Immagina il silenzio surreale che calerebbe su Piazza San Pietro. Il Papa è appena affacciato dalla loggia, ha benedetto i fedeli, sorriso con quel candore leggermente inebetito che solo i prelati nordamericani sembrano poter sfoggiare con naturalezza senza sembrare falsi, e poi ha detto, quasi tra parentesi, come se stesse completando una frase lasciata a metà da secoli: «La pace sia con voi… e i testi sacri tornino agli ebrei». Stop.
Applausi? Mormorii? Qualcuno che si fa il segno della croce ma stavolta con più forza, come a proteggersi da un fulmine partito direttamente dal cuore del Vaticano? Perché, sia chiaro, non sarebbe solo una frase suggestiva: sarebbe uno di quegli atti simbolici capaci di sbriciolare equilibri millenari, di far impazzire teologi, rabbini, opinionisti e, naturalmente, tutti i social media contemporaneamente, con la prevedibile uniformità di un gregge che ha appena visto un lupo vestito da agnello vestito da papa.
A ben vedere, quella frase sarebbe tutto tranne che improvvisata. Dietro ci sarebbe un impianto teologico, storico, diplomatico e forse anche escatologico. Ma partiamo dall’inizio, o meglio: dalla fine dell’inizio, che in ambito religioso è una locuzione perfettamente accettabile, visto che tutto comincia con la Creazione e finisce con l’Apocalisse e in mezzo ci stanno duemila anni di equivoci gestiti malissimo.
La Bibbia ebraica, il cosiddetto Antico Testamento per i cristiani, è un testo nato e codificato nel seno della cultura ebraica. La Torah, i Nevi’im, i Ketuvim formano un canone spirituale e identitario che il popolo ebraico custodisce da millenni con una cura e una coerenza che, a confronto, fanno sembrare le biblioteche vaticane un deposito di roba trovata al mercatino. Tuttavia, da circa duemila anni questi testi hanno cambiato residenza teologica: sono diventati proprietà anche del Cristianesimo. Un po’ come se un condominio sacro avesse dato in affitto un intero piano alla Chiesa cattolica, che nel frattempo ha ridipinto le pareti, cambiato i mobili, appeso foto di famiglia che non erano nell’arredamento originale e poi, al momento del rinnovo del contratto, ha sostenuto con faccia tosta di essere sempre stata la legittima proprietaria.
Con la traduzione greca dei Settanta, già nel III secolo avanti Cristo, gli ebrei della diaspora iniziarono a leggere i propri testi in un’altra lingua. Ma è nel momento in cui i cristiani adottano quella versione per sostenere che Gesù è il compimento delle Scritture che qualcosa cambia per sempre. Nasce l’idea che la Bibbia ebraica preannunci Gesù, che tutto, da Abramo a Isaia, sia un lungo trailer del Vangelo. Il Cristianesimo, da movimento marginale ebreo-messianico nato in una provincia periferica dell’Impero Romano, si appropria della biblioteca altrui, ne ristruttura i contenuti e la rimette sul mercato con un nuovo marchio: edizione riveduta e corretta a cura dello Spirito Santo, con commento cristocentrico allegato e nota dell’editore che spiega come leggere correttamente le parti che, lette correttamente, non dicono affatto quello che l’editore vuole che dicano.
Da lì, la storia è una lunga, elegante e a volte brutalmente violenta forma di espropriazione intellettuale e spirituale. Nei secoli considerati erroneamente bui, il Talmud è stato bruciato pubblicamente a Parigi nel 1242, in un rogo ordinato dal re Luigi IX di Francia con l’entusiastica benedizione di papa Innocenzo IV. Prima di quel rogo, nel 1240, si era tenuto un processo formale al Talmud, con tanto di accuse, difensori costretti a una farsa giuridica e condanna a morte dei volumi incriminati. Ventiquattro carri di manoscritti furono dati alle fiamme. I rotoli della Torah sono stati confiscati come se fossero armi. Le sinagoghe sono state bruciate, sconsacrate, trasformate in chiese in tutta Europa, dal Portogallo alla Polonia, con una frequenza che suggerisce non un incidente bensì una politica. E le letture rabbiniche, quella straordinaria tradizione interpretativa che aveva prodotto il Talmud e la Kabbalah, sono diventate sospette, eretiche, ridicole agli occhi della scolastica cattolica.
Il paradosso, e qui comincia il teatro dell’assurdo che definiremmo esilarante se non fosse tragico, è che mentre i cristiani pregavano il Dio d’Israele, accusavano i suoi primi fedeli di averlo rifiutato. Una logica che, tradotta in termini quotidiani, equivarrebbe a sfrattare un inquilino, appropriarsi del suo appartamento, arredarlo con i suoi mobili, invitare amici a cena usando le sue ricette e poi denunciarlo al vicinato per essere un cattivo padrone di casa. E per circa quindici secoli, fino al 1965, la dottrina ufficiale della Chiesa cattolica includeva la deicidio, la colpa collettiva degli ebrei per la morte di Cristo. Il tutto mentre ci si inginocchiava ogni domenica a leggere i Salmi scritti dai progenitori di quei medesimi presunti colpevoli.
Poi è arrivato il Concilio Vaticano II. Il documento Nostra Aetate, promulgato il 28 ottobre 1965 da Paolo VI, rappresenta oggettivamente una svolta storica. Quella dichiarazione stabilì che non si poteva attribuire agli ebrei come popolo né al loro tempo né di oggi la responsabilità della morte di Gesù. Bene, grazie. Il comunicato è arrivato solo milleottocentosessantacinque anni dopo l’evento in questione e centocinquanta anni circa dopo che Napoleone aveva già emancipato gli ebrei in buona parte d’Europa con un codice laico, senza aspettare nessuna dichiarazione teologica. Ma meglio tardi che mai, si dirà. Due millenni di pogrom, espulsioni, conversioni forzate, ghetti, crociate e antisemitismo istituzionalizzato messi in una nota a piè di pagina della storia. Non piccola, intendiamoci: la Nostra Aetate è un documento di rilievo immense e i progressi del dialogo ebraico-cristiano successivi sono stati reali e significativi. Ma nessuno, e dico nessuno, ha mai detto con chiarezza: «Scusate, questi testi erano i vostri». Non solo in senso filologico, non solo in senso storico, ma in senso spirituale profondo. Non si è mai aperto un vero dibattito sulla legittimità teologica di usare l’Antico Testamento come base di una religione che per secoli ha escluso gli autori originali di quei testi dalla propria salvezza ufficiale, considerandoli al massimo una profezia già esaurita, un popolo che aveva avuto la sua chance e l’aveva sprecata per una questione di ostinazione.
Il supersessionismo, termine tecnico che in italiano potremmo tradurre con sostituzionismo ma che suona meglio in inglese forse proprio perché è più facile ignorarne la violenza implicita, è la dottrina secondo cui la nuova alleanza cristiana ha sostituito e superato quella ebraica. Il popolo ebraico aveva fatto il suo lavoro storico, aveva preparato il terreno, e ora cedeva il passo. Come un operaio che costruisce una cattedrale e poi non può entrare per la messa inaugurale perché non indossa l’abito giusto. Il supersessionismo è stato la posizione dominante nella teologia cristiana per secoli. Non è una posizione marginale dei fanatici: è Agostino, è Tommaso d’Aquino, è la struttura portante di tutta la cristologia tradizionale. Solo nel Novecento, grazie agli orrori della Shoah e all’impegno di teologi come Karl Barth, Rosemary Radford Ruether e poi tanti altri, quella posizione ha cominciato a essere seriamente interrogata. Ma interrogata non significa abbandonata. La Nostra Aetate non ha dichiarato la fine del supersessionismo: ha aperto una porta, non sfondato un muro.
Ed è qui che entra in scena Papa Leone XIV, il primo pontefice nordamericano della storia, agostiniano, con un passato missionario tra le comunità povere del Perù che non si inventa, che non si gestisce come una voce di curriculum ma che lascia un segno specifico nel modo di leggere il Vangelo. Un uomo che non è cresciuto nei sacri palazzi, che non ha una lunga carriera diplomatica da proteggere, che non ha le mani legate dalla stessa rete di compromessi interni che rendevano ogni passo di Francesco più cauto di quanto le sue parole facessero intuire. Papa Leone XIV è, almeno potenzialmente, un outsider abbastanza radicato da fare sul serio.
Immagina allora se questo papa decidesse di compiere quel gesto. Non letteralmente, naturalmente: nessuno starebbe parlando di confiscare le Bibbie dalle chiese e consegnarle alle sinagoghe in borse di cartone. Si parlerebbe di qualcosa di molto più destabilizzante: un atto di umiltà epistemologica. Riconoscere che la Tanakh ha senso compiuto anche senza Gesù. Che la lettura cristiana non è l’unica, né necessariamente la più vera, né l’unica legittima. Che forse, a furia di cercare il Messia tra le righe di Isaia, abbiamo perso il significato originario di parole come alleanza, esilio, giustizia, misericordia, parole che nella tradizione ebraica portano strati di senso che la semplificazione cristocentrica ha talvolta appiattito in funzione profetica. Restituire i testi sacri significherebbe smettere di usarli come prove a sostegno di una fede che quegli stessi testi non prevedevano, e cominciare a leggerli come testimonianze di una fede altra, sorella, più antica e per certi versi più fedele alla propria continuità storica di quanto il Vaticano abbia mai ammesso.
Nel mondo ebraico le reazioni a un gesto del genere sarebbero complesse, come sempre quando si ha a che fare con una tradizione abituata da millenni a non fidarsi dei gesti grandiosi provenienti da Roma. Una parte delle comunità accoglierebbe con rispetto sincero un riconoscimento tanto atteso. Rabbini del calibro di Jonathan Sacks, scomparso nel 2020 ma la cui riflessione teologica continua a influenzare il dialogo interreligioso, hanno sempre sostenuto che il rispetto autentico tra le fedi passa dal riconoscimento reciproco della propria alterità, non dall’insistenza sulle somiglianze. Un gesto papale in quella direzione sarebbe coerente con quella visione. Ma altri, con la prudenza smagata maturata in secoli di diffidenza ben motivata, si domanderebbero: dove vuole andare a parare il Vaticano? È un modo per legittimare qualcosa politicamente? Un altro gesto di facciata dietro cui non cambia nulla di strutturale? Perché la Bibbia non è solo un libro di preghiere: è anche un argomento geopolitico, un testo la cui interpretazione ha conseguenze concrete su chi ha diritto a stare dove, su chi appartiene a quale terra, su chi è il popolo eletto e cosa significa esserlo. E in un momento in cui Gaza brucia e il dibattito sul conflitto israelo-palestinese viene continuamente risucchiato in una palude di narrazioni religiose usate come carburante per la violenza, qualunque gesto che tocchi l’interpretazione dei testi sacri diventa immediatamente un oggetto politico esplosivo, volente o nolente.
Nel mondo cristiano, il panico sarebbe immediato e prevedibile nella sua prevedibilità. I tradizionalisti impugnerebbero i loro catechismi come scudi medievali. Le testate cattoliche conservatrici, quelle che già digeriscono male le encicliche ecologiste di Francesco e considerano la Laudato Si un documento sospettosamente pagano, griderebbero allo scandalo con la consueta eleganza: il Papa ha venduto le Scritture, sta giudaizzando la Chiesa, è l’anticristo in sandali e croce di legno d’ulivo. Nei circoli teologici si tornerebbe a dibattere di supersessionismo, di continuità e discontinuità tra i due Testamenti, di tipologia biblica, di chi ha diritto all’ermeneutica e perché. E in qualche parrocchia di provincia, qualche prete smetterebbe di citare Isaia durante l’Avvento, giusto per non rischiare incomprensioni.
I protestanti, quelli che hanno costruito tutta la loro identità sulla Sola Scriptura, si troverebbero in una posizione particolarmente scomoda, il che è sempre uno spettacolo intellettualmente interessante. Se la Scrittura è ispirata e basta, se basta aprire la Bibbia per trovare la verità senza mediazioni ecclesiastiche, allora chi ne è il legittimo interprete? Se un Papa, della cui autorità i protestanti non riconoscono un grammo, ammette che la Bibbia è prima di tutto un testo ebraico, l’intera costruzione del sola scriptura risulta improvvisamente fragile nella sua radice: quale Scrittura? Interpretata da chi? Con quale metodologia? La risposta onesta è che la lettura protestante è anch’essa una delle molte letture possibili, non la trasparenza diretta del testo. Ma questa risposta onesta è anche quella che fa crollare il castello di carte, quindi difficilmente verrebbe pronunciata ad alta voce.
In campo islamico la notizia sarebbe accolta con un interesse che mescola solidarietà e autocompiacimento, combinazione difficile da distinguere dalla distanza. Per l’Islam, la Torah e i Vangeli sono rivelazioni reali ma parziali, alterate nel corso dei secoli dalla mano umana, comunque parte della storia sacra che culmina nel Corano. Un Papa che riconosce che la Bibbia appartiene prima di tutto agli ebrei potrebbe essere visto come un gesto di giustizia, ma anche come una conferma implicita della visione islamica: mentre cristiani ed ebrei litigano sui testi, l’Islam conserva la Parola ultima e intatta. È una lettura che non manca di logica interna, anche se presuppone una certezza sulla propria integrità testuale che la filologia coranica moderna renderebbe quantomeno più complicata di quanto il catechismo islamico standard suggerisca. Ma questo è un discorso per un altro articolo, uno di quelli che generano molto più traffico e molto meno sonno sereno.
Il punto più sottile, però, è quello che riguarda non le istituzioni religiose ma le persone comuni, i fedeli, i credenti ordinari, quelli che non hanno cattedre di teologia ma che ogni mattina o ogni domenica aprono un libro e cercano in quelle pagine qualcosa che li aiuti a stare al mondo. Per loro, la notizia di una «restituzione» simbolica dei testi sacri sarebbe probabilmente la più difficile da elaborare, non perché siano più ingenui, ma perché per loro quei testi non sono teoria: sono vita, sono consolazione, sono il linguaggio con cui hanno imparato a nominare il dolore e la speranza. Dire loro che la Bibbia «appartiene» prima agli ebrei non equivale a togliere loro il libro dalle mani: equivale a chiedere loro di tenere in mano quello stesso libro con una postura diversa, meno proprietaria, più umile. Il che è, a ben pensarci, esattamente ciò che ogni tradizione spirituale autentica ha sempre chiesto ai propri fedeli, con scarso successo statistico ma grande coerenza ideale.
C’è una frase attribuita al rabbino Abraham Joshua Heschel, uno dei pensatori ebrei più influenti del Novecento, amico personale di Martin Luther King e presenza straordinaria al Concilio Vaticano II, che merita di essere citata in questo contesto: «Nessuno può credere da solo. Nessuno può trovare la via verso Dio da solo. La religione non è una conquista privata ma una risposta comune.» Heschel credeva nel dialogo interreligioso non come strategia diplomatica ma come imperativo spirituale: le diverse tradizioni si illuminano a vicenda proprio nella loro differenza, non nonostante essa. Un Papa che restituisse simbolicamente la Bibbia agli ebrei sarebbe, in questa prospettiva, non un Papa che perde qualcosa ma un Papa che guadagna qualcosa di immensamente più prezioso: la capacità di ascoltare i testi con orecchie diverse, di scoprire significati che duemila anni di lettura cristocentrica avevano sistematicamente oscurato.
Perché, sia chiaro, quello che si perderebbe in un gesto del genere è solo il monopolio. E il monopolio, in ambito spirituale, è quasi sempre il segnale che qualcosa ha smesso di essere ricerca e ha cominciato a essere controllo. Le religioni che controllano i propri testi come se fossero brevetti non stanno custodendo il sacro: stanno gestendo un mercato. E i mercati, si sa, preferiscono la rendita alla scoperta.
Leone XIV, con quel sorriso educato e quella storia personale che racconta di un uomo abituato a fare sul serio con i poveri prima che con i potenti, potrebbe davvero essere il pontefice capace di fare un gesto del genere. Non ha un lungo passato curiale da proteggere. Non è cresciuto nella diplomazia vaticana, quella che considera ogni dichiarazione pubblica alla stregua di un trattato internazionale da negoziare per decenni prima di firmare. È, almeno strutturalmente, qualcuno che potrebbe permettersi di dire una cosa vera ad alta voce. Se ci fosse la volontà. Se ci fosse il coraggio. Se la struttura che lo circonda glielo permettesse, il che è tutt’altro che garantito, perché le istituzioni hanno una straordinaria capacità di metabolizzare i riformatori e restituirli normalizzati nel giro di un paio di anni.
I suoi predecessori non gli hanno lasciato un campo facile. Giovanni Paolo II ha compiuto gesti storici importantissimi verso il dialogo ebraico-cristiano: la visita alla sinagoga di Roma nel 1986, primo papa a farlo nella storia, e la visita al Muro del Pianto nel 2000, con quel foglietto infilato tra le pietre che chiedeva perdono per i peccati della Chiesa contro gli ebrei. Gesti autentici, di grande portata simbolica. Ma la struttura teologica sottostante non è cambiata. Benedetto XVI ha compiuto passi avanti e indietro con la liturgia tridentina e con la questione delle preghiere per gli ebrei, aprendo ferite che aveva poi cercato di richiudere. Francesco ha puntato molto sul dialogo con l’Islam e con le periferie del mondo, lasciando il dossier ebraico in una zona di mantenimento onesto ma senza slanci nuovi. Leone XIV eredita tutto questo, con la libertà relativa di chi non ha ancora costruito le proprie contraddizioni interne e la responsabilità enorme di chi governa la più antica istituzione religiosa ancora operativa del mondo occidentale.
«La pace sia con voi… e i testi sacri tornino agli ebrei.» Non è solo una frase. Sarebbe la fine di un monopolio. Sarebbe la rinuncia a un potere che non è mai stato legittimo ma è sempre stato esercitato con grande efficacia. Sarebbe il Vangelo che smette di essere una conquista e torna a essere una proposta. Sarebbe la Bibbia che torna a essere ciò che è sempre stata: un insieme di voci diverse, contraddittorie, straordinariamente umane, non un singolo megafono puntato in una sola direzione.
E noi, fedeli, scettici, studiosi, curiosi, o semplicemente persone che ogni tanto si chiedono cosa ci facciamo qui, potremmo finalmente leggerla senza dover cercare in ogni versetto la conferma dei nostri dogmi. Potremmo leggerla come fa da sempre un ebreo: con domande, con rispetto, con la consapevolezza che il testo ti interroga tanto quanto tu interroghi il testo. Con mille interpretazioni che non si annullano ma si moltiplicano. E magari, in mezzo a quelle pagine discusse da secoli, troveremmo qualcosa di più prezioso di qualunque certezza dogmatica: la capacità di stare nell’incertezza senza avere paura.
Per il Venerabile Ordine del Biscotto Spezzato, un gesto del genere cambierebbe tutto e non cambierebbe nulla allo stesso tempo, il che è esattamente il tipo di paradosso che amiamo. Cambierebbe tutto perché sposterebbe l’asse di una tradizione millenaria da un registro di dominio a uno di dialogo. Non cambierebbe nulla perché ciò che avremmo guadagnato sarebbe qualcosa che non si vede, non si misura, non produce titoli di proprietà: la libertà di leggere senza dover dimostrare niente a nessuno. Il Venerabile Ordine predica da sempre che le religioni sono magnifiche invenzioni umane, tentativi poetici e a volte pateticamente grandiosi di mettere in parole il mistero dell’esistenza. Non rivelazioni calate dall’alto con garanzia di infallibilità, ma risposte fragili e preziose a domande che restano sempre più grandi di qualsiasi risposta. Se il Papa decidesse di restituire simbolicamente i testi sacri agli ebrei, riconoscendo che non gli appartengono per diritto divino ma per storia umana, allora saremmo tutti costretti a guardare in faccia il dato più rivoluzionario di tutti: che nessuno possiede Dio. E che chiunque abbia mai creduto di possederlo ha fatto, con le migliori intenzioni del mondo, danni enormi.
Per noi del Venerabile Ordine non ci sarebbe scandalo in quel gesto, ma un inchino riconoscente. Perché ciò che cambierebbe, in quel gesto, sarebbe la postura: da dominare a dialogare, da colonizzare a condividere, da convertire a comprendere. Sarebbe il primo passo verso quella liberazione spirituale che predichiamo da sempre, quella in cui i testi sacri smettono di essere totem da brandire contro il nemico e tornano a essere parole da meditare lentamente, forse sotto un albero, magari con un cane accanto e un biscotto in mano, perché la salvezza, se esiste, non è mai arrivata senza un po’ di umiltà e qualcosa di dolce da sgranocchiare nel frattempo.
In pratica, smetteremmo di litigare su chi ha scritto cosa e cominceremmo a chiederci chi siamo davvero, adesso, davanti alla vastità del cielo. Per il Venerabile Ordine sarebbe un’ottima notizia. Non perché avremmo avuto ragione, ma perché anche il Papa avrebbe avuto torto in modo magnificamente umano. E in fondo, è questo che ci salva: non la certezza, non il monopolio, non il brand teologico più antico del mercato. Ma la capacità, rara e preziosa, di sbagliare con grazia, di riconoscerlo ad alta voce e di ricominciare a leggere da capo, con occhi finalmente liberi.



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