In un mondo ideale, i tribunali internazionali dovrebbero funzionare come quei vecchi magistrati da romanzo ottocentesco: lenti, severi, incorruttibili, convinti che la verità venga sempre a galla come il sughero nell’acqua. Nella realtà, invece, assomigliano molto di più a un talk show in seconda serata, dove si grida molto, si decide poco e si invita chi garantisce ascolti. Così, quando nel 2001 l’ex presidente della Repubblica Federale di Jugoslavia Slobodan Milošević finì davanti alla giustizia del Tribunale Penale Internazionale per l’ex Jugoslavia (il cosiddetto ICTY, istituito dall’ONU nel 1993), con accuse che comprendevano genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra commessi in Bosnia, Croazia e Kosovo, il mondo si illuse per un istante che la giustizia avesse finalmente preso i tacchi a spillo e si fosse messa a correre. Era il segnale atteso: dopo i processi di Norimberga, dopo decenni di impunità dei potenti, qualcuno aveva deciso che anche i capi di Stato potevano finire su una sedia scomoda davanti a una corte. Bella idea. Peccato che sia durata poco più di un sogno post digestivo.
Il processo Milošević fu tecnicamente il più lungo e complesso mai intentato da un tribunale internazionale fino a quel momento. Cinquantasei capi di imputazione, oltre cento sedute, migliaia di pagine di testimonianze, prove documentali raccolte da mezzo Balcano, periti, traduttori, ricostruzioni storiche e persino filmati agghiaccianti proiettati in aula. Milošević scelse di difendersi da solo, il che trasformò ogni udienza in una performance politica dove l’imputato si comportava da accusatore, interrogava testimoni per ore, citava documenti, sfidava la legittimità del tribunale e si prendeva pause per motivi di salute con una frequenza che avrebbe fatto invidia a un ipocondriaco di professione. Morì il 11 marzo 2006 nella sua cella del carcere di Scheveningen, in Olanda, senza che fosse stata pronunciata alcuna sentenza. Cause naturali, disse il referto medico. Cause politiche, disse qualcun altro sottovoce. In ogni caso, la giustizia non arrivò. Rimase lì, in piedi fuori dalla porta, con il cappello in mano, ad aspettare un treno già partito.
Vent’anni dopo, il teatro internazionale riapre il sipario. Stavolta non con un ex dittatore deposto e isolato, ma con un capo di governo in carica, circondato da alleanze, difeso da interessi, sostenuto da potenze nucleari. Benjamin Netanyahu, primo ministro di Israele, figura dominante della politica israeliana da decenni (ha governato il paese ininterrottamente dal 2009 al 2021 e poi di nuovo dal 2022, diventando il capo di governo con più anni di servizio nella storia dello stato ebraico), riceve nel novembre 2024 un mandato di arresto dalla Corte Penale Internazionale. Le accuse riguardano crimini contro l’umanità e crimini di guerra nel contesto del conflitto a Gaza iniziato dopo gli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023. Tra le contestazioni specifiche figurano l’uso deliberato della fame come metodo di guerra contro la popolazione civile, attacchi intenzionali contro civili e ostacoli intenzionali all’ingresso di aiuti umanitari. Insieme a lui viene colpito dal mandato anche Yoav Gallant, allora ministro della Difesa israeliano.
La reazione del mondo fu uno spettacolo degno di una serata di gala al circo. Gli Stati Uniti definirono il mandato “scandaloso” e “senza precedenti”, dimenticando evidentemente che il concetto di mandato d’arresto internazionale per crimini di guerra esiste proprio per non fare precedenti di impunità. L’Ungheria, stato membro dell’Unione Europea e quindi in teoria obbligata a rispettare i mandati della CPI, annunciò che Netanyahu sarebbe stato il benvenuto a Budapest. Il premier ungherese Viktor Orbán lo invitò ufficialmente, trasformando quella che avrebbe dovuto essere una obbligazione giuridica in una dichiarazione politica d’amore. Il governo britannico cercò di capire cosa fare, poi disse che avrebbe rispettato il mandato, poi precisò, poi aggiunse caveat (condizioni, riserve), poi smise di rispondere alle domande. La Germania, dopo un momento di esitazione degno di un concorrente di quiz televisivo che non ricorda la risposta, confermò l’obbligo di arresto. Netanyahu, da parte sua, definì il mandato “antisemita” e “una vergogna storica”, attivando quel meccanismo per cui qualsiasi critica a Israele viene letta come un attacco agli ebrei in quanto popolo, indipendentemente dal merito dell’accusa.
Qui emerge il primo grande paradosso del confronto tra i due casi. Milošević fu presentato al mondo come il mostro solitario, il demonio balcanico da estirpare affinché l’Europa potesse tornare a dormire tranquilla nella sua casa di mattoni democratici. La sua cattura e il suo processo erano necessari non soltanto per le vittime, ma per la narrazione: bisognava dimostrare che il male aveva un volto, un nome, una cravatta rossa e un regime identificabile. Milošević era perfetto per questo ruolo. Era isolato internazionalmente, guidava un paese in miseria economica, non aveva alleati potenti disposti a rischiare qualcosa per lui, e soprattutto non sedeva sopra nessuna riserva di petrolio né custodiva nessuna rotta commerciale fondamentale. Fu consegnato al tribunale dell’Aia dal governo serbo di Zoran Djindjic nel giugno 2001, in parte per ottenere credibilità internazionale, in parte sotto pressione economica degli Stati Uniti che avevano legato gli aiuti alla consegna dell’imputato. Djindjic fu assassinato due anni dopo, nel 2003, ma questa è un’altra storia, ugualmente istruttiva.
Netanyahu, invece, non è un mostro solitario. È un alleato strategico. È il primo ministro di un paese che gli Stati Uniti considerano la propria roccaforte (baluardo militare e politico) in Medio Oriente, destinatario di miliardi di dollari di aiuti militari annuali, partner privilegiato nei programmi di intelligence, firmatario degli accordi di Abramo che hanno cambiato gli equilibri regionali. Arrestarlo significherebbe destabilizzare decenni di politica estera americana, rimettere in discussione alleanze consolidate, ammettere pubblicamente che il proprio principale alleato regionale ha commesso crimini di guerra. È come chiedere a qualcuno di ammettere che il suo migliore amico è un imbroglione: forse lo sa già, ma dirlo ad alta voce è tutta un’altra faccenda.
E qui si tocca il nervo scoperto della giustizia internazionale contemporanea. La CPI, Corte Penale Internazionale, fu istituita dallo Statuto di Roma del 1998 ed è entrata in funzione nel 2002. Ha sede all’Aia, come il tribunale che si occupò di Milošević, anche se tecnicamente sono istituzioni diverse: il ICTY era un organo sussidiario del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, mentre la CPI è un organismo permanente e autonomo. Gli Stati Uniti non hanno mai ratificato lo Statuto di Roma. Israele lo ha firmato nel 2000 ma ha ritirato la firma nel 2002. La Russia ha fatto lo stesso nel 2016, dopo che la corte aveva aperto un’indagine sul conflitto in Ucraina. Cina e India non hanno mai aderito. In pratica, i principali attori militari e geopolitici del mondo hanno costruito la corte pensata per giudicarli e poi si sono sfilati dal contratto appena hanno capito dove stava andando a parare. È come fondare un club del poker, scrivere il regolamento, e poi andarsene appena ci si accorge che il banco è tenuto da qualcuno di onesto.
Il problema strutturale della CPI è che non ha una polizia propria. Non ha agenti, non ha carabinieri, non ha forze speciali capaci di bussare alla porta di un premier e dirgli: si accomodi. Dipende interamente dagli stati membri per l’esecuzione dei mandati. E gli stati membri, come abbiamo visto, obbediscono quando conviene e trovano scuse quando non conviene. Il caso più eclatante fu quello di Omar al-Bashir, presidente del Sudan accusato di genocidio nel Darfur, che per anni continuò a viaggiare liberamente tra paesi africani senza che nessuno lo toccasse, nonostante i mandati emessi nel 2009 e nel 2010. Alla fine fu arrestato ma in Sudan, dopo essere stato deposto da un colpo di stato nel 2019, e la sua consegna alla CPI è rimasta per anni oggetto di trattative politiche. Non esattamente la rappresentazione plastica di una giustizia rapida ed efficace.
Milošević e Netanyahu condividono qualcosa di più sottile e più disturbante della semplice accusa di crimini gravi. Condividono la retorica della sopravvivenza. Entrambi hanno costruito le proprie carriere politiche sulla narrazione del popolo minacciato, dell’accerchiamento, del nemico alle porte. Milošević agitò il fantasma del nazionalismo serbo calpestato, dei serbi perseguitati in Croazia e Bosnia, della grande Serbia da difendere contro i traditori interni e gli aggressori esterni. Netanyahu ha costruito l’intera sua esistenza politica sull’idea che Israele sia permanentemente sull’orlo della distruzione, che ogni concessione sia una capitolazione, che ogni critica sia antisemitismo, che la sicurezza non possa mai essere negoziata. Entrambi hanno usato questa retorica per giustificare misure che, viste da fuori, assomigliano straordinariamente a crimini. Entrambi erano convinti, o almeno lo sostenevano, di agire per il bene del proprio popolo. Come se il bene di un popolo potesse passare sopra i corpi di un altro.
C’è un altro elemento che il confronto tra i due casi mette in luce con una chiarezza quasi imbarazzante, ed è il ruolo dei media. Quando scoppiarono le guerre jugoslave negli anni Novanta, le televisioni europee e americane trasmisero le immagini dei campi di prigionia, dei profughi, delle fosse comuni, dei bambini feriti. Fu quella copertura mediatica, brutale e diretta, a costruire la pressione politica necessaria per portare Milošević davanti a un giudice. Le immagini di Sarajevo sotto assedio, le testimonianze di sopravvissuti a Srebrenica, le inchieste giornalistiche sui crimini delle milizie paramilitari serbe crearono un contesto in cui la comunità internazionale non poteva più fingere di non sapere. Con Gaza, le immagini ci sono. Ci sono eccome. Sono su tutti i telefoni del mondo, trasmesse in tempo reale, documentate da giornalisti locali che rischiano la vita. Ma il filtro interpretativo è completamente diverso. La stessa immagine di un bambino estratto dalle macerie viene letta come tragedia umanitaria o come conseguenza inevitabile della guerra al terrorismo a seconda di chi la commenta e su quale canale. La realtà non è cambiata. È cambiato l’algoritmo che la distribuisce e il potere che decide chi può permettersi di definire cosa.
La Bosnia e il Kosovo, da quel punto di vista, furono una guerra raccontata da corrispondenti stranieri in un’epoca in cui la narrazione era ancora relativamente lineare. Gaza è una guerra raccontata in un ecosistema informativo frammentato, polarizzato e sistematicamente manipolato da tutte le parti in causa, comprese quelle che si dichiarano neutrali. E in questo ecosistema, la CPI emette mandati che rimbalzano sui social per quarantotto ore e poi scompaiono nel flusso, inghiottiti da un nuovo scandalo, un nuovo video, un nuovo discorso presidenziale.
Bisogna anche dire, senza troppi giri di parole, che la giustizia internazionale non nasce con il peccato originale dell’imparzialità. Nasce già segnata dalla geografia del potere. Il Tribunale per l’ex Jugoslavia si occupò quasi esclusivamente di crimini commessi da serbi, anche se crimini gravi furono commessi anche da croati e bosniaci. Alcune inchieste sui crimini dell’Esercito di Liberazione del Kosovo, accusato di uccisioni, sequestri e traffico di organi, andarono avanti con una lentezza imbarazzante e producono ancora oggi risultati giudiziari risicati. La CPI ha concentrato la propria attività quasi esclusivamente sull’Africa nei primi decenni di vita, al punto che diversi governi africani la definirono apertamente uno strumento neocoloniale. E nel momento in cui la corte prova ad allargare il proprio raggio d’azione verso paesi occidentali o alleati dell’Occidente, incontra resistenze che non aveva mai trovato quando si occupava di dittatori africani.
Questo non vuol dire che la CPI faccia male il suo lavoro. Vuol dire che il lavoro che fa è strutturalmente limitato dalla politica internazionale, e che quella limitazione non è un difetto del sistema ma una sua caratteristica fondamentale, costruita nel momento in cui le grandi potenze decisero di aderire o meno allo Statuto di Roma. È come costruire un palcoscenico meraviglioso e poi decidere che gli attori principali non sono obbligati a salirci se non ne hanno voglia.
Il destino finale di Milošević, quella morte in cella senza sentenza, ebbe un effetto paradossale sull’immaginario collettivo. In Serbia, molti lo trasformarono in martire, vittima di un processo politico condotto da nemici dello stato serbo. Il fatto che non fosse mai stato condannato formalmente permise a una parte dell’opinione pubblica di costruire una narrazione alternativa in cui era innocente, perseguitato, sacrificato sull’altare della propaganda occidentale. La mancata sentenza non fu una vittoria della giustizia ma un regalo alla mitologia nazionalista. Anche questo è un insegnamento che andrebbe tenuto presente quando si ragiona sul mandato per Netanyahu: i processi incompiuti non lasciano cicatrici, lasciano leggende.
Netanyahu è ancora in carica mentre queste righe vengono scritte. Il mandato della CPI è tecnicamente valido in centoquantaquattro paesi del mondo. In pratica, il premier israeliano ha già segnalato che non si recherà in nessuno stato che potrebbe fermarlo, il che restringe sensibilmente la sua agenda di viaggi internazionali ma non lo tocca minimamente nella sua capacità di governare. E intanto, a Gaza, il bilancio delle vittime civili continua a salire, documentato da organizzazioni umanitarie, giornalisti, agenzie dell’ONU e persino da istituzioni israeliane, in un cumulo di dati che la storia, prima o poi, dovrà fare i conti per trovare una parola appropriata.
La parola che la storia usa per Srebrenica, dove furono uccisi oltre ottomila uomini e ragazzi bosniaci musulmani nel luglio 1995, è genocidio. Fu riconosciuta tale dal Tribunale Internazionale di Giustizia nel 2007. Ci vollero dodici anni. La parola che la storia userà per Gaza non è ancora stata scritta, ma è già nell’aria, sospesa sopra i dati sulle vittime come una nuvola che aspetta il momento giusto per scaricarsi.
E così il teatro continua. Milošević è morto, i suoi generali sono stati condannati, la Serbia ha fatto un lungo percorso verso la riconciliazione pur senza averla completato. Netanyahu è vivo, governa, e si presenta come il guardiano della civiltà occidentale contro il barbarismo. La giustizia internazionale nel frattempo ha emesso un mandato che probabilmente non porterà a nulla di concreto a breve termine ma che ha già cambiato qualcosa: ha sancito, per la prima volta nella storia della CPI, che un capo di governo di un paese strettamente alleato con le democrazie occidentali può essere accusato di crimini di guerra. Non è la condanna. Non è l’arresto. Ma è un cambio di precedente che pesa, anche se nessuno ammette di sentirne il peso.
La differenza tra Milošević e Netanyahu, detto in modo brutalmente onesto, non è nella gravità delle accuse né nella quantità di prove disponibili. È nella mappa del potere globale. Uno stava dalla parte sbagliata della storia nel momento sbagliato. L’altro sta dalla parte che conta, al momento che conta. Ed è per questo che la giustizia, quella con la lettera maiuscola, continua a giocare a Risiko invece di applicare il codice: conquista qualche territorio periferico, marca il confine sulle carte, e poi si ferma davanti alle caselle che non può permettersi di toccare senza mandare a gambe all’aria la partita intera. Le vittime, come sempre, aspettano in fondo alla fila, accanto alle risoluzioni disattese e ai testimoni che nessuno vuole ascoltare.
La guerra ha cambiato presentatori. La giustizia ha lo stesso copione di sempre.



Rispondi