Tutto comincia con un falegname e una dozzina di disoccupati galilei. Il gruppo più improbabile della storia antica, eppure quello con il maggior impatto geopolitico, demografico e architettonico sul pianeta. Yeshua bar Yosef, che qualcuno chiamerà Gesù, altri il Cristo, altri ancora il Figlio di Dio e qualcun altro semplicemente un predicatore visionario finito male, gira per la Palestina del primo secolo parlando di povertà, giustizia, perdono e di un misterioso Regno dei Cieli che è imminente, già presente, futuro, interiore e collettivo a seconda di chi gliene chiede. I farisei si spazientiscono, i sadducei lo ignorano con sufficienza, i romani lo trovano fastidioso quanto una zanzara in una notte di agosto a Gerusalemme. Lo crocifiggono sul monte Golgota, probabilmente pensando di chiudere la questione una volta per tutte. Sbagliavano. Raro caso in cui un’esecuzione pubblica diventa il punto di partenza e non d’arrivo.
Perché i suoi seguaci, pescatori del lago di Tiberiade, esattori delle tasse in cerca di redenzione, donne di dubbia reputazione secondo i criteri dell’epoca, non si disperdono come ci si aspetterebbe. Restano. Si radunano. Cominciano a raccontare. E soprattutto, cominciano a scrivere. I quattro Vangeli canonici, Matteo, Marco, Luca e Giovanni, vengono redatti tra il 70 e il 100 d.C., decenni dopo la morte di Gesù, in greco, da autori che con ogni probabilità non lo hanno conosciuto di persona o lo hanno conosciuto di riflesso. Questo non toglie nulla alla loro potenza narrativa, ma aggiunge al testo una patina di riscrittura, interpolazione e interpretazione che avrebbe fatto impazzire qualsiasi direttore editoriale moderno. E poi ci sono i Vangeli non canonici, quello di Tommaso, di Filippo, di Maria Maddalena, esclusi dal canone ufficiale nel corso di quei concili dove si decideva, con un voto, cosa fosse Parola di Dio e cosa no. La democrazia teologica al suo meglio.
In meno di tre secoli, questo movimento di ebrei eterodossi si diffonde lungo le rotte commerciali dell’Impero Romano, arriva in Grecia, in Egitto, in Siria, in Asia Minore, raggiunge Roma stessa. I cristiani vengono perseguitati con alterna intensità, non sempre e non ovunque come racconta la tradizione agiografica, ma abbastanza da produrre una generazione impressionante di martiri la cui memoria diventerà carburante identitario per i secoli a venire. Poi arriva l’Editto di Milano nel 313, con Costantino I che concede libertà di culto, e qualche anno dopo l’imperatore stesso si converte, o finge di convertirsi, perché la storiografia è ancora divisa sul punto, e improvvisamente la religione dei perseguitati diventa la religione del potere. Ingresso trionfale. Cambio di prospettiva. Conseguenze enormi.
Quella svolta costantiniana è uno dei momenti più ambigui della storia del cristianesimo, perché trasforma una comunità che predicava la povertà e la marginalità in un apparato sempre più complesso, gerarchico, ricco e politicamente rilevante. Nel 380, con l’Editto di Tessalonica, il cristianesimo diventa addirittura religione di Stato dell’Impero Romano. Da perseguitata a perseguitante nel giro di settant’anni: un record di velocità che nemmeno le startup californiane possono vantare. I pagani vengono marginalizzati, i templi chiusi, le altre correnti religiose dichiarate eresie da combattere con strumenti che vanno dalla teologia alla forza militare. Nel frattempo, i grandi Concili, Nicea nel 325, Costantinopoli nel 381, Efeso nel 431, Calcedonia nel 451, si riuniscono per stabilire la dottrina ufficiale sulla natura di Cristo, sulla Trinità, sull’unione delle due nature divina e umana. Questioni che sembrano speculative ma che muovono eserciti, dividono comunità, producono scismi e condanne in quantità industriale.
Agostino di Ippona, uno dei più influenti Padri della Chiesa, elabora tra il quarto e il quinto secolo una teologia del peccato originale, della grazia e della predestinazione che segnerà il pensiero cristiano occidentale in modo indelebile. Prendendo spunto dall’Epistola di Paolo ai Romani e dalla propria tormentata biografia, narrata con una franchezza sorprendente nelle “Confessioni”, Agostino costruisce un sistema in cui l’umanità è radicalmente ferita dal peccato di Adamo ed Eva, incapace di salvarsi da sola, dipendente totalmente dalla grazia divina. Secoli dopo, Calvino porterà questa logica fino alle estreme conseguenze, arrivando alla doppia predestinazione: alcuni sono scelti per la salvezza, altri per la dannazione, e non si può fare nulla per cambiarlo. Teologia che funziona benissimo se sei tra gli eletti e risulta decisamente meno confortante negli altri casi, che poi sono la maggioranza.
Tommaso d’Aquino, nel tredicesimo secolo, tenta l’operazione opposta: conciliare la fede cristiana con la ragione aristotelica. La “Summa Theologiae” è un’opera monumentale, sistematica, razionale, in cui ogni domanda ha una risposta articolata in obiezioni, risposta e soluzioni. Dio esiste, e Tommaso lo dimostra con cinque vie filosofiche. La grazia non distrugge la natura ma la perfeziona. La ragione può arrivare fino a un certo punto, poi entra in scena la Rivelazione. Un edificio intellettuale imponente, che la Chiesa cattolica assumerà come base della propria teologia ufficiale e che il Concilio Vaticano I nel 1870 consoliderà come punto di riferimento imprescindibile. Il tomismo diventa il sistema operativo ufficiale del cattolicesimo romano. Aggiornamenti rarissimi, compatibilità con il dubbio moderno non sempre garantita.
Ed è proprio questa struttura, bella, solida, imponente e progressivamente appesantita da secoli di burocrazia spirituale, privilegi ecclesiastici, commercio di cariche e di indulgenze, che porta Martin Lutero a perdere le staffe nell’ottobre del 1517. Monaco agostiniano di Wittenberg, professore di teologia, uomo di fede sincera e di temperamento tutt’altro che tranquillo, Lutero si trova davanti alla predicazione di Giovanni Tetzel, domenicano incaricato di raccogliere fondi per la costruzione della Basilica di San Pietro a Roma attraverso la vendita di indulgenze. Lo slogan attribuito a Tetzel, “Appena il denaro nella cassetta risuona, l’anima dal Purgatorio vola via”, è probabilmente apocrifo nella forma esatta, ma rappresenta fedelmente la pratica in uso. Lutero scrive le sue novantacinque tesi in latino, le invia al vescovo competente e, secondo la tradizione, le affigge alla porta della chiesa del castello di Wittenberg. La stampa a caratteri mobili di Gutenberg, tecnologia relativamente recente e rivoluzionaria, le trasforma in un fenomeno di massa in poche settimane. Primo caso documentato di contenuto virale con conseguenze geopolitiche durature.
La Riforma protestante che ne segue non è un fenomeno unitario ma una costellazione di movimenti, teologie, figure e comunità che condividono l’insofferenza per Roma ma divergono su quasi tutto il resto. Lutero insiste sulla salvezza per sola fede, sul sacerdozio universale dei credenti, sulla Scrittura come unica autorità. Calvino, a Ginevra, costruisce una teocrazia riformata con una disciplina così rigida da far impallidire qualsiasi codice monastico: ballo proibito, teatro proibito, colori vivaci sugli abiti scoraggiati, e per i reati di eresia si arriva al rogo, come nel caso di Michele Serveto nel 1553. Zwingli a Zurigo è ancora più radicale nel rifiuto del culto delle immagini e dell’interpretazione simbolica dell’Eucaristia. Gli anabattisti rifiutano il battesimo dei neonati, la partecipazione alle guerre, il giuramento, e vengono perseguitati sia dai cattolici che dai protestanti con una convergenza ecumenica piuttosto significativa nella sua perversità. Ogni nuova scissione produce una nuova chiesa, un nuovo confessionale, un nuovo regolamento interno, un nuovo motivo per non parlare con il vicino di banco.
Prima di Lutero, però, c’erano i Valdesi. Ed è qui che la storia del dissenso cristiano acquisisce una profondità che la narrazione convenzionale tende a trascurare con una certa costanza. Pietro Valdo era un ricco mercante di Lione che, attorno al 1170, vende tutti i suoi beni, distribuisce il ricavato ai poveri e inizia a predicare una povertà evangelica radicale. Non sta inventando nulla di teologicamente scandaloso: sta semplicemente prendendo il Vangelo sul serio, cosa che storicamente risulta più sovversiva di qualsiasi eresia dottrinale. Fa tradurre in volgare alcune parti della Scrittura, predica senza autorizzazione ecclesiastica, e quando il Concilio Lateranense III nel 1179 gli chiede di smettere, non smette. Scomunicato nel 1184, i Valdesi vengono dichiarati eretici e sottoposti a persecuzioni sistematiche che culminano, nel 1655, nel massacro del Piemonte, che Milton immortala in un sonetto e Cromwell usa come argomento diplomatico nei confronti di Casa Savoia. Anche questo va detto: quando una strage di cristiani poveri diventa merce di scambio diplomatica, qualcosa nel messaggio originale si è già perso per strada.
I Valdesi sopravvivono come comunità nelle valli alpine piemontesi attraverso secoli di clandestinità, resistenza e una tenacia culturale che ha pochi paragoni nella storia religiosa europea. Otterranno i diritti civili solo nel 1848, con lo Statuto Albertino di Carlo Alberto, quasi settecento anni dopo la scomunica del loro fondatore. Oggi sono una piccola chiesa protestante, con circa 45.000 fedeli in Italia, una teologia semplice e vicina alle Beatitudini, un impegno sociale riconoscibile e una capacità di stare nella storia con discrezione e coerenza che molte istituzioni più grandi e potenti potrebbero invidiare senza troppa vergogna.
Lo scisma d’Oriente del 1054 è un altro nodo cruciale spesso ridotto alla disputa tecnica sul Filioque, quella clausola aggiunta dal Concilio di Toledo nel 589 al Credo niceno-costantinopolitano, secondo cui lo Spirito Santo procederebbe non solo dal Padre ma anche dal Figlio, ma che in realtà riflette tensioni teologiche, politiche e culturali profondissime tra Roma e Costantinopoli. Il Patriarca di Costantinopoli Michele Cerulario e il Cardinale Umberto di Silva Candida si scambiano lettere di scomunica reciproca nel luglio del 1054, e da quel momento la cristianità si divide formalmente tra cattolici latini e ortodossi orientali. Le Chiese ortodosse, greca, russa, serba, rumena, georgiana, etiope, copta, conservano liturgie di una ricchezza visiva e musicale che il protestantesimo ha deliberatamente smantellato e che il cattolicesimo post-conciliare ha in parte semplificato. La teologia ortodossa ha sviluppato concetti come la “theosis”, la divinizzazione progressiva dell’essere umano e la sua partecipazione alla natura divina, che nell’Occidente latino sono rimasti ai margini del pensiero ufficiale, considerati troppo speculativi o troppo belli per essere utili.
La Chiesa anglicana nasce nel 1534 per ragioni che con la teologia hanno pochissimo a che fare. Enrico VIII Tudor vuole annullare il matrimonio con Caterina d’Aragona per sposare Anna Bolena, il Papa non lo concede perché Caterina è zia di Carlo V d’Asburgo e Carlo V controlla Roma dal sacco del 1527, quindi Enrico VIII si nomina Capo Supremo della Chiesa d’Inghilterra con l’Atto di Supremazia. Teologia del potere nella sua forma più limpida. L’anglicanesimo che ne deriva è una costruzione ibrida, né cattolica né protestante, con vescovi e liturgia simili a Roma e dottrina più vicina alla Riforma, capace di ospitare al proprio interno correnti altamente diverse tra loro. Il Commonwealth anglofono lo ha poi esportato nel mondo, producendo la Comunione Anglicana con circa 85 milioni di fedeli, spesso in conflitto interno su questioni come l’ordinazione femminile e la benedizione delle unioni omosessuali, due argomenti che riescono a far litigare anglicani di tre continenti diversi con un’efficienza degna di rispetto.
Arriviamo infine ai Testimoni di Geova, che rappresentano uno dei fenomeni religiosi più singolari e sociologicamente interessanti dell’età contemporanea. Fondati negli anni Settanta dell’Ottocento da Charles Taze Russell, pastore autodidatta di Pittsburgh, Pennsylvania, il movimento nasce da uno studio biblico indipendente e si sviluppa come una forma di restaurazionismo radicale: niente tradizioni umane aggiunte alla Scrittura, niente Trinità, dottrina che i Testimoni ritengono un’interpolazione post-biblica, niente immortalità dell’anima nel senso tradizionale, niente festività di origine pagana come il Natale o il compleanno. Russell e i suoi successori elaborano una cronologia biblica dettagliatissima, con date precise per la fine del mondo: 1914, poi 1925, poi 1975. Nessuna di queste date ha portato all’Armageddon atteso, ma l’organizzazione ha sempre trovato spiegazioni teologiche plausibili per i propri affiliati, modificando l’interpretazione senza abbandonare il metodo. Una flessibilità dottrinale che le banche centrali potrebbero invidiare quando sbagliano le previsioni sull’inflazione.
Quello che rende i Testimoni di Geova storicamente significativi al di là del campanello di casa è la loro resistenza ai regimi totalitari del Novecento. Nell’Ungheria fascista, nell’URSS stalinista e soprattutto nella Germania nazista, i Testimoni rifiutarono il servizio militare, il saluto hitleriano e l’iscrizione alle organizzazioni di partito, venendo deportati nei campi di concentramento e contrassegnati con il triangolo viola. Secondo le stime dello United States Holocaust Memorial Museum, tra 2.500 e 5.000 Testimoni furono internati nei campi, e alcune centinaia morirono. La loro resistenza fu silenziosa, non violenta e assoluta. Una coerenza che merita rispetto indipendentemente da qualsiasi valutazione teologica del resto del loro credo, e che contrasta in modo imbarazzante con il silenzio di istituzioni religiose molto più potenti e strutturate.
La “Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture”, pubblicata per la prima volta nel 1950 e da allora aggiornata più volte, è la traduzione biblica dell’organizzazione, realizzata da un comitato rimasto anonimo. Gli studiosi biblici esterni hanno mosso critiche sostanziali ad alcune scelte traduttive, in particolare riguardo al Vangelo di Giovanni e alla resa del testo greco relativo alla natura di Cristo. I Testimoni la difendono come la traduzione più fedele all’originale. Il dibattito filologico è reale e documentato, il che rende la questione molto più interessante delle polemiche superficiali sulla questione dei campanelli, che pure rimangono una forma di evangelizzazione porta a porta difficile da ignorare quando si è in pigiama alle nove del mattino di sabato.
Il panorama globale del cristianesimo contemporaneo è qualcosa che farebbe girare la testa a qualsiasi cartografo religioso con un minimo di scrupolo professionale. Circa 2,4 miliardi di persone si definiscono cristiane, ma la distribuzione geografica è cambiata radicalmente rispetto a un secolo fa. L’Africa subsahariana ospita oggi la più grande concentrazione di cristiani in crescita nel mondo. Il Brasile è il paese con il maggior numero di cattolici in valore assoluto, ma il pentecostalismo evangelico sta erodendo rapidamente quella base, con chiese che organizzano culti in stadi da 50.000 posti e pastori che trasmettono in streaming con produzioni audiovisive da fare invidia alle grandi emittenti commerciali. In Corea del Sud la megachiesa Yoido Full Gospel Church di Seoul, fondata da David Yonggi Cho, ha raggiunto nella sua fase di massima espansione oltre 800.000 fedeli registrati. In Cina, secondo stime che variano considerevolmente per ovvie difficoltà di rilevazione, i cristiani sarebbero tra 67 e 100 milioni, più degli iscritti al Partito Comunista Cinese, il che la dice lunga sulla capacità di diffusione di un messaggio che nasce in Galilea e approda a Pechino attraverso due millenni di storia straordinaria e disastrosa insieme.
In Europa, e specialmente in Italia, il quadro è diverso. La pratica religiosa cattolica è in calo costante da decenni. La percentuale di cattolici praticanti regolari è scesa al di sotto del 20 per cento della popolazione, secondo rilevazioni periodiche del Censis e dell’ISTAT. Le ordinazioni sacerdotali diminuiscono, i seminari si svuotano, le parrocchie vengono accorpate per mancanza di preti, e il dibattito interno alla Chiesa italiana è dominato più da questioni di appartenenza identitaria e politica che da una riflessione teologica capace di dialogare con la contemporaneità. Il Concilio Vaticano II, con i suoi documenti sull’apertura al mondo moderno, il dialogo ecumenico, la liturgia in lingua volgare e la collegialità episcopale, aveva promesso un aggiornamento. Quasi sessant’anni dopo, quella promessa è ancora in buona parte disattesa, contesa tra chi vorrebbe tornare alla Messa in latino e chi vorrebbe ordinare le donne diacono, con una stanchezza di fondo che attraversa entrambe le posizioni.
Francesco, il papa argentino che ha scelto il nome di uno dei santi più radicalmente poveri della storia cristiana, naviga tra queste correnti con la disinvoltura di un marinaio esperto in un porto affollato, producendo dichiarazioni che entusiasmano i progressisti e fanno imbestialire i conservatori, il tutto condito da un’umiltà comunicativa che ha il pregio di essere genuina e il difetto di non tradursi sempre in riforme strutturali visibili. Ha aperto il dibattito sulla diaconessa, poi lo ha chiuso, poi riaperto. Ha condannato la speculazione finanziaria, mentre l’Istituto per le Opere di Religione attraversava l’ennesimo scandalo. Ha parlato di poveri con continuità encomiabile. Ha prodotto due encicliche di grande respiro, la “Laudato si’” sul creato e la “Laudato Deum” sul cambiamento climatico, che hanno ricevuto più consensi fuori dalla Chiesa che dentro. Il paradosso del riformatore che riformerebbe tutto tranne l’istituzione che dovrebbe riformare.
Perché alla fine la domanda vera non è quante denominazioni esistano, quante date dell’Apocalisse siano state sbagliate, quante porte di chiesa abbiano accolto tesi teologiche o quanto oro sia custodito nelle sacrestie del mondo. La domanda vera è più scomoda e più semplice: quella figura del primo secolo che dichiarava beati i poveri di spirito, i miti, i misericordiosi, i perseguitati per causa della giustizia, riconoscerebbe qualcosa di sé in ciò che è stato fatto nel suo nome? È una domanda che Dostoevskij aveva già posto nel Grande Inquisitore, nel cuore dei “Fratelli Karamazov”: Cristo ritorna a Siviglia durante l’Inquisizione e viene arrestato dall’Inquisitore stesso, che gli spiega con calma perché la sua presenza è scomoda e perché sarebbe meglio che se ne andasse di nuovo. Il Cristo dostoevskijano non risponde a parole. Bacia l’Inquisitore sulle labbra e se ne va. È la risposta più cristiana immaginabile, e anche la più destabilizzante per qualsiasi istituzione che abbia usato il suo nome per costruire potere, territorio, identità ed esclusione.
Duemila anni di storia hanno prodotto cattedrali gotiche e roghi, ospedali e crociate, arte sublime e repressione del pensiero, missioni che hanno salvato vite e missioni che hanno distrutto culture. Il bilancio è complesso, contraddittorio e non si lascia ridurre né alla celebrazione agiografica né alla condanna ideologica. Quello che si può dire con una certa sicurezza è che il messaggio originale, nella sua irritante semplicità di amare il prossimo tuo come te stesso, ha resistito a tutto: alle controversie sulla natura di Cristo, agli scismi, alle guerre di religione, alle indulgenze, agli abusi, alle burocrazie, ai triangoli viola nei campi di concentramento, agli stadi pieni in Nigeria e alle chiese vuote in Belgio. Sopravvive nelle forme più improbabili e nei luoghi più inaspettati, spesso lontano dalle sedi ufficiali e dai comunicati stampa.
E forse è proprio questo il vero miracolo: non l’acqua che diventa vino, non il mare che si apre, ma il fatto che, dopo tutto questo, qualcuno tenga ancora aperto il Vangelo e ci trovi dentro qualcosa che vale la pena tentare di vivere. Qualcosa di fastidiosamente umano, ostinato e impossibile da addomesticare del tutto. Anche con duemila anni di tentativi in corso.

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Il Venerabile Ordine del Biscotto Spezzato è un blog ironico e contemplativo, dove spiritualità e dolcezza si incontrano tra briciole e riflessioni. Qui si parla di religione nel mondo, ma anche di quanto tutte le religioni siano, in fondo, invenzioni umane. Il vero divino? Lo troviamo nella natura, nel silenzio, nei piccoli gesti, e sì… anche nei biscotti che si rompono prima d’essere inzuppati. Il tono è rilassato, a volte filosofico, spesso scanzonato. C’è spazio per miti, leggende, cammini spirituali e passeggiate nei boschi. Niente fanatismi, solo morbide illuminazioni. Un luogo per chi cerca domande più che risposte, conforto più che verità. Prenditi una pausa, spezza un biscotto e leggi in pace.

~ Sergio De Amicis

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