- C’era una volta un presidente americano talmente paranoico da piazzare microfoni ovunque, registrare ogni conversazione e costruire una macchina del segreto così perfetta da distruggersi da sola. Richard Nixon, trentasettesimo presidente degli Stati Uniti, uomo che aveva vinto la guerra fredda delle elezioni e che perse quella calda contro la propria coscienza, è ancora oggi il caso di studio perfetto per chiunque voglia capire come il potere, quando smette di fidarsi di tutto e di tutti, finisce per divorarsi i propri stessi fondamenta. E lo fa, inevitabilmente, con grand’estrosa teatralità.
La storia comincia nel 1971, quando qualcuno alla Casa Bianca ebbe la brillante idea che servissero degli idraulici. Non per il bagno del terzo piano, sia chiaro. Non per il rubinetto dello Studio Ovale che perdeva. Servivano per tappare le falle nei segreti di Stato che colavano sui giornali come petrolio da una petroliera inclinata. Nacque così l’unità clandestina passata alla storia come i “Plumbers”, termine anglosassone per idraulici, incaricata ufficialmente di fermare le fughe di informazioni riservate. Ufficiosaamente, incaricata di fare cose che nessun presidente avrebbe mai dovuto ordinare, e che Nixon ordinò con la nonchalance di chi chiede un caffè.
La scintilla fu fornita, con involontaria generosità storica, dai Pentagon Papers. Nel giugno del 1971, il New York Times pubblicò un dossier classificato che dimostrava, con la freddezza dei documenti ufficiali, come i governi americani succedutisi da Truman in poi avessero sistematicamente e consapevolmente mentito al pubblico sull’andamento della guerra in Vietnam, sulle sue motivazioni reali, sulle sue prospettive di successo. Era, in sostanza, la prova documentale che l’America stava combattendo una guerra che i propri leader sapevano essere perduta, e che continuavano a mandare giovani a morire in una giungla dell’altra parte del mondo pur di non ammetterlo. Il tutto corredato da cifre, date e firme. Niente di interpretabile, niente di equivocabile. Solo la verità, nella sua forma più scomoda.
Nixon non era personalmente coinvolto nei Pentagon Papers, che riguardavano soprattutto i presidenti precedenti. Avrebbe potuto semplicemente voltarsi dall’altra parte, scrollare le spalle con aristocratica indifferenza e dire “non è farina del mio sacco”. Invece reagì come reagisce chiunque abbia più paura della trasparenza che delle proprie colpe: chiamò i cani. La fonte della fuga era Daniel Ellsberg, ex analista militare del RAND Corporation che aveva copiato migliaia di pagine di documenti riservati e li aveva consegnati alla stampa nella convinzione, poi confermata dai fatti, che il pubblico avesse il diritto di sapere. L’obiettivo di Nixon divenne distruggerlo.
Per farlo, mise insieme una squadra che sembrava uscita da un romanzo di John le Carré scritto in un momento di pessimismo cosmico. G. Gordon Liddy, ex agente dell’FBI con una personalità che molti definivano “entusiasta” e che altri avrebbero definito “preoccupante”, ed E. Howard Hunt, veterano della CIA, architetto dello sbarco nella Baia dei Porci e, nel tempo libero, scrittore di romanzi di spionaggio, che è come se il dentista che ti ha rovinato un molare scrivesse anche libri sul sorriso perfetto. Insieme a una manciata di altri personaggi, formarono il nucleo operativo dei Plumbers. Il loro primo lavoro da idraulici presidenziali fu fare irruzione nello studio dello psichiatra di Ellsberg a Los Angeles, cercando materiale compromettente per screditarlo pubblicamente. Non trovarono nulla di utile. Ma ormai il precedente era stabilito: la Casa Bianca faceva irruzione negli studi degli psichiatri dei propri nemici. Benvenuti nella democrazia americana del 1971.
Il salto di qualità avvenne il 17 giugno 1972, quando cinque uomini furono arrestati mentre tentavano di installare microfoni negli uffici del Comitato Nazionale del Partito Democratico, all’interno del complesso Watergate di Washington. Tra i mandanti dell’operazione c’erano Hunt e Liddy in persona, collegati al Comitato per la Rielezione del Presidente, che gli americani cominciarono presto ad abbreviare nell’acronimo CREEP, ovvero “strisciare viscidamente”, il che dice tutto sulla frequenza con cui la realtà supera la satira in campo politico. Il Washington Post del giorno successivo scrisse, con la sobrietà degli inizi: “Cinque uomini, uno dei quali ha dichiarato di aver lavorato per la CIA, sono stati arrestati ieri negli uffici del Partito Democratico al Watergate.” Sembrava una notizia di secondo piano. La rubrica del crimine locale. Un pasticcio di dilettanti in giacca da sera. Invece era l’inizio del crollo più spettacolare nella storia della presidenza americana.
Le indagini si mossero, lentamente ma inesorabilmente, come un’onda che sale. Due giovani giornalisti del Washington Post, Bob Woodward e Carl Bernstein, cominciarono a tirare i fili con l’ostinazione di chi sa che sotto la superficie c’è qualcosa di grande. La loro fonte era un informatore anonimo che incontravano in un garage sotterraneo nel cuore della notte, noto come “Gola Profonda”, la cui identità rimase segreta per trent’anni e fu rivelata solo nel 2005, quando l’ex vicedirettore dell’FBI Mark Felt, ormai novantunenne, decise che era il momento di togliersi il cappello. Felt era un uomo deluso dalla gestione politica dell’FBI, convinto che Nixon stesse usando il Bureau come strumento personale, e che aveva scelto la strada della soffiata controllata come forma di resistenza istituzionale. Un idraulico che riparava i danni degli altri idraulici, con spirito di servizio e una certa dose di vanità postuma.
Nel frattempo, l’avvocato della Casa Bianca John Dean stava guardando il disastro dall’interno con occhi sempre più spalancati. Quando fu chiamato a testimoniare davanti alla commissione d’inchiesta del Senato nell’estate del 1973, disse una frase che entrò immediatamente nel pantheon delle metafore politiche: “C’è un cancro sulla presidenza, e se non viene rimosso, il presidente sarà ucciso da esso politicamente.” L’immagine era chirurgica nella sua precisione. Nixon negava, smentiva, ignorava, minacciava. Ma si scoprì presto che aveva un problema strutturale: registrava ogni conversazione nello Studio Ovale. Un sistema di microfoni nascosti che aveva installato nella convinzione che quelle registrazioni sarebbero diventate la prova definitiva della sua grandezza storica. Divennero invece la prova definitiva della sua colpevolezza.
In una registrazione del 23 giugno 1972, Nixon ordinava esplicitamente al suo capo di gabinetto H.R. Haldeman di usare la CIA per fermare le indagini dell’FBI sul Watergate. “Voglio che restiate tutti compatti, fate loro sapere che proteggeremo i nostri uomini”, disse il presidente degli Stati Uniti su nastro, per i posteri, con una chiarezza che nessun pm avrebbe potuto sperare di ottenere da un testimone. Era l’ostacolo alla giustizia nella sua forma più pura, documentata e autoincriminante. Gli storici avrebbero poi chiamato questo nastro il “smoking gun”, la pistola fumante. Un’espressione che, nel caso di Nixon, era letteralmente corretta.
Quando il procuratore speciale Archibald Cox chiese i nastri, Nixon lo licenziò. Era il 20 ottobre 1973, un sabato sera, e l’episodio fu battezzato immediatamente “Saturday Night Massacre”, la strage del sabato sera. Il procuratore generale Elliot Richardson si dimise per protesta. Il suo vice William Ruckelshaus fece lo stesso. Solo il terzo nella catena gerarchica, Robert Bork, eseguì l’ordine presidenziale, in un momento che avrebbe perseguitato la sua carriera giuridica per decenni, fino a impedirgli di essere confermato alla Corte Suprema nel 1987. La Corte Suprema, nel 1974, ordinò a Nixon di consegnare le registrazioni. Nixon consegnò le registrazioni. Il re era nudo, e le sue stesse parole lo spogliavano.
Il 9 agosto 1974, Nixon si dimise, primo e unico presidente della storia americana a farlo. Salì sull’elicottero presidenziale con quel famoso gesto delle braccia alzate, indice e medio in forma di V, il segno della vittoria rivolto al nulla, un gesto che sembrava una parodia di se stesso anche in quel momento. Gerald Ford, il suo successore, lo graziò un mese dopo, con le migliori intenzioni e i peggiori effetti politici immaginabili, alimentando per decenni la convinzione popolare che i potenti non paghino mai davvero. Nessun processo. Nessuna condanna. Solo la pensione presidenziale, la biblioteca intitolata al suo nome, e l’imbarazzo eterno della storia che non dimentica.
Ma la lezione più interessante del Watergate non è quella che trovi nei manuali di storia. Non è la lista dei reati, non è il catalogo delle bugie, non è nemmeno la galleria di personaggi improbabili che gravitava intorno alla Casa Bianca di Nixon come satelliti di un pianeta instabile. La lezione più interessante è quella che Nixon stesso articolò, con una franchezza che confina con l’autodiagnosi, nell’intervista che David Frost gli fece nel 1977. Quando Frost gli chiese se il presidente potesse compiere azioni illegali per ragioni di sicurezza nazionale, Nixon rispose: “Quando è il presidente a farlo, allora non è illegale.” Una frase che da sola vale più di qualsiasi corso universitario sulla deriva autoritaria, e che risuona oggi con un’attualità che fa venire i brividi ai posti sbagliati.
Perché i Plumbers non sono mai scomparsi. Hanno solo aggiornato il software. Non entrano più negli uffici a fotografare documenti: entrano nei server. Non installano microfoni fisici: sfruttano backdoor nei sistemi di comunicazione. Le fughe di notizie sono diventate digitali, i whistleblower si chiamano hacker o traditori a seconda del lato da cui li si guarda, e l’idraulica del potere si pratica nel cyberspazio con la stessa logica con cui si praticava nei garage del Watergate.
Nel 2013, Edward Snowden rivelò che la National Security Agency stava raccogliendo in modo massiccio e indiscriminato dati di comunicazione di milioni di cittadini americani e stranieri, alleati compresi. Scappò prima a Hong Kong e poi a Mosca, dove vive tuttora. Disse, in una frase che sarebbe piaciuta a Ellsberg: “Se non facciamo nulla per proteggere la privacy, stamos costruendo il sistema di sorveglianza più oppressivo della storia umana.” La risposta istituzionale fu processarlo per spionaggio in absentia e discutere se fosse un eroe o un traditore, evitando accuratamente di discutere quello che aveva rivelato. Chelsea Manning divulgò centinaia di migliaia di documenti militari riservati che documentavano, tra le altre cose, civili uccisi in Iraq da un elicottero americano con una nonchalance degna di un videogioco. Fu condannata a 35 anni, la pena più severa mai inflitta a un whistleblower statunitense. Obama la graziò prima di lasciare la Casa Bianca, in un gesto tardivo e insufficiente.
Nel 2022, una bozza della sentenza con cui la Corte Suprema intendeva abbattere la storica decisione Roe v. Wade, eliminando il diritto costituzionale all’aborto, trapelò su Politico settimane prima della pubblicazione ufficiale. La risposta istituzionale fu aprire un’indagine interna per trovare chi aveva passato il documento. Non ci fu nessuna discussione pubblica aggiuntiva sulla sostanza del verdetto, nessuna riflessione sull’opportunità di ascoltare ciò che il documento rivelava. Solo la caccia alla talpa. Il riflesso di Nixon, perfettamente conservato nel formaldehyde della cultura istituzionale americana.
Daniel Ellsberg, nell’estate del 2021, nel cinquantesimo anniversario della pubblicazione dei Pentagon Papers, firmò un editoriale sul New York Times in cui scrisse: “Non ho agito per tradire l’America. Ho agito perché sapevo che stavamo continuando a combattere una guerra basata su menzogne. Avevamo già perso 58.000 vite americane. Ne avremmo perse altre migliaia. E non contavamo i milioni di vietnamiti. Dovevo dire la verità, e accettarne le conseguenze.” Morì nel giugno del 2023, a 92 anni, con la coscienza di chi ha fatto una cosa difficile e giusta, e ha vissuto abbastanza da vederla riconosciuta come tale, almeno dagli storici. Prima di morire aggiunse: “Non ho fermato la guerra. Ma ho contribuito a dimostrare che nessuno ha il diritto di mentire impunemente, nemmeno alla Casa Bianca.”
Il problema è che la Casa Bianca continuò a mentire. E i cancellieri, i consiglieri, i funzionari di ogni governo successivo continuarono a imparare quella lezione nel modo sbagliato, non “non mentire” ma “mentire meglio”, “mentire più velocemente”, “distruggere le prove prima che diventino registrazioni”. Nixon fu la versione artigianale di un problema che si è poi industrializzato. La differenza tra Watergate e gli scandali successivi non è morale, è tecnologica.
E allora si ritorna, come sempre, alla domanda che Watergate ha lasciato aperta come una finestra sul temporale: chi controlla chi controlla? Chi sorveglia chi sorveglia? Quando la macchina del potere è abbastanza grande da nascondere le proprie perdite, chi ha gli strumenti per trovarle? La risposta che la storia sembra suggerire, con la sua solita ironia pesante, è che a trovare le perdite sono quasi sempre i giornalisti ostinati, i funzionari delusi, i tecnici di secondo livello che hanno ancora un residuo di coscienza e un contatto nel Washington Post. Non i sistemi di controllo istituzionale, non le commissioni parlamentari, non i meccanismi di oversight previsti dalla Costituzione. Quelli arrivano dopo, quando la falla è già diventata un torrente.
Nixon pensava di essere più furbo dell’acqua. Pensava che bastasse assumere abbastanza idraulici per tenere tutto in ordine. Non aveva capito che l’acqua trova sempre una via, che la verità è per sua natura una sostanza porosa e incontrollabile, e che il potere senza trasparenza non è architettura solida ma marciume in abito blu che si regge finché non lo tocchi.
L’unica vera novità da Watergate in poi è che il marciume ha imparato a camminare più in fretta.



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