C’è un paradosso magnifico, quasi teologicamente perfetto, nel fatto che le istituzioni nate per parlare a nome di Dio abbiano sviluppato nel tempo una capacità straordinaria di non dire nulla. Non un silenzio mistico, intendiamoci, non quella contemplazione profonda che i maestri spirituali di ogni tradizione hanno sempre indicato come porta verso il divino. No, parliamo di un silenzio molto più mondano, molto più umano, di quello specifico mutismo che si produce quando si ha qualcosa da perdere e si preferisce non rischiarlo. Gaza brucia, i bambini muoiono sotto le macerie, i medici operano senza anestesia nei corridoi degli ospedali bombardati, e le grandi religioni del mondo stanno scoprendo improvvisamente le virtù della diplomazia, della prudenza, del discernimento paziente. Gesù scacciava i mercanti dal tempio a colpi di frusta. I suoi successori istituzionali, duemila anni dopo, stanno ancora valutando se sia il caso di emettere un comunicato.
Per capire quanto sia straordinaria questa situazione bisogna ricordare, anche solo brevemente, cosa le religioni abbiano sempre dichiarato di essere. Non semplici associazioni culturali, non club di meditazione collettiva, non enti di beneficenza con pretese metafisiche. Le grandi tradizioni religiose si sono sempre presentate come custodi di una verità morale assoluta, come voci che parlano in nome di un principio che trascende il potere temporale, come istituzioni che esistono precisamente perché nessun re, nessun imperatore, nessun governo ha l’ultima parola sulla vita e sulla morte degli esseri umani. Questa è la promessa fondamentale della religione organizzata. È il motivo per cui le cattedrali sono più alte dei palazzi del governo, è il motivo per cui i papi si sono sempre seduti su troni più antichi di quelli dei monarchi, è il motivo per cui i grandi testi sacri vengono tramandati come parole definitive sulla dignità dell’uomo. Bene. Teniamo presente questa promessa mentre guardiamo quello che sta accadendo.
A Gaza, secondo i dati delle Nazioni Unite aggiornati nel corso del 2024, sono stati uccisi decine di migliaia di civili, con una percentuale di bambini tra le vittime che supera quella di qualsiasi altro conflitto recente documentato. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha denunciato attacchi sistematici contro strutture sanitarie. UNRWA, l’agenzia ONU per i rifugiati palestinesi, ha documentato la distruzione di scuole che servivano come rifugi. Il termine genocidio è stato utilizzato formalmente in una denuncia presentata dal Sudafrica davanti alla Corte Internazionale di Giustizia, e la stessa CIG ha emesso misure cautelari nel gennaio 2024 ordinando a Israele di adottare tutte le misure necessarie per prevenire atti rientranti nella Convenzione sul genocidio. Questi non sono commenti di parte. Sono atti giuridici internazionali prodotti da istituzioni che esistono precisamente per documentare le cose peggiori che gli esseri umani fanno ad altri esseri umani. In questo contesto, le religioni del mondo stanno producendo qualcosa che potremmo chiamare, con generosa approssimazione, una risposta morale articolata.
Papa Francesco, per essere precisi, non ha taciuto del tutto. Ha più volte invocato la pace, ha definito la guerra una sconfitta per tutti, ha chiesto corridoi umanitari. Nel novembre 2023 ha telefonato alla parrocchia cattolica di Gaza, la Holy Family Church, per esprimere vicinanza ai fedeli rifugiati al suo interno. Gesti, parole, preghiere. Ma il termine genocidio non è mai uscito dalla sua bocca in riferimento a Gaza, mentre lo stesso Francesco non aveva avuto alcuna difficoltà a utilizzarlo per descrivere il massacro degli Uiguri in Cina o quello storico degli Armeni. Questa asimmetria lessicale è interessante, non perché riveli necessariamente malafede, ma perché rivela qualcosa di molto più complesso e per certi versi ancora più inquietante: la capacità delle istituzioni religiose di modulare il linguaggio morale in base alle conseguenze diplomatiche che quel linguaggio potrebbe produrre. Il Vaticano ha relazioni delicate con Israele, ha interessi nella custodia dei luoghi santi, ha equilibri da mantenere con la comunità ebraica mondiale dopo secoli di antisemitismo cristiano che hanno lasciato debiti storici enormi. Tutto comprensibile. Tutto umano. Tutto perfettamente in linea con la logica di uno Stato, che è esattamente quello che il Vaticano è, oltre che chiesa. Il problema è che quando gestisci uno Stato e sei anche il vicario di Cristo, prima o poi qualcuno ti chiede quale dei due ruoli prevalga quando i bambini muoiono. E la risposta, almeno finora, sembra essere quella dello Stato.
Non che la storia del papato offra molti precedenti incoraggianti su questo fronte. Pio XII, eletto nel 1939, è ancora oggetto di dibattito storico per il suo silenzio durante la Shoah. Gli storici si dividono tra chi lo considera un vile complice e chi, come il gesuita Pierre Blet, ha argomentato che il papa agì attraverso canali diplomatici segreti per salvare ebrei. Nessuno, però, lo ricorda per aver gridato. Giovanni Paolo II, al contrario, gridò eccome, ma principalmente contro il comunismo, che era anche il nemico del blocco occidentale. Quando si trattava di dare fastidio ai potenti sbagliati, anche lui ritrovava improvvisamente le virtù della moderazione. La Chiesa cattolica ha una storia bimillenaria di pronunciamenti morali universali e di applicazione di quegli stessi principi in modo selettivamente conveniente. Ciò non la rende diversa da quasi tutte le altre istituzioni umane, semplicemente la rende identica a quelle, il che è già di per sé teologicamente problematico per un’istituzione che pretende di non essere semplicemente umana.
Il mondo ebraico organizzato presenta una situazione ancora più complicata, per ragioni storiche che sarebbe disonesto ignorare. Dopo la Shoah, l’idea che lo Stato di Israele rappresenti una necessità esistenziale per il popolo ebraico non è un’ideologia politica qualsiasi, è una risposta razionale a uno sterminio reale e documentato. Chi critica il silenzio delle istituzioni ebraiche ufficiali di fronte alle operazioni militari israeliane a Gaza deve fare i conti con questo peso storico, che è reale, che è legittimo, e che rende le posizioni morali in questo contesto infinitamente più difficili di quanto sembrino dall’esterno. Detto questo, il fatto che esistano difficoltà comprensibili non significa che il silenzio diventi automaticamente accettabile. Organizzazioni come Jewish Voice for Peace, con decine di migliaia di membri negli Stati Uniti, o B’Tselem in Israele, che documenta le violazioni dei diritti umani nei territori occupati, dimostrano che esiste un ebraismo che non ha rinunciato alla tradizione profetica. Ma queste voci sono marginali rispetto alle istituzioni ufficiali, spesso accusate di antisemitismo per il solo fatto di prendere sul serio i comandamenti della Torah che vietano di versare sangue innocente. Amos gridava contro i ricchi di Samaria che schiacciavano i poveri. Oggi i suoi eredi spirituali vengono invitati a stare zitti per non fare il gioco dei nemici. Il profeta dell’Antico Testamento aveva un vantaggio: non aveva Twitter, e quindi non poteva essere cancellato.
Il mondo islamico, che pure ha mobilizzato milioni di persone in tutto il globo in proteste spontanee, presenta a livello istituzionale una frammentazione che rende difficile identificare una voce centrale. Non esiste un papa dell’Islam, e questo è un dato strutturale che spiega molto. L’Organizzazione per la Cooperazione Islamica, che riunisce 57 stati a maggioranza musulmana, ha emesso condanne formali, ha convocato vertici di emergenza, ha prodotto documenti. Quei documenti hanno avuto sull’andamento della guerra esattamente lo stesso effetto di una preghiera del venerdì particolarmente sentita, ovvero nessuno. Al-Azhar, la più antica e prestigiosa università islamica del mondo, con sede al Cairo, ha rilasciato dichiarazioni di condanna. Ma Al-Azhar è strettamente legata al governo egiziano, che a sua volta intrattiene relazioni con Israele sancite dagli accordi di Camp David del 1978, e che ha tenuto chiuso il valico di Rafah per mesi mentre la popolazione di Gaza moriva di fame. La geometria delle complicità è sempre più affascinante da studiare di quanto sia comoda da ammettere.
Il buddhismo, attraverso la figura del Dalai Lama, offre un caso particolarmente istruttivo perché il Dalai Lama è forse l’unico leader religioso che gode di un consenso morale universale pressoché intatto nel mondo occidentale. Premio Nobel per la pace nel 1989, simbolo globale della non violenza, uomo che ha dedicato la vita alla causa dei diritti del popolo tibetano contro l’occupazione cinese. Sul Tibet il Dalai Lama parla con chiarezza assoluta. Su Gaza le sue dichiarazioni sono state notevolmente più misurate, più universali, meno specifiche. Ora, è possibile che questo rifletta una genuina differenza di approccio teologico, il buddhismo essendo tradizionalmente meno incline alle posizioni politiche nette rispetto alle tradizioni abramitiche. È anche possibile che il governo tibetano in esilio abbia tutto l’interesse a mantenere buone relazioni con gli Stati Uniti e con i loro alleati. La compassione è universale, ma le alleanze geopolitiche sono molto più concrete. Questa osservazione non è un attacco al Dalai Lama come persona, è semplicemente la constatazione che nessun leader religioso opera in un vuoto politico, e che tutti, senza eccezione, pesano le proprie parole in funzione di equilibri che non sono puramente spirituali. La differenza tra un profeta e un diplomatico in abiti religiosi è esattamente questa: il profeta dice la verità anche quando costa qualcosa. Il diplomatico dice la verità solo quando non costa nulla.
È qui che bisogna parlare di suor Alicia Vacas Manzano, comboniana spagnola, nata nel 1944, che nel 2023 si trovava a Gaza come una delle pochissime religiose cattoliche ancora presenti nel territorio. Anziana, disarmata, priva di qualsiasi potere istituzionale rilevante, questa donna ha continuato a lavorare, a testimoniare, a restare quando tutti andavano via. Non ha convocato conferenze stampa. Non ha emesso comunicati diplomatici. È rimasta. Questo gesto semplice, radicale e quasi scandaloso nella sua semplicità, contiene più teologia pratica di qualsiasi dichiarazione ufficiale prodotta dalle grandi istituzioni religiose negli ultimi mesi. E il fatto che nessun vescovo, nessun cardinale, nessun patriarca l’abbia seguita dice tutto quello che c’è da sapere sulla differenza tra la religione come pratica di vita e la religione come sistema di potere.
La storia offre confronti impietosi. Quando Desmond Tutu si batteva contro l’apartheid in Sudafrica, lo faceva dall’interno di una chiesa, la Chiesa Anglicana, che non era unanimemente dalla sua parte. Tutu fu criticato, isolato, accusato di fare politica invece di fare teologia. Andò avanti lo stesso perché aveva capito che fare teologia senza fare politica, in un paese dove la politica decideva chi viveva e chi moriva, era semplicemente un lusso morale che non poteva permettersi. Il risultato è che oggi Tutu è considerato un santo laico da quasi tutto il mondo, mentre i suoi critici ecclesiastici sono dimenticati. Oscar Romero, arcivescovo di San Salvador, denunciò i massacri delle forze militari salvadoregne finché qualcuno lo uccise mentre celebrava la messa nel 1980. Giovanni Paolo II lo aveva precedentemente rimproverato per eccessivo coinvolgimento politico. Nel 2018, lo stesso Vaticano lo ha canonizzato. La storia della chiesa è piena di profeti prima criticati e poi santificati, il che suggerisce che l’istituzione abbia sviluppato un sistema particolarmente efficiente di riconoscere il coraggio morale con un ritardo di alcune decadi, quando non costa più niente riconoscerlo.
Martin Luther King è un altro nome che emerge inevitabilmente in questo contesto, non solo per il coraggio con cui usò la fede come leva morale contro il razzismo istituzionalizzato negli Stati Uniti, ma anche per le posizioni che assunse verso la fine della sua vita, quando iniziò a collegare la questione razziale al militarismo americano e alla guerra in Vietnam. Quel King, il King che nel 1967 al Riverside Church di New York definì il governo americano come il maggiore fornitore di violenza nel mondo, era molto meno comodo del King del discorso sul sogno. Fu quel King scomodo a essere sorvegliato dall’FBI, a essere abbandonato da molti alleati moderati, a perdere consensi nei sondaggi. E fu quel King scomodo a essere assassinato l’anno successivo. La lezione che molti leader religiosi sembrano aver tratto da questi esempi storici non è che bisogna avere il coraggio di King. È che avere il coraggio di King fa fare una brutta fine. Questo è un incentivo strutturale al silenzio che nessuna grazia divina sembra in grado di rimuovere.
C’è una questione teologica seria, però, che non può essere liquidata con il solo sarcasmo, anche se il sarcasmo è qui abbondantemente giustificato. Il problema del silenzio religioso di fronte alla violenza politica non è soltanto un problema di ipocrisia individuale o istituzionale. È un problema che riguarda la funzione stessa della religione nel mondo contemporaneo, e il modo in cui le grandi tradizioni spirituali hanno progressivamente accettato di ridefinire il proprio ruolo in termini compatibili con gli Stati nazione e con le loro alleanze. Il processo è lungo e documentabile. La Chiesa cattolica ha attraversato nel Novecento un percorso tormentato che va dalla Rerum Novarum di Leone XIII nel 1891, che cercava di definire una dottrina sociale capace di fare da alternativa sia al capitalismo selvaggio che al marxismo, fino al Concilio Vaticano II, che con la Gaudium et Spes del 1965 affermò esplicitamente che le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini del nostro tempo, soprattutto dei poveri e di coloro che soffrono, sono le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo. Parole bellissime. Impegnative al punto giusto da essere quasi inapplicabili nel momento in cui le loro implicazioni concrete minaccino interessi geopolitici reali.
La teologia della liberazione, nata in America Latina negli anni Sessanta e Settanta del Novecento con figure come Gustavo Gutiérrez, Leonardo Boff e Jon Sobrino, tentò di prendere sul serio questa promessa evangelica applicandola alla situazione concreta dei poveri latinoamericani sotto regimi che spesso godevano dell’appoggio degli Stati Uniti e, talvolta, di settori della Chiesa stessa. La risposta del Vaticano, sotto Giovanni Paolo II e il cardinale Ratzinger alla guida della Congregazione per la Dottrina della Fede, fu una serie di documenti critici e di interventi disciplinari che ridussero progressivamente lo spazio di questa teologia all’interno delle strutture ecclesiastiche ufficiali. Non che la teologia della liberazione fosse priva di problemi propri, inclusa una certa tendenza a un’appropriazione acritica del marxismo che creava tensioni genuine con la dottrina cattolica. Ma il risultato pratico di quell’operazione fu che la voce più capace di incarnare l’opzione preferenziale per i poveri all’interno del cattolicesimo fu progressivamente marginalizzata proprio mentre i poveri del mondo avrebbero avuto più bisogno di essa.
Quello che resta, dopo questa lunga traversata attraverso le responsabilità mancate delle grandi istituzioni religiose, non è semplicemente cinismo. Il cinismo sarebbe troppo comodo, troppo pigro, troppo simmetrico al silenzio che critica. Resta invece una domanda precisa che merita una risposta precisa: può una religione svolgere una funzione morale autentica nel mondo contemporaneo continuando a funzionare come struttura di potere istituzionale? La risposta che la storia sembra suggerire è: raramente, e solo quando all’interno di quelle strutture esistono individui capaci di anteporre la fedeltà ai principi fondativi alla fedeltà all’istituzione. Suor Alicia Vacas a Gaza. I rabbini di Jewish Voice for Peace arrestati mentre protestavano al Campidoglio americano chiedendo un cessate il fuoco, nell’ottobre 2023, con i loro talliot sulle spalle. I preti cattolici latinoamericani che accompagnarono le comunità indigene contro le ruspe delle multinazionali estrattive. Questi sono i casi in cui la religione ha ancora qualcosa da dire che non si riduca a una colonna sonora edificante per una realtà che procede indipendentemente da essa.
Il problema è che questi individui agiscono quasi sempre nonostante le loro istituzioni, non grazie ad esse. E finché le grandi strutture religiose continueranno a operare secondo la logica degli Stati e delle alleanze piuttosto che secondo la logica dei propri testi fondativi, l’autorità morale che rivendicano continuerà a svuotarsi di contenuto reale. Non in modo drammatico, non con una rottura improvvisa, ma con la lenta erosione di chi guarda quello che si fa invece di ascoltare quello che si dice, e conclude, razionalmente, che c’è un problema di coerenza. I dati sulla secolarizzazione in Europa e in molte parti del mondo sviluppato raccontano anche questa storia: non è solo il razionalismo scientifico a svuotare i templi, è anche la percezione diffusa che quei templi abbiano smesso di dire cose che la gente non sapeva già, e che facciano fatica a dirle quando costerebbe qualcosa dirle.
Gaza non è solo una crisi umanitaria, anche se è prima di tutto quello. È anche uno specchio in cui le istituzioni religiose del mondo possono vedere riflessa la distanza tra la promessa delle loro origini e la realtà della loro esistenza presente. Quello specchio è scomodo, il che spiega perché molti preferiscano non guardarci. Ma gli specchi non smettono di riflettere perché li ignoriamo. I bambini sotto le macerie non smettono di essere morti perché le cattedrali sono silenziose. E la domanda che rimane, sospesa nell’aria pesante di quel silenzio, è se esista ancora qualcosa dentro quelle istituzioni capace di fare la cosa più elementare che qualsiasi insegnante spirituale di qualsiasi tradizione ha sempre chiesto ai propri discepoli: guardare la realtà per quello che è, chiamarla con il suo nome, e decidere da che parte stare. Non per ragioni politiche. Per ragioni umane. Che poi, se le religioni hanno ancora un senso, dovrebbero essere la stessa cosa.



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