C’è un esercizio intellettuale che in Italia nessuno vuole fare davvero, e proprio per questo vale la pena farlo con la precisione di un entomologo e la cattiveria di un comico che ha appena scoperto di non essere stato invitato alla cena di gala. L’esercizio consiste nel prendere quella creatura mitologica, quell’essere sfuggente eppure onnipresente, quell’animale politico che popola i bar, le sagre, i gruppi WhatsApp e le sezioni commenti di qualunque articolo online, e metterlo sotto il microscopio. Parliamo dell’elettore di destra medio italiano. Non il teorico evoliano che legge Schmitt in lingua originale e si commuove davanti a una foto di Ernst Jünger. Non l’intellettuale conservatore che cita Burke e Tocqueville con la stessa disinvoltura con cui ordina un caffè macchiato. No. Parliamo di quello vero. Quello che esiste in carne, ossa, felpa e bandiera tricolore. Quello che vota, condivide, si indigna, si organizza e, soprattutto, si sente eternamente tradito da tutti tranne che dal prossimo leader che gli prometterà esattamente le stesse cose del precedente.
Per capire chi sia l’elettore di destra medio italiano bisogna innanzitutto fare i conti con una realtà che i sondaggisti conoscono bene ma che i commentatori tendono a ignorare con la stessa eleganza con cui si ignora una macchia di sugo sulla cravatta durante un colloquio di lavoro. Secondo i dati dell’Istituto Cattaneo, che dal 1965 analizza i comportamenti elettorali italiani con la pazienza di un certosino e la precisione di un orologiaio svizzero, come documentato nelle loro analisi post elettorali disponibili su cattaneo.org, l’elettorato di centrodestra italiano è tutt’altro che monolitico. È un arcipelago di isole che comunicano tra loro principalmente attraverso segnali di fumo, meme su Facebook e la condivisione compulsiva di articoli che nessuno ha letto oltre il titolo. C’è il piccolo imprenditore del Nord Est che vota Lega perché lo Stato gli porta via troppo e non gli restituisce abbastanza. C’è il pensionato romano che vota Fratelli d’Italia perché ai suoi tempi c’era più ordine e i treni arrivavano in orario, una frase che a questo punto della storia italiana dovrebbe essere considerata patrimonio immateriale dell’umanità per la sua capacità di sopravvivere a qualunque smentita storica. C’è il giovane professionista milanese che vota Forza Italia perché crede nel libero mercato, nella flat tax e nel fatto che un giorno anche lui avrà un yacht, anche se al momento fatica a pagare l’affitto di un bilocale a Lambrate.
La prima cosa che colpisce, quando si studia l’elettore di destra medio italiano, è la sua straordinaria capacità di coniugare posizioni apparentemente inconciliabili con la stessa naturalezza con cui un bambino mette insieme i pezzi di tre puzzle diversi e poi ti dice che ha fatto un dinosauro. Vuole meno tasse ma più servizi. Vuole meno immigrazione ma la badante moldava per la nonna. Vuole meno Europa ma i fondi europei per il suo comune. Vuole lo Stato forte ma che lo Stato non rompa le scatole. Vuole la meritocrazia ma anche la raccomandazione per il figlio. Vuole la legalità ma il condono fiscale. Questa non è ipocrisia nel senso classico del termine, attenzione. È qualcosa di più profondo e più italiano. È quella capacità tutta nostrana di vivere contemporaneamente in dimensioni parallele della realtà senza che questo provochi il minimo disagio cognitivo. Come ha scritto Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera in un editoriale del 2022 che analizzava le contraddizioni dell’elettorato conservatore italiano, disponibile nell’archivio di corriere.it, “la destra italiana ha sempre avuto un rapporto ambiguo con la modernità: la invoca quando le conviene e la maledice quando la disturba”. Una sintesi perfetta, pronunciata peraltro da un intellettuale che della destra italiana conosce ogni piega e ogni ruga, avendola frequentata, analizzata e talvolta coccolata per decenni.
Ma andiamo con ordine, perché l’elettore di destra medio italiano ha una storia, e questa storia è più lunga, più complicata e più tragicomica di quanto qualunque fiction di RaiUno potrebbe mai immaginare. Per capire chi è oggi bisogna capire da dove viene, e da dove viene è un luogo che non esiste più ma che continua a vivere nella memoria collettiva con la tenacia di un fantasma che rifiuta di lasciare la casa in cui è morto.
Tutto comincia, come quasi tutto in Italia, con il dopoguerra. Quando nel 1946 Giorgio Almirante, ex redattore della rivista “La difesa della razza”, un dettaglio che i suoi eredi politici tendono a menzionare con la stessa frequenza con cui si menziona uno zio in prigione durante il pranzo di Natale, fondò il Movimento Sociale Italiano insieme ad altri reduci della Repubblica Sociale, si creò quel primo nucleo di elettorato che per decenni sarebbe rimasto ai margini della Repubblica, come documentato da Piero Ignazi nel suo fondamentale studio “Il polo escluso. Profilo storico del Movimento Sociale Italiano” pubblicato da Il Mulino. Quell’elettorato era fatto di nostalgici, certo, ma anche di anticomunisti viscerali, di nazionalisti feriti dall’esito della guerra, di borghesi spaventati dal vento rosso che soffiava da Est. Era un elettorato che oscillava tra il cinque e il dieci percento, abbastanza per esistere, troppo poco per contare, esattamente nella posizione più frustrante possibile in una democrazia: presente ma irrilevante, come il passeggero di un autobus che urla la destinazione sbagliata sapendo che l’autista non lo ascolterà mai.
Poi arrivò Silvio. E con Silvio arrivò tutto il resto. Quando nel 1994 Silvio Berlusconi scese in campo, un’espressione che da sola meriterebbe una tesi di dottorato in semiotica politica, l’elettore di destra medio italiano subì una mutazione genetica di proporzioni darwiniane. Improvvisamente, essere di destra non significava più essere il nipote imbarazzante della Repubblica, quello che al pranzo di famiglia tutti tolleravano ma nessuno voleva accanto. Significava essere moderni, vincenti, imprenditoriali, televisivi, sorridenti. Come ha ricostruito Giovanni Orsina nel suo “Il berlusconismo nella storia d’Italia” pubblicato da Marsilio nel 2013, Berlusconi non creò un nuovo elettorato: liberò un elettorato che già esisteva ma non aveva mai avuto il permesso di esprimersi senza vergogna. L’operazione fu geniale nella sua semplicità: prese il piccolo imprenditore che votava Democrazia Cristiana per quieto vivere, il professionista che si sentiva schiacciato dalla burocrazia, il commerciante che odiava le tasse, il telespettatore medio che amava “Striscia la Notizia” e “Drive In”, e disse loro: voi non siete il problema, voi siete la soluzione. L’Italia non funziona non perché voi evadete le tasse, ma perché lo Stato vi chiede troppe tasse. Non perché voi infrangete le regole, ma perché le regole sono fatte da comunisti invidiosi del vostro successo. Fu, a modo suo, un capolavoro di psicologia di massa che avrebbe fatto impallidire Gustave Le Bon.
L’elettore di destra medio italiano post berlusconiano è una creatura completamente diversa dal missino nostalgico degli anni Settanta. Ha fatto i soldi, o almeno crede di averli fatti, o almeno crede che li farà, o almeno crede che qualcun altro glieli stia rubando. Il suo nemico non è più il comunismo sovietico, che ha avuto la scortesia di crollare nel 1989 lasciando un vuoto nell’ecosistema delle paure che ha richiesto decenni per essere riempito, ma una galassia di nemici intercambiabili che ruotano come le figurine di un caleidoscopio impazzito: i magistrati, la sinistra, i buonisti, gli immigrati, l’Europa, le ONG, i giornalisti, gli intellettuali, i professoroni, i radical chic, i vegani, Ferragnez, chiunque abbia osato dire qualcosa di vagamente progressista in un qualunque momento della propria vita. La capacità di individuare nemici è, bisogna ammetterlo, una delle competenze più sviluppate dell’elettore di destra medio italiano. Se fosse una skill su LinkedIn, avrebbe più endorsement di “Microsoft Excel”.
Ma veniamo alla parte più interessante dell’analisi, quella che riguarda l’organizzazione. Perché l’elettore di destra medio italiano non è un lupo solitario. È un animale sociale con una struttura organizzativa che meriterebbe uno studio etologico da parte di Konrad Lorenz, se Konrad Lorenz non fosse stato lui stesso un caso di studio piuttosto problematico. L’elettore di destra medio italiano si organizza attraverso una serie di cerchi concentrici che vanno dal micro al macro, dal bar sotto casa al congresso nazionale del partito, con una gerarchia che è al tempo stesso rigidissima e completamente caotica, come una partita di calcetto tra amici dove tutti vogliono fare il capitano.
Il primo cerchio è la famiglia. L’elettore di destra medio italiano è, nella stragrande maggioranza dei casi, figlio di un elettore di destra. Secondo un’indagine dell’Istituto Demos di Ilvo Diamanti, i cui dati sono regolarmente pubblicati su demos.it e nelle analisi per La Repubblica, la trasmissione intergenerazionale del voto è più forte a destra che a sinistra. Questo ha una logica precisa: mentre la sinistra ha sempre avuto un rapporto complicato con la tradizione, la destra sulla tradizione ci ha costruito l’intera casa, il garage, il giardino e la piscina gonfiabile. Il pranzo della domenica non è solo un momento di convivialità familiare: è un seminario politico dove il nonno che ha fatto la marcia su Roma, o più realisticamente che ha detto di averla fatta, perché in Italia i reduci della marcia su Roma sono statisticamente più numerosi dei partecipanti reali, un mistero che rivaleggia con la moltiplicazione dei pani e dei pesci, passa il testimone al padre che ha votato MSI, che lo passa al figlio che ha votato Alleanza Nazionale, che lo passerà al nipote che vota Fratelli d’Italia. È una staffetta identitaria che attraversa le generazioni con la stessa inesorabilità con cui il servizio buono attraversa le credenze delle nonne italiane.
Il secondo cerchio è il bar. Non un bar qualunque, attenzione. Il bar di riferimento dell’elettore di destra medio italiano è un luogo preciso, riconoscibile, quasi sacrale. È il bar dove il televisore è sintonizzato su Rete 4 durante il giorno e su La7 la sera, ma solo quando c’è qualcuno di destra ospite da Floris o dalla Gruber, così ci si può indignare per come viene trattato. È il bar dove il Corriere dello Sport ha la precedenza sul Corriere della Sera, dove il proprietario ha un’opinione definitiva su tutto, dall’immigrazione alla politica estera passando per la formazione ideale della Roma, e dove qualunque discussione politica viene risolta con la frase “ai miei tempi era diverso”, seguita da un silenzio carico di significati che nessuno è in grado di decifrare completamente. Il bar è il vero think tank della destra italiana. Non i convegni di Atreju, non le fondazioni culturali, non i circoli di lettura dove si discute di Prezzolini e Papini. Il bar. Lì si formano le opinioni, lì si consolidano le convinzioni, lì si alimentano le indignazioni. Lì, soprattutto, si pratica quell’arte tutta italiana del “sentire le cose”, che è la versione popolare dell’analisi politica: non ho letto il rapporto ISTAT sull’immigrazione, non conosco i dati EUROSTAT sulla criminalità, non ho consultato le statistiche del Ministero dell’Interno, ma io “le cose le sento”, e quello che sento è che una volta si stava meglio, che gli immigrati ci rubano il lavoro ma anche che non vogliono lavorare, simultaneamente, perché come abbiamo detto la coerenza è un optional, e che la sinistra ci vuole rovinare.
Il terzo cerchio, e qui entriamo nel contemporaneo più sfrenato, è il gruppo WhatsApp. Se il bar era il parlamento dell’elettore di destra medio italiano nel Novecento, il gruppo WhatsApp è la sua assemblea costituente nel Ventunesimo secolo. Secondo una ricerca del Reuters Institute for the Study of Journalism dell’Università di Oxford, pubblicata nel Digital News Report 2023 disponibile su reutersinstitute.politics.ox.ac.uk, l’Italia è uno dei paesi europei dove WhatsApp è più utilizzato come fonte di notizie politiche, con il 32% degli italiani che dichiara di informarsi anche attraverso gruppi di messaggistica. E indovinate un po’ chi popola questi gruppi con la ferocia di un esercito di formiche che ha trovato un barattolo di miele aperto? Esatto. L’elettore di destra medio italiano ha trasformato WhatsApp in qualcosa che i suoi creatori non avrebbero mai immaginato: un’arma di disinformazione di massa, un megafono per indignazioni prefabbricate, un distributore automatico di bufale che funziona ventiquattro ore su ventiquattro, sette giorni su sette, festivi inclusi. Il gruppo WhatsApp tipico dell’elettore di destra medio italiano ha un nome che è già un programma: “ITALIANI SVEGLIATEVI”, “BASTA BUGIE”, “PATRIOTI VERI”, o il più sobrio ma ugualmente inquietante “Amici del buonsenso”. All’interno circola di tutto: l’articolo vero mescolato con quello falso, il dato reale accanto alla statistica inventata, la foto autentica vicino a quella manipolata, il tutto condito con una quantità di punti esclamativi e lettere maiuscole che farebbe impallidire un manuale di grammatica.
Ma il gruppo WhatsApp non è solo un canale di informazione alternativa. È un organismo sociale con le sue regole, le sue gerarchie, i suoi rituali. C’è l’amministratore, che è il capo spirituale del gruppo e che ha il potere di vita e di morte digitale sui suoi membri. C’è il condivisore seriale, quello che inoltra tutto senza leggere niente, convinto che la quantità compensi la qualità, come un ristorante all you can eat della politica. C’è il commentatore monosillabico, che risponde a qualunque notizia con “vergogna”, “schifo” o il più elaborato “e poi dicono che siamo noi i cattivi”. C’è l’esperto autoproclamato, quello che ha letto un articolo su un blog anonimo e adesso sa tutto di geopolitica, virologia, economia e diritto costituzionale. E c’è, immancabile, il complottista, quello che collega tutto a tutto con una creatività che farebbe invidia a un romanziere: le scie chimiche al grande reset, il grande reset a Soros, Soros ai Rothschild, i Rothschild al nuovo ordine mondiale, il nuovo ordine mondiale al fatto che il semaforo sotto casa sua è sempre rosso quando passa lui. È un ecosistema perfetto, autosufficiente, impermeabile a qualunque tentativo di fact checking, perché il fact checking, nell’universo mentale dell’elettore di destra medio italiano, è semplicemente un altro strumento del sistema per nascondere la verità.
Il quarto cerchio è Facebook. Perché sì, nel 2024, mentre il resto del mondo migra su TikTok, Instagram e piattaforme che cambiano nome ogni tre mesi, l’elettore di destra medio italiano è ancora su Facebook con la stessa fedeltà con cui un capitano resta sulla nave che affonda. Facebook è il suo habitat naturale, il suo biotopo, la sua savana digitale. Lì commenta, lì condivide, lì mette like con la furia di un dattilografo impazzito, lì scrive “IO STO CON GIORGIA” sotto ogni post della Meloni con una devozione che farebbe sembrare tiepido un monaco trappista. Secondo i dati di Audiweb, pubblicati regolarmente su audiweb.it, Facebook rimane il social network con la più alta penetrazione nelle fasce d’età sopra i 45 anni in Italia, che è, guarda caso, anche la fascia d’età dove il centrodestra raccoglie i suoi consensi più solidi. Non è un caso. Facebook e l’elettore di destra medio italiano si sono trovati come si trovano le anime gemelle: per un mix di tempismo, compatibilità e reciproco bisogno. Facebook aveva bisogno di utenti che producessero contenuti, anche se di qualità discutibile, e l’elettore di destra medio italiano aveva bisogno di una piazza dove urlare quello che al bar poteva solo sussurrare.
Ma l’organizzazione dell’elettore di destra medio italiano non si esaurisce nel digitale. C’è una dimensione fisica, corporea, territoriale che è altrettanto importante e che ha radici profonde nella storia del Paese. Parliamo delle sezioni di partito, dei circoli, delle associazioni che costellano il territorio italiano come le chiese costellano il centro storico di qualunque città della penisola. Fratelli d’Italia, che secondo i dati ufficiali del partito disponibili su fratelli-italia.it dichiara oltre duemila circoli territoriali attivi in tutta Italia, ha costruito la sua ascesa proprio su questa rete capillare. Mentre il Partito Democratico chiudeva le sezioni con la stessa allegria con cui si chiudono i reparti di un ospedale in crisi, e mentre il Movimento 5 Stelle teorizzava la democrazia digitale come se la politica fosse un’app da scaricare, Fratelli d’Italia faceva la cosa più antica e più efficace del mondo: stava sul territorio. Banchetti, volantinaggi, feste di partito, cene sociali, raccolte fondi, tornei di calcetto, sagre del cinghiale dove il cinghiale era sia il piatto principale sia la metafora involontaria dell’elettorato che si stava per catturare. Questa presenza fisica, questa capacità di essere dove la gente vive, lavora, si lamenta e ha bisogno di qualcuno che ascolti le sue lamentele, è stata una delle chiavi del successo della destra italiana contemporanea. Come ha analizzato Sofia Ferrara in uno studio per l’Istituto Affari Internazionali disponibile su iai.it, la forza organizzativa di Fratelli d’Italia risiede nella sua capacità di combinare una struttura tradizionale di partito con un uso strategico dei social media, creando un ecosistema comunicativo che raggiunge l’elettore sia online che offline.
E qui arriviamo a un punto cruciale, che è anche il punto dove l’ironia rischia di trasformarsi in qualcosa di più amaro, come quel momento in cui ridi di una barzelletta e poi ti rendi conto che parla di te. L’elettore di destra medio italiano non è stupido. Ripeto: non è stupido. Chi liquida milioni di elettori come “ignoranti”, “fascisti” o “manipolati” sta commettendo lo stesso errore che la sinistra italiana commette da trent’anni, e cioè confondere l’incomprensione con la superiorità. L’elettore di destra medio italiano è, nella maggior parte dei casi, una persona che ha paure reali, problemi concreti e un senso di abbandono che non è immaginario. Quando dice che l’immigrazione lo preoccupa, non sta necessariamente citando un manifesto suprematista: sta parlando del suo quartiere che è cambiato, della sua percezione di insicurezza che, giusta o sbagliata che sia, è la sua percezione. Quando dice che le tasse sono troppe, non sta facendo teoria economica: sta guardando la sua busta paga e facendo i conti con il mutuo, le bollette e il carrello della spesa che costa il doppio di cinque anni fa. Quando dice che “una volta si stava meglio”, non sta necessariamente facendo apologia del fascismo: sta esprimendo quella nostalgia per un passato idealizzato che è un sentimento universale, trasversale e profondamente umano, anche quando è storicamente insostenibile.
Il problema non è che l’elettore di destra medio italiano ha paure infondate. Il problema è chi quelle paure le sfrutta, le amplifica, le distorce e le trasforma in consenso elettorale senza mai affrontarle davvero. E qui entriamo nel territorio più scivoloso e più affascinante della nostra analisi: il rapporto tra l’elettore di destra medio italiano e i suoi leader. Un rapporto che ha tutte le caratteristiche di una relazione tossica da manuale di psicologia: idealizzazione iniziale, luna di miele, prime delusioni, giustificazioni elaborate, tradimento, perdono, nuovo ciclo con un nuovo partner che promette di essere diverso da tutti gli altri. Berlusconi ha promesso la rivoluzione liberale e ha consegnato trent’anni di conflitto di interessi. Salvini ha promesso di chiudere i porti e li ha chiusi per un’estate prima di riaprirli con la stessa discrezione con cui si riapre il frigo alle tre di notte. Meloni ha promesso di cambiare tutto e sta scoprendo che cambiare tutto è leggermente più complicato di quanto sembrasse dall’opposizione, una scoperta che ogni leader di destra fa puntualmente il giorno dopo aver vinto le elezioni, come un groundhog day della politica italiana.
Berlusconi non ha solo cambiato i consumi culturali degli italiani: ha cambiato il loro modo di pensare, di desiderare, di giudicare la realtà. Ha creato un immaginario fatto di successo, bellezza, ricchezza e leggerezza che è diventato il terreno su cui la destra ha costruito il suo consenso. L’elettore di destra medio italiano è, in larga misura, un figlio della televisione commerciale: crede nel merito ma lo confonde con il successo, crede nella libertà ma la confonde con il consumo, crede nell’individuo ma lo confonde con il personaggio.
Oggi la televisione ha perso parte del suo potere, sostituita dai social media, ma il meccanismo è lo stesso. L’elettore di destra medio italiano si informa attraverso un ecosistema mediatico che è stato costruito con precisione chirurgica per confermare le sue convinzioni. Tra i talk show di Rete 4, i siti web come Libero Quotidiano e Il Giornale, che non a caso sono storicamente legati all’area berlusconiana e ora fiancheggiano il governo Meloni con un entusiasmo che farebbe sembrare moderato un cheerleader, i profili social dei leader politici e dei loro portavoce, e quella galassia di blog, canali YouTube e podcast che compongono la cosiddetta “destra mediatica”, l’elettore di destra medio italiano può vivere in una bolla informativa perfettamente impermeabile alla realtà esterna. Come hanno documentato le ricerche dell’Osservatorio di Pavia, un istituto di ricerca sulla comunicazione i cui studi sono disponibili su osservatorio.it, il pluralismo dell’informazione televisiva italiana è da anni sotto osservazione per lo squilibrio nella rappresentazione delle diverse posizioni politiche, con una tendenza alla polarizzazione che non aiuta il dibattito pubblico ma aiuta moltissimo la raccolta del consenso.
E qui arriviamo al cuore pulsante della questione, il nucleo incandescente attorno al quale tutto il resto orbita come i pianeti attorno al sole: l’identità. L’elettore di destra medio italiano non vota un programma. Vota un’identità. E questa identità si è costruita per sottrazione, per negazione, per opposizione. L’elettore di destra medio italiano sa con certezza cristallina cosa non è: non è di sinistra, non è comunista, non è buonista, non è radical chic, non è globalista, non è politically correct. Quello che è, invece, è più sfumato, più ambiguo, più difficile da definire, come quei colori che esistono solo nel catalogo Pantone e che nessuno saprebbe descrivere a parole. È italiano, certo, ma di un’italianità che ha più a che fare con la retorica che con la realtà. È cristiano, ma di un cristianesimo che il Papa attuale, con le sue aperture sui migranti, sull’ambiente e sulla giustizia sociale, troverebbe piuttosto sorprendente. È tradizionalista, ma di una tradizione che è più inventata che tramandata, più immaginata che vissuta, come quei villaggi di Natale che ricostruiscono una Betlemme che non è mai esistita.
Questa identità per negazione è il collante più potente che la destra italiana abbia mai avuto. Non importa se il piccolo imprenditore veneto e il pensionato romano hanno interessi economici diametralmente opposti. Non importa se il giovane identitario di CasaPound e il moderato di Forza Italia hanno visioni del mondo incompatibili. Non importa se il cattolico integralista e il libertario ateo non potrebbero essere più diversi se ci provassero. Quello che li tiene insieme è il nemico comune, e il nemico comune è la sinistra. Anzi, non è nemmeno la sinistra reale, quella che governa le regioni, gestisce i comuni, amministra le cooperative. È la sinistra immaginaria, quella che vive nella testa dell’elettore di destra medio italiano come un inquilino abusivo: la sinistra dei salotti, dei cocktail, delle cene con le ostriche, dei discorsi sull’inclusione fatti dal terrazzo dell’attico con vista sui Parioli. Quella sinistra che, per quanto possa essere caricaturale, serve un scopo preciso: dare un volto all’ingiustizia, un nome alla frustrazione, un bersaglio alla rabbia.
La sociologa Chiara Ferraris dell’Università Cattolica di Milano, in uno studio sulla polarizzazione politica italiana i cui risultati sono stati presentati al convegno annuale della Società Italiana di Scienza Politica documentato su sisp.it, ha evidenziato come l’elettorato italiano di destra sia caratterizzato da un livello di “negative partisanship”, ovvero l’identificazione politica basata sull’avversione per l’altro schieramento piuttosto che sull’adesione al proprio, significativamente più alto rispetto alla media europea. In parole povere: l’elettore di destra medio italiano non vota tanto per qualcosa quanto contro qualcuno. E questo “qualcuno” cambia nome e faccia a seconda del momento storico, ma la funzione resta identica: essere il capro espiatorio su cui scaricare tutto ciò che non funziona.
Ora, sarebbe intellettualmente disonesto non riconoscere che questo meccanismo non è esclusivo della destra. Anche la sinistra ha i suoi demoni, i suoi nemici immaginari, le sue caricature. Anche la sinistra ha il suo elettore medio che vota più per appartenenza che per convinzione, più per abitudine che per analisi. Ma c’è una differenza cruciale, e la differenza sta nell’efficacia organizzativa. La destra italiana, negli ultimi trent’anni, è stata semplicemente più brava a trasformare le paure in voti, le frustrazioni in consenso, le identità in militanza. Lo ha fatto con una combinazione di pragmatismo cinico, comunicazione efficace e capacità di stare dove la gente vive, che la sinistra ha perso da qualche parte tra il crollo del PCI e la fondazione del PD, come chi perde le chiavi di casa e poi passa vent’anni a cercarle nel posto sbagliato.
Parliamo anche di soldi, perché i soldi sono sempre il convitato di pietra di qualunque analisi politica, e perché l’elettore di destra medio italiano ha un rapporto con i soldi che è quasi mistico. L’elettore di destra medio italiano è convinto di pagare troppe tasse. E in molti casi ha ragione: la pressione fiscale italiana, che secondo i dati OCSE disponibili su oecd.org si attesta intorno al 43% del PIL, è effettivamente tra le più alte d’Europa. Ma c’è un dettaglio che l’elettore di destra medio italiano tende a omettere con la stessa eleganza con cui si omette un precedente penale in un curriculum: l’evasione fiscale. L’Italia ha un tax gap, la differenza tra le tasse dovute e quelle effettivamente pagate, che secondo le stime del Ministero dell’Economia e delle Finanze, riportate nei documenti ufficiali disponibili su mef.gov.it, si aggira intorno ai 90 miliardi di euro l’anno. E una parte non trascurabile di quei 90 miliardi viene proprio da quelle categorie, lavoratori autonomi, piccoli imprenditori, commercianti, che costituiscono la spina dorsale dell’elettorato di destra. Non tutti, ovviamente. Generalizzare sarebbe scorretto e stupido. Ma ignorare la correlazione sarebbe altrettanto scorretto e altrettanto stupido. L’elettore di destra medio italiano vuole meno tasse non solo perché le tasse sono alte, ma anche perché ha interiorizzato l’idea che le tasse siano un furto dello Stato piuttosto che il prezzo della civiltà. E questa idea, che Berlusconi ha elevato a dottrina politica e che i suoi eredi continuano a predicare con la stessa convinzione di un televenditore che promuove materassi miracolosi, ha conseguenze concrete: quando la destra al governo propone condoni, concordati preventivi, rottamazioni delle cartelle, non sta facendo politica economica. Sta celebrando un sacramento. Sta dicendo al suo elettore: ti vedo, ti capisco, ti assolvo.
Il rapporto dell’elettore di destra medio italiano con l’Europa meriterebbe un articolo a parte, ma poiché siamo in vena di generosità analitica, proviamo a sintetizzarlo con l’ingiustizia che ogni sintesi comporta. L’elettore di destra medio italiano odia l’Europa. Ma anche la ama. Ma anche la odia. Dipende dal giorno, dall’argomento e dal tasso alcolemico. Odia l’Europa quando gli dice che non può dare aiuti di Stato alle sue imprese. Ama l’Europa quando gli dà i fondi del PNRR. Odia l’Europa quando impone regolamenti sulla curvatura delle banane, una leggenda metropolitana che ha più vite di un gatto e che nessuna smentita potrà mai uccidere definitivamente. Ama l’Europa quando può andare in vacanza in Grecia senza cambiare la valuta. Odia l’Europa quando parla di quote di ricollocazione dei migranti. Ama l’Europa quando la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo gli dà ragione in qualche controversia con lo Stato italiano. È un rapporto bipolare, schizofrenico, tipicamente italiano: l’Europa è come quel parente ricco che detesti ma a cui non puoi fare a meno di chiedere soldi.
La Lega di Matteo Salvini ha costruito buona parte del suo consenso proprio su questa ambiguità, passando dall’europeismo moderato dei primi anni di governo con Berlusconi al sovranismo più acceso della stagione del Papeete, per poi tornare a toni più moderati quando si è trattato di entrare nel governo Draghi e accedere ai fondi europei. Come ha documentato Gianluca Passarelli nel suo studio “La Lega di Salvini. Estrema destra di governo” pubblicato da Il Mulino nel 2021, la Lega è il partito italiano che più di ogni altro ha cambiato posizione sull’Europa a seconda delle convenienze del momento, senza che questo abbia mai provocato una rivolta significativa nella sua base elettorale. Il che ci dice qualcosa di importante sull’elettore di destra medio italiano: la coerenza ideologica non è un valore. La fedeltà al leader sì.
E a proposito di leader, parliamo di Giorgia Meloni, che dell’elettore di destra medio italiano è oggi il punto di riferimento assoluto, il faro nella notte, la stella polare del risentimento organizzato. Giorgia Meloni è il prodotto perfetto di quarant’anni di destra italiana. Ha il pedigree missino, militante del Fronte della Gioventù a quindici anni, come lei stessa ha raccontato in numerose interviste e nella sua autobiografia “Io sono Giorgia” pubblicata da Rizzoli nel 2021, la formazione berlusconiana, ministra della Gioventù nel governo Berlusconi IV, il fiuto salviniano per la comunicazione social e una cosa in più che né Berlusconi né Salvini hanno mai avuto: la credibilità di chi non ha mai cambiato idea. O almeno, di chi ha cambiato idea con sufficiente gradualità da non farsene accorgere.
L’elettore di destra medio italiano ama Giorgia Meloni perché Giorgia Meloni è come loro. Non è ricca come Berlusconi, non è settentrionale come Salvini, non è aristocratica come quei dirigenti di partito che vengono dalle famiglie bene della Roma dei quartieri alti. È una romana della Garbatella, quartiere popolare, figlia di una famiglia non privilegiata, che si è fatta da sola. La sua narrazione personale, la madre sola, il padre assente, la militanza giovanile come riscatto, è un racconto in cui milioni di italiani si riconoscono perché milioni di italiani hanno storie simili. E quando Meloni urla “Io sono Giorgia, sono una donna, sono una madre, sono italiana, sono cristiana”, quella frase diventata meme e poi inno e poi fenomeno globale, non sta facendo un comizio. Sta recitando un credo. E l’elettore di destra medio italiano risponde “Amen” con la stessa naturalezza con cui risponde al credo durante la messa, ovvero senza pensarci troppo ma sentendosi profondamente parte di qualcosa.
Il governo Meloni, insediatosi nell’ottobre 2022 dopo la vittoria elettorale del centrodestra alle elezioni del 25 settembre, come documentato dai risultati ufficiali del Ministero dell’Interno disponibili su elezioni.interno.gov.it, ha messo alla prova il rapporto tra l’elettore di destra medio italiano e i suoi leader in modo più severo di quanto qualunque opposizione avrebbe potuto fare. Perché governare significa scegliere, e scegliere significa deludere qualcuno. L’elettore che voleva la flat tax ha scoperto che la flat tax costa troppo. L’elettore che voleva il blocco navale ha scoperto che il blocco navale è illegale secondo il diritto internazionale. L’elettore che voleva meno Europa ha scoperto che senza l’Europa non ci sono i soldi del PNRR. L’elettore che voleva l’abolizione del reddito di cittadinanza ha scoperto che abolire il reddito di cittadinanza senza un’alternativa significa avere più poveri, non meno. E così via, in un catalogo di delusioni che cresce mese dopo mese come le bollette del gas in inverno.
Ma l’elettore di destra medio italiano, come abbiamo detto, perdona. E perdona perché il meccanismo identitario è più forte di qualunque delusione programmatica. Finché c’è la sinistra da combattere, finché c’è l’immigrazione di cui lamentarsi, finché c’è l’Europa da criticare, finché c’è qualcuno, un giornalista, un magistrato, un comico, un intellettuale, che “attacca” il proprio leader, l’elettore di destra medio italiano resta al suo posto. Non perché è soddisfatto, ma perché l’alternativa è impensabile. Votare a sinistra? Piuttosto si taglierebbe una mano. Non votare? Significherebbe far vincere la sinistra. Votare un terzo polo? Non pervenuto. L’elettore di destra medio italiano è intrappolato in un loop di appartenenza da cui non può uscire senza mettere in discussione la propria identità, e mettere in discussione la propria identità è la cosa più difficile che un essere umano possa fare, subito dopo trovare parcheggio in centro a Napoli e subito prima di capire come funziona il sistema sanitario italiano.
C’è un ultimo aspetto che merita attenzione, e riguarda il rapporto tra l’elettore di destra medio italiano e la religione. Un rapporto che, come quasi tutto ciò che riguarda il nostro soggetto, è più complicato di quanto appaia. L’elettore di destra medio italiano si dichiara cristiano. Lo dice con orgoglio, lo scrive sui social, lo rivendica come parte della propria identità. Ma il suo cristianesimo è un cristianesimo molto particolare. È un cristianesimo del presepe, non del Vangelo. Del crocifisso in classe, non del Discorso della Montagna. Della tradizione, non della fede. È un cristianesimo che difende i simboli con la stessa ferocia con cui ignora i contenuti. Quando il Papa dice “accogliamo i migranti”, l’elettore di destra medio italiano fa finta di non sentire con la stessa abilità con cui un adolescente fa finta di non sentire la madre che gli dice di rifare il letto. Quando il Papa dice “basta armi”, l’elettore di destra medio italiano scopre improvvisamente di avere opinioni molto articolate sulla dottrina della guerra giusta di Sant’Agostino, che fino a cinque minuti prima non sapeva nemmeno esistesse. Come ha osservato il vaticanista Massimo Franco del Corriere della Sera in diversi articoli e nel suo libro “La crisi dell’impero vaticano” disponibile nelle librerie e su corriere.it, il rapporto tra la destra italiana e la Chiesa cattolica è oggi più teso che mai, con una base elettorale che usa la religione come marcatore identitario mentre rigetta il magistero sociale del pontefice con una selettività che farebbe invidia a un sommelier.
Questo cristianesimo à la carte è perfettamente coerente con il resto del profilo dell’elettore di destra medio italiano. Come la sua italianità è più simbolica che sostanziale, come il suo patriottismo è più emotivo che civico, come il suo conservatorismo è più nostalgico che programmatico, così il suo cristianesimo è più estetico che etico. Il che non significa che sia falso o insincero. Significa semplicemente che, come tutto nella destra italiana, serve prima di tutto a dire “io sono diverso da loro”. “Loro” non mettono il presepe? Io lo metto. “Loro” vogliono togliere il crocifisso? Io lo difendo. “Loro” parlano di laicità? Io parlo di radici cristiane. Il contenuto teologico è irrilevante. Quello che conta è il gesto, il simbolo, la demarcazione.
Adesso, dopo questa lunga passeggiata nell’universo dell’elettore di destra medio italiano, una passeggiata che spero sia stata tanto istruttiva quanto dolorosa, come tutte le passeggiate che valgono la pena, è il momento di tirare qualche conclusione. O meglio, di non tirare conclusioni, perché le conclusioni sono roba da editoriali del lunedì mattina, e noi qui facciamo un lavoro diverso. Noi qui osserviamo, descriviamo, ridiamo e piangiamo, possibilmente in quest’ordine.
L’elettore di destra medio italiano è il prodotto di una storia, di una cultura, di un sistema mediatico, di una struttura economica e di una crisi della politica che non è colpa sua. È il sintomo, non la malattia. È il termometro, non la febbre. È la conseguenza di decenni di promesse tradite, di istituzioni delegittimate, di una sinistra che ha perso il contatto con il popolo mentre declamava di essere il partito del popolo, di una classe dirigente che ha trattato l’Italia come un bancomat da cui prelevare senza mai versare. L’elettore di destra medio italiano ha ragioni reali per essere arrabbiato. Ha torto, spesso, nell’individuare le cause della sua rabbia e le soluzioni ai suoi problemi. Ma la rabbia è vera, il disagio è vero, la frustrazione è vera. E finché qualcuno, a sinistra, al centro, in qualunque punto dello spettro politico, non prenderà sul serio quella rabbia, quel disagio, quella frustrazione, l’elettore di destra medio italiano continuerà a fare esattamente quello che fa: organizzarsi nel suo bar, nel suo gruppo WhatsApp, nella sua sezione di partito, nella sua pagina Facebook, nella sua famiglia, nella sua curva, nella sua palestra, nella sua ronda di quartiere. E continuerà a votare per chi gli dice quello che vuole sentirsi dire, anche se quello che vuole sentirsi dire non è vero, non è possibile, non è nemmeno auspicabile.
La democrazia funziona così, del resto. Non è il governo dei migliori, non è il governo dei più informati, non è il governo dei più saggi. È il governo di tutti, compresi quelli che condividono bufale alle tre di notte, quelli che scrivono “VERGOGNA” sotto ogni articolo senza averlo letto, quelli che credono che il grande reset sia una cosa vera, quelli che pensano che Giorgia Meloni sia Giovanna d’Arco e che Matteo Salvini sia Garibaldi. La democrazia è anche loro. Anzi, la democrazia è soprattutto loro, perché sono di più, sono più motivati, sono più organizzati, e soprattutto sono più arrabbiati. E la rabbia, in politica, è il combustibile più potente che esista. Più potente delle idee, più potente dei programmi, più potente dei dati, più potente della verità. La rabbia muove le montagne, o almeno muove le schede elettorali, che in democrazia è più o meno la stessa cosa.
L’unica domanda che resta, alla fine di questa lunga e sconclusionata riflessione, è: e noi? Noi che osserviamo, noi che analizziamo, noi che ridiamo e scuotiamo la testa, noi che ci riteniamo così superiori, così informati, così illuminati, così immuni dalla rabbia e dal pregiudizio e dalla manipolazione? Siamo davvero diversi? O siamo semplicemente la stessa cosa con un lessico migliore, fonti più autorevoli e una presunzione di oggettività che è il nostro crocifisso in classe, il nostro presepe, il nostro simbolo identitario? La risposta, temo, è sì. Siamo tutti elettori medi di qualcosa. Tutti organizzati intorno a qualche paura, qualche appartenenza, qualche nemico immaginario. L’unica differenza è che alcuni di noi lo sanno. E sapere di essere intrappolati, anche se non cambia nulla, almeno rende la trappola un posto più interessante in cui vivere.
Perché alla fine, in Italia, l’unica cosa che accomuna davvero l’elettore di destra e l’elettore di sinistra è la certezza granitica che il problema sia sempre l’altro. E con questa certezza andiamo a dormire ogni sera, ci svegliamo ogni mattina e andiamo a votare ogni volta che qualcuno ci chiede di scegliere. Scegliamo sempre noi stessi, convinti di scegliere il futuro. E il futuro, puntualmente, ci presenta il conto.



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