai facendo una cosa perché la vuoi fare e quando la stai facendo perché hai paura di non farla. Quella distinzione, apparentemente semplice, è il lavoro di una vita. Ed è il lavoro più importante che esista.
Perché la verità scomoda, quella che il film lascia intravedere senza urlartela in faccia, è che la maggior parte delle prigioni in cui viviamo non ha le sbarre. Ha pareti di abitudine, soffitti di aspettativa e pavimenti di “così si fa”. Sono prigioni confortevoli, ben riscaldate, con una buona connessione internet. Nessuno ci ha messo lì con la forza. Ci siamo sistemati da soli, un compromesso alla volta, una rinuncia alla volta, un “non è il momento” alla volta, finché il posto non ha cominciato a sembrare normale e poi addirittura desiderabile perché almeno è sicuro, almeno è conosciuto, almeno non richiede di salire da nessuna parte e rischiare di cadere.
Il punto è che cadere fa meno male di quanto pensi. Lo dicono i dati, tra l’altro. Daniel Kahneman, premio Nobel per l’economia nel 2002, ha dedicato decenni di ricerca al modo in cui gli esseri umani prevedono le proprie reazioni emotive agli eventi futuri, e la conclusione è che siamo sistematicamente pessimi in questa previsione. Sopravvalutiamo l’impatto negativo degli eventi negativi e sottovalutiamo la nostra capacità di adattamento. In altre parole, la caduta che immagini è quasi sempre più drammatica della caduta reale, e la tua capacità di rialzarti è quasi sempre superiore a quella che ti attribuisci quando stai ancora sul bordo del banco a chiederti se vale la pena salire.
Vale la pena salire. Questo è il messaggio. Non vale la pena perché andrà sicuramente bene, perché non è detto che vada bene, la vita non funziona con garanzie soddisfatti o rimborsati. Vale la pena salire perché dal banco si vede qualcosa che dal pavimento non si vede. Vale la pena perché il momento in cui sei in piedi, anche per trenta secondi, anche con le ginocchia che tremano, anche con tutti che ti guardano e tu non sai bene cosa stai facendo lassù, in quel momento sei presente in modo totale. Non stai aspettando. Non stai rimandando. Non stai pianificando la versione futura di te stesso che un giorno avrà il coraggio che oggi non riesci a trovare. Sei lì, adesso, con il tuo corpo nel mondo, con la tua voce nello spazio, con la tua vita nelle tue mani invece che in quelle di qualcun altro.
E la cosa che il film non dice ma che è vera lo stesso è questa: non devi farlo davanti a una classe. Non devi farlo con musica drammatica in sottofondo. Non devi farlo in un momento cinematograficamente significativo con la luce giusta e una citazione di Walt Whitman pronta all’uso. Puoi farlo in un martedì qualsiasi, in una conversazione qualsiasi, in un momento qualsiasi in cui senti quella voce piccola che dice “questo è il momento” e di solito la metti a tacere con la promessa che il prossimo momento sarà più adatto.
Puoi farlo rispondendo in modo onesto invece che diplomatico. Puoi farlo proponendo quell’idea che tieni nel cassetto da diciotto mesi. Puoi farlo dicendo no a qualcosa che fai solo per abitudine e sì a qualcosa che fai solo per scelta. Puoi farlo smettendo di aspettare il permesso di qualcuno, permesso che nessuno ti darà mai perché nessuno sa che lo stai aspettando tranne te. Puoi farlo leggendo quella poesia ad alta voce anche se sei solo in casa, anche se ti senti ridicolo, anche se la poesia fa fatica a uscire perché non sei abituato a dare voce alle cose che ti appartengono davvero.
La scena finale del film, quella in cui i ragazzi salgono uno dopo l’altro sui banchi per salutare il professore che sta per andarsene, è commovente non perché è un gesto di affetto. È commovente perché è un gesto libero. Nessuno li obbliga. Nessuno li premia per farlo. Anzi, il preside è lì che freme. Ma salgono lo stesso, uno alla volta, ognuno nel momento in cui sente che è il suo momento, perché hanno imparato che la libertà non è fare quello che si vuole quando si è sicuri di non avere conseguenze. La libertà è fare quello in cui si crede anche quando le conseguenze ci sono e si vedono benissimo.
Quel banco esiste ancora. Non è di legno e non è in un’aula del Vermont. È ovunque tu abbia smesso di salire per paura di cadere, di fare brutta figura, di deludere qualcuno, di sbagliare in pubblico, di essere giudicato, di essere troppo o troppo poco, di non essere pronto, di non essere abbastanza. Esiste nella riunione in cui hai qualcosa da dire. Esiste nella relazione in cui non hai ancora detto quello che pensi. Esiste nel progetto che hai aperto e chiuso senza pubblicare perché non era ancora perfetto, dimenticando che il perfetto è il miglior amico del mai.
O Capitano, mio Capitano. La poesia è tua. Il banco è lì. Il momento è adesso, che è l’unico momento che abbia mai funzionato davvero.
Sali.



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