Partiamo da Gesù di Nazaret, ma facciamolo con un minimo di onestà intellettuale e una discreta dose di coraggio, che sono qualità sempre più rare nei dibattiti religiosi come le mascherine ai convegni no-vax o l’umiltà nei congressi di autostima. Non dal Gesù dei crocifissi dorati che pesano quanto un’utilitaria, delle sacrestie lucidate a cera vergine benedetta col certificato di autenticità, delle conferenze stampa episcopali dove si parla di tutto tranne che del Vangelo, ma da quello che cammina scalzo nelle pagine dei Vangeli sinottici come un hippie ante litteram senza sponsor né merchandising ufficiale. Quello che parla a contadini stanchi più della Juventus a marzo, pescatori indebitati fino al terzo nipote, prostitute senza sindacato né cassa pensioni, lebbrosi senza assicurazione sanitaria né ticket agevolato e poveri che poveri lo sono davvero, non per scelta spirituale stile influencer del vuoto interiore ma per destino sociale certificato dall’anagrafe della sfiga. Quel Gesù non perde tempo in metafisiche da salotto buono con pasticcini e tè Earl Grey, non organizza convegni sulla natura della Trinità con coffee break sponsorizzato, non scrive paper accademici sulla transustanziazione con note a piè di pagina più lunghe del testo. Il suo messaggio gira sempre intorno agli stessi nodi, come un cane randagio che torna ossessivamente a scavare dove c’è l’osso sepolto dall’ipocrisia sociale: condivisione dei beni senza riserve mentali, critica radicale dell’accumulo compulsivo che farebbe vergognare pure Paperon de’ Paperoni, uguaglianza sostanziale tra gli esseri umani anche se uno è nato a Montecarlo e l’altro in un container al porto, disprezzo viscerale per l’ipocrisia del potere religioso ed economico che si tengono a braccetto come due ubriachi alle tre di notte, attenzione maniacale per gli ultimi veri. Non per i penultimi, quelli ancora spendibili in campagna elettorale con la foto davanti alla mensa dei poveri, non per gli ultimi turistici da servizio fotografico benefico, ma proprio per gli ultimi ultimi, quelli che non portano voti, non lasciano offerte in busta chiusa, non mettono like alle omelie e non sono fotogenici abbastanza per il calendario parrocchiale.
Quando dice beati i poveri, non sta componendo una poesia da calendario da appendere sopra il termosifone accanto al santino della Madonna di Lourdes formato cartolina. Non sta facendo poesia lirica per adolescenti romantici con l’acne e il diario segreto. Sta dicendo che il sistema di valori dominante è marcio fino al midollo, va capovolto come un banco del mercato quando arriva la finanza a fare controlli a sorpresa. È un’affermazione politica nel senso più profondo del termine, anche se pronunciata senza slogan urlati col megafono, senza bandiere sventolanti e senza hashtag trending topic. Quando caccia i mercanti dal tempio in quella scena che farebbe impallidire qualsiasi security moderno, non difende una spiritualità vaporosa da yogi del sabato mattina con leggings colorati e incenso al sandalo: denuncia la fusione tossica tra culto e profitto, tra fede autentica e business plan, tra Dio e fatturato trimestrale con grafico a torta. È una scena che, letta oggi con gli occhiali giusti invece delle lenti deformanti del catechismo edulcorato, somiglia più a un’occupazione simbolica di un centro sociale anni Settanta che a una predica domenicale con applauso finale educato. E quando invita il giovane ricco a vendere tutto e dare ai poveri, Gesù non apre un tavolo di trattativa sindacale, non propone rateizzazioni comode in ventiquattro rate senza interessi, non parla di fondazioni benefiche intestate al nome del benefattore con cerimonia inaugurale e taglio del nastro, non introduce il concetto trendy di responsabilità sociale d’impresa con report annuale patinato. Dice: vendi tutto, proprio tutto, anche il Rolex del nonno e l’appartamento al mare. Tutto senza eccezioni né clausole scritte in piccolo. Punto e basta, senza postilla. E se questo ti sembra eccessivo, radicale, fuori mercato, il problema non è il testo evangelico, sei tu che lo stai leggendo con le lenti sbagliate, quelle graduate dall’ottico del compromesso borghese.
Ora, chiamarlo comunista sarebbe storicamente scorretto quanto dire che Giulio Cesare era un fan dei Beatles, e non perché dia fastidio a qualcuno con la tessera democristiana nel portafoglio, ma perché il comunismo nasce in un contesto completamente diverso, industriale e moderno, con Karl Marx che scrive a Londra circondato da libri e miseria operaia, Friedrich Engels che finanzia il tutto coi profitti della fabbrica paterna in un paradosso ironico che farebbe ridere se non facesse piangere, la lotta di classe teorizzata con scientificità tedesca e i mezzi di produzione che Gesù non avrebbe saputo nemmeno dove stavano di casa. Gesù non parla di fabbriche piene di telai e ciminiere fumanti, salari orari con busta paga alla fine del mese o plusvalore estratto dalla forza lavoro come succo d’arancia dal frutto maturo. Ma sul piano dei valori fondamentali, sul livello dell’etica sociale applicata alla vita concreta, il parallelo regge fin troppo bene per essere ignorato senza malafede conclamata o cecità volontaria. Il cristianesimo delle origini, quello raccontato negli Atti degli Apostoli prima che arrivassero i teologi a complicare tutto e i notai a sistemare le eredità, descrive comunità dove nessuno considerava sua proprietà esclusiva ciò che possedeva e tutto veniva messo in comune come in un kibbutz ebraico o in una comune hippie del Sessantotto ma senza chitarre e marijuana. Non è socialdemocrazia scandinava col welfare funzionante, non è carità paternalistica della baronessa che porta il pacco natalizio ai contadini, non è welfare di Stato con modulo da compilare in triplice copia: è comunione radicale dei beni materiali, condivisione totale senza riserve mentali. Una cosa che oggi farebbe scattare l’allarme rosso in qualunque consiglio di amministrazione, attiverebbe i metal detector dell’ortodossia economica e manderebbe in panico il consulente fiscale.
Ed è qui che il discorso diventa scomodo come un sasso nella scarpa durante un pellegrinaggio, perché Gesù non propone un’etica individualista del tipo sii buono tu nella tua cameretta e lascia che il mondo vada come deve andare. Non dice: comportati bene tu individualmente, così il sistema può continuare a essere ingiusto strutturalmente e tutti possono dormire sonni tranquilli. Dice l’esatto contrario con una chiarezza che fa male: il problema non è il singolo peccatore che sbaglia qua e là, ma una struttura economica e sociale che produce esclusione sistematica, miseria programmata, accumulo osceno e scarti umani trattati come rifiuti speciali. È una critica sistemica che va alla radice, non moraleggiante che si ferma alla superficie. Ed è il momento preciso in cui il cristianesimo istituzionalizzato inizia a sudare freddo sotto la talare, perché questa lettura scomoda non è compatibile con secoli di alleanze strategiche con imperi d’Occidente e d’Oriente, monarchie per grazia di Dio e volontà popolare falsificata, banche che finanziano cattedrali e ricevono benedizioni in cambio, governi che della giustizia sociale fanno volentieri a meno purché non tocchi i patrimoni immobiliari ecclesiastici esentasse.
Da questo punto di vista politically incorrect ma evangelicamente corretto, sostenere che un vero cristiano oggi dovrebbe avere valori affini alla sinistra classica di una volta, quella seria non quella da salotto televisivo, uguaglianza sostanziale non solo formale sulla carta costituzionale, giustizia sociale applicata non solo predicata, diritti del lavoro rispettati non calpestati, tutela concreta dei più deboli non solo a parole, critica del capitale che divora tutto come Saturno coi suoi figli, non è eresia modernista da scomunicare, è semplice coerenza logica tra principi proclamati e pratica vissuta. L’anomalia teologica non è il cristiano che parla di redistribuzione della ricchezza, ma quello che vota politiche di esclusione sociale, demonizza i poveri come fannulloni scrocconi, difende la concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi e poi va a messa domenicale a chiedere perdono a rate, possibilmente con POS contactless e ricevuta fiscale.
Certo, serve una distinzione fondamentale per non trasformare il discorso in una caricatura da vignetta satirica: Gesù non è un ideologo con la tessera di partito in tasca. Non scrive manifesti politici in dodici punti programmatici, non propone modelli economici dettagliati con grafici e proiezioni quinquennali, non fonda partiti con simbolo e inno ufficiale e non chiede di essere candidato alle primarie. Il suo è un messaggio etico radicale che va alla radice dell’umano che, se preso sul serio invece che annacquato in mille distinguo, produce inevitabilmente conseguenze politiche concrete. Ed è proprio questo che lo rende pericoloso più di una bomba a orologeria. Non perché fosse di sinistra nel senso moderno con tessera e sezione di riferimento, ma perché stava sempre, sistematicamente, dalla parte di chi il sistema economico e sociale schiaccia senza pietà. E chi sta sempre da quella parte scomoda finisce quasi sempre crocifisso, in senso letterale con chiodi e lancia nel costato o metaforico con diffamazione mediatica e ostracismo sociale.
Il paradosso storico, degno di una tragicommedia ben scritta da Sofocle con traduzione moderna, è che il cristianesimo nato come forza sovversiva che faceva tremare l’impero è diventato spesso il miglior anestetico sociale dell’ingiustizia. Ha sostituito la trasformazione radicale del mondo presente con la promessa consolatoria dell’aldilà dove tutto si aggiusta, la condivisione reale dei beni con l’elemosina occasionale che lascia intatto il sistema, la giustizia strutturale con la morale privata che non disturba nessuno. Ha insegnato ai poveri a sopportare cristianamente le ingiustizie come croce da portare, ai ricchi a sentirsi in regola con la coscienza dopo l’obolo natalizio e ai potenti a dormire sonni tranquilli perché tanto Dio vede ma tace. In questo senso il Gesù vero dei Vangeli è molto più vicino a un militante scomodo da schedare che a un testimonial istituzionale dell’ordine costituito da fotografare alle inaugurazioni.
E allora no, Gesù non sarebbe stato iscritto al partito con tessera plastificata e quote sindacali. Ma sì con certezza assoluta, avrebbe dato profondamente fastidio esistenziale a chi usa Dio come giustificazione morale per il privilegio ereditato, avrebbe parlato di redistribuzione concreta della ricchezza più che di meritocrazia astratta che premia chi parte avvantaggiato, di comunità solidale più che di competizione feroce dove vince il più forte, di dignità umana universale prima del profitto trimestrale degli azionisti. E probabilmente sarebbe stato accusato, come allora dai sommi sacerdoti e dai romani, di essere un sovversivo pericoloso, un disturbatore dell’ordine pubblico da fermare, uno che non capisce come funziona davvero il mondo vero fatto di compromessi necessari.
Il vero scandalo teologico oggi, non è immaginare Gesù di Nazaret idealmente vicino alla sinistra sociale. Questo, a ben vedere con occhi non appannati dal catechismo, è solo un esercizio mentale onesto che disturba chi ha bisogno esistenziale di un Cristo addomesticato, addestrato a non mordere mai la mano del padrone, educato a benedire senza mai chiedere conto delle scelte concrete. Lo scandalo vero è un altro, molto più concreto e molto meno teorico da seminario: è constatare quanto spesso il cristianesimo reale praticato quotidianamente, quello amministrato dalle curie, istituzionalizzato nelle strutture, sia finito stabilmente dalla parte opposta del Vangelo originario, con una Bibbia rilegata in pelle in una mano e il portafoglio ben stretto nell’altra mano, come se le due cose non fossero in evidente conflitto permanente che fa scintille.
Perché il punto cruciale non è dove collochi teoricamente Gesù nello spettro politico contemporaneo tra destra e sinistra, ma dove il cristianesimo istituzionale ha deciso concretamente di collocare sé stesso nel mondo reale fatto di scelte quotidiane. E la risposta storica, se siamo intellettualmente onesti senza trucchi, non è rassicurante per nessuno. Il cristianesimo storico documentato, soprattutto quello che conta davvero nelle stanze del potere, quello che siede ai tavoli che contano, firma concordati vantaggiosi, inaugura banche etiche a rendimento garantito per gli investitori e benedice zone industriali inquinanti, ha scelto quasi sempre, con poche eccezioni eroiche, la parte della stabilità conservatrice, dell’ordine costituito, della conservazione dello status quo. Ha preferito sistematicamente il linguaggio rassicurante della pace sociale a quello disturbante della giustizia concreta, perché la pace senza giustizia è silenzio imposto, e il silenzio è tremendamente comodo per chi comanda. Non fa rumore molesto, non chiede redistribuzione scomoda, non mette in discussione privilegi consolidati nei secoli.
Così il Vangelo esplosivo, che nasce come detonatore sociale, viene trasformato chimicamente in manuale di buona educazione borghese. Le parole scomode che bruciano vengono spiritualizzate progressivamente fino a diventare innocue come acqua distillata. Beati i poveri diventa beati i poveri di spirito in una trasformazione alchemica, che è una formula linguistica straordinaria per non dover parlare mai concretamente dei poveri veri che chiedono pane non benedizioni. Ama il prossimo tuo come te stesso diventa una raccomandazione morale astratta, valida teologicamente finché il prossimo non bussa concretamente alla porta, non chiede diritti sindacali, non chiede spazio vitale, non chiede pane quotidiano vero. La radicalità evangelica viene progressivamente ridotta a sentimento individuale, l’etica sociale a intenzione privata, la giustizia strutturale a beneficenza occasionale con foto ricordo.
In questo slittamento semantico silenzioso ma devastante accade la cosa teologicamente più grave: Dio onnipotente smette di essere una domanda scomoda che interpella e diventa un alibi universale. Non è più Colui che interroga le coscienze addormentate e rovescia i tavoli dei mercanti, ma Colui che assolve preventivamente senza condizioni. Dio come giustificazione morale pronta all’uso del possesso ereditato, della disuguaglianza sociale strutturale, della chiusura dei confini. Dio come garante spirituale certificato del me lo sono meritato col sudore della fronte altrui. Dio come nota teologica a piè di pagina di un sistema economico che continua a produrre ultimi sacrificabili, ma senza più sentirsi minimamente in colpa perché tanto c’è l’assoluzione domenicale.
E intanto gli ultimi restano ostinatamente ultimi nella scala sociale. Non perché Dio onnisciente li abbia misteriosamente scelti come qualcuno ama ripetere con un cinismo teologico travestito da provvidenza divina, ma perché qualcuno in carne e ossa li ha concretamente scelti come sacrificabili sull’altare del profitto. Restano ultimi mentre il linguaggio cristiano tradizionale viene politicamente usato per benedire politiche di esclusione dei migranti, muri fisici di cemento armato e mentali ancora più solidi, confini blindati che non proteggono nessuno ma respingono sistematicamente chi fugge. Restano ultimi mentre la carità occasionale sostituisce la giustizia strutturale, e l’elemosina diventa il modo socialmente elegante per non cambiare assolutamente nulla nel sistema che produce povertà.
È qui precisamente che l’immagine simbolica della Bibbia rilegata in pelle in una mano e del portafoglio di cuoio nell’altra smette di essere una metafora ironica da vignetta satirica e diventa una fotografia sociologica fedele della realtà. Perché non si tratta solo di incoerenze individuali perdonabili, quelle esistono ovunque dall’inizio dei tempi, ma di una contraddizione strutturale sistemica. Un cristianesimo istituzionale che parla retoricamente di amore universale e difende concretamente sistemi economici che concentrano ricchezza nelle mani di pochi. Che predica dottrinalmente l’umiltà evangelica e legittima politicamente il privilegio ereditario. Che celebra liturgicamente un Dio fatto uomo povero in una stalla e poi costruisce storicamente una religione organizzata che fa della sicurezza economica garantita una virtù non detta esplicitamente ma praticata quotidianamente.
Ed è forse proprio qui teologicamente che il Venerabile Ordine del Biscotto Spezzato deve fare il suo mestiere originario, senza troppe cerimonie diplomatiche e senza chiedere permesso alle autorità competenti: spezzare metodicamente. Spezzare i discorsi troppo lisci che scivolano via, le narrazioni pacificanti che addormentano, le teologie che rassicurano invece di disturbare le coscienze. Spezzare non per distruggere nichilmente, ma per riportare alla forma originaria autentica. Perché il pane eucaristico, se non si spezza concretamente, se non si divide materialmente, se non passa di mano in mano realmente, smette di essere pane commestibile e diventa pietra dura indigesta. E con le pietre dure, lo sappiamo bene dalla storia, non si nutrono le persone affamate. Con le pietre si costruiscono muri divisori. Muri sociali tra ricchi e poveri, muri economici tra Nord e Sud del mondo, muri morali tra giusti e peccatori. Muri che separano rigidamente chi è dentro da chi è fuori, chi è a posto con la coscienza da chi è un problema sociale. Comunità solidali no, quelle evangeliche non nascono mai dai muri che dividono. Le comunità autentiche nascono solo dove il pane circola liberamente, dove il surplus economico diventa responsabilità condivisa, dove Dio torna a essere una domanda esistenziale che brucia invece di una risposta preconfezionata pronta da esibire.
Forse il compito urgente oggi non è difendere apologeticamente il cristianesimo dalle critiche, ma salvarlo paradossalmente dal suo stesso successo storico mondano. Riportarlo all’imbarazzo delle origini sovversive, all’inquietudine autentica del Vangelo non edulcorato, a quella scomodità radicale che non permette di stringere troppo forte il portafoglio senza sentire la mano tremare di vergogna. Perché finché il cristianesimo continuerà a stare troppo comodo nelle poltrone del potere, Gesù resterà ostinatamente fuori dalle cattedrali, a parlare con gli ultimi veri, come ha sempre fatto storicamente. E a ricordarci, ostinatamente contro ogni compromesso, che il problema etico non è spezzare troppo generosamente, ma non spezzare mai per egoismo.
È a questo punto narrativo che entra provocatoriamente in scena Gesù Guevara, non come provocazione grafica fine a sé stessa da maglietta alternativa, ma come corto circuito culturale necessario. Funziona perfettamente proprio perché disturba contemporaneamente entrambe le parti ideologiche. Disturba profondamente i devoti tradizionalisti che hanno bisogno esistenziale di un Cristo mansueto come un agnello, sempre educato nei modi, sempre disposto a capire tutto, sempre pronto a perdonare senza mai pretendere un cambiamento reale di vita. E disturba simmetricamente anche i rivoluzionari materialisti che non sopportano il trascendente metafisico, che accettano la giustizia sociale solo se non passa attraverso una domanda spirituale più grande dell’uomo. Quando un’immagine simbolica riesce a dare fastidio simultaneo a più fronti ideologici contemporaneamente, di solito significa che ha colpito nel segno giusto.
Se la prendiamo intellettualmente sul serio, non come meme virale da social network ma come simbolo culturale che graffia le coscienze, Gesù Guevara dice una cosa apparentemente semplice e profondamente scomoda. Gesù di Nazaret non è mai stato politicamente neutrale come vorrebbero farlo sembrare. La neutralità è una categoria ideologica inventata da chi sta troppo comodo e non vuole muoversi. Gesù prende posizione netta. Sempre sistematicamente. Sta dalla parte degli schiacciati dal sistema, dei marginali sociali, dei corpi di troppo che danno fastidio. E questo lo rende strutturalmente affine a ogni figura storica che, come Che Guevara nel Novecento, ha rifiutato di stare dove il sistema dominante voleva metterlo. Non per estetica rivoluzionaria, non per ideologia astratta, ma per incompatibilità morale profonda.
Attenzione però, perché qui la semplificazione ideologica è in agguato come una trappola. Gesù Guevara non significa affermare stupidamente che Gesù fosse marxista leninista, armato di mitra, sostenitore della violenza rivoluzionaria armata. Sarebbe una caricatura grossolana speculare al Gesù da santino oleografico, quello sempre sorridente con occhi azzurri, sempre innocuo politicamente, sempre fuori dal contesto storico reale. Il punto cruciale non è sovrapporre meccanicamente due biografie storiche, ma riconoscere onestamente una stessa postura etica fondamentale. Stare dalla parte degli ultimi non a parole nei discorsi, non nei documenti ufficiali, non nelle intenzioni dichiarate, ma fino alle conseguenze estreme personali. Entrambi finiscono uccisi violentemente non perché semplicemente buoni, ma perché ingestibili dal sistema. Perché non si sono adattati alle regole. Perché non hanno accettato di diventare icone rassicuranti mentre erano ancora vivi e pericolosi.
Gesù Guevara funziona simbolicamente perché ribalta radicalmente il modo in cui usiamo consumisticamente le immagini iconiche. Il volto barbuto del Che è stato progressivamente svuotato di significato, trasformato in merchandising commerciale, stampato su magliette prodotte in serie da multinazionali capitaliste da chi non ha mai letto una riga della sua storia né accettato il peso delle sue contraddizioni umane. Metterci sopra Gesù è un gesto che suona teologicamente sacrilego, ed è proprio questo il punto provocatorio. Riporta il sacro nel territorio conflittuale, là dove è nato storicamente. Dice con chiarezza disturbante che questo Cristo vero non è venuto a regalare pace interiore come un prodotto New Age da scaffale, ma a mettere il mondo sottosopra, a disturbare l’ordine costituito, a creare divisioni reali tra chi accumula egoisticamente e chi condivide generosamente.
C’è poi un livello ancora più profondo teologicamente. Gesù Guevara smaschera l’ipocrisia strutturale del cristianesimo contemporaneo meglio di mille saggi teologici accademici con bibliografia. Perché se quell’immagine ibrida scandalizza profondamente, la domanda giusta non è perché risulta offensiva esteticamente, ma perché ci siamo abituati culturalmente a un Gesù che non lo sarebbe mai stato. Se l’idea di un Cristo rivoluzionario sembra teologicamente blasfema, forse è perché abbiamo trasformato il Vangelo esplosivo in arredamento spirituale, in complemento d’arredo dell’ordine esistente, in sottofondo rassicurante che non chiede mai conto di nulla a nessuno.
In questo senso profondo Gesù Guevara non è semplicemente un’icona politica di parte. È una bestemmia culturalmente necessaria. Non contro Dio trascendente, ma contro l’uso strumentale di Dio come tranquillante sociale. È una frattura visiva che costringe a scegliere finalmente. O Gesù era davvero una figura radicale, incompatibile col potere costituito, oppure tutto il resto storico, croci d’oro che pesano quintali, benedizioni ai confini blindati, fede senza giustizia sociale, è una gigantesca operazione millenaria di addomesticamento spirituale.
Il Venerabile Ordine del Biscotto Spezzato, se vuole essere intellettualmente coerente con il suo nome simbolico, non può che riconoscersi sinceramente in questa immagine disturbante. Perché Gesù Guevara spezza il biscotto dell’ortodossia tradizionale, lo divide senza chiedere permesso alle autorità, e obbliga tutti a guardare le briciole sparse. E nelle briciole sparse, quasi sempre, c’è molta più verità scomoda che nel dolce intatto perfetto, esposto in vetrina sotto campana di vetro. Non è un’icona per rassicurare le coscienze tranquille. È un’immagine per ricordare che il Vangelo autentico, se lo prendi sul serio senza trucchi, non sta mai comodo nelle poltrone. E chi cerca un Gesù comodo e rassicurante, probabilmente non sta cercando davvero Gesù di Nazaret.



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