Esiste una categoria speciale di bugiardo. Non il bugiardo comune, quello che dice di essere rimasto in ufficio mentre era al bar, o che la dieta inizia lunedì. No, esiste il bugiardo monumentale, quello che mente con tale sfacciataggine, tale grandiosità architettonica della menzogna, da lasciare l’interlocutore in uno stato di temporanea paralisi cerebrale. Benito Mussolini apparteneva a questa categoria con titolo onorario, medaglia al valore e citazione speciale della commissione esaminatrice. Il 18 marzo 1937, a Tripoli, il Duce si presentò davanti a una folla di notabili libici tenendo in mano una scimitarra decorata che alcuni cavalieri gli avevano offerto con cerimonia solenne, e pronunciò parole di una tale impudenza retorica che ancora oggi, a quasi novant’anni di distanza, meritano di essere lette lentamente, possibilmente seduti, con qualcosa di forte a portata di mano.
«L’Italia fascista, che ha riportato la pace in questa terra dopo lunghi anni di disordine, vuole assicurare a voi e ai vostri figli un avvenire di giustizia e di prosperità.» Pausa. Respirate. Perché quello che state leggendo è un uomo che, mentre parla di pace, presiede un regime che in Libia ha sterminato decine di migliaia di persone, ha deportato popolazioni intere, ha usato gas tossici, ha impiccato i leader della resistenza e ha rinchiuso i nomeni senussiti in campi di concentramento dove la mortalità raggiunse livelli che alcuni storici definiscono genocidari. Eppure lui lì, con la scimitarra in mano, parla di «lunghi anni di disordine» che l’Italia fascista avrebbe provvidenzialmente risolto. Il disordine, naturalmente, era quello di un popolo che aveva la pessima abitudine di non voler essere colonizzato.
Per capire l’enormità di quello che accadde quel giorno a Tripoli è necessario fare qualche passo indietro, precisamente fino al 1911, quando l’Italia liberale, non ancora fascista ma già colonialista con entusiasmo, decise che la Libia ottomana sarebbe diventata italiana. La guerra italo turca del 1911 e 1912, documentata con dovizia di particolari da storici come Angelo Del Boca nel suo fondamentale «Italiani Brava Gente?» pubblicato da Neri Pozza, fu il prologo di decenni di violenza sistematica. Del Boca, che dedicò la sua vita a smontare il mito degli italiani colonialisti benevoli, documenta come già in quella fase le truppe italiane ricorsero a esecuzioni sommarie e deportazioni di massa. Quando arrivò il fascismo, tutto questo non si fermò. Accelerò, si organizzò, si industrializzò.
Il generale Pietro Badoglio, che molti italiani ricordano come il firmatario dell’armistizio dell’8 settembre 1943 e quindi associano vagamente a qualcosa di positivo o almeno di conclusivo, fu il protagonista della riconquista della Libia negli anni Venti. Insieme a Rodolfo Graziani, il cui soprannome di «Macellaio della Libia» non era un’esagerazione poetica ma una descrizione funzionale, Badoglio condusse operazioni militari che includono la costruzione di una recinzione di filo spinato lungo 270 chilometri al confine con l’Egitto per impedire ai ribelli di rifornirsi e alle popolazioni di fuggire. È documentato negli archivi storici italiani e descritto da Giorgio Rochat nel suo «Le guerre italiane 1935 1943» edito da Einaudi. Quella recinzione era letteralmente un muro della morte, e serviva a sigillare una popolazione in un territorio che le truppe italiane stavano sistematicamente devastando.
Omar al Mukhtar, il «Leone del Deserto», insegnante di Corano e leader della resistenza senussita, fu catturato il 11 settembre 1931 e impiccato il 16 settembre dello stesso anno a Suluq, davanti a migliaia di prigionieri libici obbligati ad assistere all’esecuzione come monito. Aveva più di settant’anni. Le fotografie dell’esecuzione esistono, sono documentate, sono state pubblicate. Quando il film «Lion of the Desert» di Moustapha Akkad uscì nel 1981 con Anthony Quinn nel ruolo di al Mukhtar, in Italia fu di fatto censurato per vent’anni, distribuito solo in versione ridotta e poi praticamente scomparso dai circuiti ufficiali. La RAI lo trasmise solo nel 2009, dopo decenni di pressioni. Non è un caso. Era scomodo. Era la verità.
I campi di concentramento libici sono uno dei capitoli più oscuri e meno conosciuti del colonialismo italiano. Tra il 1929 e il 1933, le autorità italiane deportarono le popolazioni nomadi della Cirenaica, circa centomila persone, nei campi di El Agheila, Sidi Ahmed el Magrun, el Abiar e soprattutto El Aghela. Le condizioni erano quelle che ci si aspetta quando si raduna un popolo abituato a vivere nel deserto e lo si rinchiude in recinti sorvegliati con scarsità di acqua, cibo e cure mediche. La mortalità fu devastante. Eric Salerno nel suo «Genocidio in Libia» e più recentemente Nicola Labanca nei suoi studi sul colonialismo italiano hanno stimato che la popolazione della Cirenaica si ridusse di circa la metà nel giro di pochi anni. Metà. Metà di una popolazione. Nel silenzio quasi totale della storiografia italiana per decenni.
E in questo contesto, in questo preciso contesto storico, il 18 marzo 1937, Benito Mussolini riceveva la Spada dell’Islam e prometteva protezione ai musulmani.
La cerimonia fu accuratamente orchestrata. Due cavalieri libici, Yusuf Kerbisc e Mohammed el Sharif, offrirono la spada al Duce in rappresentanza dei musulmani dell’Impero italiano. La scena fu filmata e fotografata. Il regime fascista ne fece propaganda immediata e massiccia. Mussolini fu salutato dai giornali di regime come «Protettore dell’Islam», titolo che i redattori del «Popolo d’Italia» scrissero probabilmente con la stessa faccia tosta con cui avrebbero potuto intitolare un articolo «Dracula, Protettore dei Donatori di Sangue». Le immagini del Duce con la scimitarra in mano furono diffuse in tutto il mondo arabo musulmano, con una precisa strategia propagandistica che puntava a presentare l’Italia fascista come potenza amica dell’Islam in contrapposizione alla Gran Bretagna e alla Francia, le altre potenze coloniali.
Qui bisogna dare a Mussolini il riconoscimento che gli spetta come bugiardo di talento: aveva capito qualcosa di importante sul piano geopolitico. Capì che l’anticolonialismo era un sentimento potente nel mondo arabo, e capì che poteva usarlo a proprio vantaggio presentandosi come alternativa rispettosa quando in realtà stava facendo esattamente quello che inglesi e francesi facevano, anzi in certi casi peggio. Fu una mossa spregiudicata, calcolata, cinica, e funzionò abbastanza bene sul piano della propaganda a breve termine, soprattutto perché il mondo arabo non aveva accesso alle documentazioni che oggi abbiamo noi. La verità viaggiava lenta. La propaganda fascista viaggiava veloce.
Ma torniamo al discorso, perché merita di essere sezionato con la precisione che si riserva ai reperti patologici particolarmente interessanti. «Le popolazioni musulmane sanno che, col tricolore italiano, avranno pace e benessere e che le loro usanze e soprattutto le loro credenze religiose saranno scrupolosamente rispettate.» Scrupolosamente rispettate. È una scelta lessicale deliziosa nel suo orrore. Scrupolosamente, come uno scolaro diligente. Come un contabile attento. Come un chirurgo preciso. Nel momento in cui Mussolini pronunciava queste parole, la Libia era sotto amministrazione militare italiana, la proprietà terriera libica era stata in larga misura espropriata per cedere spazio ai coloni italiani, i cui insediamenti erano parte di un progetto demografico esplicito, e le autorità religiose senussiste erano state sistematicamente perseguitate. Lo scrittore e storico libico Salaheddin Hassan Sury ha documentato in numerosi articoli e saggi come il fascismo italiano, lungi dal rispettare le credenze religiose, cercò in vari modi di svuotare il senussismo del suo ruolo politico e sociale, temendo giustamente che la fratellanza religiosa fosse l’ossatura organizzativa della resistenza, il che era esattamente vero.
«L’Italia proteggerà l’Islam, i suoi luoghi sacri e le sue leggi.» I luoghi sacri. Interessante. Perché la distruzione e la profanazione di luoghi sacri durante le operazioni militari italiane in Libia è documentata. Anche solo limitandosi alla fase più acuta della repressione, tra il 1929 e il 1932, le operazioni condotte da Graziani non distinguevano particolarmente tra combattenti e civili, tra luoghi militari e luoghi religiosi. Ma Mussolini parlava di protezione. La protezione dell’aquila sul coniglio, si potrebbe dire, ha anch’essa una sua logica.
«Il Governo fascista considera l’Islam una religione di uomini forti e fedeli alla parola data.» Questa frase ha una qualità quasi dadaista, se ci si pensa bene. L’uomo che stava sistematicamente tradendo ogni parola data ai popoli musulmani dell’Africa del Nord definisce l’Islam come la religione di chi mantiene la parola. C’è una tale densità di ironia involontaria in questa affermazione che si potrebbe dedicarci un corso universitario intero. Mussolini, che in politica estera cambiava alleanze con la frequenza con cui altri cambiano i calzini, che firmò accordi internazionali con la stessa convinzione con cui un bambino firma un patto con un amico di scuola, stava elogiando la fedeltà alla parola data. Il mondo è bello perché è vario, e le facce toste sono belle perché sono impermeabili all’autocoscienza.
«Io accetto questa spada, simbolo di onore e di fede, come testimonianza della vostra fiducia. Essa sarà per me un impegno a difendere l’Islam e a garantire alle popolazioni musulmane dell’Impero italiano pace, lavoro e rispetto delle loro tradizioni.» Fine del discorso. Fine della cerimonia. Riprendono le deportazioni, le espropriazioni, le violenze, il colonialismo sistematico. La spada rimane un oggetto da fotografia di propaganda.
C’è però una domanda che merita di essere posta, perché è quella che rende questa storia rilevante oggi, nel 2026, e non solo come curiosità storica. Chi erano i libici che parteciparono a quella cerimonia? Chi offriva quella spada? Erano collaboratori del regime coloniale, figure che avevano scelto di cooperare con l’occupazione italiana, spesso in cambio di privilegi e protezioni personali. Il colonialismo ha sempre trovato i suoi interlocutori locali, i suoi mediatori, le sue figure di facciata. Non è una particolarità italiana, è una costante del colonialismo globale. Ma questo non rende la scena meno grottesca. Non rende Mussolini meno bugiardo. Non rende la cerimonia meno una finzione.
Quello che rende questa storia attuale, e qui entriamo nel territorio che più dovrebbe interessarci come osservatori del presente, è il modo in cui certa destra italiana contemporanea gestisce la memoria coloniale e in particolare questa scena specifica. Perché esiste, ed è documentabile, una tendenza a recuperare questa immagine del Duce con la Spada dell’Islam non come documento della menzogna coloniale ma come prova di un fantomatico rispetto fascista per l’Islam, in contrapposizione all’Islam contemporaneo, quello dei migranti, quello dell’immigrazione incontrollata, quello del «grande sostituzione». La logica, se così si può chiamare, è la seguente: il fascismo rispettava i «veri» musulmani, quelli nei loro paesi, quelli che stavano al loro posto, mentre noi oggi combattiamo i musulmani che invadono l’Europa. Mussolini amava l’Islam là, noi odiamo l’Islam qui, e questo sarebbe coerente.
È una lettura che raggiunge livelli di disonestà intellettuale difficili da superare anche con molto allenamento. Seleziona dal passato l’immagine fotografica, il gesto simbolico, il discorso di propaganda, e dimentica, rimuove, nega deliberatamente il contesto di violenza in cui quella foto fu scattata, quel gesto fu compiuto, quel discorso fu pronunciato. È la forma più elementare di falsificazione storica: prendere la bugia di Mussolini e ripresentarla come verità storica, settant’anni dopo, senza nemmeno la buona grazia di inventarne una nuova.
Nicola Fratoianni, Elly Schlein, vari esponenti della sinistra italiana hanno più volte sollevato il tema della memoria coloniale rimossa nel dibattito politico italiano, spesso senza grande successo mediatico, perché la memoria coloniale italiana è un argomento che il sistema politico e culturale del paese continua a trattare come una noia accademica piuttosto che come una questione civile urgente. Eppure le relazioni tra Italia e Libia, tra Italia e Africa in generale, tra Italia e immigrazione, non possono essere comprese senza quella memoria. Non puoi capire perché tante persone attraversano il Mediterraneo senza capire cosa l’Italia abbia fatto in quei paesi per decenni. Non è una questione di sensi di colpa da espiare in eterno, è una questione di capire i nessi causali della storia. Ma la causalità storica è sempre stata scomoda per chi preferisce le narrazioni rassicuranti.
La Libia come la Italia la trovò nel 1911 non era affatto il caos senza forma che la propaganda coloniale descrisse e che Mussolini rievocò nel suo discorso del 1937 parlando di «lunghi anni di disordine». Era una provincia dell’Impero Ottomano con strutture amministrative, economie locali, culture sviluppate, reti commerciali, istituzioni religiose. Il «disordine» era il disordine visto dall’occupante, ovvero la resistenza all’occupazione, l’insubordinazione al conquistatore, il rifiuto di essere governati da chi non aveva nessun titolo per governarli. Chiamare «disordine» la resistenza alla colonizzazione è una delle operazioni retoriche più classiche dell’imperialismo, e Mussolini la eseguiva con la stessa naturalezza con cui altri parlano del tempo.
Graziani, che diventerà poi il Maresciallo d’Italia e dopo la guerra verrà processato ma condannato a soli diciannove anni e liberato dopo quattro, lasciò la Libia con una reputazione da aggiustare e trovò il modo di aggiustarla nella Repubblica Sociale Italiana, diventando Ministro della Difesa di Salò. Che un uomo responsabile di operazioni militari contro civili in Libia e poi in Etiopia, dove l’uso di gas mostarda contro popolazioni indifese è documentato dalla Croce Rossa Internazionale dell’epoca, abbia finito la sua vita nel 1955 nella sua villa di Affile, e che quella villa di Affile nel 2012 abbia visto inaugurare un mausoleo a lui dedicato con fondi regionali del Lazio, è una di quelle notizie che si leggono e si rileggono pensando di aver capito male. Non si è capito male. Il mausoleo fu poi oggetto di polemiche, una parte dei fondi regionali fu recuperata, ma il monumento rimase. La reazione internazionale fu significativa: la Libia protestò ufficialmente, l’Etiopia protestò ufficialmente, varie organizzazioni per i diritti umani protestarono. In Italia il dibattito si esaurì in poche settimane.
Del Boca, che conosceva bene questa tendenza italiana alla rimozione, l’ha descritta in modo efficace in vari contesti: l’Italia ha costruito un’identità postcoloniale basata sul mito degli «italiani brava gente», ovvero la narrazione per cui gli italiani, a differenza di inglesi, francesi, belgi e tedeschi, furono colonialisti gentili, rispettosi, quasi amichevoli. Questa narrazione è stata smontata pezzo per pezzo dalla ricerca storica, ma continua a circolare nella coscienza popolare e, soprattutto, continua a essere utile politicamente. Perché se gli italiani furono brava gente anche quando colonizzavano, allora non c’è nulla di cui rispondere, nulla di cui vergognarsi, nulla da elaborare. E se non c’è nulla da elaborare, si può prendere la foto di Mussolini con la Spada dell’Islam e farne un meme nostalgico senza che nessuno sollevi obiezioni.
Vale la pena soffermarsi anche sull’uso propagandistico che il fascismo fece della religione islamica in quel preciso contesto geopolitico degli anni Trenta. L’Italia fascista stava cercando di costruire un’alternativa imperiale alla presenza britannica e francese nel Mediterraneo e in Medio Oriente. Il titolo di «Protettore dell’Islam» aveva un valore strategico preciso: poteva attrarre simpatie nei paesi arabi sotto influenza anglo francese, poteva creare instabilità nelle colonie altrui, poteva aprire canali diplomatici con le élite arabe che cercavano una terza via tra il dominio britannico e quello francese. Peccato che quegli stessi arabi, se avessero avuto accesso alle informazioni su cosa stava accadendo in Libia e in Etiopia, avrebbero probabilmente avuto qualcosa da ridire sulla qualità della protezione offerta dall’Italia fascista.
In Etiopia, l’invasione del 1935 e 1936, condannata dalla Società delle Nazioni, incluse l’uso di gas mostarda, iprite e lewisite contro la popolazione civile e le truppe etiopiche. Haile Selassie portò la sua testimonianza di fronte alla Società delle Nazioni il 30 giugno 1936, in un discorso rimasto nella storia: «Oggi siamo noi. Domani sarete voi.» Queste parole furono fischicciate dai delegati fascisti italiani presenti in sala, un momento di tale deficienza civile da sembrare inventato. Non era inventato. L’uso di armi chimiche contro l’Etiopia è documentato in modo definitivo dalla ricerca storica e riconosciuto anche dalle istituzioni italiane, almeno formalmente. Nel 1996 l’Italia restituì all’Etiopia l’obelisco di Axum, portato via dalle truppe italiane nel 1937 come trofeo di guerra. L’operazione di restituzione fu completata nel 2008. Ci vollero più di sessant’anni per restituire un obelisco rubato. Immaginate quanto ci vorrà per restituire una memoria onesta.
Nel 1937, l’anno della Spada dell’Islam, Mussolini era già impegnato anche nelle trattative che avrebbero portato l’Italia verso l’Asse con la Germania nazista. Il 1° novembre 1936 aveva già annunciato l’Asse Roma Berlino nel discorso di Milano. Nel settembre 1937, pochi mesi dopo la cerimonia di Tripoli, avrebbe visitato la Germania dove Hitler lo avrebbe accolto con una cerimonia militare di massa. Nel 1938 sarebbero arrivate le leggi razziali, con le loro disposizioni specifiche che riguardavano anche le popolazioni delle colonie. L’Islam rispettato dal regime fascista era compatibile, evidentemente, con la legislazione razziale. Non sorprende, perché l’Islam rispettato da Mussolini non era l’Islam come sistema di valori e credenze, era l’Islam come strumento di propaganda geopolitica. Come del resto tutto il resto nel fascismo: la religione, la famiglia, la patria, la tradizione erano tutti strumenti, contenitori vuoti riempiti di retorica.
Le leggi razziali del 1938 colpirono anche gli ebrei nelle colonie italiane, inclusi quelli in Libia. La comunità ebraica libica, antica di secoli, con radici profonde nel paese, fu soggetta alle stesse restrizioni degli ebrei italiani nella madrepatria. Questo avvenne nel paese dove Mussolini aveva appena promesso rispetto per le tradizioni e le credenze religiose. Certo, gli ebrei non sono musulmani, si potrebbe obiettare. Ma le leggi razziali colpirono anche le popolazioni africane nelle colonie, creando gerarchie razziali che contraddicevano in modo plateale qualsiasi retorica di rispetto e fratellanza. Per Mussolini e per il fascismo, la popolazione libica era inferiore, punto. Il resto era propaganda.
Venendo al presente, e al modo in cui questa storia si inserisce nel dibattito politico italiano contemporaneo, è utile notare come certi ambienti della destra italiana abbiano sviluppato un rapporto particolarmente creativo con la memoria coloniale. Da un lato c’è il rifiuto delle richieste di scuse ufficiali per il colonialismo, motivato con l’argomento che le generazioni presenti non possono essere ritenute responsabili delle azioni delle generazioni passate, il che è ragionevole ma diventa ipocrita quando le stesse persone celebrano le conquiste coloniali come motivo di orgoglio nazionale. Non si può essere fieri di aver colonizzato e al tempo stesso non responsabili delle violenze che la colonizzazione comportò. La coerenza logica richiederebbe di scegliere una posizione.
Dall’altro lato c’è proprio il fenomeno del recupero nostalgico dell’immagine del Duce protettore dell’Islam, usata in contesti che vanno dai social media a certi libri pubblicati da piccole case editrici dell’area neofascista, come strumento per distinguere il «buon Islam» di ieri, quello che stava a casa sua e accettava la dominazione italiana, dal «cattivo Islam» di oggi, quello che si sposta, che migra, che non sta al suo posto. È un utilizzo della storia che raggiunge una tale densità di malafede da essere quasi ammirevole nella sua tenacia. Prende la bugia di Mussolini e la usa come pietra angolare di un’ideologia che avrebbe disgustato anche Mussolini, il quale almeno aveva il merito di odiare l’Islam in modo indiscriminato quando non aveva bisogno della sua propaganda.
Il tema della memoria coloniale italiana è stato portato all’attenzione internazionale in modo più sistematico negli ultimi anni, anche grazie alle discussioni globali sul colonialismo innescate da movimenti come Black Lives Matter e dalle discussioni sui monumenti alle figure coloniali in vari paesi europei. In Italia il dibattito è rimasto più timido, più accademico, meno incisivo nel senso comune. Il nome di Graziani è ancora inciso su targhe e monumenti in varie città italiane. Il nome di Pietro Badoglio è ancora sul municipio di alcune città piemontesi. La via Tripolitania e la via Bengasi esistono in decine di città italiane senza che molti si chiedano da cosa derivino quei nomi e cosa significhino.
Wu Ming, il collettivo di scrittori bolognesi noto per il romanzo «Q» e per molte altre opere, ha a lungo lavorato sul tema della memoria coloniale italiana, producendo testi e interventi pubblici che cercano di portare questa questione fuori dagli ambiti accademici. Il loro sito Giap è uno dei luoghi in cui si può trovare riflessione sistematica su questi temi. Non è un caso che il lavoro di recupero della memoria coloniale italiana venga spesso da chi opera fuori dai canali istituzionali principali.
La questione della Libia e della memoria coloniale ha implicazioni dirette nelle relazioni italo libiche contemporanee. Gli accordi tra Italia e Libia sulla gestione dei migranti, quelli di Berlusconi del 2008 e le successive intese, si svolgono su uno sfondo storico che entrambe le parti conoscono ma che raramente viene esplicitato nel dibattito pubblico. La Libia ha a lungo usato la memoria coloniale come strumento di pressione diplomatica, e l’Italia ha a lungo cercato di acquistare il silenzio su quella memoria con compensazioni economiche piuttosto che con un riconoscimento storico chiaro e onesto. Nel 2008 Berlusconi si recò a Tripoli e si fece fotografare con Gheddafi mentre si inchinava davanti a una foto di Omar al Mukhtar, un gesto che fu letto in modo molto diverso in Italia e in Libia, ma che comunque rappresentava un riconoscimento implicito di qualcosa che si preferisce non nominare troppo esplicitamente.
Tornando a Mussolini e alla sua scimitarra, c’è un ultimo aspetto che vale la pena considerare. La strumentalizzazione della religione islamica da parte del fascismo italiano non era un caso isolato. L’Europa coloniale in generale aveva un rapporto strumentale con le religioni dei popoli colonizzati: a volte le combatteva, a volte le strumentalizzava, a volte le ignorava, ma raramente le rispettava davvero nel senso di riconoscere la loro autonomia e il loro valore intrinseco. Il colonialismo portava con sé una gerarchia implicita e spesso esplicita tra culture, in cui quella europea stava in cima e quelle africane e asiatiche stavano in fondo, indipendentemente da quanto rispetto si dichiarasse formalmente per le tradizioni locali.
Il fascismo italiano portò questa gerarchia al suo estremo logico, costruendoci sopra una legislazione razziale. Ma anche le democrazie liberali coloniali non erano immuni da questa logica. La differenza, e non è una differenza da poco, è che le democrazie liberali hanno per lo più fatto i conti con la propria storia coloniale, o almeno hanno iniziato a farlo in modo serio negli ultimi decenni. Il Belgio ha riconosciuto le atrocità del Congo di Leopoldo II. La Francia discute, faticosamente, della propria storia algerina. La Gran Bretagna ha aperto i propri archivi coloniali, anche se con riluttanza e dopo battaglie legali. L’Italia è rimasta sostanzialmente indietro in questo processo, e la ragione non è oscura: la memoria coloniale è intrecciata con la memoria fascista, e la memoria fascista è ancora un terreno su cui la politica italiana cammina con estrema cautela perché ci sono ancora troppi interessi, troppi eredi, troppa nostalgia da gestire.
La Spada dell’Islam è oggi conservata, per quanto è dato sapere, nei magazzini del Museo Coloniale di Roma, istituzione dall’esistenza non proprio esaltante che conserva reperti e documenti dell’esperienza coloniale italiana in condizioni di semiaccessibilità. La spada, oggetto di cerimonia, testimonianza di una delle bugie più sfacciate del Novecento italiano, giace probabilmente in qualche cassetto, accanto ad altri oggetti di una storia che il paese non ha ancora deciso se vuole veramente ricordare o definitivamente dimenticare. Mussolini l’aveva tenuta per qualche ora, tra fotografie e discorsi. Poi l’aveva depositata. Aveva altri disordini da riportare all’ordine, altri popoli da proteggere, altre bugie da pronunciare con la mascella tirata fuori e lo sguardo fiero di chi non sa cosa sia il dubbio.
La cosa più straordinaria, in tutta questa storia, non è che Mussolini mentisse. Mentire era il suo mestiere principale, molto più di governare, fare la guerra o prendersi cura di qualsiasi cosa. La cosa straordinaria è che quelle bugie, pronunciate nel 1937 davanti a una folla di notabili libici in una colonia che stava sistematicamente devastando, vengono ancora riciclate, riproposte, utilizzate come se contenessero qualcosa di vero. Come se il problema fosse solo trovare il giusto angolo da cui guardare la fotografia del Duce con la scimitarra per vederci dentro un rispetto genuino, una politica saggia, un modello da cui imparare. Il problema, naturalmente, è che da quella fotografia qualcosa si può imparare davvero: si impara come funziona la propaganda, come si usa la religione degli altri come strumento geopolitico, come si parla di rispetto mentre si pratica lo sterminio, come si costruisce un’immagine pubblica senza alcun rapporto con la realtà. È un manuale molto istruttivo. Peccato che non venga letto in questa chiave.
Chi oggi rilegge quel discorso e ci vede saggezza politica, chi rilegge quella cerimonia e ci vede un modello di coesistenza, chi usa Mussolini Protettore dell’Islam come argomento nel dibattito sull’immigrazione e l’islam contemporaneo, non sta facendo una lettura alternativa della storia. Sta perpetuando la bugia originale. Sta prendendo la fregnaccia del Duce e la sta rivendendo con un packaging moderno. Il prodotto è lo stesso. La confezione è cambiata. La sostanza è quella di sempre: usare l’altro, chiunque esso sia, come strumento per i propri fini, e chiamarlo rispetto.
La spada dell’Islam, alla fine, è il simbolo perfetto del fascismo in Libia: un gesto scenografico, vuoto di contenuto reale, costruito per la fotografia, dimenticato il giorno dopo. Come tutte le promesse fatte a chi non si considera alla propria altezza. Come tutte le menzogne pronunciate con abbastanza sicurezza da sembrare vere, almeno per il tempo di uno scatto.

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~ Sergio De Amicis

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