Dal Ghetto di Varsavia a Gaza 2024: analogie scomode, riflessioni necessarie

Esistono paragoni che urtano la sensibilità collettiva, che mettono a disagio, che vengono rigettati in blocco con l’accusa – talvolta fondata – di banalizzare il dolore. Eppure, a volte, questi confronti scomodi servono. Servono a illuminare ciò che non vogliamo vedere, a riconoscere i meccanismi del potere che si ripetono, magari con volti diversi, ma con esiti tragicamente simili. Il ghetto di Varsavia e la Striscia di Gaza nel 2024 non sono identici. Nessuna situazione storica lo è mai. Ma alcune dinamiche – l’isolamento forzato, la disumanizzazione, la punizione collettiva, l’abbandono internazionale – pongono domande che non possiamo più ignorare.

Il ghetto di Varsavia fu istituito il 12 ottobre 1940. Circa 400.000 ebrei furono rinchiusi in un’area urbana di poco più di 3 chilometri quadrati, separati dal resto della città da un muro alto 3 metri, sormontato da filo spinato. In quel ghetto, le condizioni di vita erano disumane: fame, epidemie, sovraffollamento. Il tasso di mortalità era altissimo. Il ghetto non era solo un luogo di segregazione; era una tappa intermedia verso l’annientamento. Dal 1942 iniziarono le deportazioni verso Treblinka. Il 19 aprile 1943, l’insurrezione ebraica scoppiò come ultimo atto di dignità, destinato alla sconfitta ma rimasto nella memoria collettiva come simbolo di resistenza. L’intero ghetto venne raso al suolo. Pochissimi sopravvissero.

Nel 2024, la Striscia di Gaza è una delle aree più densamente popolate del mondo, con circa 2,2 milioni di persone stipate in 365 km². Dal 2007, a seguito della presa del potere da parte di Hamas, Israele ha imposto un blocco terrestre, marittimo e aereo su Gaza, sostenuto in parte anche dall’Egitto. Questo isolamento ha progressivamente trasformato Gaza in una prigione a cielo aperto. Amnesty International e Human Rights Watch hanno ripetutamente definito la situazione come una forma di apartheid (Amnesty, 2022), e l’ONU ha segnalato che le condizioni di vita a Gaza sono incompatibili con la dignità umana. Il conflitto esploso nell’ottobre 2023 e protrattosi per tutto il 2024 ha aggravato ogni aspetto: secondo fonti ONU (OCHA), al 10 aprile 2024 risultavano oltre 33.000 morti palestinesi, con circa 70% di vittime civili, migliaia di bambini compresi.

Le analogie non vanno forzate, ma neppure negate. Entrambi i contesti mostrano un uso sistematico del controllo territoriale per fini politici e militari. Il ghetto di Varsavia serviva a concentrare, annientare, cancellare. Gaza viene isolata per neutralizzare un nemico politico e militare, ma con modalità che finiscono per colpire l’intera popolazione civile. Se nel primo caso si parlava apertamente di “soluzione finale”, nel secondo la narrativa è quella della “difesa” contro il terrorismo. Ma il risultato, per chi lo subisce, è spesso lo stesso: fame, bombardamenti, mancanza di cure, abbandono. Anche la Corte Penale Internazionale ha aperto un’inchiesta su possibili crimini di guerra da entrambe le parti.

Lo storico israeliano Ilan Pappé, nel suo libro The Ethnic Cleansing of Palestine (2006), ricorda che il meccanismo della punizione collettiva è un’antica strategia coloniale, e che la distinzione netta tra civili e combattenti spesso svanisce quando l’obiettivo è il controllo totale. La situazione attuale a Gaza – con le sue restrizioni su cibo, carburante, medicine – richiama proprio questa logica. Anche Gideon Levy, editorialista di Haaretz, ha scritto nel novembre 2023: “Non serve un muro alto per creare un ghetto. Basta impedire a milioni di persone di uscire, mangiare, curarsi, avere un futuro.”

D’altro canto, è necessario ricordare che il ghetto di Varsavia era parte di un progetto genocida strutturato e industrializzato. Gaza non è teatro di un genocidio in senso giuridico, secondo le definizioni ufficiali delle Nazioni Unite, ma di una crisi umanitaria e politica prolungata. Tuttavia, il fatto che ci si trovi a discutere sulla “soglia della definizione” dovrebbe già destare orrore. La domanda da porsi è forse un’altra: perché abbiamo bisogno che una catastrofe umana raggiunga il livello giuridico del genocidio per sentirci obbligati ad agire?

E le religioni, in tutto questo? Qui la delusione è trasversale. Poche le voci religiose che si sono levate con forza per condannare esplicitamente l’uccisione dei civili. Il silenzio di molti leader – cristiani, ebrei, musulmani – è assordante. Nel 1943, molti religiosi tacquero o collaborarono con i nazisti. Oggi, molti si rifugiano nella neutralità, o addirittura giustificano la violenza in nome della “sicurezza” o della “resistenza”. Ma quando Dio viene invocato per giustificare i massacri, Dio è già morto. E se la religione non è capace di denunciare l’ingiustizia, allora ha smarrito il proprio senso.

Il paragone con il ghetto di Varsavia serve, allora, a misurare la nostra capacità di riconoscere l’orrore. Non a stabilire gerarchie del dolore. Ma a capire quanto velocemente possiamo dimenticare le lezioni della storia. La memoria non è un mausoleo intoccabile. È una bussola. E ogni volta che chiudiamo gli occhi su Gaza, rendiamo la Shoah un evento del passato sterile, privo della forza di ammonimento.

Albert Einstein, ebreo scampato alla persecuzione, scriveva nel 1949: “La pace non può essere mantenuta con la forza, può essere raggiunta solo con la comprensione.” Oggi, quella comprensione manca. Gaza è diventata l’incarnazione del fallimento collettivo: della diplomazia, delle religioni, della coscienza internazionale. Ed è nostro dovere, se ancora ci resta un senso di umanità, spezzare il silenzio, rompere il biscotto, e cominciare a guardare le cose come stanno.


Fonti e riferimenti verificabili:

  • United Nations Office for the Coordination of Humanitarian Affairs (OCHA): Gaza Humanitarian Update

  • Amnesty International: “Israel’s apartheid against Palestinians” (2022) – Link

  • Human Rights Watch: “A Threshold Crossed: Israeli Authorities and the Crimes of Apartheid and Persecution” (2021) – Link

  • Haaretz – Editoriali di Gideon Levy, archivio 2023-2024

  • Ilan Pappé, The Ethnic Cleansing of Palestine, Oneworld Publications, 2006

  • Yad Vashem, Holocaust Martyrs’ and Heroes’ Remembrance Authority – Link

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Il Venerabile Ordine del Biscotto Spezzato è un blog ironico e contemplativo, dove spiritualità e dolcezza si incontrano tra briciole e riflessioni. Qui si parla di religione nel mondo, ma anche di quanto tutte le religioni siano, in fondo, invenzioni umane. Il vero divino? Lo troviamo nella natura, nel silenzio, nei piccoli gesti, e sì… anche nei biscotti che si rompono prima d’essere inzuppati. Il tono è rilassato, a volte filosofico, spesso scanzonato. C’è spazio per miti, leggende, cammini spirituali e passeggiate nei boschi. Niente fanatismi, solo morbide illuminazioni. Un luogo per chi cerca domande più che risposte, conforto più che verità. Prenditi una pausa, spezza un biscotto e leggi in pace.

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