C’era una volta un uomo normale.
Normale davvero.
Una casa con le finestre pulite, una cucina in ordine, un cappotto appeso sempre nello stesso posto. Un bar dove lo conoscevano tutti, una chiesa dove entrava senza fare rumore, una vita senza strappi evidenti. Nessuno avrebbe attraversato la strada per evitarlo. Nessuno avrebbe detto: attenzione, quest’uomo è pericoloso. Era uno di quelli che passano inosservati, che fanno parte del paesaggio umano come i lampioni o le panchine. E proprio per questo faceva paura, anche se nessuno lo sapeva ancora.

Un giorno, o forse più di uno, quell’uomo decise di andare lontano. Non per fuggire, non per necessità. Per curiosità. Per esperienza. Perché il mondo, visto da vicino, gli stava stretto e quello visto da lontano sembrava più semplice. Lontano abbastanza da non avere nomi familiari, lontano abbastanza da non avere volti che ti seguono nei sogni. Lontano abbastanza da diventare astratto.

In quel luogo lontano c’erano persone. Non sagome. Persone.
C’erano donne che si svegliavano presto per far bollire l’acqua, che sistemavano i capelli ai bambini prima di mandarli fuori, che pensavano al pranzo mentre i vetri tremavano.
C’erano uomini che uscivano di casa con la schiena dritta e la paura tenuta bassa, che facevano finta di essere forti perché qualcuno doveva pur farlo.
C’erano bambini che imparavano a distinguere i rumori prima delle parole, che correvano zigzagando perché qualcuno gli aveva insegnato che la strada dritta è pericolosa, che avevano ancora un futuro, anche se non lo sapevano.

Avevano nomi.
Avevano famiglie.
Avevano ricordi e promesse.
Avevano fotografie che nessuno avrebbe più guardato allo stesso modo.

Ma da lontano tutto questo non si vede.
Da lontano vedi solo movimento.
Da lontano non senti le voci, senti solo il vento.
Da lontano non vedi gli occhi, vedi solo distanze.

E così l’uomo normale guardava.
E più guardava, più il mondo diventava semplice.
Non c’erano più madri, c’erano bersagli.
Non c’erano più bambini, c’erano figure troppo piccole per essere prese sul serio.
Non c’erano più uomini, c’erano ombre che attraversavano uno spazio sbagliato nel momento sbagliato.

Non c’era odio.
Questo è il dettaglio che gela il sangue.
Non c’era rabbia, non c’era furia, non c’era vendetta.
C’era ordine.
C’era concentrazione.
C’era la calma di chi pensa di stare facendo qualcosa di tecnicamente corretto.

Il colpo partiva.
E in quel preciso istante, mentre per l’uomo normale era solo un gesto, dall’altra parte il mondo si spezzava.

Una donna cadeva senza capire perché, lasciando una borsa aperta da cui usciva una fotografia stropicciata.
Un uomo restava a terra con la sensazione assurda di non aver finito una frase.
Un bambino non avrebbe mai più scoperto cosa sarebbe diventato.

Non era spettacolare.
Era ordinario.
E l’orrore più grande è sempre quello che non fa rumore.

Poi l’uomo normale tornava a casa.
Rimetteva il cappotto al suo posto.
Tornava al bar, alla chiesa, alla vita che non aveva bisogno di spiegazioni.
Forse raccontava qualcosa, forse no. Forse si vantava, forse taceva. In ogni caso, il mondo continuava a riconoscerlo come uno dei suoi. Nessuna macchia visibile. Nessun segnale esterno. La normalità aveva assorbito tutto.

E intanto, altrove, c’erano case con stanze vuote.
Letti che nessuno rifaceva più.
Voci che mancavano a tavola.
Futuri che non sarebbero mai arrivati al punto di poter deludere.

Questa è la parte che non ci piace ascoltare.
Perché se il male fosse rumoroso, sporco, evidente, sarebbe facile condannarlo.
Ma quando il male assomiglia a noi, quando parla la nostra lingua, quando torna a casa la sera, allora diventa insopportabile.

E così preferiamo chiamarlo mostro.
Preferiamo isolarlo.
Preferiamo dire: non c’entra nulla con me.

Ma la favola vera, quella che fa paura, non finisce così.

Finisce con una domanda che resta sospesa, come un rumore che non sai più se hai sentito davvero:
quante volte, nella nostra vita normale, abbiamo smesso di vedere l’altro come persona senza accorgercene?
Quante volte abbiamo ridotto una vita a un concetto, una storia a un’opinione, un essere umano a un dettaglio trascurabile?

Perché il male che nasce dentro la normalità non arriva urlando.
Arriva quando nessuno guarda.
Quando nessuno ricorda.
Quando tutto sembra a posto.

E ricordare non serve a sentirsi migliori.
Serve a non diventare, un giorno qualunque, l’uomo normale della favola sbagliata.

L’amaro che resta in bocca è questo.
E non passa.

E poi, quando la favola sembra finita, quando il lettore vorrebbe chiudere il libro e dire “è solo un racconto”, arriva il momento più scomodo. Quello in cui bisogna alzare lo sguardo e dire la verità: non è una storia inventata.

Perché l’uomo normale di questa favola ha un’età, un luogo, un profilo riconoscibile. Ottant’anni. Friuli. Pensione. Cacciatore. Appassionato di armi. Una vita trascorsa senza scossoni visibili, dentro quella provincia ordinata dove tutto sembra sempre sotto controllo. Un uomo che non urlava slogan nelle piazze, che non viveva ai margini, che non puzzava di fanatismo urlato. Un uomo che potevi incontrare al bar, in fila alla posta, seduto in fondo a una chiesa con lo sguardo basso e le mani giunte nel modo giusto.

Addosso portava i simboli giusti per sentirsi dalla parte giusta: la camicia nera come nostalgia mai davvero elaborata, il crocefisso come amuleto morale, l’idea rassicurante che il mondo sia diviso in chi merita e chi no. Un uomo convinto che l’ordine venga prima delle persone, che la forza sia una virtù, che la distanza renda tutto più semplice. Uno che non si percepiva come carnefice, ma come spettatore attivo della Storia, uno che “c’era stato”, uno che “aveva visto”.

Secondo le indagini, non era solo. Ed è questo il dettaglio che fa davvero paura. Perché i mostri solitari sono comodi, rassicuranti. I gruppi no. I gruppi parlano di condivisione, di complicità, di normalizzazione dell’orrore. C’erano altri uomini come lui, altri cittadini europei, altri volti anonimi con vite regolari alle spalle, che avrebbero trasformato una città assediata in un terreno di gioco. Uomini per cui la guerra non era una tragedia da subire, ma un’esperienza da consumare. Un viaggio. Un racconto da riportare a casa.

E allora il volto del mostro diventa più chiaro. Non ha zanne. Non ha occhi folli. Ha rughe normali, mani normali, ricordi normali. È il volto di chi ha imparato a non vedere. Di chi ha scelto di spegnere l’empatia perché dava fastidio. Di chi ha confuso la fede con il diritto di giudicare, la civiltà con la superiorità, la distanza con l’innocenza.

Le vittime, invece, restano senza volto nelle nostre cronache. Ed è l’ultima violenza che subiscono. Perché erano uomini, donne, bambini. Persone con nomi che non conosceremo mai, con famiglie che hanno continuato a vivere portandosi dietro sedie vuote, fotografie che fanno male, futuri interrotti prima ancora di poter sbagliare. Non erano comparse di una storia altrui. Erano la loro storia. E qualcuno ha deciso che poteva interromperla.

Scrivere tutto questo non serve a processare un imputato. Ci penseranno i tribunali, forse. Serve a processare l’idea che il male sia sempre riconoscibile, sempre rumoroso, sempre lontano da noi. Serve a fissare nella memoria una verità scomoda: l’orrore peggiore nasce quando la normalità smette di interrogarsi.

Perché se dimentichiamo, se archiviamo, se riduciamo tutto a una notizia da scorrere col pollice, allora il cerchio si chiude davvero. E la favola ricomincia. Con un altro uomo normale. In un altro bar. In un’altra chiesa. In un altro mondo che si racconta civile mentre guarda altrove.

Ricordare non è pietà.
Ricordare è difesa.
È l’unica cura contro il male che nasce dentro la normalità.

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Il Venerabile Ordine del Biscotto Spezzato è un blog ironico e contemplativo, dove spiritualità e dolcezza si incontrano tra briciole e riflessioni. Qui si parla di religione nel mondo, ma anche di quanto tutte le religioni siano, in fondo, invenzioni umane. Il vero divino? Lo troviamo nella natura, nel silenzio, nei piccoli gesti, e sì… anche nei biscotti che si rompono prima d’essere inzuppati. Il tono è rilassato, a volte filosofico, spesso scanzonato. C’è spazio per miti, leggende, cammini spirituali e passeggiate nei boschi. Niente fanatismi, solo morbide illuminazioni. Un luogo per chi cerca domande più che risposte, conforto più che verità. Prenditi una pausa, spezza un biscotto e leggi in pace.

~ Sergio De Amicis

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