Immaginate un gruppo di persone che escono da vent’anni di dittatura, da una guerra mondiale persa nel modo peggiore possibile, da un paese fisicamente e moralmente ridotto a un cumulo di rovine fumanti, e che decidono, con una faccia tosta che rasenta il sublime, di sedersi attorno a un tavolo e scrivere la Costituzione più bella del mondo. Non è l’incipit di una barzelletta, anche se potrebbe esserlo. È quello che accadde in Italia tra il 1946 e il 1948, quando 556 persone elette dai cittadini italiani il 2 giugno 1946, la stessa data del referendum istituzionale che mandò a casa i Savoia con una gentilezza che la storia avrebbe definito eufemistica, si riunirono in quello che fu chiamato l’Assemblea Costituente per dare al paese una carta fondamentale. Il risultato, checché ne pensino certi politici contemporanei che la citano a sproposito o la ignorano sistematicamente a seconda della convenienza del momento, fu un documento di straordinaria profondità, ambizione e intelligenza. Ma prima di parlare del documento, conviene parlare degli artigiani. Perché i Padri Costituenti, come spesso accade con i padri, erano una compagnia piuttosto bizzarra, contraddittoria, straordinaria e umana nel senso più pieno e imbarazzante del termine.
Partiamo dall’inizio, ovvero da un dato che la vulgata popolare tende a dimenticare con quella nonchalance tipica del paese che ha inventato il barocco come stile di vita. L’Assemblea Costituente era composta da 556 membri, eletti con un sistema proporzionale puro che garantiva la rappresentanza di quasi tutto lo spettro politico, dalle forze cattoliche alla sinistra marxista, dai liberali ai qualunquisti, con alcune presenze che avremmo preferito non citare ma che la storia onesta impone di menzionare. Erano, per la prima volta nella storia italiana, presenti anche 21 donne. Ventuno. In un paese che aveva concesso il voto alle donne il 1° febbraio 1945 con il decreto legislativo luogotenenziale numero 23, e che fino a quel momento aveva costruito la sua idea di femminilità attorno alla figura della madre, della sposa e, nei momenti di maggiore audacia intellettuale, della crocerossina. Quelle 21 donne, che rappresentavano il 3,7 percento dell’assemblea, si trovarono a scrivere una Costituzione in mezzo a 535 uomini che avevano idee molto precise su cosa fosse il bene comune e molto meno precise su cosa fosse la parità di genere. Eppure alcune di loro lasciarono un segno indelebile, e di questo parleremo.
Il partito di maggioranza relativa era la Democrazia Cristiana di Alcide De Gasperi, che aveva ottenuto il 35,2 percento dei voti, seguita dal Partito Socialista Italiano con il 20,7 percento e dal Partito Comunista Italiano con il 18,9 percento. Poi c’erano l’Unione Democratica Nazionale, il Fronte dell’Uomo Qualunque di Guglielmo Giannini, che era essenzialmente il predecessore spirituale di certi movimenti populisti contemporanei ma con più arguzia letteraria, il Partito Repubblicano, il Partito d’Azione, e una serie di formazioni minori che completavano il quadro. Era, in sostanza, un’Italia che cercava di capire cosa volesse essere da grande dopo aver fatto cose molto brutte da piccola.
Alcide De Gasperi merita di essere raccontato con la cura che si riserva ai personaggi davvero complicati, quelli che non si prestano alle semplificazioni né agiografiche né demonizzanti. Nato nel 1881 a Pieve Tesino, nel Trentino che all’epoca era ancora austro-ungarico, De Gasperi aveva fatto politica sotto tre regimi diversi prima ancora che l’Italia repubblicana nascesse. Aveva servito come deputato al Parlamento di Vienna, poi come deputato italiano, poi era stato arrestato dai fascisti nel 1927, condannato a quattro anni di carcere ridotti a sedici mesi per intercessione vaticana, e aveva trascorso il ventennio in una sorta di esilio interno grazie all’amicizia del cardinale Nicola Canali e a un lavoro nella Biblioteca Apostolica Vaticana. Catalogava libri mentre Mussolini costruiva l’impero. C’è qualcosa di profondamente italiano anche in questo: l’uomo che avrebbe ricostruito lo stato stava nel frattempo custodendo libri antichi in un palazzo della Santa Sede. Quando emerse dalla clandestinità culturale per guidare il paese, aveva la tempra di chi aveva aspettato a lungo e la pazienza di chi aveva capito che la storia è lunga.
Ma sarebbe un errore madornale raccontare la Costituente come la storia di De Gasperi e dei democristiani, perché la Carta nascque da un compromesso genuino tra anime politiche che in altri paesi europei si stavano già sparando addosso. Il compromesso costituzionale italiano è uno di quei paradossi storici che meritano di essere gustati lentamente, come un vino che sembrava aceto e invece era Barolo. Le tre forze principali, la DC, il PSI e il PCI, erano profondamente divise su tutto: sulla politica economica, sulla politica estera, sul ruolo della Chiesa, sulla proprietà privata, sulla libertà di stampa, su praticamente ogni argomento rilevante. Eppure trovarono un accordo che resse. Come? Attraverso quello strumento dimenticato che si chiama mediazione politica, l’arte di cedere qualcosa per ottenere qualcos’altro, e di farlo senza perdere la faccia più del necessario.
Il presidente dell’Assemblea Costituente fu Giuseppe Saragat, eletto il 25 giugno 1946, poi sostituito da Umberto Terracini dal 31 luglio dello stesso anno, quest’ultimo esponente comunista che presiedette i lavori con una imparzialità che molti ricordano ancora come esemplare. Terracini era un personaggio straordinario: aveva fondato il Partito Comunista d’Italia nel 1921 al Congresso di Livorno insieme a Gramsci, era stato condannato da Mussolini a ventiquattro anni di carcere, aveva subito il confino, e si trovava ora a presiedere un’assemblea democratica come se la storia avesse deciso di prendersi una vacanza dall’orrore. La sua parabola personale è la prova che il Novecento italiano aveva una vocazione speciale per i percorsi biografici che sembrano scritti da uno sceneggiatore con troppa fantasia e zero misericordia.
La commissione incaricata di redigere il progetto di Costituzione, la cosiddetta Commissione dei 75, fu presieduta da Meuccio Ruini, giurista e politico di lungo corso, e si suddivise in tre sottocommissioni. La prima si occupava dei diritti e dei doveri dei cittadini, la seconda dell’organizzazione costituzionale dello stato, la terza dei rapporti economici e sociali. Questa struttura tripartita rifletteva la complessità dell’impresa: si trattava di scrivere non solo le regole del gioco politico, ma di definire che tipo di società l’Italia voleva essere. E qui cominciarono le conversazioni che avrebbero reso celebre il documento finale, conversazioni tra persone che su quasi tutto dissentivano ma che avevano in comune una cosa fondamentale: erano stati tutti, in modi diversi, vittime della dittatura fascista. Questo aveva prodotto in loro una consapevolezza viscerale di cosa significasse perdere i diritti, e questa consapevolezza si tradusse in articoli di una generosità giuridica che ancora oggi fa impallidire molte costituzioni europee.
Piero Calamandrei era uno di quelli. Avvocato, giurista, fondatore della rivista Il Ponte, esponente del Partito d’Azione, Calamandrei aveva la capacità rara di scrivere di diritto come se stesse scrivendo letteratura, e di parlare di politica come se stesse facendo filosofia morale. Il suo discorso del 26 gennaio 1955 ai giovani milanesi sulla Costituzione, quello che inizia con le parole sulla Costituzione come programma di lavoro, è uno dei testi civili più belli prodotti dall’Italia repubblicana e meriterebbe di essere letto nelle scuole con la stessa serietà con cui si legge Leopardi, ammesso che nelle scuole si legga ancora Leopardi con quella serietà. Calamandrei aveva capito, con quella chiarezza che appartiene ai grandi intellettuali quando non si fanno incantare dalla retorica del potere, che la Costituzione non era un punto di arrivo ma un punto di partenza. Che era inutile avere diritti scritti su carta se poi la realtà quotidiana di milioni di persone contraddiceva ogni parola. Era, in questo senso, un rompiscatole geniale, il tipo di persona che fa sentire gli altri colpevoli semplicemente essendo onesto. Ne conosciamo pochi di così oggi.
Palmiro Togliatti era, dal lato opposto dello spettro politico, altrettanto fondamentale nel processo costituente. Segretario del PCI, intellettuale di formazione gramsciana, uomo che aveva vissuto la stagione del Comintern con tutte le sue ombre lunghe e pesanti, Togliatti aveva capito che l’Italia del dopoguerra non avrebbe sopportato una rivoluzione comunista e che la strada maestra per il suo partito era quella della democrazia progressiva, un concetto che significava molte cose a seconda di chi lo usava ma che nella pratica si traduceva in una partecipazione genuina alla costruzione delle istituzioni democratiche. Il contributo del PCI alla Costituente fu tutt’altro che marginale: i comunisti si batterono per gli articoli sui diritti sociali, sul lavoro, sull’istruzione, e accettarono compromessi significativi, come la conferma dei Patti Lateranensi nell’articolo 7, in cambio di concessioni altrettanto significative nella parte dedicata ai diritti dei lavoratori. Era un gioco complesso, che richiedeva una dose di realismo politico che non tutti gli iscritti al PCI trovarono facile digerire, ma che Togliatti difese con la tenacia di chi sa che mezza vittoria è meglio di una sconfitta totale.
Poi c’era Giorgio La Pira, che merita una riflessione a parte anche se stiamo cercando di mantenere il flusso narrativo. Professore di diritto romano all’Università di Firenze, democristiano, cattolico nel senso più radicale e scomodo del termine, La Pira era il tipo di persona che prendeva il Vangelo sul serio, il che in un paese di battezzati che ignorano il contenuto del Vangelo è sempre stato considerato una forma lieve di follia mistica. Alla Costituente si batté con una coerenza imbarazzante per i diritti dei più poveri, per la funzione sociale della proprietà, per la dignità del lavoro. Il suo contributo agli articoli sulla famiglia, sulla persona, sui diritti sociali fu determinante. Diventerà poi sindaco di Firenze e una delle figure più originali e discusse del cattolicesimo politico italiano del Novecento, il tipo di sindaco che apriva le case comunali ai senzatetto e poi telefonava ai potenti del mondo per chiedergli di fare la pace, con una disinvoltura che oggi chiameremmo eccentric ma che lui chiamava semplicemente coerenza evangelica.
Le 21 donne della Costituente meritano una riflessione che va oltre la citazione rituale che se ne fa nelle commemorazioni ufficiali. Erano Adele Bei, Bianca Bianchi, Laura Bianchini, Elisabetta Conci, Filomena Delli Castelli, Maria De Unterrichter Jerazio, Maria Federici, Nilde Iotti, Angela Gotelli, Angelina Merlin, Angiola Minella, Rita Montagnana, Maria Nicotra, Teresa Noce, Ottavia Penna Buscemi, Elettra Pollastrini, Maria Maddalena Rossi, Vittoria Titomanlio e poche altre che la storia tratta con quella noncuranza sistematica riservata a chiunque non abbia combattuto guerre o fondato banche. Nilde Iotti, che sarebbe diventata la prima donna presidente della Camera dei Deputati della storia italiana, era una giovane comunista di Reggio Emilia formatasi nella Resistenza. Lavorò in particolare sulla famiglia, portando nella discussione una prospettiva che gli uomini dell’assemblea, compresi quelli di sinistra, faticavano strutturalmente ad adottare. Angelina Merlin, socialista, si batté per l’abolizione delle case di tolleranza, battaglia che vinse nel 1958 con la legge che porta il suo nome, e per l’uguaglianza tra figli legittimi e illegittimi, cosa che all’epoca era considerata quasi più scandalosa del punto precedente. Teresa Noce, operaia, sindacalista, partigiana, deportata a Ravensbrück, portò nell’aula della Costituente una biografia che era da sola un atto d’accusa contro qualsiasi forma di retorica. Non aveva bisogno di grandi discorsi: la sua sola presenza diceva cose che i discorsi non riescono a dire.
Aldo Moro era alla Costituente giovane, professore di diritto, esponente DC, già allora percepito come uno di quei politici che pensano prima di parlare, qualità rara in qualsiasi epoca ma particolarmente apprezzabile quando si tratta di scrivere la legge fondamentale di uno stato. Aveva trentatré anni quando l’assemblea iniziò i lavori. Trentatré anni, l’età canonica delle conclusioni simboliche. Avrebbe percorso tutta la storia della Repubblica italiana fino a quella mattina del 16 marzo 1978 in via Fani, e il fatto che la stessa Repubblica che aveva contribuito a costruire lo lasciò morire nelle mani delle Brigate Rosse è una di quelle contraddizioni tragiche che la storia italiana colleziona con una generosità che sarebbe ammirevole se non fosse così dolorosa.
Luigi Einaudi non era membro dell’Assemblea Costituente ma era il governatore della Banca d’Italia e poi ministro del Bilancio nel governo De Gasperi, e influenzò profondamente la parte economica della Costituzione. Liberale nel senso classico del termine, economista di fama internazionale, Einaudi rappresentava quella tradizione del pensiero economico italiano che guardava al mercato non come a un dio da venerare ma come a uno strumento da governare. Il suo contributo alla stabilizzazione della lira nel 1947, quella che fu chiamata la linea Einaudi, fu fondamentale per creare le condizioni economiche entro cui la nuova Repubblica avrebbe potuto funzionare. Sarebbe poi diventato il primo presidente della Repubblica eletto dal Parlamento, con quella compostezza piemontese che faceva sembrare ogni emozione un lusso superfluo.
C’era anche Benedetto Croce, senatore di diritto come ex presidente del Consiglio, che partecipò ai lavori con l’autorevolezza di chi ha ottantuno anni, ha scritto una quantità impressionante di libri, e ha capito più cose della storia italiana di quasi chiunque altro. Croce era un liberale della vecchia scuola, diffidente verso il suffragio universale quanto verso il marxismo, convinto che la libertà fosse un valore assoluto che non si poteva negoziare con nessuna forma di collettivismo. Aveva firmato nel 1925 il Manifesto degli intellettuali antifascisti in risposta al manifesto mussoliniano di Giovanni Gentile, e questo gli aveva dato una credenziale di resistenza che nessuno poteva contestare. Alla Costituente difese con accanimento la forma monarchica contro l’esito del referendum, accettò la Repubblica con la dignità di chi perde ma non recrimina, e continuò a fare quello che aveva sempre fatto: pensare, scrivere, correggere le idee degli altri con una precisione quasi crudele.
Il risultato di tutto questo fu una Costituzione che entrò in vigore il 1° gennaio 1948 e che contiene alcune delle formulazioni giuridiche più avanzate prodotte dal costituzionalismo del Novecento. L’articolo 1 dice che l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro, una affermazione che aveva un significato preciso nel 1948 e che ne ha uno ancora più preciso oggi, in un’epoca in cui il lavoro è spesso il primo diritto che si erode. L’articolo 3 afferma che tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali, e aggiunge che è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini. Quel “di fatto” è una cosa straordinaria. Non si limita a proclamare l’uguaglianza formale, quella dei diritti scritti sulla carta, ma impegna lo stato a perseguire l’uguaglianza sostanziale, quella che esiste nella vita reale delle persone. Era, e rimane, una delle affermazioni più radicali che uno stato liberaldemocratico abbia mai inserito nella propria carta fondamentale.
L’articolo 7, quello che riconobbe la validità dei Patti Lateranensi, fu uno dei momenti più drammatici del dibattito costituente. Togliatti sostenne l’inserimento in cambio di concessioni sui diritti sociali, scandalizzando parte del suo partito e dell’area laica. Fu una scelta che aveva una logica di realpolitik evidente: il PCI non poteva alienarsi la base cattolica del paese se voleva avere un futuro politico, e il modo migliore per non farlo era dimostrare rispetto per l’istituzione ecclesiale anche a costo di qualche contorsione ideologica. Calamandrei votò contro. Lui era così: votava quello che pensava e poi ti spiegava perché aveva ragione lui e tu torto, con una gentilezza che rendeva la cosa ancora più irritante.
La questione dell’articolo 11, quello che ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, era nel 1948 qualcosa di più che una dichiarazione di principio: era una presa d’atto del disastro prodotto da vent’anni di politica estera aggressiva. Il paese che aveva dichiarato guerra a mezza Europa stava scrivendo nella propria legge fondamentale che la guerra era sbagliata. C’è in questo una forma di pentimento istituzionale che non ha molti paragoni nella storia costituzionale. Naturalmente poi la storia avrebbe reso questa dichiarazione più complicata da interpretare di quanto sembrasse nel 1948, con le missioni internazionali, la NATO, gli interventi armati definiti non come guerra ma come operazioni di pace con la creatività definitoria che contraddistingue il diritto internazionale quando si tratta di far quadrare la realtà con i principi.
Gli articoli sul lavoro, dal 35 al 40, erano il terreno su cui si combatté la battaglia più aspra tra le diverse anime della Costituente. Il diritto di sciopero, la tutela del lavoro in tutte le sue forme, la retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del lavoro, il riposo settimanale e le ferie annuali retribuite erano conquiste che i lavoratori europei avevano pagato con decenni di lotte e che i costituenti inserirono nel testo fondamentale dello stato come a voler dire che non era roba da contrattare ogni volta ma roba strutturale, DNA della Repubblica. Oggi che assistiamo al fenomeno dei lavoratori in gig economy senza tutele, delle partite IVA aperte per coprire rapporti di lavoro subordinato mascherati, dei contratti a chiamata rinnovati all’infinito, viene da chiedersi che faccia farebbero Angelina Merlin e Palmiro Togliatti a vedere lo stato delle cose. Probabilmente non una faccia serena.
Gli articoli sull’istruzione, e in particolare il famigerato articolo 33 sulla libertà dell’arte e della scienza e dell’insegnamento, e l’articolo 34 sul diritto all’istruzione, nacquero da un dibattito ferocissimo sulla scuola privata e il finanziamento statale agli istituti religiosi. La DC voleva riconoscimento e finanziamento pubblico alle scuole cattoliche. La sinistra laica si opponeva. Il compromesso fu la formulazione ambigua che ancora oggi produce contenziosi giuridici e politici ogni volta che qualcuno tenta di toccare il sistema dell’istruzione. È il tipo di ambiguità che i giuristi chiamano rinvio al legislatore e che i cinici chiamano problema posticipato a data da destinarsi. Entrambe le descrizioni sono accurate.
La Corte Costituzionale, prevista dagli articoli 134 e seguenti, fu uno degli elementi più innovativi dell’architettura istituzionale disegnata dalla Costituente. L’idea che ci fosse un organo indipendente dal potere politico con il compito di verificare la conformità delle leggi alla Costituzione era, nel 1948, una novità quasi rivoluzionaria per l’Italia. I costituenti avevano capito, anche grazie alla riflessione teorica sulla democrazia costituzionale che stava maturando in Europa dopo il disastro dei totalitarismi, che il parlamento da solo non poteva essere il custode della legge fondamentale. Ci voleva qualcuno accanto al legislatore capace di dire no quando le leggi ordinarie contraddicevano i principi fondamentali. La Corte iniziò a funzionare solo nel 1956, con otto anni di ritardo rispetto all’entrata in vigore della Costituzione, il che è già di per sé una storia molto italiana ma che meriterebbe di essere raccontata con la calma che richiede.
Oggi i Padri Costituenti vengono citati con una frequenza inversamente proporzionale alla comprensione di quello che hanno fatto. Ogni partito politico si richiama alla Costituzione quando gli fa comodo e la ignora quando gli dà fastidio, con una disinvoltura che sarebbe comica se non fosse strutturalmente preoccupante. I diritti fondamentali vengono invocati a sostegno di posizioni opposte, la carta viene usata come clava nei dibattiti televisivi da persone che ne hanno letto al massimo qualche articolo selezionato, le proposte di riforma costituzionale vengono presentate alternativamente come tradimento dello spirito dei padri fondatori o come necessaria modernizzazione, a seconda di chi le propone e chi le combatte. Probabilmente De Gasperi e Togliatti, che su questo erano d’accordo pur non essendo d’accordo su quasi nient’altro, troverebbero tutto questo abbastanza deprimente.
C’è però qualcosa che vale la pena ricordare nel modo in cui quella Costituzione fu scritta e che forse spiega perché tiene ancora, con tutti i suoi limiti e tutte le sue ambiguità. Fu scritta da persone che avevano ragioni molto concrete per non fidarsi del potere. Non era teoria politica astratta: era esperienza diretta. Erano stati in prigione, in esilio, in clandestinità. Avevano visto cosa succede quando lo stato non ha limiti. Avevano capito nel modo più doloroso possibile che i diritti non sono ovvi, che la democrazia non si mantiene da sola, che ci vogliono istituzioni, regole, contrappesi. E quando scrissero quegli articoli sulla libertà, sull’uguaglianza, sulla dignità della persona, non lo fecero come esercizio retorico. Lo fecero perché sapevano di cosa stavano parlando. È questa consapevolezza viscerale che distingue la Costituzione italiana da un documento puramente tecnico e la rende qualcosa di più vicino, per usare un termine che ai laici fa sempre venire l’orticaria, a un atto di fede laica nella possibilità della convivenza civile.
Il 22 dicembre 1947, quando l’Assemblea Costituente approvò il testo definitivo con 453 voti favorevoli e 62 contrari, nella sala di Palazzo Montecitorio ci fu un applauso che i resoconti dell’epoca descrivono come lungo e commosso. Erano stremati, litigiosi, divisi su mille questioni, consapevoli che avrebbero dovuto fare compromessi che avrebbero fatto arrabbiare i rispettivi elettori. Ma avevano scritto qualcosa. Avevano costruito, nel mezzo delle macerie, un tetto comune. Non magnifico, non perfetto, pieno di crepe già visibili e di problemi strutturali già identificabili, ma comune. E in un paese che aveva trascorso vent’anni a costruire monumenti alla propria grandeur immaginaria invece di garantire diritti reali, questo era già un miracolo laico di proporzioni considerevoli.
Quello che resta, alla fine, è una domanda scomoda che i Padri Costituenti si porterebbero volentieri nella bara se potessero e che invece ci lasciarono come lascito più fastidioso: voi che avete ereditato questa casa, cosa ne avete fatto? La domanda non ha una risposta semplice, e forse è meglio così. Le risposte semplici alla storia italiana sono quasi sempre sbagliate. E una Costituzione nata dal compromesso tra chi credeva in Dio e chi credeva nella lotta di classe, tra chi aveva catalogato libri in Vaticano e chi era tornato da Ravensbrück, merita almeno la complessità che i suoi autori le avevano riservato. Trattarla come un totem da esibire nelle occasioni solenni e ignorare nel quotidiano è il modo più elegante che abbiamo trovato per tradire contemporaneamente tutti e 556.



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