Il giorno in cui lo Stato sparò alla piazza: Reggio Emilia, 7 luglio 1960
Il 7 luglio 1960 a Reggio Emilia si compì uno degli episodi più tragici e indicativi della storia repubblicana italiana. Un pomeriggio d’estate, apparentemente come tanti, si trasformò in un bagno di sangue. La scena: una piazza gremita di operai, studenti, cittadini comuni, tutti lì per protestare contro il governo Tambroni, che aveva ottenuto la fiducia anche grazie ai voti del Movimento Sociale Italiano. Un governo che, nel pieno del dopoguerra antifascista, andava a braccetto con i nostalgici del Ventennio.
L’aria era pesante, le radio riportavano di manifestazioni represse nel sangue in tutta Italia: da Genova a Roma, da Palermo a Catania. A Reggio Emilia, cuore rosso dell’Emilia antifascista, l’indignazione aveva raggiunto il punto di ebollizione. La CGIL aveva proclamato lo sciopero generale e la manifestazione non era autorizzata, ma nessuno si fece intimidire. Verso le 16:45, mentre la folla si accalcava in piazza Cavour (oggi Piazza Martiri del 7 Luglio), i reparti della Celere aprirono il fuoco.
Cinque uomini morirono sotto i colpi di mitra, moschetti e pistole: Lauro Farioli, 22 anni, operaio; Ovidio Franchi, 19 anni, apprendista; Emilio Reverberi, 39 anni, carpentiere; Marino Serri, 41 anni, pastore; Afro Tondelli, 36 anni, muratore. Non erano armati, non avevano aggredito nessuno. Erano lì per manifestare un diritto costituzionale, con la dignità di chi vive del proprio lavoro e non ha altro potere che quello della parola e del corpo.
Gli spari durarono diversi secondi, secondo alcuni testimoni si contarono più di 200 colpi. Una vera e propria carneficina. I corpi caddero sulla piazza come sacchi di patate, tra l’incredulità e il terrore. I soccorsi furono caotici, improvvisati. La folla gridava, piangeva, urlava i nomi dei caduti. Il sangue si mescolava alla polvere del selciato.
Il giorno dopo, l’Italia si svegliò sotto shock. I giornali titolarono con parole come “massacro”, “strage”, “eccidio”. I funerali si svolsero alla presenza di decine di migliaia di persone, con una partecipazione popolare che travalicava ogni bandiera: c’erano i comunisti, i socialisti, ma anche i cattolici, gli anarchici, la gente comune. Intervennero Palmiro Togliatti, Ferruccio Parri, Pietro Nenni, e tanti altri dirigenti nazionali. Il sindaco Cesare Campioli, figura centrale della Resistenza e della rinascita democratica reggiana, parlò con voce rotta dalla rabbia e dal dolore.
La canzone “Per i morti di Reggio Emilia” di Fausto Amodei, scritta nei giorni successivi, divenne colonna sonora della memoria. Ma il 7 luglio nessuno la cantava: c’era solo il suono secco delle raffiche e quello disperato delle sirene delle ambulanze.
Dal punto di vista giudiziario, la vicenda ebbe sviluppi grotteschi. Nessun colpevole. Nessuna condanna. Il vicequestore responsabile del dispositivo venne assolto “per non aver commesso il fatto”. Un poliziotto fu condannato in primo grado e poi assolto in appello. La verità processuale sancì che nessuno era colpevole, nonostante decine di testimoni, fotografie, registrazioni. La giustizia italiana, ancora una volta, scelse la via dell’oblio.
Politicamente, il governo Tambroni fu travolto. Le dimissioni arrivarono poche settimane dopo. Il monocolore democristiano sostenuto dalla destra estrema si rivelò insostenibile. La strage di Reggio Emilia, insieme ai fatti di Genova e Palermo, costrinse la Democrazia Cristiana a rivedere le sue alleanze e a cercare aperture verso i socialisti. La stagione del centro-sinistra cominciò anche grazie a quel sangue versato.
Ma il senso profondo di quel 7 luglio va oltre la cronaca politica. Reggio Emilia divenne un simbolo. Il sacrificio di quei cinque operai fu assunto come martirio civile. Ogni anno la città li ricorda con cerimonie, cortei, iniziative didattiche e artistiche. Il monumento in piazza, i nomi scolpiti nella pietra, il centro di documentazione storico aperto nel 2025 sono lì a ricordare che la democrazia non è un regalo, ma una conquista.
Il dolore delle famiglie non si è mai sopito. Ettore Farioli, figlio di Lauro, ha più volte raccontato la sua infanzia segnata da quell’assenza, da un padre che non poté mai conoscere. Come lui, tanti altri. La memoria è un dovere collettivo, e il 7 luglio è una di quelle date che ci impongono di restare vigili.
C’è chi vorrebbe ridurre tutto a un eccesso isolato, a uno scontro fortuito. Ma chi ha visto sa. Chi ha perso un amico, un parente, un compagno di lavoro, sa. E oggi, con l’avanzare di certe nostalgie e la riabilitazione strisciante del Ventennio, ricordare quei fatti non è solo un esercizio di storia: è una forma di resistenza attiva.
“Per i morti di Reggio Emilia”: la ballata che non smette di urlare.”
È strano il destino delle canzoni. Alcune si consumano come chewing gum lasciati sotto il banco, altre invece si fanno pietra e resistenza, diventano parte del paesaggio politico, del patrimonio genetico di chi non sa dimenticare. “Per i morti di Reggio Emilia” è una di quelle. Non si canta. Si urla. Si sputa. Si piange. E ogni volta che la voce trema sul verso “han colpito al cuore il nostro domani”, un pezzo d’Italia si risveglia e ricorda chi è. O chi dovrebbe essere.
Il 7 luglio 1960, Reggio Emilia, la polizia spara. Sì, spara. A altezza uomo. Il bilancio: cinque morti. Cinque operai. Cinque vite falciate come erbacce di troppo.
Lauro Farioli, 22 anni. Ovidio Franchi, 19 anni. Emilio Reverberi, 39 anni. Marino Serri, 41 anni. Afro Tondelli, 35 anni. Tutti disarmati. Tutti colpiti da proiettili partiti dalla “legalità”. Nessuna pistola trovata tra i manifestanti. Solo fazzoletti rossi, voci, bandiere e rabbia. Una rabbia sacrosanta.
Non servì molto tempo. Il 9 luglio 1960, due giorni dopo la strage, Fausto Amodei – torinese, classe 1935, partigiano culturale – scrive e canta “Per i morti di Reggio Emilia” durante un comizio a Torino. Una canzone immediata, tagliente, scritta di getto, con l’urgenza che solo la vergogna e il lutto sanno generare. Il testo non è una poesia. È un’accusa. È un verbale di denuncia steso con le dita insanguinate e la voce rotta. Una cronaca in versi che inchioda nomi, responsabilità, complicità.
“Compagni, dai campi e dalle officine / prendete la falce, portate il martello, / scendete giù in piazza, picchiate con quello / scendete giù in piazza, a affilare i falci!” Altro che simbolismo. Altro che metafora. Qui si chiama all’azione. Si parla di scendere in piazza con gli strumenti da lavoro trasformati in strumenti di resistenza. La falce e il martello non sono icone su bandiere, ma oggetti concreti, da impugnare per difendersi. La lotta non è ideologica: è esistenziale.
Naturalmente, lo Stato si accorse del “pericolo”. La canzone venne censurata dalle radio pubbliche. Nessuna trasmissione ufficiale la mandava in onda. Troppo forte, troppo politicizzata, troppo vera. Ma il canto si propagava lo stesso, più veloce di un verbale dei carabinieri, più incisivo di mille articoli su “La Stampa”. Passava di bocca in bocca, di fabbrica in fabbrica, si cantava nelle assemblee, nelle manifestazioni, nelle scuole militanti. E come tutte le canzoni nate dal basso, trovò infinite reincarnazioni: dal “Nuovo Canzoniere Italiano” a Giovanna Marini, dagli Stormy Six a Daniele Sepe, da Claudio Lolli a Modena City Ramblers. Una canzone che si può solo interpretare, non ricopiare.
Il 7 luglio fu l’apice, ma quel luglio 1960 vide altri morti. A Licata, a Palermo, a Catania, a Roma. In totale morirono almeno 11 persone in meno di due settimane per mano delle forze dell’ordine durante manifestazioni. E se i cinque di Reggio Emilia divennero un simbolo, è perché quella città mostrò lo scarto tra la Costituzione e lo Stato, tra il diritto dichiarato e il piombo somministrato. Il messaggio era chiaro: chi prova a difendere la democrazia dal ritorno del fascismo… si becca una pallottola.
Nel 1960, “Per i morti di Reggio Emilia” fu un pugno nello stomaco per l’Italia democristiana. Ma fu anche una carezza fraterna per chi sapeva di essere nel giusto. Cantare quella canzone significava schierarsi. Non si poteva cantare “tanto per”. Era come indossare un’uniforme, come dichiarare guerra alla mistificazione. Era una messa laica celebrata sulla tomba di operai caduti per la libertà. E ogni verso era un’incudine su cui battere la memoria.
Nel 2025, la canzone fa ancora paura. Non tanto per ciò che dice, ma per ciò che ricorda. Ricorda che la polizia ha sparato contro i lavoratori. Che lo Stato ha taciuto. Che i responsabili non sono mai stati condannati. Nessun processo ha portato a pene. Le indagini finirono con un nulla di fatto. La polizia sostenne che si trattava di legittima difesa. La solita scusa con cui si giustifica la forza spropositata del potere. E allora quella canzone è una prova. Un documento storico. Una confessione alternativa. La contro-narrazione necessaria per non far passare il revisionismo con la disinvoltura di una sfilata d’alta moda. Oggi la cantano ancora. Nei cortei, alle commemorazioni, nei centri sociali, nei palchi dove la musica è ancora impegno. E ogni volta che torna quel ritornello, qualcosa si muove dentro chi ascolta. Un nodo alla gola. Una fitta. Una scintilla.
E domani? Cosa resterà? Una riga nei libri di storia? Un file MP3 in una cartella dimenticata? Oppure continueremo a cantarla? A insegnarla? A spiegarla? A usarla come una lente per leggere il presente? Perché se c’è una cosa che l’Italia ha sempre saputo fare benissimo è dimenticare. Ecco perché quella canzone serve. Come le pietre d’inciampo nelle strade. Come i nomi scolpiti nei muri. Come le lapidi che nessuno guarda più. Serve a ricordarci che “lo Stato democratico” ha ucciso. Che la polizia non è neutrale. Che la verità ufficiale è spesso una menzogna ben vestita. Serve a vaccinare le nuove generazioni dal virus del disimpegno. Dalla tentazione di pensare che “tanto ormai è tutto uguale”. No. Non è tutto uguale. C’è chi spara e chi muore. C’è chi canta e chi censura. C’è chi combatte e chi si inginocchia al potere.
Nel 2010, la città di Reggio Emilia ha conferito la cittadinanza onoraria postuma ai cinque operai uccisi. Nel 2020, il brano è stato eseguito durante varie commemorazioni ufficiali. Nel 2021, i Modena City Ramblers ne hanno inciso una nuova versione con un arrangiamento da brividi. Eppure, niente di tutto questo riporta in vita quei cinque nomi. Sono ancora lì, in fila. Silenziosi. Con gli occhi aperti e un buco nel petto. Per questo bisogna cantarla. Sempre. Ancora. Anche quando sembra fuori moda. Anche quando tutti parlano di influencer e di algoritmi. Anche quando la memoria sembra un lusso.
Ci serve come serve l’ossigeno. Ci serve come serve il pane. Ci serve per capire da che parte stare. Perché c’è sempre una Reggio Emilia in agguato. Un posto dove la polizia ha il dito sul grilletto e la stampa il bavaglio in tasca. Ci serve per capire che la libertà non è un souvenir da esporre sul caminetto, ma un muscolo da allenare. E ogni volta che si canta “han colpito al cuore il nostro domani”, non è solo un ricordo. È un giuramento.
Testo integrale della canzone “Per i morti di Reggio Emilia” (Fausto Amodei, 1960):
Compagni, dai campi e dalle officine
prendete la falce, portate il martello,
scendete giù in piazza, picchiate con quello
scendete giù in piazza, a affilare i falci!
Hanno ucciso i fratelli Franchi, Reverberi,
Tondelli, Farioli e Serri.
Han colpito al cuore il nostro domani
mentre gridavamo “No al fascismo!”
Chi ha sparato è il padrone, lo Stato,
che manda la celere a spezzar le ossa,
che manda i padroni travestiti da preti,
che manda i padroni travestiti da giudici.
Ma un giorno verrà che il nostro silenzio
lo sentiranno come uno sparo,
e allora compagni, dai campi e dalle officine
torneremo in piazza col cuore in fiamme.
Responsabili e nomi coinvolti nella repressione del 7 luglio 1960 a Reggio Emilia
- Ferdinando Tambroni: Presidente del Consiglio, politicamente responsabile del clima di repressione generalizzata
- Mario Scelba: ex ministro dell’Interno, considerato tra gli ispiratori della repressione violenta, anche se non direttamente in carica
- Giuseppe Tamborini: questore di Reggio Emilia all’epoca dei fatti
- Giuseppe Battaglia: vicequestore in comando operativo il giorno della strage
- Agenti della Celere e della Pubblica Sicurezza: non tutti identificati pubblicamente; uno solo processato, poi assolto
Fonti principali:
- Istoreco Reggio Emilia
- Comune di Reggio Emilia
- “Per i morti di Reggio Emilia”, Fausto Amodei
- Atti parlamentari del luglio 1960
- Archivio ANPI
- “Sangue del nostro sangue. 7 luglio 1960: la strage di Reggio Emilia”, di Mirco Carrattieri e altri
- Articoli de l’Unità, Corriere della Sera, L’Espresso (luglio 1960)
- Testimonianze raccolte da Paolo Nori, Federica Di Padova, Marco Rovelli



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