Ah, “Finché respiri, non è mai troppo tardi!”
Frase perfetta per essere ricamata su un cuscino, tatuata con font calligrafico sulla clavicola o sussurrata da un coach motivazionale mentre ti spilla 299 euro per un seminario su Zoom in cui ti insegna a credere in te stesso… mentre lui parcheggia il SUV in doppia fila fuori dalla palestra.
Certo, detta così suona poetica. Ma andiamo, chi stiamo cercando di convincere? Noi stessi, ovviamente. Perché la verità è che quando respiri… a volte respiri solo per imprecare, borbottare, e ingoiare l’ennesimo boccone amaro condito con “dai, domani cambia tutto!”. Eppure, spoiler, domani assomiglia maledettamente a oggi, solo con più stanchezza e meno sogni.
Ma finché respiri, dicono, puoi sempre rimediare. Anche se:
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Hai fatto più danni sentimentali di un uragano in un vivaio di fiori di loto.
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Hai il metabolismo di un sasso e ti vesti ancora come nel 2003 “perché era un bel periodo”.
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Il tuo sogno nel cassetto è coperto da tre strati di muffa e scuse tipo “adesso non ho tempo” (che poi sono passati solo vent’anni).
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Hai chiesto scusa meno volte di quanto hai aggiornato Netflix per vedere se oggi c’è qualcosa di nuovo (spoiler: no).
Eppure, nonostante tutto questo, il tuo apparato respiratorio continua a fare il suo mestiere. E questo ti condanna alla speranza.
Sì, perché il respiro, quel piccolo gesto automatico e involontario, è una dichiarazione di guerra quotidiana al disfattismo, al “è troppo tardi”, al “ormai è andata”. Ogni inspiro è un “magari”, ogni espiro è un “chissenefrega, ci riprovo”.
Anche se la tua vita è un cantiere abbandonato con le ruspe ferme e i piccioni sopra, finché respiri puoi rimettere mano al progetto. Magari non verrà un grattacielo, ma una baracca dignitosa con vista sogni sì. E ti ci fai anche un balconcino per guardar giù e ridere di tutto quello che hai buttato via in nome della paura, del senso del dovere, o della zia che ti diceva “sii serio”.
Il problema è che non ce lo ricordiamo. Ci concentriamo sull’ansiogeno tardi, e dimentichiamo il finché respiri. Che è come dire “mi sa che è andata” mentre sei ancora lì, in piedi, a raccontartela.
Quindi, finché respiri:
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Sì, puoi chiedere scusa.
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Sì, puoi scrivere quel libro brutto.
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Sì, puoi lasciare quel lavoro inutile e fare il pizzaiolo a Bergen.
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Sì, puoi dire “ti amo” o anche “vaffanculo”, se necessario alla tua pace interiore.
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Sì, puoi fare una figuraccia.
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Sì, puoi diventare una versione più onesta di te stesso (che poi è già una rivoluzione).
Poi certo, se respiri ma stai solo aspettando che tutto si aggiusti da solo, allora no, lì è troppo tardi già da un pezzo. Perché l’unica cosa che il respiro non fa è sostituirsi al coraggio.
Insomma:
Respiri?
Allora non rompere.
Muoviti.



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