Immagina un mondo senza Dio.

Niente Padre eterno, nessun Allah misericordioso, nessun Krishna giocoso, nessuna Vergine che piange su un muro d’umidità a Caltanissetta. Nessun Buddha sotto l’albero della bodhi, nessuna Torah da srotolare, nessun “In principio era il Verbo” e neppure un “che la Forza sia con te” preso troppo sul serio. Solo l’uomo, la donna e il loro improvviso, improvvisato bisogno di darsi una spiegazione tra un cataclisma e un amore finito male. Il risultato? Una società potenzialmente più razionale, ma non per questo più giusta, né più gentile. Un’umanità forse più libera, ma anche più sola, più confusa e – diciamolo – più noiosa.

Perché senza culto, niente crocifissi nelle aule, niente preghiere all’inizio delle partite, niente madonne da portare in processione tra i clacson del traffico. Ma nemmeno la Cappella Sistina, né i templi greci, né i canti tibetani che fanno vibrare le ossa. Senza il culto, il nostro calendario non avrebbe santi, né feste religiose da sfruttare per farsi il ponte lungo. Natale? Solo l’ennesima trovata del marketing. Pasqua? Un brunch a base di uova senza neanche la scusa della resurrezione. E Ferragosto? Boh, una data come un’altra per grigliare in mutande.

Togli il culto e togli mezzo vocabolario. Benedizione, sacrilegio, eresia, beatitudine, dannazione… e tutta una serie di concetti senza cui metà della letteratura mondiale non sarebbe mai esistita. Dante sarebbe finito a fare il contabile della municipalizzata, Tolstoj avrebbe risolto le sue crisi spirituali con un abbonamento alla palestra. Senza Dio non avremmo avuto il “Don Giovanni” di Mozart, né il “Requiem” di Verdi, né i Gospel nei garage afroamericani degli anni ’50. Avremmo avuto al massimo un jingle sulla termodinamica cantato da un robot entusiasta.

Eppure, l’assenza di un culto non avrebbe significato l’assenza di potere. Anzi. La storia dimostra che se non si adora un Dio, si finisce a venerare qualcos’altro: un partito, un algoritmo, un capo carismatico, un’ideologia, o addirittura il proprio profilo Instagram. Lo diceva anche Chesterton: “Chi non crede in Dio non è che non crede in niente, crede in tutto.” E infatti oggi abbiamo gente che crede nei rettiliani, nei cristalli che riequilibrano i chakra e nei guru motivazionali che ti dicono che puoi diventare ricco se ti alzi alle 5 del mattino e bevi acqua alcalina.

Il culto di Dio – o di qualunque forma superiore – ha fornito all’essere umano due cose fondamentali: una spiegazione e una giustificazione. Spiegazione del dolore (“è un disegno misterioso”), giustificazione della morte (“è solo un passaggio”), scusa perfetta per i crimini (“è la volontà divina”). Ma anche uno scudo contro il caos. Quando tutto crolla, pregare è come chiamare il numero verde del servizio clienti dell’esistenza: raramente ti risolvono il problema, ma almeno ti illudi che qualcuno ti stia ascoltando.

Nel mondo senza culto, questo numero verde non esiste. Nessuno ti risponde. Niente senso ultimo, niente aldilà, solo tu, il vuoto e Google. La filosofia prova a riempire il buco: Kierkegaard, Nietzsche, Sartre, Camus – tutti impegnati a spiegarti che sì, la vita è assurda, ma comunque devi alzarti e andare al lavoro. Senza Dio, il problema non è solo morale, ma emotivo: a chi piangi quando muore un figlio? A chi dici grazie quando ti nasce un figlio? A chi chiedi perdono quando fai una stronzata colossale?

Chiariamolo: le religioni hanno fatto anche disastri. Guerre sante, roghi, crociate, persecuzioni, inquisizioni, fondamentalismi, odio di genere, di razza, di orientamento sessuale. Hanno giustificato violenze, schiavitù, colonizzazioni. Hanno spesso servito il potere invece che contrastarlo. Però hanno anche costruito ospedali, scuole, rifugi, e reti di protezione quando lo Stato non esisteva ancora nemmeno nel sogno umido di un socialista ottocentesco.

Senza culto, forse avremmo evitato molte tragedie. Ma chi ci dice che non le avremmo fatte comunque? Le guerre per il petrolio sono la versione secolarizzata delle crociate. Gli olocausti sono crimini ideologici, non religiosi. Gli estremismi sono fedi senza Dio, ma con lo stesso fanatismo. Anche lo stadio, a guardarlo bene, è una cattedrale dove si celebra il culto dell’identità tribale, con cori, riti, pellegrinaggi e – naturalmente – scomuniche per gli infedeli che tifano l’altra squadra.

Il culto non è solo una struttura esterna. È una forma mentale. Un bisogno di trascendenza, cioè di andare oltre. Oltre il dolore, oltre il corpo, oltre l’insensatezza della routine. È l’impulso che ha spinto l’uomo di Neanderthal a seppellire i morti con un corredo, segno che già pensava a qualcosa dopo. È quello che ci ha fatto costruire Stonehenge, le piramidi, Machu Picchu, e infiniti altri monumenti che – senza Dio – sembrerebbero solo sprechi colossali di pietra e fatica.

In assenza di culto, l’umanità avrebbe probabilmente sviluppato altri sistemi per reggere la propria angoscia: il culto della scienza, con le sue liturgie di laboratorio e i suoi dogmi quantistici; il culto dell’economia, dove il sacrificio non è più un agnello ma la tua felicità per un mutuo trentennale; il culto della tecnologia, dove l’iPhone diventa il rosario e l’algoritmo è il nuovo oracolo. E poi il culto del corpo, del successo, del brand, del like. La religione non scompare: cambia forma. È come l’acqua. La puoi congelare, bollire, trasformare in nebbia, ma non la elimini.

Senza religione organizzata, le domande restano. Chi siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo? E perché, se non siamo figli di Dio, ci sentiamo comunque dannatamente in colpa quando sbagliamo? Il senso del peccato sembra radicato in noi anche senza catechismo: Freud ci ha costruito un impero, e la psicoanalisi è solo un confessionale laico con tariffe orarie da capogiro. Lo psicoterapeuta è il prete del nostro tempo. Non assolve, ma almeno ti ascolta. E lo paga lo Stato – a volte.

Non è detto che un mondo senza culto sarebbe più giusto. Potrebbe essere più cinico. Il relativismo etico, senza una bussola morale condivisa, rischia di diventare giungla. Ogni individuo con la sua verità, ogni verità con la sua convenienza, ogni convenienza col suo esercito. Le religioni, almeno in teoria, stabiliscono limiti. Almeno provano a dire che la vita è sacra, che il debole va protetto, che il ricco non è per forza il migliore. Poi magari falliscono. Ma almeno ci provano.

E non dimentichiamoci il culto come spazio comunitario. La chiesa, la moschea, la sinagoga, il tempio: luoghi dove la gente si incontra, canta, piange, celebra, si sostiene. Senza di essi, saremmo davvero solo individui connessi in rete, ma scollegati nella vita. Il culto, anche quando non ci credi, è uno spazio di relazione, di ritualità condivisa, di memoria. Chi ha mai visto un funerale laico ben fatto sa che è una cosa bellissima. Ma anche che è difficile da replicare su scala globale senza un impianto simbolico potente. E quello, le religioni, lo sanno fare meglio di qualunque startup.

Alla fine, la domanda non è “che mondo sarebbe senza culto”, ma “che uomo sarebbe?”. Forse più libero, forse più razionale. Ma forse anche più triste. Più isolato. Più esposto a quella che Pascal chiamava “la miseria dell’uomo senza Dio”. Non è detto che avesse ragione. Ma non è detto nemmeno che avesse torto.

Dunque, vivremmo senza Dio? Probabile. Ma non vivremmo senza culto. Perché anche se Dio è morto – come urlava Nietzsche mentre si guardava allo specchio con un occhio spiritato – l’uomo resta una creatura religiosa. E se non prega, inventa qualcosa per cui valga la pena inginocchiarsi. Che sia l’amore, la poesia, il calcio o la carbonara, poco importa. Purché resti qualcosa di più grande di noi. Qualcosa a cui dire grazie. O almeno qualcosa da bestemmiare quando va tutto a puttane.

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Il Venerabile Ordine del Biscotto Spezzato è un blog ironico e contemplativo, dove spiritualità e dolcezza si incontrano tra briciole e riflessioni. Qui si parla di religione nel mondo, ma anche di quanto tutte le religioni siano, in fondo, invenzioni umane. Il vero divino? Lo troviamo nella natura, nel silenzio, nei piccoli gesti, e sì… anche nei biscotti che si rompono prima d’essere inzuppati. Il tono è rilassato, a volte filosofico, spesso scanzonato. C’è spazio per miti, leggende, cammini spirituali e passeggiate nei boschi. Niente fanatismi, solo morbide illuminazioni. Un luogo per chi cerca domande più che risposte, conforto più che verità. Prenditi una pausa, spezza un biscotto e leggi in pace.

~ Sergio De Amicis

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