Esiste una categoria umana talmente diffusa da meritare non solo una voce nel vocabolario Treccani, ma anche un intero reparto di psichiatria dedicato, un gruppo di supporto su Facebook con almeno tremila membri attivi e probabilmente una serie Netflix con Luca Argentero protagonista. Sono ovunque. Li trovi su Instagram sotto ai tuoi post motivazionali, nei commenti di YouTube sotto ai video di alpinismo, nei gruppi WhatsApp di famiglia dove commentano le tue scelte di vita come se fossero giudici di MasterChef versione esistenziale.

Li riconosci immediatamente dal fatto che parlano tantissimo ma non si spostano mai di un millimetro dalla loro poltrona cognitiva. Hanno un’opinione su tutto e un curriculum su niente. Sono quelli che ti spiegano come si scala una montagna mentre loro fanno fatica a salire le scale del condominio senza fermarsi al secondo piano a riprendere fiato. Quelli che ti insegnano come si gestisce un’impresa mentre il loro massimo rischio imprenditoriale è stato decidere se abbonarsi a Netflix o a Disney Plus, scelta che tra l’altro li ha tenuti svegli tre notti consecutive perché “sono soldi seri”.

Sono i teorici del divano, i filosofi dello schermo, i guru della critica a posteriori con la stessa energia di chi commenta le partite di calcio dal bar sport ma non ha corso dietro a un pallone dall’estate del duemila. Ti correggono su come si guida una moto mentre loro hanno la patente B presa dopo quattro tentativi e ancora non hanno capito dove mettere il liquido dei tergicristalli. Ti spiegano come crescere i figli mentre loro non riescono a tenere viva una pianta grassa, quella che secondo le istruzioni “sopravvive anche se la ignori per sei mesi”.

E quando appaiono, perché prima o poi appaiono sempre come il cognato al pranzo di Natale che nessuno ha invitato ma che si presenta comunque con un Tupperware vuoto pronto da riempire, hai fondamentalmente due opzioni. La prima è quella che scelgono in molti, quella educata, quella che ti hanno insegnato fin da piccolo e che ti ha rovinato l’esistenza: spiegare. Argomentare. Giustificare le tue scelte come se fossi davanti a un tribunale popolare condotto da Barbara D’Urso.

Potresti farlo. È un’opzione tecnicamente disponibile. Ma è anche una perdita di tempo talmente colossale che la NASA potrebbe usarla come unità di misura astronomica. Perché stai cercando di spiegare il sapore del sale a chi non ha mai assaggiato il mare, anzi, a chi non ha mai visto il mare perché “c’è troppo traffico d’estate” e “la sabbia entra ovunque”. Stai descrivendo il vento in faccia a chi tiene i finestrini chiusi anche ad agosto perché “prende il torcicollo”. Stai parlando di fatica, sudore, paura, gioia, adrenalina a qualcuno che considera un’attività fisica intensa alzarsi dal divano per prendere il telecomando che è caduto a terra, cosa che peraltro evita usando un bastone da selfie come prolunga.

E la cosa divertente, in senso tragicomico tipo quelle puntate di Boris dove ti viene da ridere e piangere contemporaneamente, è che più ti sforzi di spiegare e più loro si sentono autorizzati a continuare. La tua disponibilità al dialogo viene interpretata come ammissione di colpa. Il fatto che ti giustifichi conferma ai loro occhi che hai qualcosa da giustificare. È come quando cerchi di spiegare a tuo padre come funziona lo smartphone e lui interpreta la tua pazienza come conferma che “questi aggeggi sono troppo complicati e ai miei tempi si stava meglio”.

Per fortuna esiste un’altra via. Una risposta tanto semplice quanto devastante nella sua eleganza operativa, tipo la mossa finale di Miyagi in Karate Kid ma in versione veneta e senza bisogno di bilanciarti su una gamba sola che tanto con la sciatica non ce la fai. Non richiede lauree, non necessita di corsi di formazione online con certificato finale da mettere su LinkedIn, non prevede sessioni di coaching motivazionale a quattrocento euro l’ora con uno che si è auto-nominato life coach dopo aver letto tre post su Instagram.

“Fàlo anca ti.”

Tre parole. Nove lettere in tutto. Meno caratteri di un tweet di Salvini sulla nutella. Nessun punto esclamativo necessario. Nessun tono aggressivo richiesto. Può essere pronunciata con la stessa tranquillità con cui ordini un caffè al bar o chiedi l’ora a un passante o dici “sì” quando il parrucchiere ti chiede se la temperatura dell’acqua va bene anche se ti sta ustionando il cuoio capelluto.

Perché non è un insulto. Questo è il suo colpo di genio, il suo twist finale tipo Sesto Senso. Non stai mandando nessuno a quel paese, non stai alzando la voce, non stai perdendo la calma. Stai semplicemente invitando il tuo interlocutore a fare ciò che secondo lui è così ovvio, semplice, scontato. Se è così facile come dici, dimostralo. Se è così chiaro dove ho sbagliato, mostrami la via giusta. Se sei così esperto, prendi il volante tu invece di fare il navigatore co-pilota che rompe i coglioni tipo mia suocera quando mi dice “rallenta” ogni tre secondi anche se sto andando a quaranta all’ora in una zona trenta.

È un invito. Tecnicamente. Ma è un invito che sai già non verrà accolto, tipo quando inviti qualcuno a casa e dici “porta quello che vuoi” sperando segretamente che non si presenti con il cugino chitarrista che fa sempre “un’ultima canzone” che poi diventano sette. Perché accettare significherebbe esporsi. Significherebbe uscire dalla comfort zone climatizzata delle opinioni per entrare nell’arena sporca e rischiosa dei fatti. Significherebbe accettare la possibilità concreta di fallire davanti a tutti, possibilità che per questa gente è terrificante quanto per un vegano trovarsi a cena da Cracco.

Il bello di questa risposta è che funziona su tutti i livelli come una di quelle creme miracolose che vendono in televendita alle tre di notte. Funziona con lo zio che al pranzo domenicale ti spiega come avresti dovuto investire i tuoi soldi mentre lui ha ancora il libretto postale aperto negli anni Novanta e pensa che Bitcoin sia un nuovo tipo di biscotto della Mulino Bianco. Funziona con il collega che critica la tua presentazione ma non ha mai avuto il coraggio di proporne una sua perché “non è il suo ruolo” anche se ha lo stesso identico inquadramento contrattuale. Funziona con l’amico che sminuisce la tua fatica perché lui “avrebbe fatto diversamente” anche se l’unica cosa che fa diversamente è scegliere tra patatine al formaggio o al barbecue durante la maratona di serie TV del weekend.

Funziona perché non attacca la persona ma espone il vuoto, tipo quando in un film horror aprono la porta della cantina e c’è solo un manichino che fa paura per tre secondi poi capisci che è solo un manichino ma intanto hai già urlato. Accende la luce in una stanza che loro hanno sempre tenuto buia sperando che nessuno notasse che è completamente vuota. Non dice “sei un incapace”, dice “mostrami che sai fare meglio”, che è come sfidare uno che dice di saper cucinare a fare effettivamente una carbonara invece di continuare a spiegare teoricamente che “la vera carbonara non ha la panna” cosa che sanno anche i muri ma lui lo ripete ogni volta come se fosse Massimo Bottura.

E qui arriva la parte più divertente, quella che meriterebbe una regia di Edgar Wright con ralenti e zoom improvvisi sulla faccia imbarazzata. Perché chi può fare non critica. Chi sa fare è troppo occupato a fare per perdere tempo a commentare cosa fanno gli altri. Chi ha davvero competenza riconosce la fatica altrui perché conosce la propria, come i veri appassionati di cinema che apprezzano anche i film brutti perché sanno quanto è difficile fare anche solo un film mediocre.

Ma chi critica senza aver mai fatto, quando si trova di fronte a “fàlo anca ti”, deve improvvisamente trovare scuse. E le scuse sono meravigliose. Sono un campionario di creatività disperata che meriterebbe una mostra al MOMA o almeno una compilation su TikTok con la musica di Curb Your Enthusiasm in sottofondo.

“Non ho tempo”, dice chi passa sei ore al giorno sui social a guardare video di gatti che suonano il pianoforte e di gente che balla davanti alla telecamera con la stessa espressione di chi sta risolvendo un’equazione differenziale. “Non ho i mezzi”, sostiene chi non ha mai cercato di procurarseli perché cercare richiede sforzo e lo sforzo richiede alzarsi dal divano. “Non è il momento giusto”, sentenzia chi aspetta il momento giusto da quindici anni come quelli che dicono “prima o poi mi iscrivo in palestra” dal duemilasette e intanto hanno accumulato talmente tanti “chili emotivi” che quando si pesano la bilancia chiede aiuto.

“Non mi interessa abbastanza”, conclude chi fino a trenta secondi prima ti stava spiegando esattamente come avresti dovuto farlo tu con una precisione e un livello di dettaglio che nemmeno un manuale IKEA. È come quelli che ti spiegano per mezz’ora perché un film fa schifo e poi quando chiedi “ma tu che film faresti” rispondono “eh ma io non sono un regista” come se questo li esonerasse dal fatto che hanno appena fatto una recensione degna di un critico cinematografico con trent’anni di esperienza.

La verità è che “fàlo anca ti” è l’equivalente verbale di rimettersi il casco e ripartire senza guardare indietro, tipo quando in un film d’azione il protagonista dice una frase figa e poi si allontana mentre dietro di lui esplode qualcosa ma lui non si gira nemmeno perché i fighi veri non guardano le esplosioni. Non è una discussione, è una chiusura. Non è un confronto, è un punto fermo. Tu stai andando da qualche parte. Loro stanno commentando da fermi. E questa differenza è come quella tra chi gioca a calcio e chi gioca a FIFA: uno torna a casa sudato e soddisfatto, l’altro torna a casa con il pollice indolenzito e la sensazione di aver sprecato tre ore della propria vita.

C’è qualcosa di profondamente liberatorio in questa frase, tipo quando finalmente riesci a fare quella scoreggia che ti tenevi da ore perché eri in ascensore con altre persone. Non devi più giustificarti. Non devi più spiegare. Non devi più difendere le tue scelte davanti a una giuria autoeletta che non ha mai avuto il coraggio di fare scelte proprie, gente che quando deve scegliere il ristorante per una cena con gli amici si paralizza come un computer con Windows Vista.

Perché la vita vera, quella che lascia cicatrici e ricordi, quella che costruisce competenze e carattere, quella che vale la pena di essere vissuta e non solo postata su Instagram con filtro Valencia, non si impara dai commenti. Si impara sbagliando, cadendo, rialzandosi, riprovando. Si impara con le mani sporche, le gambe stanche, la schiena dolorante, la maglietta sudata che si potrebbe strizzare e riempire un bicchiere. Si impara rischiando, non guardando chi rischia dal divano con una birra in mano e le patatine sul petto come un vassoio naturale.

E chi critica tanto ma fa poco ha sviluppato una specializzazione evolutiva interessante, tipo quegli animali che hanno imparato a sembrare pericolosi senza esserlo davvero come quei ragni che sembrano tarantole ma in realtà sono innocui. Ha imparato a trasformare la propria immobilità in presunta saggezza. L’assenza di esperienza diventa “capacità di vedere dall’esterno”, come quelli che non hanno mai giocato a calcio ma “capiscono il gioco meglio dei giocatori”. La mancanza di coraggio diventa “prudenza”, la paura di fallire diventa “realismo”, il terrore di esporsi diventa “maturità”.

È un capolavoro di narrazione personale, bisogna ammetterlo. Una costruzione retorica degna di un politico in campagna elettorale o di un’azienda che deve spiegare perché il prodotto costa il triplo rispetto alla concorrenza. Ma resta una narrazione. Una storia che si raccontano per non affrontare la verità più scomoda: non hanno mai provato perché hanno troppa paura. E la paura, quella vera, quella paralizzante, è molto meno eroica di come la raccontano nei film.

“Fàlo anca ti” non è arroganza. Non è presunzione. Non è chiusura mentale tipo quelli che dicono “io sono fatto così” per giustificare qualsiasi comportamento discutibile incluso rubare i panini al buffet e metterli nella borsa per dopo. È onestà applicata. È dire che il mondo non si cambia dalle panchine ma camminando sul campo. Che la competenza si costruisce facendo, non teorizzando su come si dovrebbe fare mentre in realtà si sta facendo tutt’altro, tipo commentare post su LinkedIn mentre fingi di lavorare.

È la risposta perfetta perché non chiede niente di irragionevole. Non ti sta chiedendo di scalare l’Everest o di inventare la macchina del tempo o di capire come funziona il 730 precompilato che tanto non lo capisce nessuno nemmeno quelli dell’Agenzia delle Entrate. Ti sta semplicemente chiedendo di fare quello che secondo te è così ovvio. E questa semplicità apparente è proprio ciò che la rende inaccettabile per chi vive di critica ma muore di paura.

C’è un’altra cosa che rende questa frase particolarmente efficace: non puoi usarla a sproposito. Funziona solo se tu stesso hai fatto qualcosa. Se hai rischiato. Se ti sei esposto. Se hai messo qualcosa di tuo in gioco. Non puoi dirla dal divano contro un altro divano, sarebbe come due calvi che litigano per un pettine. Non puoi usarla da fermo contro chi è fermo. È una frase che richiede credibilità, quella credibilità che si conquista solo uscendo dalla zona di sicurezza, cosa che per molti significa già uscire dalla propria regione o peggio ancora provare un ristorante etnico che non sia il solito cinese sotto casa.

Ed è per questo che ha un potere speciale, tipo l’Occhio di Sauron ma in versione positiva. Quando la dici, stai anche dicendo implicitamente “io l’ho fatto”. Stai mostrando senza bisogno di elencare curriculum o medaglie o post su LinkedIn con foto motivazionali che tu appartieni alla categoria di chi fa, non di chi parla. E questo, in un mondo dove parlare è diventato più facile che respirare e fare è diventato un’attività di nicchia praticata solo da pochi coraggiosi o incoscienti a seconda dei punti di vista, ha un valore enorme.

La bellezza di questa risposta sta anche nella sua universalità, funziona in più contesti della carta Postepay. Funziona in montagna quando qualcuno minimizza la tua salita perché “quella non è una via così difficile” detto da uno che pensa che “ferrata” sia un tipo di pasta. Funziona in moto quando ti spiegano che avresti dovuto prendere un’altra strada, loro che non hanno mai guidato niente con due ruote che non fosse la bici con le rotelle da training che ancora conservano in cantina per motivi sentimentali.

Funziona sul lavoro quando criticano il tuo progetto senza averne mai portato avanti uno, gente che nelle riunioni dice sempre “secondo me si potrebbe fare meglio” ma quando chiedi “come?” improvvisamente deve andare a prendere un caffè che diventa inspiegabilmente lungo venticinque minuti. Funziona nella vita quando sminuiscono le tue scelte senza averne mai fatta una coraggiosa, tipo quelli che stanno da otto anni in una relazione che non funziona ma non hanno il coraggio di chiuderla e intanto ti danno consigli sentimentali come se fossero Paolo Crepet.

E la cosa più divertente, quella che ti fa quasi affezionare a questi personaggi come ci si affeziona al cattivo di una serie TV, è vedere come reagiscono. Perché le reazioni sono sempre variazioni sullo stesso tema musicale, tipo quando Vasco Rossi ricicla sempre le stesse tre note ma funziona comunque.

C’è quello che ride nervosamente e cambia argomento con la stessa naturalezza di un politico intervistato che passa dalla corruzione alla ricetta della carbonara. C’è quello che dice “ma io scherzavo” anche se fino a un secondo prima stava facendo una critica serissima con tanto di analisi SWOT improvvisata. C’è quello che si offende sostenendo che tu non accetti le critiche costruttive, termine bellissimo che viene usato per giustificare qualsiasi tipo di giudizio non richiesto tipo quando qualcuno ti dice “non per criticare ma…” e sai già che sta per dirti che hai ingrassato o che la tua ragazza potrebbe fare di meglio.

C’è quello che sparisce letteralmente dalla conversazione come Houdini, improvvisamente deve rispondere a un messaggio urgentissimo che richiede la sua immediata attenzione anche se fino a un secondo prima era completamente concentrato sulla tua vita. C’è quello che fa ghosting peggio di un match su Tinder dopo che hai scritto “ciao come va”, semplicemente scompare nell’etere digitale sperando che tutti si dimentichino di quello che ha appena detto.

Ma la reazione più rivelatrice è il silenzio. Quel silenzio imbarazzato che senti anche al telefono. Di chi si rende conto, anche se non lo ammetterà mai nemmeno sotto tortura tipo quelle scene dei film dove il cattivo dice “non parlerò mai” e poi dopo due minuti canta tutto, di essere stato smascherato. Di chi capisce improvvisamente che la sua posizione di osservatore privilegiato è in realtà una posizione di spettatore codardo, come quelli che guardano i video di parkour su YouTube e dicono “anche io potrei farlo” ma poi fanno fatica a scavalcare un muretto di trenta centimetri.

E in quel silenzio c’è tutta la distanza tra chi vive e chi guarda vivere. Tra chi rischia e chi commenta. Tra chi ha il coraggio di fallire e chi ha solo il coraggio di indicare i fallimenti altrui con la stessa energia di quelli che guardano X Factor da casa e criticano i concorrenti come se loro sapessero cantare meglio, salvo poi scoprire che al karaoke sono così stonati che le piante muoiono.

“Fàlo anca ti” è quindi molto più di una risposta piccata o di una frase fatta da boomer veneto. È una filosofia operativa. È un promemoria a te stesso prima ancora che agli altri. Ti ricorda che l’unica critica che conta è quella di chi ha camminato nella polvere, non di chi ha guardato un documentario sulla polvere su Discovery Channel. Che l’unico giudizio che ha peso è quello di chi ha provato, sbagliato, imparato, riprovato, risbagliato, imparato di nuovo in un ciclo infinito che è l’unico vero apprendimento.

Che l’unico confronto interessante è quello tra chi fa e chi fa, non tra chi fa e chi osserva munito di popcorn e opinioni preconfezionate come i pasti delle compagnie aeree low cost. E ogni volta che la usi, ogni volta che chiudi una conversazione inutile con questa frase semplice e definitiva tipo la fine di un episodio di Breaking Bad che ti lascia a bocca aperta, ti stai anche ricordando una cosa fondamentale: il tuo tempo è prezioso.

Troppo prezioso per sprecarlo a giustificare le tue scelte davanti a chi non ha mai avuto il coraggio di farne, gente che al ristorante chiede sempre “tu cosa prendi?” prima di ordinare perché non riesce nemmeno a scegliere un piatto in autonomia. Troppo prezioso per argomentare con chi confonde avere un’opinione con avere una competenza, tipo quelli che guardano Grey’s Anatomy e poi correggono il medico durante la visita perché “loro hanno visto su internet che potrebbe essere lupus” anche se non è mai lupus.

Troppo prezioso per convincere chi ha già deciso che è più sicuro criticare che provare, più comodo guardare che fare, più rassicurante restare fermi che muoversi. Gente che ha fatto della propria immobilità una filosofia di vita e della critica agli altri un hobby a tempo pieno più impegnativo di un lavoro vero.

Quindi la prossima volta che qualcuno, dal suo comodo punto di osservazione dove non lo sfiora nemmeno una brezza di rischio ma al massimo lo sfiora la brezza del condizionatore, ti spiega come avresti dovuto fare, cosa avresti dovuto scegliere, dove avresti dovuto andare con la sicurezza di un navigatore satellitare che però non ha mai guidato, non perdere tempo.

Non giustificarti come se fossi davanti a un tribunale dell’Inquisizione. Non spiegare come se dovessi difendere la tesi di laurea davanti a una commissione particolarmente rompicoglioni. Non argomentare come se fossi in un dibattito televisivo con Bruno Vespa che ti interrompe ogni tre secondi.

Guarda quella persona negli occhi, sorridi con quella calma zen che viene solo a chi sa di aver provato davvero e non solo guardato video motivazionali su YouTube, e pronuncia con tutta la semplicità del mondo, con la stessa tranquillità con cui ordineresti un caffè o diresti buongiorno al vicino, quelle tre parole magiche che chiudono qualsiasi discussione inutile meglio di un portone blindato:

“Fàlo anca ti.”

Poi rimettiti il casco, risali in sella, e riparte verso la prossima montagna. Perché la vita è lì fuori, non nei commenti di Facebook. Non nelle discussioni inutili con gente che ha più opinioni che esperienze. Non nelle giustificazioni infinite verso chi giudica senza aver mai giocato.

E tu hai ancora tanta strada da fare, tante montagne da scalare, tanti errori da commettere, tante lezioni da imparare. E tutto questo richiede tempo, energia, coraggio. Tutte cose troppo preziose per sprecarle con chi preferisce guardare piuttosto che fare, commentare piuttosto che provare, criticare piuttosto che rischiare.

Perché alla fine della giornata, quando ti togli le scarpe infangate e senti le gambe che tremano per la fatica, quando guardi indietro e vedi la strada percorsa, quando ti rendi conto di quante volte sei caduto e ti sei rialzato, in quel momento sai una cosa con certezza assoluta: tu eri lì. Tu l’hai fatto. Tu hai rischiato.

E questa, amici miei, è l’unica cosa che conta davvero. Non le opinioni degli altri. Non i giudizi di chi guarda. Non le critiche di chi resta seduto. Ma il fatto semplice, inconfutabile, bellissimo che tu eri lì, in prima persona, a vivere la tua vita invece di commentare quella degli altri.

E se qualcuno ha da ridire, sai già cosa rispondere.

#venerabileordine, #sergiodeamicis, #biscottospezzato.blog

Rispondi

Il Venerabile Ordine del Biscotto Spezzato è un blog ironico e contemplativo, dove spiritualità e dolcezza si incontrano tra briciole e riflessioni. Qui si parla di religione nel mondo, ma anche di quanto tutte le religioni siano, in fondo, invenzioni umane. Il vero divino? Lo troviamo nella natura, nel silenzio, nei piccoli gesti, e sì… anche nei biscotti che si rompono prima d’essere inzuppati. Il tono è rilassato, a volte filosofico, spesso scanzonato. C’è spazio per miti, leggende, cammini spirituali e passeggiate nei boschi. Niente fanatismi, solo morbide illuminazioni. Un luogo per chi cerca domande più che risposte, conforto più che verità. Prenditi una pausa, spezza un biscotto e leggi in pace.

~ Sergio De Amicis

Designed with WordPress

Non puoi copiare il contenuto di questa pagina

Scopri di più da Il Venerabile Ordine del Biscotto Spezzato

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere