I papabili del futuro: chi potrebbe essere il prossimo Papa
Nel teatro austero del Conclave, dove il fumo bianco si alza come un segnale ancestrale verso un mondo sempre più iperconnesso e disincantato, la domanda torna a galla ogni volta: chi sarà il prossimo Papa? In teoria, chiunque uomo battezzato può essere eletto. In pratica, da secoli, è un affare tra cardinali. E tra loro, ce ne sono alcuni che la stampa, i vaticanisti e i bookmaker già chiamano papabili.
Tra i più citati c’è Pietro Parolin, Segretario di Stato vaticano. Diplomatico raffinato, regista dell’accordo con la Cina sulla nomina dei vescovi, Parolin rappresenta la continuità istituzionale, la linea pragmatica. È l’uomo che conosce tutti, ma che pochi conoscono davvero. Perfetto per guidare la barca di Pietro nel mare in tempesta della geopolitica globale, magari senza troppe onde.
Altro nome forte è Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della CEI. Uomo del dialogo, vicino alla Comunità di Sant’Egidio, noto per la sua umanità e per la capacità di parlare tanto ai migranti quanto ai teologi. Alcuni lo vedono come il vero erede spirituale di Francesco, con un pizzico di spirito francescano e una solida visione sociale.
Tra gli outsider che avanzano a colpi di popolarità (e silenziose manovre), c’è Pierbattista Pizzaballa, Patriarca latino di Gerusalemme. Esperto di dialogo interreligioso, presente da decenni in Medio Oriente, sarebbe una scelta di forte impatto simbolico. Un Papa venuto dalla Terra Santa: non male per rilanciare l’ecumenismo in tempi di guerra e fondamentalismi.
Guardando a Oriente, il nome di Luis Antonio Tagle resta tra i più gettonati. Cardinale filippino, già Prefetto di Propaganda Fide, amatissimo da Papa Francesco e da molti ambienti progressisti, viene descritto come “l’asiatico Francesco”. Il suo limite? Proprio l’essere considerato troppo simile al predecessore, in un’epoca in cui potrebbe affermarsi una svolta di rotta.
Tra i “progressisti sinodali” c’è anche Mario Grech, cardinale maltese, attuale Segretario generale del Sinodo dei Vescovi. Attivo sostenitore del modello sinodale e delle riforme ecclesiali, ha però meno peso mediatico di altri. Ma si sa: nel Conclave, chi entra Papa esce cardinale. E viceversa.
Più a nord, in Francia, c’è Jean-Marc Aveline, arcivescovo di Marsiglia, stimato per il suo lavoro nel dialogo islamo-cristiano e nella teologia pastorale. Una figura in ascesa, forse prematura, ma che raccoglie consensi nei settori più aperti della Chiesa.
Infine, i due volti africani: Peter Turkson, ghanese, già Prefetto del Dicastero per lo Sviluppo Umano Integrale, noto per il suo impegno su clima, diritti sociali e giustizia globale. E Robert Sarah, guineano, figura austera e rigorosa, icona del mondo cattolico conservatore. Uno per un papato “sociale”, l’altro per un ritorno alla dottrina più rigida.
Tutti questi nomi, e molti altri, si aggirano come ombre e riflessi tra le colonne del Bernini, nel bisbigliare dei Sacri Palazzi. Il prossimo Conclave potrebbe segnare una continuità o una rottura. Potrebbe parlare italiano, spagnolo, francese, inglese o un’altra lingua ancora. Di certo, parlerà la lingua antica del potere, quella fatta di compromessi, visioni del mondo, strategie. E, forse, anche un po’ di fede.
Perché sì, alla fine, morto un Papa, se ne fa un altro. Ma quale Papa sarà, e per quale Chiesa, resta ancora tutto da giocare. E lo Spirito Santo, dicono, farà la sua parte. Se riesce a farsi sentire tra i marmi.



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