Il silenzio del trono di Pietro mentre i droni cantano guerra: l’arte di non vedere, non parlare, non disturbare
Mentre Washington schiaccia un altro bottone, mentre un drone solca l’aria sopra Teheran come una colomba impazzita col becco carico di tritolo, mentre il mondo arabo si infiamma e le cancellerie balbettano comunicati in burocratese spalmato di ipocrisia, in Vaticano tutto è perfettamente immobile. Un silenzio da cripta, ma senza neanche il conforto dei santi. Nessun “Urbi et Orbi”, nessun “fermatevi”, nessuna marcia della pace convocata. Solo l’eco dell’incenso e l’occasionale flash del fotografo ufficiale, intento a immortalare il Pontefice mentre benedice un orsacchiotto gigante regalato da una delegazione bavarese.
Nel frattempo, fuori dalle mura leonine, un parroco di provincia – magari uno di quelli con le scarpe bucate e il microfono che fischia a ogni omelia – si è messo la kefiah, ha srotolato la bandiera palestinese e ha detto, semplice semplice: “Basta massacri”. Una voce stonata nella liturgia del silenzio. Ma vera. Scomoda. Umanissima. Forse persino cristiana, se ci ricordiamo ancora cosa voglia dire quella parola in tempi di sacrestie blindate e diplomazie celesti.
In Iran, l’attacco americano ha provocato decine di morti. Alcuni erano membri di milizie alleate, altri civili. Gli USA parlano di “neutralizzazione di una minaccia imminente”. Peccato che quella minaccia, ogni volta che viene neutralizzata, sembra crescere come un’erbaccia radioattiva. La stampa occidentale titola con parole anestetizzate: “colpiti obiettivi strategici”, “azione mirata”, “difesa preventiva”. Sembra di leggere un verbale di condominio, non un bollettino di guerra.
Eppure, in questo scenario, ci si aspetterebbe che almeno il successore di Pietro alzi la voce. Non con retorica, ma con quel coraggio che fu – almeno nei Vangeli – la cifra stessa del messaggio cristiano. E invece niente. Nessuna condanna esplicita, nessun appello forte, nessuna visita improvvisa in un campo profughi, nessun gesto che possa minimamente mettere in imbarazzo qualche ambasciata. La diplomazia vaticana, si sa, è fine come seta. Ma qui siamo oltre la discrezione: siamo al mutismo complice.
Il silenzio, in certi casi, è una scelta. Una posizione politica. Una messa in piega del consenso. Non è sempre saggezza, a volte è solo paura di perdere privilegi, rapporti, equilibri. E il Vaticano, che da secoli naviga tra regni, imperi, banche, governi, scomuniche e concordati, sa bene quando parlare e quando restare zitto. Peccato che, proprio quando le bombe cadono e la gente muore, decida spesso di optare per il silenzio.
Nel frattempo, nei social e nelle piazze, fioccano le immagini di preti “qualsiasi” che fanno ciò che dovrebbe fare un papa: denunciare la violenza, schierarsi con gli oppressi, mettere a rischio la propria comoda tranquillità per amore della giustizia. Non è retorica, sono fatti. A Gaza, in Libano, in Egitto, ma anche in Italia e in Francia, preti di strada, monaci scalzi, suore con gli occhi gonfi di lacrime ma pieni di fuoco interiore si alzano e gridano. Alcuni vengono minacciati, altri trasferiti. Ma almeno ci provano.
A Roma invece, il calendario liturgico scorre come se nulla fosse. Messe solenni, udienze, giri in papamobile tra gli applausi dei fedeli che ancora credono in un ponte tra cielo e terra. Ma quel ponte oggi scricchiola. Perché è costruito con mattoni troppo vecchi, troppo pieni di compromessi.
Quando gli americani colpirono Baghdad nel 2003, almeno allora si levarono alcune voci. Ricordiamo la condanna pubblica della guerra da parte del pontefice di allora, i pellegrinaggi penitenziali, la partecipazione del Vaticano ai tavoli dell’ONU. Era una posizione timida, ma visibile. Oggi nemmeno quello.
Il nuovo pontefice, con tutto il rispetto per la sua persona, sembra avere assunto la postura del diplomatico più che quella del profeta. Nessun gesto eclatante, nessuna parola divisiva, tutto deve restare nella tiepida palude del “siamo preoccupati”. Ma cosa significa essere preoccupati mentre Teheran piange i morti, mentre Tel Aviv brucia, mentre Rafah viene schiacciata e la Striscia di Gaza non è più una città ma un ossario?
Ci vuole coraggio per essere cristiani oggi. Ma non coraggio da tastiera o da pulpito imbottito. Serve il coraggio di chi rischia davvero, di chi sfida i potenti, di chi si mette in gioco. E questo coraggio oggi si trova spesso in periferia, mai nel centro. In una parrocchia umile dove il parroco ha deciso di non comprare nuove ostie ma latte in polvere per i bambini rifugiati. In una chiesetta sgangherata di periferia, dove la messa si celebra con i piedi nel fango, ma con il cuore nella verità.
Nel cuore del mondo cristiano, invece, la liturgia va avanti. Come se nulla fosse. Come se il Golgota fosse solo un vago ricordo e non una denuncia eterna del potere che uccide l’innocente. “Non possiamo sbilanciarci”, dicono alcuni teologi vaticani. “Dobbiamo tutelare i cristiani in Medio Oriente”, sussurrano i diplomatici. Ma intanto i cristiani in Medio Oriente vengono massacrati comunque. E con loro i musulmani, gli ebrei poveri, gli atei, i bambini, le donne, chiunque non abbia la fortuna di nascere a venti chilometri da una base NATO.
Il Vangelo, nel frattempo, resta lì. Parla di misericordia, di giustizia, di amore per il nemico. Ma sembra un documento apocrifo nel palazzo apostolico, dove la priorità è non irritare nessuno, soprattutto se ha il potere di chiudere i rubinetti dei fondi o delle alleanze. E così, mentre il mondo brucia, mentre l’Iran si lecca le ferite e prepara nuove rappresaglie, il papa resta muto. Un silenzio assordante, pesante, che sa più di calcolo che di preghiera.
E allora ben venga quel prete che in una piccola parrocchia ha detto “basta”. Ben vengano le suore che marciano con la kefiah addosso, ben vengano i teologi che scrivono lettere aperte, ben vengano i fedeli che non si accontentano più del silenzio, del “dobbiamo riflettere”, del “preghiamo in silenzio”. No. Basta. Ora è tempo di gridare. Di denunciare. Di rompere il silenzio dorato.
Non è questione di opinioni. È questione di verità. Quando muoiono civili, quando un attacco è ingiustificato, quando un popolo viene massacrato e nessuno interviene, stare zitti è un crimine. Lo dicevano anche i profeti dell’Antico Testamento. Lo urlava Gesù quando rovesciava i banchi del Tempio. Lo gridavano i martiri quando preferivano il leone al compromesso.
Ma oggi? Oggi si preferisce il plauso delle ambasciate. Oggi si preferisce la prudenza al Vangelo. Oggi si preferisce la neutralità alla compassione. E tutto questo fa male. Fa male ai credenti veri. Fa male ai bambini di Gaza. Fa male agli ultimi che cercano nella Chiesa almeno un barlume di voce. E invece trovano l’ennesimo silenzio, l’ennesimo discorso scritto da un ufficio stampa, l’ennesima benedizione generica a chi soffre, purché nessuno si senta offeso.
La storia giudicherà. Come ha già giudicato Pio XII per il silenzio sulla Shoah, o Giovanni Paolo II per il silenzio sulle stragi in Ruanda. Il silenzio non è mai neutrale. È una scelta, una posizione. E quella scelta oggi è chiara: evitare ogni rottura, ogni scontro, ogni parola troppo vera. Perché la verità, si sa, non è diplomatica. La verità non porta voti né applausi. Ma salva le anime.
E forse è questo che la nuova generazione di cattolici – o ex cattolici, o cattolici incazzati – cerca davvero: non un papa perfetto, ma un papa vivo. Uno che urla quando c’è da urlare. Che piange quando c’è da piangere. Che marcia, scalzo se serve, con i poveri. E se questo oggi non è possibile da Roma, allora che venga dai parroci. Dai diaconi. Dai laici. Da chiunque abbia ancora il coraggio di dire che no, non si può restare in silenzio mentre il mondo affonda.



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