Morto un Papa se ne fa un altro – Prima, durante e dopo Bergoglio: misteri e ombre

C’è una frase, dalle nostre parti, che funziona come un coperchio su una pentola che bolle da secoli: “Morto un Papa se ne fa un altro.” Detto così, pare una battuta da osteria, pronunciata con spalluccia e bicchiere di rosso alla mano. E invece dietro a quella massima popolare si nasconde uno dei meccanismi di potere più antichi, raffinati e opachi del mondo: la successione papale. Non parliamo di elezioni democratiche, primarie di partito o passaggi di testimone trasparenti. No, parliamo di Conclavi, cappelle Sistine, fumate bianche (e nere), cardinali rinchiusi, sospiri dello Spirito Santo e manovre curiali degne della migliore tradizione bizantina.

Il caso del Conclave del 2013, quello che ha portato all’elezione di Jorge Mario Bergoglio, il Papa venuto “quasi dalla fine del mondo”, si inserisce in una storia che è tutto fuorché lineare. Un Papa, Benedetto XVI, decide di dimettersi – evento raro quanto una nevicata nel deserto – e lo fa in latino, lasciando giornalisti e prelati in uno stato di smarrimento grammaticale prima ancora che ecclesiale. Le dimissioni di Ratzinger rappresentano un cratere nella continuità apparentemente immutabile del papato romano. E come ogni cratere, qualcosa nasconde.

I motivi della rinuncia, ufficialmente legati all’età e alla salute, restano in parte avvolti da una nube d’incenso e mistero. Tuttavia, basta dare una sbirciata nei corridoi vaticani per scoprire che in quegli anni le stanze erano popolate più da corvi che da colombe. Il caso Vatileaks, le lotte interne alla Curia, lo IOR come epicentro di scandali finanziari, le ombre sugli abusi e sulle coperture di sistema: tutto confluiva in una pressione che avrebbe messo in crisi anche il più ermetico dei teologi bavaresi. Benedetto, dal balcone, era sempre sembrato più un professore smarrito in gita scolastica che un sovrano pontificio. Quando se ne andò, in elicottero, fu come se un monaco abbandonasse una fortezza assediata.

E così, il Conclave del 2013. Quello che avrebbe dovuto riportare ordine e autorevolezza, spirito di servizio e, possibilmente, meno carte bollate. I cardinali si rinchiusero nella Sistina con la missione di ascoltare lo Spirito Santo. C’è chi dice che nei primi scrutini parlasse tedesco, poi francese, ma fu in castigliano che si fece capire meglio. Jorge Mario Bergoglio fu eletto dopo pochi scrutini, in quello che ufficialmente fu un voto limpido, e ufficiosamente il frutto di equilibri preparati nei mesi precedenti. Il nome “Francesco”, in onore del santo di Assisi, fu accolto come segnale di rottura e novità.

Ma già nel 2015 il settimanale L’Espresso parlava di un “team Bergoglio”, un gruppo informale di cardinali e influenti ecclesiastici che avrebbero lavorato dietro le quinte per spianargli la strada. Alcuni, come il cardinale Murphy-O’Connor, furono accusati di aver violato le regole del Conclave nel tentativo di formare una maggioranza. Ovviamente, tutto smentito. Ma nel Vaticano, quando qualcosa viene smentito con troppa enfasi, di solito c’è da preoccuparsi.

Il pontificato di Bergoglio si è fin da subito proposto come un tempo nuovo: attenzione ai poveri, riforma della Curia, apertura al mondo, semplicità, scarpe ortopediche al posto dei mocassini rossi. Ma ogni rivoluzione ha le sue controrivoluzioni. E la Chiesa, che di rivoluzioni ne ha viste più della Bastiglia, ha sempre saputo rigenerare le sue resistenze. Le riforme di Francesco sono avanzate su un terreno minato, con dossier, lettere anonime, scomuniche morali, critiche interne da vescovi e cardinali, e il silenzio assordante di Benedetto XVI – silenzio interrotto, qua e là, da uscite scritte che sembravano più messaggi in codice che espressioni spirituali.

Sotto Francesco, l’immagine del “Papa dei poveri” ha viaggiato in parallelo a quella di un abile stratega. Ha messo mano allo IOR, ha cercato di riformare le finanze, ha affrontato – con maggiore o minore efficacia – la questione degli abusi, ha riorganizzato la Curia con la Praedicate Evangelium, ma non ha mai realmente scardinato le gerarchie che da secoli gestiscono il potere a Roma. Un po’ per prudenza, un po’ per sopravvivenza.

Nel frattempo, si sono moltiplicate le ombre: il rapporto ambiguo con la Cina e l’accordo segreto sulla nomina dei vescovi, le critiche da parte dell’episcopato statunitense (più vicino a Trump che al Vangelo), l’ambiguità su certi temi etici, come l’omosessualità e l’ordinazione delle donne. E poi la questione Orlandi, tornata in auge proprio sotto il suo pontificato, simbolo di un Vaticano che non riesce o non vuole parlare chiaro.

E ora? Con un Papa che ha già lasciato intendere di non essere contrario all’idea di dimettersi a sua volta, si apre lo scenario del dopo-Bergoglio. Un futuro che potrebbe vedere un ritorno alla linea conservatrice, oppure l’elezione di un Papa del Sud globale – africano, asiatico – per intercettare le nuove geografie della fede. Ma con quali poteri reali? E in quale direzione?

Nel frattempo, il Vaticano continua a essere un microcosmo in cui si mescolano spiritualità autentica e diplomazia vecchio stile, misericordia e controllo, preghiera e geopolitica. C’è chi ancora crede che lo Spirito Santo agisca nei Conclavi. Ma forse si limita a sussurrare, e non sempre viene ascoltato. Il resto lo fanno le alleanze, i numeri, le cordate. E i compromessi.

Così, mentre le folle acclamano il nuovo Pontefice da Piazza San Pietro, mentre le telecamere inquadrano il balcone, mentre la fumata bianca sale, là dentro – dietro le colonne di marmo, sotto le volte affrescate – qualcuno già prepara la prossima mossa.

Perché morto un Papa, se ne fa un altro. Ma il potere, quello vero, non muore mai. Cambia volto, cambia lingua, cambia abito. Ma resta lì. Silenzioso, paziente, eterno come la pietra. E molto più furbo.

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Il Venerabile Ordine del Biscotto Spezzato è un blog ironico e contemplativo, dove spiritualità e dolcezza si incontrano tra briciole e riflessioni. Qui si parla di religione nel mondo, ma anche di quanto tutte le religioni siano, in fondo, invenzioni umane. Il vero divino? Lo troviamo nella natura, nel silenzio, nei piccoli gesti, e sì… anche nei biscotti che si rompono prima d’essere inzuppati. Il tono è rilassato, a volte filosofico, spesso scanzonato. C’è spazio per miti, leggende, cammini spirituali e passeggiate nei boschi. Niente fanatismi, solo morbide illuminazioni. Un luogo per chi cerca domande più che risposte, conforto più che verità. Prenditi una pausa, spezza un biscotto e leggi in pace.

~ Sergio De Amicis

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