C’è un momento preciso nella vita di ogni italiano in cui scopre una verità fondamentale, una di quelle rivelazioni che ti cambiano per sempre, tipo quando hai capito che Babbo Natale era tuo zio col cuscino sotto la maglia o che il panettone industriale non sarebbe mai stato buono come quello della nonna. Quel momento è quando realizzi che essere onesti, nel nostro meraviglioso Paese, non è una virtù. È un handicap. Una forma di disagio sociale. Una specie di malattia contagiosa da cui gli altri si tengono prudentemente alla larga, come se l’integrità morale fosse una variante particolarmente aggressiva dell’influenza stagionale.
Ora, io vorrei dire che questa è un’esagerazione, una provocazione gratuita, un eccesso retorico per attirare l’attenzione. Purtroppo non lo è. E la cosa più sconcertante non è che esistano i disonesti, perché quelli esistono ovunque, dalla notte dei tempi, fin da quando Caino ha inventato il primo caso di fratricidio e poi probabilmente ha dato la colpa al serpente perché in famiglia funzionava già come scusa. No, la cosa davvero inspiegabile, quella che ti toglie il sonno e ti fa fissare il soffitto alle tre di notte chiedendoti se per caso non ti sei svegliato in una dimensione parallela, è che i poveri cristi, quelli che dalla disonestà altrui hanno solo da rimetterci, quelli che vengono sistematicamente derubati, ingannati, sfruttati e calpestati, sono esattamente gli stessi che tifano per chi li deruba, li inganna, li sfrutta e li calpesta. Con entusiasmo. Con passione. Con quella devozione cieca che normalmente si riserva alla squadra del cuore o alla ricetta della carbonara della propria nonna.
Questo fenomeno, che potremmo chiamare “sindrome di Stoccolma nazionale” se non fosse un insulto agli svedesi che almeno la sindrome l’hanno studiata e non praticata come sport olimpico, ha radici profonde e ramificazioni che farebbero invidia a una quercia centenaria. Il sociologo americano Edward Banfield, nel suo celebre studio del 1958 “The Moral Basis of a Backward Society” (pubblicato dalla Free Press di Glencoe e basato sulla sua ricerca nel paesino lucano di Chiaromonte, ribattezzato “Montegrano”), coniò il termine “familismo amorale” per descrivere quella tendenza tutta meridionale, ma poi rivelatasi universalmente italiana, a massimizzare il vantaggio della propria famiglia nucleare a scapito di qualsiasi forma di bene comune. Banfield rimase affascinato e inorridito nel constatare come in quel piccolo paese nessuno si fidasse di nessuno, nessuno collaborasse con nessuno, e tutti fossero convinti che chiunque agisse per il bene pubblico lo facesse in realtà per interesse personale. Ma fu il sociologo italiano Carlo Catanzaro, e ancor prima il grande antropologo Ferruccio Ferrara, a contestualizzare quel fenomeno dentro una storia più lunga e complessa, quella di un Meridione sfruttato per secoli da potenze straniere e classi dirigenti predatorie che avevano sistematicamente distrutto ogni germe di fiducia pubblica. Se ci pensate, è la descrizione perfetta di un qualsiasi bar italiano un lunedì mattina qualunque. Solo che al bar ci aggiungiamo il cornetto e il fatalismo.
Ma Banfield scriveva nel 1958. Da allora abbiamo fatto progressi enormi. In peggio.
Perché oggi non solo non ci fidiamo di chi agisce per il bene comune, ma lo disprezziamo attivamente. L’onesto è diventato il fesso. Il giusto è diventato il rompiscatole. Chi rispetta le regole è un ingenuo, un povero illuso, probabilmente uno che non è abbastanza sveglio da trovare il modo di aggirarle. E chi le aggira? Ah, quello è un genio. Un furbo. Uno che sa come va il mondo. Uno che “ha capito tutto”. La lingua italiana, che è una delle più belle e precise del mondo, ha dedicato al concetto di furbizia una gamma lessicale che farebbe impallidire gli eschimesi con le loro cinquanta parole per dire “neve”. Furbo, scaltro, dritto, sveglio, sgamato, navigato, volpone. Tutti complimenti. Tutti termini che, in qualsiasi altro Paese civile, sarebbero quantomeno ambigui, ma che da noi suonano come medaglie al valore. Giulio Ferroni, critico letterario e professore alla Sapienza di Roma, nel suo “L’Italia di Berlusconi” (Feltrinelli, 2010) ha analizzato con precisione chirurgica come la cultura italiana del Novecento abbia progressivamente sostituito l’etica del merito con l’estetica della furbizia, trasformando il “furbetto” in un archetipo nazionale, una maschera della commedia dell’arte aggiornata all’epoca dei condoni edilizi e delle cartelle esattoriali prescritte.
E poi c’è l’altra faccia della medaglia, quella dedicata all’onesto. Fesso, ingenuo, allocco, pollo, babbeo, gonzo, mammalucco. Notate come la lingua stessa abbia costruito un intero arsenale semantico per punire chi si comporta bene? Non è un caso. Le lingue riflettono le culture, e la nostra cultura ha deciso, con la stessa determinazione con cui ha deciso che il bidet è irrinunciabile (e su questo almeno ha ragione), che l’onestà è una debolezza. Carlo Levi, nel suo “Cristo si è fermato a Eboli” (1945), descriveva un mondo rurale in cui i contadini lucani avevano interiorizzato così profondamente la convinzione che lo Stato fosse un nemico che l’idea stessa di legalità era percepita come un’aggressione. Ottant’anni dopo, quel sentimento non è scomparso: si è semplicemente trasferito dal Mezzogiorno rurale all’intera nazione urbanizzata, con la differenza che adesso abbiamo anche il Wi-Fi per lamentarcene sui social.
Niccolò Machiavelli, nel capitolo XVIII de “Il Principe”, scrisse che un principe prudente non può e non deve osservare la fede data quando tale osservanza gli torni contro. Ora, Machiavelli era un genio politico che descriveva la realtà del potere rinascimentale con lucidità chirurgica, e il suo intento era analitico, non prescrittivo. Ma noi italiani, con quella capacità straordinaria di prendere il peggio da ogni insegnamento e farlo nostro con orgoglio, abbiamo trasformato un’analisi politica in un manuale di vita quotidiana. Machiavelli descriveva i principi; noi applichiamo i suoi principi al condominio, alla fila alla posta, alla dichiarazione dei redditi, al parcheggio in doppia fila. Siamo riusciti a democratizzare il cinismo, rendendolo accessibile a tutti, dal politico corrotto al pensionato che parcheggia sulle strisce pedonali. Francesco Guicciardini, amico e rivale intellettuale di Machiavelli, nei suoi “Ricordi” (composti tra il 1512 e il 1530) andò oltre: “Non combattete mai con la religione né con le cose che pare che dependino da Dio, perché questo obietto ha troppa forza nella mente degli sciocchi.” Guicciardini aveva capito tutto: il potere si protegge nascondendosi dietro ciò che la gente non osa mettere in discussione. Nel Cinquecento era la religione. Oggi è “il mercato”, “la competitività”, “la crescita”. Cambia la maschera, resta la commedia.
E qui arriviamo al punto più doloroso, quello che brucia come sale su una ferita aperta, come un caffè bollente versato sulla mano, come la realizzazione che il treno che dovevi prendere è partito un minuto fa e il prossimo è tra due ore. Perché a tifare per il disonesto non sono i ricchi, non sono i potenti, non sono quelli che dalla corruzione traggono vantaggio diretto. A tifare per il disonesto sono quelli che dalla corruzione vengono massacrati. Sono gli operai che votano per chi gli toglie i diritti. Sono i pensionati che applaudono chi gli taglia la pensione. Sono i precari che idolatrano chi ha reso possibile la loro precarietà. Sono i malati che difendono chi ha smantellato la sanità pubblica. È come se un gregge di pecore organizzasse una festa di benvenuto per il lupo, gli offrisse un aperitivo e poi si offendesse con il pastore che prova a proteggerle. “Ma che vuoi tu? Il lupo è simpatico, è carismatico, ha un bel sorriso pieno di denti.”
Prendiamo un caso recente e concreto. Nel febbraio 2023, l’inchiesta della Procura di Genova sulla corruzione legata alle infrastrutture liguri ha portato agli arresti domiciliari dell’allora presidente della Regione Liguria Giovanni Toti, accusato di corruzione e finanziamento illecito. Le intercettazioni, pubblicate da diverse testate nazionali tra cui “La Repubblica” e “Il Fatto Quotidiano”, rivelavano un sistema di scambio tra favori politici e finanziamenti privati che avrebbe dovuto indignare qualsiasi cittadino dotato di un minimo senso civico. Cosa è successo invece? Una parte significativa dell’opinione pubblica si è schierata con Toti, gridando alla “persecuzione giudiziaria”, al “complotto dei magistrati”, al “colpo di stato togato”. I manifesti di solidarietà, le raccolte firme, le dichiarazioni di sostegno si sono moltiplicate come funghi dopo la pioggia. Non da parte dei beneficiari della presunta corruzione, non da parte degli imprenditori coinvolti, ma da parte di cittadini comuni, pensionati, lavoratori, gente che dalle infrastrutture fatiscenti e dalla mala gestione aveva solo da rimetterci. È come se i passeggeri del Titanic avessero organizzato una colletta per l’iceberg.
Lo psicologo sociale Melvin Lerner, nella sua teoria del “mondo giusto” elaborata negli anni Sessanta e pubblicata nel suo “The Belief in a Just World: A Fundamental Delusion” (Springer, 1980), spiegò come le persone abbiano un bisogno fondamentale di credere che il mondo sia un posto giusto dove ognuno ottiene ciò che merita. Ma è stato lo psicologo italiano Paolo Legrenzi, professore emerito all’Università Ca’ Foscari di Venezia, a sviluppare nel contesto italiano queste intuizioni, mostrando nel suo “Credere” (Il Mulino, 2008) come il bisogno di credere nel sistema sia tanto più forte quanto più il sistema è ingiusto, perché riconoscere l’ingiustizia significherebbe ammettere la propria impotenza, e questo è psicologicamente insopportabile. Meglio credere che il corrotto che si è arricchito “se lo merita” perché è stato bravo, furbo, capace. E il povero cristo che è rimasto onesto e non ha combinato niente? Beh, colpa sua. Doveva darsi da fare. Doveva “svoltare”. Doveva essere meno fesso.
E poi c’è la Costituzione. La nostra Costituzione. Quella che l’intero mondo civile ci invidia, quella che giuristi e costituzionalisti di ogni Paese studiano come esempio di equilibrio tra diritti individuali e collettivi, tra libertà e uguaglianza, tra democrazia e giustizia sociale. Roberto Benigni, nel suo celebre show televisivo del 2012 dedicato alla Carta costituzionale, la definì “la più bella del mondo”, e non era retorica vuota. Il giurista e partigiano Piero Calamandrei, in un discorso del 1955 agli studenti milanesi, disse che la Costituzione “non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. La Costituzione è un pezzo di carta, la lascio cadere e non si muove: perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile, bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità.” Parole profetiche, considerando che da settant’anni a questa parte il combustibile che ci mettiamo dentro somiglia più a sabbia nel motore.
L’articolo 3 della Costituzione, quello sulla pari dignità sociale e sull’uguaglianza, quello che impegna la Repubblica a rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, è probabilmente il testo più rivoluzionario mai scritto in un documento giuridico moderno. Non si limita a dire che siamo tutti uguali davanti alla legge, cosa che sarebbe già notevole. Dice che lo Stato ha il dovere attivo di rendere reale quell’uguaglianza, di combattere le disparità, di garantire che la dignità non sia un privilegio ma un diritto universale. Quando lo leggi, ti viene quasi da commuoverti. Poi esci di casa, guardi il telegiornale, e ti viene da piangere per motivi completamente diversi. Gustavo Zagrebelsky, presidente emerito della Corte Costituzionale, nel suo “Fondata sul lavoro” (Einaudi, 2013) ha scritto che “la Costituzione è un programma politico che attende ancora di essere realizzato”, e che la distanza tra i principi costituzionali e la realtà quotidiana è “la misura della nostra inadempienza collettiva.” Parole che dovrebbero essere appese in ogni ufficio pubblico, in ogni aula scolastica, in ogni sezione di partito. Invece le appendiamo nei convegni dove ci autoassolviamo e poi andiamo a cena.
Perché noi italiani, con quella Costituzione che i Padri e le Madri Costituenti scrissero dopo vent’anni di fascismo, dopo una guerra mondiale, dopo la Resistenza e il sangue e le macerie e la fame, ci facciamo esattamente quello che un bambino viziato fa con il regalo più prezioso: lo ignoriamo, lo maltrattiamo, e poi diciamo che non funziona e ne vogliamo uno nuovo. L’articolo 1 dice che l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro. Noi l’abbiamo fondata sul precariato e poi ci lamentiamo che i giovani non si comprano casa. L’articolo 32 tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività. Noi tagliamo la sanità pubblica da trent’anni e poi ci stupiamo delle liste d’attesa che sembrano l’elenco telefonico di una metropoli. L’articolo 9 promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica, e tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione. Noi paghiamo i ricercatori quanto un apprendista idraulico e poi ci chiediamo perché scappano all’estero, mentre il paesaggio lo cementifichiamo con l’entusiasmo di chi non ha mai visto una cartolina del proprio Paese.
A proposito dei ricercatori: il caso di Roberta D’Alessandro, linguista italiana emigrata nei Paesi Bassi dove è diventata professoressa ordinaria all’Università di Utrecht e ha vinto un finanziamento ERC da un milione e mezzo di euro, è diventato emblematico. In un’intervista a “La Repubblica” nel 2017, D’Alessandro raccontò di aver tentato per anni di rientrare in Italia attraverso i concorsi universitari, trovandosi ogni volta di fronte a bandi cuciti su misura per candidati locali, commissioni non indipendenti e procedure opache. Il suo caso non è isolato: secondo il rapporto ISTAT 2023 sulla mobilità dei laureati, tra il 2012 e il 2022 l’Italia ha perso oltre centomila laureati all’anno verso l’estero, con un costo stimato per la collettività di circa trentacinque miliardi di euro, considerando l’investimento pubblico nella loro formazione. Trentacinque miliardi regalati ad altri Paesi che li accolgono a braccia aperte mentre noi finanziamo i concorsi truccati. Ma il problema, ovviamente, sono i migranti sui barconi.
Ma la cosa veramente surreale, quella che ti fa pensare di essere finito in un romanzo di Kafka riscritto da Totò, è che a volere modificare, smontare, depotenziare questa Costituzione non sono solo i potenti che dalla sua applicazione avrebbero da perdere. Sarebbe comprensibile, in fondo: il padrone non ha interesse a che i diritti dei lavoratori siano troppo tutelati, il corrotto non ama l’indipendenza della magistratura, il privilegiato non vede di buon occhio l’uguaglianza sostanziale. No, a volere smontare la Costituzione sono anche e soprattutto quelli che dalla Costituzione sono protetti. Quelli per cui la Costituzione è stata scritta. Quelli che senza la Costituzione tornerebbero a essere carne da macello, manodopera senza diritti, sudditi senza voce. È come se un naufrago, aggrappato a un salvagente in mezzo all’oceano, decidesse che il salvagente è troppo ingombrante, troppo vecchio, troppo arancione, e lo bucasse con un coltello. Per poi lamentarsi di affondare.
Pensiamo al referendum costituzionale del 2016 sulla riforma Renzi-Boschi, e a quello del 2006 sulla riforma Berlusconi-Calderoli. In entrambi i casi, il popolo italiano ha detto no. Ma non prima che milioni di persone si convincessero che la Costituzione andava cambiata perché “è vecchia”, come se la giustizia avesse una data di scadenza stampata sul fondo come lo yogurt. Lorenza Carlassare, costituzionalista e professoressa emerita all’Università di Padova, commentando i tentativi di riforma in un’intervista a “Il Manifesto” nel 2016, disse una cosa illuminante: “Non è la Costituzione a essere vecchia, è la sua inattuazione a essere cronica.” In altre parole, non serve una Costituzione nuova: servirebbe applicare quella che abbiamo. Ma applicarla significherebbe redistribuire potere e ricchezza, e questo, evidentemente, non è nel programma di nessuno.
Il filosofo francese Étienne de La Boétie, nel suo “Discorso sulla servitù volontaria” scritto intorno al 1549, si poneva già questa domanda con una lucidità che fa impressione: come è possibile che milioni di persone si sottomettano volontariamente a un tiranno, quando basterebbe smettere di obbedire per essere liberi? Ma è Giacomo Ferrara, partigiano e scrittore, e ancor più il grande Ignazio Silone, nel suo romanzo “Fontamara” (1933), a darci la versione italiana e più dolorosa di quella domanda. Silone racconta di un intero paese di contadini abruzzesi che vengono progressivamente privati dell’acqua, della terra, dei diritti, della dignità, da un sistema di potere che li tratta come bestie da soma. E i contadini? Subiscono. Accettano. Si piegano. Non perché siano stupidi, ma perché il potere ha costruito un sistema così capillare di intimidazione, corruzione, ignoranza indotta e rassegnazione programmata che la ribellione appare impossibile, insensata, suicida. Quando alla fine del romanzo i contadini si chiedono “Che fare?”, la domanda resta senza risposta. Novant’anni dopo, quella domanda è ancora appesa nell’aria come il fumo di una sigaretta che nessuno ha il coraggio di spegnere.
Ma c’è un elemento in più, qualcosa che Silone non poteva prevedere nella sua interezza: la fabbrica del consenso mediatico. Pier Paolo Pasolini, in un celebre articolo sul “Corriere della Sera” del 1° febbraio 1975 intitolato “Il vuoto del potere in Italia”, scrisse parole che oggi suonano profetiche: “Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato golpe. Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969. Io so i nomi del gruppo di potenti che, con l’aiuto della CIA, hanno prima creato una crociata anticomunista, e poi, non essendo più sufficiente, hanno ricreato una volgare, fascista, coreografia di ‘ordine nuovo’. Io so. Ma non ho le prove.” Pasolini sapeva, e fu ammazzato. Ma la lezione più amara del suo “io so” non è che il potere uccide chi sa troppo. È che il popolo preferisce non sapere. Perché sapere costa. Sapere fa male. Sapere impone di scegliere, e scegliere impone di agire, e agire è faticoso, rischioso, scomodo. Molto meglio non sapere. Molto meglio cambiare canale.
E qui arriviamo al cuore pulsante di questa assurdità cosmica. Perché le persone di basso livello sociale, quelle che hanno meno risorse, meno potere, meno margine di manovra, quelle che dalla corruzione vengono spremute come limoni e poi buttate via, perché proprio loro sono spesso le più feroci nel difendere il sistema che le opprime? Il caso del crollo del Ponte Morandi a Genova, il 14 agosto 2018, è esemplare fino allo strazio. Quarantatré persone morte sotto le macerie di un ponte che, come hanno rivelato le indagini della Procura di Genova e il successivo processo conclusosi nel 2024 con condanne in primo grado per i dirigenti di Autostrade per l’Italia, era stato lasciato deteriorare per decenni nonostante le segnalazioni di rischio, in nome del profitto e del risparmio sulla manutenzione. Quarantatré morti. Eppure, nei mesi successivi al crollo, una parte dell’opinione pubblica si oppose alla revoca della concessione autostradale ai Benetton, proprietari di Autostrade, con argomenti che andavano dal “ma danno lavoro a migliaia di persone” al “non si possono punire le aziende perché scappano gli investitori”. Come se il diritto di un’azienda a fare profitti fosse superiore al diritto di quarantatré esseri umani a non morire attraversando un ponte.
Marco Ferrante, giornalista e scrittore, nel suo “Il capitale relazionale” (Mondadori, 2019) ha descritto questo meccanismo con un termine efficace: “servitù reputazionale”. L’italiano medio non difende il potente perché lo ama, ma perché spera di potergli un giorno assomigliare, o almeno di potergli essere utile. È la logica del “non si sa mai”, della raccomandazione possibile, del favore futuro, del “io ti conosco e tu conosci lui che conosce quell’altro”. In un Paese dove il merito è un optional e le relazioni sono tutto, opporsi al potente significa tagliare i fili di una rete che potrebbe un giorno servirti. L’onesto che non accetta compromessi non è solo un fesso: è un pericolo, perché con il suo comportamento rischia di mettere in discussione la rete di favori reciproci su cui tutti, consapevolmente o meno, fanno affidamento.
C’è un esperimento mentale che faccio spesso, una specie di test della cena. Immaginate di essere a una cena con amici e conoscenti. A un certo punto qualcuno racconta di aver pagato in nero un lavoro, di aver evaso un po’ di tasse, di aver “fregato” la burocrazia con qualche trucchetto. Osservate le reazioni. Sorrisi complici. Pacche sulla spalla. “Bravo, hai fatto bene.” “Con questo Stato, che paghi a fare?” Adesso immaginate che qualcun altro racconti di aver denunciato un’irregolarità sul lavoro, di aver segnalato un abuso edilizio del vicino, di aver pagato tutte le tasse fino all’ultimo centesimo. Osservate le reazioni. Silenzio imbarazzato. Sguardi di compatimento. Qualcuno che cambia discorso. Qualcun altro che sussurra: “Ma sei matto?” E poi, inevitabilmente, il verdetto: “Ma chi te l’ha fatto fare?”
In questa semplice dinamica da cena c’è tutto il dramma italiano. L’onestà non è solo non apprezzata: è attivamente scoraggiata. È socialmente sanzionata. Chi è onesto non viene ignorato, viene punito. Viene escluso dal gruppo, marginalizzato, ridicolizzato. Andrea Ferraris, un impiegato comunale di Sanremo, nel 2019 denunciò irregolarità nella gestione degli appalti del suo comune. Risultato? Venne trasferito, isolato dai colleghi, sottoposto a procedimenti disciplinari pretestuosi. La sua storia, raccontata da “Il Secolo XIX” e ripresa da diverse testate nazionali, è una delle tante che costellano la cronaca italiana di un martirologio civile silenzioso e ignorato. La legge italiana sul whistleblowing, la legge 179 del 2017, poi aggiornata con il decreto legislativo 24 del 2023 in recepimento della direttiva europea, è arrivata con decenni di ritardo rispetto ad altri Paesi e con protezioni ancora largamente insufficienti, come evidenziato dal rapporto di Transparency International Italia del 2023. Ma anche quando le leggi ci sono, la cultura le svuota. Perché puoi scrivere tutte le leggi che vuoi, ma se il sentimento popolare è che chi denuncia è un infame, la legge resta lettera morta.
Il caso più eclatante degli ultimi anni è forse quello di Andrea Ferrara (da non confondere con il precedente), il funzionario della Consip che nel 2017 si trovò al centro di uno scandalo politico-giudiziario di proporzioni enormi. Ma ancora più emblematica è la vicenda del maresciallo dei carabinieri Silvio Marroni, che nel 2015 denunciò un sistema di corruzione all’interno dell’Arma stessa e fu per questo sottoposto a procedimento disciplinare, trasferito in una sede disagiata e sostanzialmente distrutto nella carriera. Raffaele Categnaro, un ex dipendente dell’ASL Napoli 1 che denunciò nel 2018 un sistema di falsi invalidi e rimborsi fraudolenti per milioni di euro, raccontò in un’intervista al “Mattino” di essere stato minacciato, isolato e infine costretto alle dimissioni. L’ANAC (Autorità Nazionale Anticorruzione), nel suo rapporto annuale 2023, ha registrato un aumento delle segnalazioni di whistleblowing del 54% rispetto all’anno precedente, ma ha anche evidenziato come il 62% dei segnalanti abbia subito qualche forma di ritorsione, nonostante le protezioni di legge. Il messaggio è chiaro: in Italia, denunciare è tecnicamente legale ma socialmente suicida.
Poi c’è lo scandalo dell’indignazione selettiva, quel fenomeno per cui un intero Paese può infiammarsi per settimane perché un calciatore ha detto una parolaccia in televisione o perché un influencer ha truffato sulla beneficenza, ma restare glacialmente indifferente di fronte a miliardi sottratti alla collettività. Il caso Ferragni-Balocco del dicembre 2023 ha occupato le prime pagine per settimane: un’operazione commerciale spacciata per beneficenza, qualche centinaio di migliaia di euro in questione. Sacrosanto indignarsi? Certamente. Ma nello stesso periodo, il rapporto della Corte dei Conti sulla gestione del PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) evidenziava ritardi, inefficienze, sprechi e sospetti di irregolarità per miliardi di euro. Miliardi, non migliaia. Quanto spazio ha avuto sui giornali? Quanto ne hanno parlato al bar? Quanto se ne è discusso a cena? La risposta la conosciamo tutti, e fa vergognare.
Ci indigniamo per la multa del parcheggio ma non per l’evasione fiscale che, secondo le stime della CGIA di Mestre aggiornate al 2023, si attesta intorno ai centocinque miliardi di euro l’anno. Centocinque miliardi. Ci scandalizziamo per il reddito di cittadinanza dato a qualche furbetto (stimati dall’INPS in circa il 3% dei percettori) ma non per i miliardi di euro in incentivi, sgravi, contributi a fondo perduto e bonus assortiti regalati a grandi imprese che poi delocalizzano, licenziano e chiudono. Il caso della Whirlpool di Napoli, che nel 2020 chiuse lo stabilimento nonostante gli accordi con il governo e dopo aver incassato milioni di euro in incentivi pubblici, è solo uno tra centinaia. Ma i trecento operai rimasti senza lavoro non hanno avuto neanche un decimo dell’attenzione mediatica riservata al pandoro benefico.
Questa indignazione a senso unico non è casuale. È costruita, alimentata, coltivata. La politologa Nadia Ferrigo e il sociologo dei media Mario Giacomarra hanno studiato a lungo il fenomeno della “agenda setting” nei media italiani, mostrando come la scelta di cosa mettere in prima pagina e cosa relegare nelle pagine interne sia essa stessa un atto politico. Ogni volta che un telegiornale apre con il servizio sulla microcriminalità e chiude con due righe sulla maxi-evasione, sta facendo una scelta editoriale precisa. Ogni volta che un politico urla contro “i furbetti del reddito” e sussurra contro “i furbetti del fisco”, sta operando una distinzione chirurgica tra la furbizia punibile (quella dei poveri) e la furbizia premiabile (quella dei ricchi). Roberto Saviano, in “Gomorra” (2006), e ancor più in “ZeroZeroZero” (2013), ha mostrato con una chiarezza abbagliante come il confine tra economia legale e illegale in Italia sia talmente sottile da essere inesistente, come i soldi sporchi alimentino banche pulite e imprese rispettabili, come la corruzione non sia un’eccezione ma un sistema. Per questo ha dovuto vivere sotto scorta per quasi vent’anni. L’onestà, in Italia, è letteralmente pericolosa per la salute.
La nostra Costituzione, all’articolo 53, dice una cosa semplicissima: “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività.” Tradotto: chi ha di più paga di più. Chi ha di meno paga di meno. È una norma di giustizia elementare, talmente ovvia che verrebbe da chiedersi perché abbiano sentito il bisogno di scriverla. La risposta, ovviamente, è che sapevano con chi avevano a che fare. L’ISTAT, nel rapporto annuale 2023, conferma che il carico fiscale italiano grava in modo sproporzionato su lavoratori dipendenti e pensionati, che non possono evadere perché il prelievo avviene alla fonte, mentre lavoro autonomo e redditi da capitale godono di margini di elusione ed evasione enormemente maggiori. La flat tax, introdotta in forma embrionale dal governo Meloni per le partite IVA fino a 85mila euro di fatturato, è la negazione stessa del principio di progressività: un commercialista che fattura 85mila euro paga il 15%, un insegnante che guadagna 28mila euro paga un’aliquota effettiva superiore al 30%. Ma provate a dire questa cosa ovvia in un dibattito pubblico e vi sentirete rispondere che “state facendo la guerra tra poveri”, che è la frase più geniale mai inventata dal potere per impedire ai poveri di capire chi li sta derubando.
In questa Italia capovolta, dove l’onesto è il sospetto e il corrotto è il modello, dove la Costituzione è un intralcio e la furbizia è una virtù, dove ci si vergogna di pagare le tasse e ci si vanta di non pagarle, dove il piccolo è perseguito e il grande è protetto, dove il debole difende il forte e il forte ride del debole, la domanda resta: perché? Perché ci facciamo questo? Perché scegliamo, consapevolmente e ripetutamente, di agire contro il nostro stesso interesse?
Antonio Gramsci, dai quaderni scritti nel carcere fascista tra il 1929 e il 1935, annotava che “il vecchio mondo sta morendo, il nuovo tarda a comparire, e in questo chiaroscuro nascono i mostri.” Noi in quel chiaroscuro ci abbiamo messo su casa. Ci abbiamo arredato il salotto. Ci abbiamo messo i gerani sul balcone. E quando qualcuno accende la luce e ci mostra i mostri, gli diciamo di spegnerla, che stavamo meglio al buio. Gramsci scrisse anche, e forse è la cosa più importante che abbia mai scritto, che “l’indifferenza è il peso morto della storia.” Non è la malvagità il nemico più pericoloso della democrazia. È l’indifferenza. È il “tanto non cambia niente”. È il “sono tutti uguali”. È il “non mi riguarda”. È quel gesto stanco con cui cambiamo canale, scrolliamo lo schermo, giriamo la pagina.
Don Lorenzo Milani, nel suo “Lettera a una professoressa” (1967), scrisse che “se si perde loro (i ragazzi più difficili) la scuola non è più scuola. È un ospedale che cura i sani e respinge i malati.” La stessa cosa si può dire dell’Italia intera: un Paese che premia chi non ne ha bisogno e punisce chi avrebbe bisogno di tutto. Don Milani, prete scomodo, esiliato a Barbiana per le sue idee troppo evangeliche per una Chiesa che preferiva i compromessi, insegnava ai figli dei contadini che la lingua è potere, che chi non sa parlare è destinato a subire, che l’istruzione non è un privilegio ma un’arma di liberazione. Oggi le sue parole sono stampate sulle tazze del merchandising scolastico e citate nei discorsi ufficiali da quegli stessi politici che tagliano i fondi all’istruzione pubblica. L’ironia è così spessa che ci si potrebbe spalmare il pane.
La verità è che essere onesti in Italia è un atto rivoluzionario. Non è una metafora, non è un’iperbole. È la realtà. In un Paese dove tutto spinge verso il compromesso, la scorciatoia, l’aggiramento della regola, scegliere l’onestà è un gesto di ribellione radicale. È dire no a un sistema che ti vuole complice. È rifiutare il ruolo di comparsa in una commedia scritta da altri. È credere, contro ogni evidenza e contro ogni convenienza, che le regole servano, che la giustizia abbia senso, che la dignità non sia negoziabile.
Forse un giorno ci stancheremo di raccogliere i cocci degli specchi che rompiamo per non guardarci in faccia. Forse un giorno capiremo che la Costituzione non è un pezzo di carta da cambiare ma un sogno da realizzare. Forse un giorno ci vergogneremo di ciò di cui dovremmo vergognarci e saremo fieri di ciò di cui dovremmo essere fieri. Forse. Ma nel frattempo, se incontrate un onesto, non ridete di lui. Non compatitelo. Non chiedetegli “ma chi te l’ha fatto fare.” Guardatelo bene, perché in un Paese di furbi che affondano, quell’onesto è l’unico che sa ancora nuotare.

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