Mi son Veneto, ma anca Veronese: perché qui le radici sono profonde, e le bestemmie anche.

Mi son Veneto. Ma anca Veronese. Che è come dire: sono universale ma territoriale, europeo ma con la panza a polenta, figlio di Marco Polo e di mio nonno che parlava solo in dialetto, anche col postino. Essere veneti è già una categoria dell’anima, ma essere veneti e veronesi è roba da studi universitari. È una sottosezione culturale. È come essere scozzesi dentro gli inglesi, o baschi dentro la Spagna: c’è l’identità collettiva, certo, ma anche quella ruspante, ruvida, stretta alla terra. Alla Lessinia, al Baldo, all’Adige, ai maroni col vin novo.

Perché Verona non è solo l’Arena o i selfie davanti alla finta casa di Giulietta, con milioni di mani che toccano una tetta di bronzo come fosse un rito propiziatorio per l’amore eterno. Verona è prima di tutto terra dura e dura gente. Terra di pietra viva, di lavandini di Prun, di torbiere, di cave di tufo e di vino da uva stressata dai venti di montagna. È terra che fa da cerniera tra la pianura e l’alpe, tra il turismo industriale e l’agricoltura che resiste come una vecchia zia che non vuole morire.

E no, non si può parlare del Veneto – e di Verona in particolare – senza inchinarsi alla Storia. Quella con la S maiuscola, quella che fa ancora paura. Perché qui c’erano i paleoveneti già nel secondo millennio avanti Cristo, quando il mondo era ancora in versione beta. Gente che scavava tombe a pozzetto mentre a Roma al massimo si decideva se mangiare o farsi mangiare. Gente rude, autonoma, che già allora non prendeva ordini da nessuno.

Poi arrivarono i Romani, e qui – invece di fare le barricate – i veneti si adattarono, fecero affari, costruirono strade dritte come l’onore, ponti, municipi, terme, e Verona divenne una delle città più importanti della Regio X Venetia et Histria. Lo dicono gli storici, mica il barista dell’osteria. Augusto e Tiberio ci passavano, e se avevano bisogno di disciplinare qualche legione indisciplinata, bastava mandarla a Verona: tornava docile come un mulo stanco.

Verona fu città strategica per i Goti, per i Longobardi, per i Carolingi, per gli Scaligeri – quelli delle arche monumentali che sembrano uscite da un concept album power metal – fino ad arrivare al dominio veneziano nel 1405. E lì, la storia si fa gloria. Perché la Repubblica Serenissima – con tutto il suo oro, la sua burocrazia e le sue leggi scritte su pergamene larghe come tovaglie – non impose mai davvero un’autorità opprimente. Semmai fece ciò che Venezia sapeva fare meglio: federarsi senza soffocare. Lasciar vivere i territori col proprio accento, la propria sagra, il proprio modo di intendere la Madonna.

E qui, mentre Venezia sventolava la bandiera di San Marco, col leone alato che tiene aperto il Vangelo – “Pax tibi Marce evangelista meus” – in Veneto si costruiva identità e muratura, ponti e confini culturali. Il leone con le ali era un messaggio potente: forza e sapienza, giustizia e parola. Era lo stemma di un popolo che non aveva bisogno di re perché aveva Dogi, e che navigava i mari del mondo mentre gli altri imparavano a tenere in mano un cucchiaio.

Ecco perché la bandiera di San Marco ancora sventola nei balconi, spesso accanto a quella italiana, qualche volta da sola. Perché non è secessionismo: è memoria. È consapevolezza storica. È dire: noi c’eravamo prima che l’Italia fosse un’idea e prima ancora che fosse una delusione.

E quando l’Italia, nel 1866, dopo tre guerre d’indipendenza e uno scambio geopolitico degno di un baratto tra monarchie stanche, inglobò il Veneto, i veronesi guardarono la novità con lo stesso entusiasmo con cui oggi si guarda una bolletta. Si adeguarono, certo, ma senza mai cedere del tutto il cuore. Perché il veronese può tollerare l’Italia, ma non sopportare che qualcuno gli dica come si fanno le cose. Che si tratti di piantare la vigna o di fare l’amore.

Mi son Veneto, ma anca Veronese. E se mi chiedi da dove vengo, non ti dico “Italia”. Ti dico “sono di Verona”. E lo dico col tono di chi sa che si tratta di una benedizione e di una condanna. Perché Verona è città d’arte e città di traffico, città di amori tragici e tangenziali. È città in cui puoi incontrare un professore di latino vestito da pastore e un viticoltore che sa recitare Dante a memoria. È città in cui il “che te serve?” può voler dire mille cose: affetto, minaccia, disponibilità, preghiera.

Qui non si spreca il fiato. Il silenzio vale quanto una poesia, e una pacca sulla spalla vale quanto un discorso motivazionale di trenta minuti. Qui, se uno ti aiuta a spingere la macchina, poi non ti guarda più in faccia per dieci anni: perché la solidarietà è un fatto pratico, non teatrale.

Ma non siamo solo ombre e malinconia. Il Veneto – e Verona in particolare – è anche terra di gioia concreta, di vino fatto bene, di salami che ti stringono la mano, di formaggi che sanno di malga e di pascolo. La cultura enogastronomica qui non è moda: è memoria, identità, orgoglio. Il pandoro è nato a Verona, non a caso. Perché solo qui si poteva concepire un dolce che fosse elegante ma fatto col burro.

La Lessinia, coi suoi pascoli e le sue stalle di pietra, è un esempio di come l’uomo possa convivere con la natura senza rovinarla. I monti veronesi non hanno bisogno di presentazioni: parlano da soli, con quel loro modo burbero e ruvido. La Valpolicella produce uno dei vini più nobili del mondo, l’Amarone, che non si beve: si ascolta. Ogni sorso è un racconto di stagioni, di legno, di fermentazione, di uva appassita e non pentita.

Mi son Veneto, ma anca Veronese. E me ne vanto. Non per superiorità, ma per riconoscenza. Perché ho ereditato storie che nessuno mi ha raccontato, ma che ho sentito nel modo in cui mio padre parcheggiava il trattore. Perché so che la parola “lavoro” vale più di qualsiasi diploma, e che se ti fai il mazzo in silenzio, prima o poi qualcuno se ne accorge. O magari no, ma intanto tu hai sistemato il portone, potato il pesco, e cucinato il minestrone per la sera.

Non chiedetemi se mi sento italiano. Certo che lo sono, per nascita e per legge. Ma l’anima mia è veneta, e il cuore è incastonato tra il ponte Pietra e le colline dell’Est Veronese. E se un giorno finirò a vivere altrove, sarò comunque quello che tiene in frigo il vino sfuso in bottiglioni anonimi, quello che bestemmia piano se sbatte il piede, quello che non dice mai “ti amo” ma aggiusta la serratura della porta senza che glielo si chieda.

Perché mi son Veneto. Ma anca Veronese. E in quel “anca” c’è tutta la dolcezza ruvida di chi ha imparato a vivere tra l’ironia e la fatica, tra il silenzio e l’orgoglio. Come un campo d’orzo sotto il temporale: piegato, ma mai spezzato.

Rispondi

Il Venerabile Ordine del Biscotto Spezzato è un blog ironico e contemplativo, dove spiritualità e dolcezza si incontrano tra briciole e riflessioni. Qui si parla di religione nel mondo, ma anche di quanto tutte le religioni siano, in fondo, invenzioni umane. Il vero divino? Lo troviamo nella natura, nel silenzio, nei piccoli gesti, e sì… anche nei biscotti che si rompono prima d’essere inzuppati. Il tono è rilassato, a volte filosofico, spesso scanzonato. C’è spazio per miti, leggende, cammini spirituali e passeggiate nei boschi. Niente fanatismi, solo morbide illuminazioni. Un luogo per chi cerca domande più che risposte, conforto più che verità. Prenditi una pausa, spezza un biscotto e leggi in pace.

~ Sergio De Amicis

Designed with WordPress

Non puoi copiare il contenuto di questa pagina

Scopri di più da Il Venerabile Ordine del Biscotto Spezzato

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere