C’è chi al mattino si sveglia e pensa: “Cosa posso aggiungere oggi alla mia collezione di ansie, abbonamenti inutili, notifiche e oggetti che non uso?”. E poi c’è chi, con un briciolo di lucidità e una vena di follia, si guarda allo specchio e decide: “No, oggi faccio al contrario. Tolgo. Ogni giorno qualcosa di meno, non di più”. Una frase che, se letta così, sembra uno slogan zen da tazza Ikea, ma che in realtà racchiude una filosofia millenaria che abbiamo faticosamente dimenticato, sepolta sotto strati di plastica, Black Friday e riunioni su Zoom che potevano essere un’email.
Ridurre, sottrarre, lasciar andare: sono concetti che suonano male in una società che ci vuole sempre produttivi, sempre attivi, sempre connessi, sempre più. Eppure, da Lao Tzu ai minimalisti da Instagram, passando per i frati del deserto e i filosofi scettici, la saggezza di togliere anziché accumulare ha sempre avuto un senso. Anzi, è forse l’unico modo per non impazzire.
Perché parliamoci chiaro: se “di più” funzionasse davvero, a quest’ora dovremmo tutti essere felici come bambini in un negozio di caramelle. Invece siamo qui, con la sindrome dell’armadio pieno e niente da mettere, con lo smartphone che esplode di app e nessuna che ci serva davvero, con il frigo pieno ma la sensazione che manchi sempre qualcosa. “Di più” non basta mai, e non basterà mai. È un buco nero.
Prendiamo Lao Tzu, che più di duemila anni fa, nel Tao Te Ching, scriveva: “Per ottenere conoscenza, aggiungi ogni giorno. Per ottenere saggezza, togli ogni giorno”. Lui l’aveva capita: la cultura accumula, la saggezza elimina. Se fosse vivo oggi, probabilmente ci direbbe: “Chiudi Amazon, disinstalla TikTok e smetti di pensare che un’altra laurea ti renderà meno idiota: inizia invece a togliere, a fare spazio, a respirare”. Ma non lo ascolteremmo, perché siamo troppo occupati a ordinare l’ennesimo organizer da scrivania.
E non è solo l’Oriente a dircelo. Anche l’Occidente, nei suoi rari momenti di lucidità, lo ha capito. I monaci cristiani del deserto si ritiravano tra le dune per eliminare ogni distrazione e scoprire che il silenzio non è vuoto, ma pieno. San Francesco, che oggi chiameremmo un radicale antisistema, decise di “spossessarsi” di tutto per sentirsi finalmente libero. E se ci pensiamo bene, ogni rivoluzione spirituale autentica non ha mai aggiunto, ma tolto: meno regole, meno templi, meno intermediari.
Ma ovviamente l’uomo moderno è un genio al contrario. Ha preso l’idea del “meno” e l’ha trasformata in un mercato: corsi di decluttering, guru del minimalismo che ti vendono manuali di 400 pagine per insegnarti a buttare via le cose, app a pagamento che ti ricordano di ridurre le notifiche. In pratica, paghi per imparare a non comprare. Un capolavoro.
Eppure, dietro al cinismo del mercato, resta il fatto: togliere fa bene. Non è poesia, è biologia. Il cervello umano non regge l’overload di stimoli continui: notifiche, mail, pubblicità, serie TV. Troppe cose ci rendono ansiosi e inefficaci. Le neuroscienze lo confermano: il multitasking è una bufala, e ogni “più” che aggiungiamo alla nostra giornata spesso toglie in realtà attenzione e serenità. Quindi sì, ogni giorno qualcosa di meno è una forma di igiene mentale.
C’è poi il lato ecologico. Il nostro pianeta non ce la fa più con il nostro “di più”: più plastica, più CO₂, più rifiuti. Ogni giorno qualcosa di meno non è più una filosofia, è una necessità. Meno consumo, meno energia sprecata, meno cose che finiscono nell’oceano. L’idea del “meno” non è un vezzo da intellettuali, è la differenza tra sopravvivere o estinguerci.
Ma la bellezza del “meno” non è solo collettiva, è anche personale. Togliere non significa impoverirsi, ma alleggerirsi. È l’arte di guardare l’armadio e dire: “Se non lo metto da tre anni, non lo metterò mai”. È spegnere il telefono un’ora prima di dormire e scoprire che la vita senza notifiche non solo esiste, ma è meglio. È rinunciare a una riunione e guadagnare tempo per leggere un libro, o meglio ancora per non fare assolutamente nulla.
Naturalmente, il “meno” spaventa. Siamo cresciuti con l’idea che la vita è un grafico che deve salire sempre: più cose, più successo, più follower, più metri quadri, più auto. Ma alla fine ci ritroviamo compressi in un paradosso: più di tutto, meno felicità. Forse è questo il punto: ogni giorno qualcosa di meno non è perdita, è guadagno.
Pensiamo alla storia. L’Impero Romano è crollato perché era “troppo”: troppo grande, troppo corrotto, troppo complesso da gestire. Il Medioevo, nel suo buio, fu anche una sottrazione: meno impero, meno centralizzazione, meno folla. E in quel vuoto nacquero i semi delle università, delle città libere, delle arti. Ogni caduta è stata, alla fine, una potatura. E senza potatura non c’è crescita, c’è solo una pianta che soffoca sotto i suoi stessi rami.
Anche nella scienza il “meno” ha il suo peso. Ettore Majorana, genio scomparso nel nulla, disse a proposito delle teorie fisiche che spesso il progresso non sta nell’aggiungere formule ma nel semplificarle. Einstein stesso trovava bellezza nella semplicità: “Tutto deve essere reso il più semplice possibile, ma non più semplice”. Insomma, meno orpelli, più sostanza.
Oggi invece, la cultura del “più” ci ha portato a credere che valiamo solo se accumuliamo: titoli, esperienze, viaggi, oggetti. Ma non è forse vero che le cose che ci restano impresse sono poche? Un abbraccio, un paesaggio, un silenzio. Nessuno si ricorda di tutte le mail inviate nel 2021, ma tutti si ricordano quella volta che hanno guardato il mare e non hanno detto niente.
Il guaio è che siamo drogati del “più”. Lo vendono come libertà, ma in realtà è dipendenza. Eppure la cura è semplice: ogni giorno qualcosa di meno. Butta un oggetto, rinuncia a un impegno inutile, chiudi una scheda del browser, respira. È una pratica, non una teoria. Ed è la più rivoluzionaria perché non costa nulla, e quindi non la vuole nessuno.
Ogni giorno qualcosa di meno, non di più, è la frase che potrebbe salvarci. Perché togliere non è impoverirsi: è ritrovare il valore di quello che resta.
Riferimenti e fonti
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Lao Tzu, Tao Te Ching (cap. 48).
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Henry David Thoreau, Walden; or, Life in the Woods (1854).
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Dieter Rams, Less, but better (1995).
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Neuroscienze cognitive sul multitasking: Clifford Nass, Stanford University, studi 2009–2012.
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Francesco d’Assisi, Fonti Francescane.
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Zygmunt Bauman, Vita liquida (2005).
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Albert Einstein, citazioni raccolte in Ideas and Opinions (1954).



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