Volevo scrivere il classico articolo di fine anno per il blog. Una cosa composta, ordinata, con le fonti in bella vista, i riferimenti consultabili, il tono misurato di chi “analizza”. Un pezzo serio, studiato, corretto. Insomma: perbene. L’ho scritto davvero. Poi l’ho riletto. E mi ha fatto schifo. L’ho cancellato.
Allora ne ho scritto un altro. Molto diverso. Cattivo, incazzato, sporco. Senza filtri, senza buone maniere, senza diplomazia. Un testo scritto con la mascella serrata e la pazienza già finita. L’ho riletto. E ho cancellato anche quello.
Quello che state per leggere è la terza versione. Non è la più educata, ma nemmeno la più brutale. È il compromesso peggiore e forse per questo il più onesto: un mix instabile tra la voglia di capire e quella di prendere a schiaffi. È il meglio – o il peggio – che mi viene adesso. Fine anno, fine indulgenza.
C’è un momento preciso, ormai quotidiano, in cui apri un social qualunque e capisci che non stai leggendo persone. Stai leggendo rumore. Merda digitale compressa in commenti brevi, arroganti, presuntuosi, cattivi come solo chi non rischia nulla, non perde nulla e non ama nulla sa essere. Bambini sotto le macerie, civili ammazzati, ospedali sventrati, scuole bombardate, campi profughi che diventano città della disperazione, lager moderni senza filo spinato ma con confini invisibili. E sotto, puntuale come una tassa mai pagata: i commenti.
“Fake.”
“Propaganda.”
“Eh ma anche gli altri.”
“Se lo sono cercato.”
Avete rotto il cazzo.
Non perché dissentite. Ma perché siete inutili. Non aggiungete nulla, non chiarite nulla, non salvate nulla. Occupate spazio. Fate rumore. Avete trasformato la sofferenza altrui in un pretesto per sentirvi furbi cinque secondi prima di tornare a non contare un cazzo.
Non è cinismo, è vigliaccheria. Non è spirito critico, è anestesia emotiva. Non è intelligenza, è pigrizia morale travestita da lucidità. Il famoso “eh ma” è diventato il preservativo dell’anima: vi permette di scopare la tragedia senza sentirne il peso, senza pagarne il prezzo, senza assumervi una sola responsabilità emotiva. Commenti a caldo, coscienze in congelatore.
Il bambino morto non è più un bambino: è un argomento. L’ospedale distrutto non è più un crimine: è “da verificare”. Il profugo non è una persona: è una rottura di coglioni. E voi lì, a pontificare dal divano, con la pancia piena, la testa vuota e la bocca sporca di opinioni inutili. Scettici selettivi, intelligenti a intermittenza, umani solo quando conviene.
Il mondo brucia e voi state a discutere se il fuoco sia “contestualizzabile”, come se le fiamme avessero bisogno del vostro parere per continuare a bruciare.
Scrollate la guerra come si scrolla una pubblicità fastidiosa. Un dito su, uno giù, un commento acido, poi avanti. Video di gatti, meme, un bombardamento, una risata. Non è civiltà. È decomposizione morale in tempo reale. È l’orrore ridotto a intrattenimento leggero.
I campi profughi crescono, diventano permanenti, diventano normalità. Generazioni intere senza casa, senza diritti, senza futuro. Ma per voi sono solo “numeri”, “flussi”, “criticità”. Parole comode per non dire “persone”. Parole igieniche per non sentirvi coinvolti. L’umanità diventa un problema semantico da evitare.
E poi c’è la frase regina, la più miserabile di tutte: “Pensassero a casa loro.”
Detta sempre da chi una casa ce l’ha.
Da chi non ha mai dovuto fuggire.
Da chi non ha mai avuto una bomba come sveglia.
No, il problema non è che non sapete. Sapete benissimo. Il problema è che non ve ne frega un cazzo. E allora costruite castelli di sarcasmo per non guardare in faccia l’orrore. Perché l’empatia costa. Fa male. Ti sporca le mani. Ti costringe a smettere di sentirti al centro del mondo. Il cinismo invece è comodo, rapido, igienico. Perfetto per attraversare il dolore altrui senza lasciare impronte.
Viviamo nell’epoca più connessa di sempre e siete emotivamente analfabeti. Avete accesso a tutto e una sensibilità da due righe di commento. L’umanità non è morta: l’avete silenziata per non disturbare il vostro comfort, come si fa con una notifica fastidiosa.
E quindi basta. Fine della pazienza. Fine delle spiegazioni. Queste persone non sono “inermi”, non sono “confuse”, non sono “vittime del sistema”. Sono individui adulti che fanno scelte precise. E fanno sempre la stessa: voltarsi dall’altra parte senza nemmeno la decenza di stare zitti.
Non meritano dialogo.
Non meritano comprensione.
Non meritano tempo.
Non meritano nemmeno un secondo della mia attenzione.
Perché mentre loro commentano, qualcuno muore davvero.
E io il mio tempo non lo spreco più con chi ha scelto di non essere umano.
Il mio proposito per il nuovo anno è semplice, rozzo e necessario: nel 2026 smetto definitivamente di spiegare l’ovvio a chi gode nel non capire. Smetto di dialogare con chi scambia la mancanza di empatia per pensiero critico. Smetto di regalare attenzione a chi usa la sofferenza altrui come passatempo, bersaglio o battuta. Il 2026, per quanto mi riguarda, sarà l’anno in cui il mio tempo andrà solo a chi prova ancora a essere umano. Gli altri possono continuare a commentare tra loro, nel loro rumore, nel loro vuoto, nella loro fogna digitale.
Io passo oltre.
Buon 2026. 🍪🖕
Ps; ditevi da soli “mi faccio schifo !” è l’inizio della guarigione…



Rispondi