Se proviamo a guardare con occhi laici e disincantati il ruolo della religione nella società contemporanea, la prima immagine che ci viene in mente potrebbe essere una cattedrale gotica, certo, ma anche un meme su Instagram in cui Dio litiga con Darwin mentre l’algoritmo di Facebook decide quale versione della verità mostrarci. La religione oggi posta su TikTok balletti sincronizzati con canti gregoriani, si confronta con la post-verità nei talk show serali, e ha imparato a usare l’hashtag con la disinvoltura di un influencer ventenne. È ancora tra noi, eccome se lo è, solo che ha aggiornato il sistema operativo e ora gira su cloud.

Benvenuti nell’era della spiritualità digitale, dove anche Dio ha una connessione Wi-Fi, un account verificato su Twitter con la spunta blu pagata ventotto dollari al mese, e probabilmente un podcast settimanale sponsorizzato da un’app di meditazione. Le religioni hanno trovato nuove forme di espressione che avrebbero fatto impazzire i padri del deserto, quelli che si ritiravano in grotte senza nemmeno l’acqua corrente per pregare. Esistono app per pregare in gruppo come Hallow, che ha raccolto oltre cinquanta milioni di dollari di finanziamenti secondo TechCrunch e offre preghiere guidate, meditazioni bibliche, e persino confessioni virtuali guidate da sacerdoti in carne e ossa ma mediati da uno schermo, come se il sacramento della riconciliazione avesse bisogno di una banda larga stabile per funzionare. Tour 3D del Vaticano permettono di visitare la Cappella Sistina senza fare la fila sotto il sole romano, disponibili sul sito ufficiale dei Musei Vaticani, dove puoi zoomare sul dito di Dio che tocca quello di Adamo senza che una guardia ti urli di non fotografare. Live streaming di rituali buddhisti da monasteri tibetani in esilio raggiungono milioni di persone, monaci in tunica arancione che celebrano cerimonie mentre migliaia di utenti commentano con emoji di loto e cuoricini.

E su TikTok si moltiplicano le “suore influencer” come Sister Monica Clare che condivide momenti di vita conventuale alternati a balletti virali, raggiungendo milioni di visualizzazioni con video in cui spiega la Trinità usando metafore tratte da Harry Potter. I guru con la webcam sempre accesa dispensano pillole di saggezza orientale tra uno spot pubblicitario e l’altro, trasformando il dharma in contenuto snackable, digeribile in sessanta secondi mentre aspetti l’autobus. In India, i templi trasmettono i darshan, la visione della divinità, in diretta streaming per i fedeli impossibilitati a viaggiare, con milioni di persone che ogni giorno si connettono per ricevere la benedizione virtuale come se fosse una notifica push, come documenta l’articolo “Digital Hinduism” pubblicato su The Wire.

Ma il vero colpo di genio della religione digitale è l’alleanza con l’algoritmo, quel dio invisibile e onnisciente che governa le nostre vite più di quanto qualsiasi divinità tradizionale abbia mai fatto. L’algoritmo sa cosa desideri prima che tu lo sappia, conosce i tuoi peccati attraverso la cronologia di navigazione che hai dimenticato di cancellare, giudica i tuoi comportamenti e ti premia o punisce con visibilità o shadowban. È onnipresente come Dio, onnisciente come lo Spirito Santo, e misterioso come la Trinità, solo che invece di essere tre persone in una è un milione di linee di codice che nessuno capisce completamente, nemmeno gli ingegneri che lo hanno creato. Come scrive il filosofo della tecnologia Luciano Floridi nel suo “The Fourth Revolution”, stiamo entrando in un’era in cui le infrastrutture digitali plasmano la realtà tanto quanto le istituzioni religiose hanno fatto per millenni.

E le religioni lo hanno capito benissimo, con quella capacità di adattamento che le ha fatte sopravvivere a impero romani, rivoluzioni scientifiche e persino alla morte di Nietzsche che aveva dichiarato morto Dio nel 1882. Nel 2022, la startup Hallow ha usato l’intelligenza artificiale per personalizzare le preghiere in base all’umore dell’utente, rilevato attraverso il tono della voce e la velocità di digitazione, come se lo Spirito Santo avesse bisogno del machine learning per capire di cosa hai bisogno. Sul sito Pray.com, un algoritmo ti suggerisce versetti biblici basandosi sui tuoi “mi piace” precedenti, esattamente come Netflix ti consiglia serie tv basandosi su cosa hai guardato la sera prima quando non riuscivi a dormire. “Se ti è piaciuto il Sermone della Montagna, amerai anche le Lettere di Paolo” suona come una distopia teologica, eppure è esattamente quello che sta accadendo secondo l’analisi “Religion and Artificial Intelligence” pubblicata su Zygon: Journal of Religion and Science.

Anche i non credenti, gli agnostici, i “nones” come vengono chiamati in America, trovano la loro spiritualità secolarizzata in app come Calm o Headspace, che hanno milioni di utenti e offrono meditazione guidata con voci suadenti e musica zen, senza riferimenti religiosi espliciti ma con tutto l’impianto concettuale preso in prestito dal buddhismo, come critica Ronald Purser nel suo “McMindfulness” denunciando la commercializzazione della meditazione. La mindfulness è diventata un prodotto da vendere alle aziende della Silicon Valley per aumentare la produttività dei dipendenti, trasformando una pratica spirituale millenaria in un tool di ottimizzazione delle risorse umane. Respira consapevolmente, ma non smettere di lavorare, sembra dire questa nuova spiritualità aziendale che ha tutto l’aspetto di una religione del capitalismo mascherata da benessere.

Il rischio, e qui bisogna essere onesti come un confessionale trasparente, è che la religione si trasformi in un prodotto tra i tanti, consumato secondo l’umore del momento, scrollato via quando diventa scomodo o noioso, messo in pausa come una serie Netflix. La spiritualità digitale può avvicinare persone lontane, può democratizzare l’accesso a pratiche un tempo riservate a élite monastiche, ma può anche banalizzare il sacro, ridurlo a contenuto, trasformare la preghiera in playlist da consumare mentre fai jogging. Come scrive il sociologo Olivier Roy in “Holy Ignorance”, quando la religione si separa dalla cultura diventa un brand intercambiabile, un’identità da indossare e cambiare come si cambia filtro su Instagram.

C’è poi il problema della post-verità, quella simpatica condizione contemporanea in cui i fatti oggettivi contano meno delle emozioni e delle credenze personali, come definito dal Oxford Dictionary che l’ha eletta parola dell’anno nel 2016. In un mondo dove ognuno ha la sua verità, dove i terrapiattisti hanno gli stessi diritti di parola degli astrofisici nei dibattiti online, dove le teorie cospirazioniste si diffondono più velocemente delle evidenze scientifiche secondo uno studio del MIT pubblicato su Science, la religione trova terreno fertilissimo. Dopotutto, le religioni si sono sempre basate sulla fede, non sulla verifica empirica, sulla rivelazione personale più che sul metodo scientifico. Ma quando questa logica contamina tutto il discorso pubblico, quando ogni opinione vale quanto un fatto documentato, allora nascono culti digitali, profeti del complotto, vangeli alternativi che circolano nelle echo chamber dei social media.

QAnon, il movimento cospirazionista nato su 4chan e cresciuto fino a infiltrare il Congresso americano secondo i rapporti dell’FBI, ha tutte le caratteristiche di un culto millenarista: un messia, una battaglia escatologica tra bene e male, una comunità di credenti, rituali condivisi e la promessa di una rivelazione imminente che cambierà tutto. Solo che invece di aspettare il ritorno di Cristo, aspettano “la tempesta” che spazzerà via l’élite pedofila che controlla il mondo. È religione senza dio, o meglio con Trump come figura salvifica, e l’algoritmo che alimenta la fede mostrando sempre nuovi “segni” e “prove” a chi è già predisposto a crederci, come analizza l’antropologa Adrienne LaFrance nell’articolo “The Prophecies of Q” pubblicato su The Atlantic.

Ma non è tutto oscuro nel regno digitale di Dio, ci sono anche segnali di speranza che meritano di essere amplificati come un sermone in diretta streaming. Le comunità online possono creare legami autentici, offrire supporto a chi è isolato, permettere a persone LGBT+ di trovare spazi religiosi accoglienti quando le loro chiese fisiche li rifiutano. Esistono parrocchie virtuali dove si celebrano matrimoni in Second Life, funerali per avatar morti, battesimi di personaggi digitali, e prima di ridere pensate che per chi vive gran parte della propria vita online questi riti hanno un significato profondo, come documenta la ricerca “Virtual Religion in Second Life” pubblicata su Online Heidelberg Journal of Religions on the Internet.

Durante il lockdown del 2020, quando le chiese erano chiuse e la messa si celebrava in streaming, milioni di persone hanno continuato a partecipare ai riti religiosi attraverso uno schermo, dimostrando che la comunità può esistere anche a distanza, che la presenza non richiede sempre il corpo fisico, che il sacro può attraversare i cavi in fibra ottica senza perdere tutta la sua potenza. Papa Francesco ha benedetto una piazza San Pietro vuota trasmessa in mondovisione, immagine straniante e potente insieme, come se Dio stesso si fosse messo in quarantena ma continuasse a parlare attraverso il modem del Vaticano.

Forse la vera rivoluzione religiosa del XXI secolo sarà quella senza religioni istituzionali, almeno nel senso tradizionale del termine. Una spiritualità liquida come la definisce Zygmunt Bauman, fluida e personalizzabile, senza dogmi fissi né autorità centralizzate che ti dicono come credere. Sempre più persone si riconoscono in forme ibride di spiritualità: praticano yoga che è induismo secolarizzato, meditazione che è buddhismo senza Buddha, sciamanesimo ecologico che è paganesimo rivisitato con preoccupazioni ambientaliste. È il fenomeno dei “nones” ma anche dei “spiritual but not religious”, che negli Stati Uniti sono passati dal cinque percento negli anni Settanta al ventisette percento nel 2021 secondo il Pew Research Center, persone che credono in qualcosa ma rifiutano l’appartenenza a istituzioni religiose tradizionali.

Questa spiritualità fai-da-te ha i suoi rischi, ovviamente, dal narcisismo spirituale in cui Dio diventa una proiezione del proprio ego, alla superficialità di chi pratica “spiritual bypassing” usando la spiritualità per evitare di affrontare problemi psicologici reali, come critica lo psicologo John Welwood. Ma ha anche il merito di rimettere al centro la ricerca personale, l’esperienza diretta del sacro invece della sua mediazione istituzionale, il dubbio fecondo invece della certezza imposta.

E qui entra in scena il biscotto spezzato, simbolo perfetto per questa epoca confusa e meravigliosa. Il Venerabile Ordine del Biscotto Spezzato propone una teologia scandalosamente semplice: la condivisione come atto sacro, il gesto quotidiano elevato a rito, la comunità creata intorno a una cosa umile come un biscotto e una tazza di tè. Non serve un’app, non serve un algoritmo, non serve nemmeno la connessione Wi-Fi, anche se ovviamente questo blog la usa per diffondere il messaggio con una bella dose di autoironia. Serve solo la disponibilità a spezzare qualcosa di proprio e condividerlo con chi ti sta accanto, credente o ateo che sia, perché quel gesto costruisce legame, crea presenza, ricorda che siamo tutti sulla stessa astronave Terra.

È una contraddizione vivente, questo ordine, perché usa gli strumenti digitali per promuovere una spiritualità incarnata, usa l’ironia per parlare di cose serie, usa la leggerezza per veicolare profondità. Ma forse è proprio questo tipo di contraddizione che serve oggi, quando le religioni tradizionali rischiano di diventare troppo rigide per respirare e la spiritualità digitale rischia di diventare troppo fluida per avere sostanza. Il biscotto spezzato è un simbolo antico, richiama l’eucarestia cristiana ma anche tutti i pasti sacri delle tradizioni religiose, il prasad induista, il langar sikh, il pane sabbatino ebraico. È universale nel suo particolarismo, locale nel suo universalismo.

In un mondo dove l’algoritmo decide cosa vediamo, cosa crediamo, con chi interagiamo, creare spazi di incontro reale diventa un atto rivoluzionario. Non virtuale ma reale, non mediato ma diretto, non ottimizzato ma autentico, anche se magari un po’ imperfetto come ogni cosa umana. La religione al tempo del Wi-Fi non deve scegliere tra tradizione e innovazione, tra materia e digitale, tra dogma e fluidità. Può essere entrambe le cose, può navigare la contraddizione con quella stessa sapienza che ha permesso alle religioni di attraversare millenni di cambiamenti.

Il bisogno di sacro non muore mai, cambia forma come l’acqua che si adatta al contenitore. Possiamo chiamarlo spiritualità invece di religione, interconnessione invece di comunione, presenza invece di grazia, ma stiamo parlando della stessa sete esistenziale che ha sempre accompagnato l’essere umano da quando ha iniziato a guardare le stelle e chiedersi cosa ci facesse lì. E forse, alla fine di questo viaggio attraverso app di preghiera e suore su TikTok, algoritmi divini e meme teologici, l’unica teologia che conta davvero è quella che ci ricorda di spezzare il pane, o il biscotto, insieme. Di creare comunità non per escludere ma per includere, non per dividere il mondo in salvati e dannati ma per riconoscere l’umanità condivisa.

Dio, l’algoritmo e il biscotto spezzato possono coesistere, anzi devono coesistere se vogliamo che la spiritualità abbia ancora un senso nel ventunesimo secolo. Il primo ci ricorda che le domande ultime rimangono senza risposta definitiva, il secondo ci mostra quanto potere abbiamo consegnato a sistemi che non comprendiamo, il terzo ci insegna che la salvezza, se esiste, passa attraverso gesti semplici di condivisione. E questo, cari lettori digitali che avete scrollato fino a qui invece di guardare l’ennesimo video di gattini, è un messaggio che vale la pena di mandare virale, molto più di qualsiasi sermone in streaming o benedizione algoritmica.

 

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Il Venerabile Ordine del Biscotto Spezzato è un blog ironico e contemplativo, dove spiritualità e dolcezza si incontrano tra briciole e riflessioni. Qui si parla di religione nel mondo, ma anche di quanto tutte le religioni siano, in fondo, invenzioni umane. Il vero divino? Lo troviamo nella natura, nel silenzio, nei piccoli gesti, e sì… anche nei biscotti che si rompono prima d’essere inzuppati. Il tono è rilassato, a volte filosofico, spesso scanzonato. C’è spazio per miti, leggende, cammini spirituali e passeggiate nei boschi. Niente fanatismi, solo morbide illuminazioni. Un luogo per chi cerca domande più che risposte, conforto più che verità. Prenditi una pausa, spezza un biscotto e leggi in pace.

~ Sergio De Amicis

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