Nazismo e sessualità: Freud in fuga, Himmler in latex e la vagina nazificata
C’è qualcosa di particolarmente disturbante, al limite del grottesco, quando si parla di nazismo e sessualità. Non perché sia un tabù, ma perché l’intera impalcatura ideologica del Terzo Reich era costruita su un’idea distorta del corpo, del desiderio, della riproduzione. Se Freud scappò a Londra, non fu solo per l’antisemitismo – che pure bastava e avanzava – ma perché in Germania il desiderio era diventato un’arma. Il sesso, un affare di Stato. E il corpo, un campo di battaglia ideologico. Il nazismo voleva rifondare l’umanità, ricreare l’uomo nuovo, e lo voleva fare partendo dai genitali. I suoi, quelli altrui, quelli degli ebrei da estirpare e quelli degli ariani da moltiplicare.
Nel 1935, Heinrich Himmler – un contabile con la libido di un inquisitore medievale – fonda il programma Lebensborn: cliniche dove donne selezionate per la loro purezza razziale potevano partorire figli concepiti con ufficiali delle SS. Il sesso non era più un atto privato, ma un gesto patriottico. Anzi, una funzione biologica al servizio del popolo tedesco. Nascono così almeno 20.000 bambini “ufficiali” tra Germania, Austria e Norvegia, ma in realtà il numero reale è più alto, perché una parte della produzione umana era segreta, ibrida, e non del tutto consenziente. In Norvegia, per esempio, il Lebensborn si trasformò in un esperimento eugenetico in piena regola, con donne bionde scelte come madri incubatrici e bambini rapiti per essere “germanizzati”. Non si trattava di amore, né tantomeno di volontà: la sessualità diventava strategia militare, riproduzione industriale, eugenetica da catena di montaggio.
E mentre nei campi si studiava la forma del cranio e la distanza tra gli occhi, negli uffici delle SS si discuteva se la poligamia potesse aiutare a velocizzare la rinascita ariana. Perché sì, in un angolo semi-rimosso della follia nazista c’era anche questo: l’idea che ogni ufficiale SS dovesse procreare almeno quattro figli con almeno due donne. Non era una legge, ma una direttiva ufficiosa. Himmler lo predicava in privato: il miglior servizio al Reich non è vincere una battaglia, ma disseminare figli. Così molti ufficiali, pur regolarmente sposati, venivano incoraggiati ad avere relazioni parallele con donne ariane, magari conosciute nei territori occupati o direttamente selezionate nei centri Lebensborn. Nasce così una forma di poligamia eugenetica, mai ammessa pubblicamente ma ampiamente tollerata. Ufficialmente, la morale pubblica restava rigida; nei fatti, se facevi figli ariani potevi avere anche tre amanti e una moglie a casa: eri un patriota, non un adultero.
Non erano relazioni d’amore. Erano accoppiamenti, talvolta imposti, spesso mistificati come “doni alla patria”. Le donne non avevano alcuna libertà di scelta, se non quella di accettare l’assegnazione o essere marchiate come “asociali”. Alcune furono sedotte con promesse di protezione; molte furono costrette per fame, per paura o per disperazione. Tra le storie documentate, c’è quella della norvegese Åse Evensen, costretta a vivere in un centro Lebensborn di Steinhöring: “Non ero una moglie, non ero una concubina. Ero solo un utero in affitto per il Reich.” Un’anonima incubatrice della nuova stirpe.
Il Reich non premiava solo i soldati prolifici. Anche le donne ricevevano un riconoscimento se dimostravano efficienza riproduttiva. Era la Croce d’onore della madre tedesca: bronzo per 4 figli, argento per 6, oro per 8. Una decorazione ufficiale, con tanto di cerimonia e propaganda. Alcune di queste madri ricevevano privilegi, generi alimentari extra, e l’invito a eventi pubblici. Ma erano premi per la quantità, non per la qualità. Il messaggio era chiaro: il valore di una donna si misura in figli. Più ne hai, più vali. Un’idea medievale riciclata con l’estetica di Albert Speer.
Chi non rientrava in questo schema – lesbiche, sterili, indipendenti, ribelli, ebree, zingare – veniva classificata come “degenerata”. La sterilizzazione forzata colpì oltre 400.000 donne tra il 1934 e il 1945. Alcune furono selezionate nei manicomi, altre nei ghetti, altre ancora semplicemente perché sgradite al sistema. Per molte, la sterilizzazione fu solo il preludio alla deportazione nei campi di concentramento. Dove, a proposito, la sessualità assumeva un altro significato: stupro, coercizione, disumanizzazione.
Ma torniamo alle donne “buone” secondo il Reich. Quelle che, dopo aver partorito per la patria, potevano ambire a un ruolo decorativo nella società. La triade perfetta era Kinder, Küche, Kirche – bambini, cucina, chiesa. Le donne tedesche dovevano essere madri, massaie e devote. Niente carriera, niente autonomia, niente voti. Eppure, contraddizione delle contraddizioni, lo stesso regime che le voleva angeli del focolare ne arruolava migliaia come Aufseherinnen, le guardie femminili nei lager. In quel ruolo, alcune raggiunsero vette di crudeltà che farebbero impallidire Vlad l’Impalatore.
Irma Grese, 22 anni, soprannominata “la belva di Auschwitz”, indossava stivali lucidi e frustino. Herta Bothe, alta e massiccia, fu soprannominata “la belva alta”. Ilse Koch, moglie del comandante di Buchenwald, venne accusata di aver collezionato paralumi fatti con pelle umana tatuata. Verità o leggenda, il solo fatto che fosse plausibile dice tutto. Queste donne non furono mostri isolati, ma prodotti coerenti del sistema nazista: donne che, non potendo esercitare il potere politico, lo esercitavano sul corpo altrui.
Il Reich non tollerava l’omosessualità maschile, non perché fosse moralmente “deviata” – troppo spirituale come argomento – ma perché non produceva figli. Il famigerato Paragrafo 175 del codice penale fu inasprito: oltre 100.000 uomini vennero arrestati, di cui circa 15.000 deportati nei lager, identificabili dal triangolo rosa. Alcuni morirono, altri subirono esperimenti. Ma il paradosso più noto è quello di Ernst Röhm, capo delle SA, omosessuale dichiarato e amico di Hitler. Venne giustiziato nella Notte dei lunghi coltelli, ufficialmente per alto tradimento, ma anche per “epurare” l’immagine del partito. Il regime che bandiva l’omosessualità, però, era quello stesso in cui Himmler scriveva lettere raccomandando la “poligamia discreta” degli ufficiali delle SS. Doppia morale? Semplice: se sei utile alla razza, puoi anche trasgredire; se sei inutile, sei un pericolo.
La pornografia, teoricamente proibita, era tollerata in versione ariana. Film soft per soldati, fotografie di attrici tedesche in pose sensuali, riviste con pin-up bionde: tutto materiale usato per “sollevare il morale” delle truppe. Bastava che i protagonisti fossero ariani, e che l’erotismo fosse “sano”. Cosa significhi “sano” nella mente di Goebbels, è tuttora un mistero. Leni Riefenstahl, con i suoi film sulle Olimpiadi, trasformava gli atleti in sculture viventi. Il corpo ariano veniva esibito, idealizzato, erotizzato in modo sublimato. Ma sotto la superficie classicista, c’era l’occhio voglioso del regime. Non era pornografia. Era pornografia con l’uniforme.
Il sesso nel nazismo era tutto, tranne che libero. Non esisteva privacy: anche i matrimoni dovevano essere autorizzati dal partito, previa verifica genealogica. Non bastava amare. Bisognava dimostrare di essere geneticamente compatibili, come due bovini da accoppiare. Se eri affetto da epilessia, depressione o avevi una nonna ebrea, il matrimonio era vietato. Il matrimonio diventava una pratica amministrativa. L’amore, un rischio. Il desiderio, un errore.
E mentre i soldati tedeschi marciavano su Varsavia e Kiev, nelle retrovie si organizzavano bordelli. Non solo per ufficiali, ma anche per i soldati semplici. In Francia, Belgio, Olanda e perfino in Italia, le donne venivano “reclutate” per servire nei Soldatenbordell. Alcune erano volontarie, la maggior parte no. Nei campi di concentramento furono allestiti bordelli interni per premiare i detenuti-collaboratori. Le donne scelte venivano spesso sedate, minacciate, costrette. Le testimonianze di sopravvissuti a Buchenwald, Dachau e Mauthausen raccontano di donne traumatizzate, rese sterili, e poi eliminate. Il sesso, nel lager, era solo un altro strumento di dominio.
E dopo la guerra? Dopo il 1945, molte di queste donne furono abbandonate. In Norvegia, le ragazze che avevano partorito figli di ufficiali tedeschi furono rasate a zero, umiliate, spesso internate in manicomi. I loro figli, i cosiddetti bambini della vergogna, vennero discriminati fino agli anni ’80. Una delle più famose fu Anni-Frid Lyngstad degli ABBA: nata in un centro Lebensborn, portata in Svezia in segreto per evitare le ritorsioni. In Germania, si preferì il silenzio. Le madri tedesche che avevano partecipato ai programmi di riproduzione furono invitate a “non parlare mai più di quella storia”. Solo dagli anni 2000 alcune associazioni hanno cominciato a cercare quei bambini. Alcuni hanno scoperto a 60 anni di essere nati da un progetto eugenetico.
Nel frattempo, il Paragrafo 175 è rimasto in vigore nella Germania Ovest fino al 1969. È stato completamente abrogato solo nel 1994. Il governo tedesco ha chiesto scusa ai sopravvissuti gay nel 2002. Troppo tardi per quasi tutti.
Ciò che resta di quella perversione di Stato è una scia di storie negate, corpi violati, desideri cancellati. Il sesso nel nazismo non era deviante. Era burocratizzato. Ridotto a prestazione funzionale. Il piacere era sospetto, il desiderio temuto, l’amore rimosso. E il corpo, trasformato in campo di battaglia: l’utero della madre ariana, il pene del soldato virile, la vagina della donna slava stuprata, l’ano del prigioniero sodomizzato, il seno della pin-up per la truppa, la pelle tatuata trasformata in souvenir. Il corpo era proprietà del Reich.
Non è un caso se ancora oggi l’estetica nazista sopravvive nel porno fetish, nella pornografia sadomaso, nella cultura pop. Un trauma così profondo non si cancella, si traveste. Come disse Pasolini: dove c’è potere, c’è sempre un corpo che subisce. E nel nazismo, il corpo subiva sempre. Anche quando sembrava consenziente. Perché nessun consenso è autentico quando l’alternativa è la morte, il campo, o la sterilizzazione.
Freud, in fondo, lo aveva capito: reprimere il desiderio produce mostri. Il nazismo ne è stato la prova storica. Ma più che mostri, ha prodotto impiegati del male, tecnocrati del sesso, ginecologi con la pistola. Il vero orrore del Terzo Reich non è solo nei suoi lager. È nel fatto che riuscì a trasformare anche l’amore in un modulo da compilare. La vagina, in una frontiera da controllare. Il seme, in un dato statistico. Il corpo, in un’arma.
Fonti principali:
-
US Holocaust Memorial Museum: https://encyclopedia.ushmm.org
-
Dagmar Herzog, Sex after Fascism, Princeton University Press, 2005
-
Robert Proctor, Racial Hygiene, Harvard University Press
-
Richard Plant, The Pink Triangle
-
Catrine Clay, Lebensborn: The Nazi Breeding Programme
-
Christopher Browning, Ordinary Men, HarperCollins



Rispondi